12. Considerazioni e ipotesi sul “Campo di Disturbo” secondo Huneke

Claudio Dell’Anna

Nota dell’autore.

Nel corso della lettura è possibile connettersi ad altri settori del sito attraverso numerosi links. Quelli siglati “FTI” introducono a filmati sulle tecniche iniettive qui presentate per dare l’idea della versatilità delle Terapie con Anestetici Locali (TAL). I filmati “FTI” non hanno finalità didattiche poiché sono stati registrati nell’arco di circa un quarantennio e nel tempo alcune tecniche iniettive sono state perfezionate.

Gli Huneke indicarono le cicatrici quali potenziali “foci abatterici capaci di perturbare a distanza di spazio e di tempo dal momento e dal distretto della loro realizzazione. Com’è noto esse vennero definite “Campi di Disturbo” (CdD). Non pochi gridarono all’eresia a motivo dell’ampiezza del dominio spazio-temporale in cui i due fratelli le collocarono ma non si può negare che riguardo alle cicatrici persiste tuttora una generale sottovalutazione della loro capacità perturbativa persino quando esse si trovino nella prossimità topografica e cronologica ove i loro effetti si manifestano. Alcune difficoltà che l’accoglimento del concetto hunekiano di CdD tutt’ora incontra suggeriscono di verificare se esso sia caduto come un oggetto alieno sul pavimento della comunità scientifica o, piuttosto, se sia intervenuto qualche elemento che abbia impedito la presa d’atto di ciò che tante volte è passato sotto i nostri occhi senza essere riconosciuto. C’è inoltre da chiedersi se già esistano modelli di riferimento validati in alcuni ambiti clinici e/o sperimentali che in un arco più ampio di circostanze ancora tardino a essere applicati. Per rispondere alla prima domanda è possibile rintracciare alcuni casi in cui, senza disporre di alcuna nozione sul CdD, nel corso dell’attività clinica è accaduto che qualcuno vi sia accidentalmente “inciampato”. Per ciò che concerne il quesito circa l’esistenza di modelli di riferimento per il CdD può risultare utile indagare nei settori in cui gli effetti delle lesioni tissutali suscitano particolare interesse: l’epilettologia post-traumatica, l’aritmologia post-infartuale e quell’area compresa tra le competenze traumatologiche, neuroalgologiche, reumatologiche e immunologiche che si occupa dello studio delle Complex regional Pain Syndromes (CRPS). Il presente capitolo si concluderà con riferimenti a dinamiche biomolecolari associate ai processi di cicatrizzazione delle lesioni tissutali. Su alcuni di questi argomenti è possibile anche prendere visione dei filmati (FEF1) (FEF2).

Partiamo dal primo quesito. A parte l’esperienza dei fratelli Huneke è sempre accaduto che alcuni clinici si siano accidentalmente imbattuti nel CdD senza riuscire a maturare la piena consapevolezza della sua importanza. Persino il grande chirurgo francese René Leriche, più volte citato, ebbe occasione di avvicinarsi alla comprensione della capacità patogenetica “ultrasegmentaria” del CdD senza tuttavia riuscire a coglierla. Nell’aprile del 1936 osservò un paziente che vent’anni prima aveva subìto l’amputazione di una gamba sopra il ginocchio e che da qualche tempo soffriva di penosi dolori a carico della coscia e della natica. Il dolore interessava anche il territorio del nervo femoro-cutaneo laterale della coscia e questo rappresentava un particolare piuttosto insolito dato che il territorio di distribuzione di quel nervo è più alto rispetto alla sede dell’amputazione. Una prima infiltrazione con procaina del ganglio simpatico lombare attenuò l’intensità del dolore nell’arto residuo tranne che a livello della cicatrice di amputazione. La successiva infiltrazione effettuata direttamente nel tessuto cicatriziale esitò invece in una rapida e durevole soppressione del dolore in tutto l’arto fino al territorio di competenza di quel nervo che aveva preso parte al quadro doloroso in quella forma così inconsueta. In un’altra occasione Leriche osservò un giovane che lamentava un dolore insopportabile a carico di un ginocchio da cui egli stesso aveva precedentemente estratto una lesione calcifica. Sin dalle prime settimane dall’intervento l’articolazione si presentava calda, gonfia e dolente e la capacità di movimento appariva inferiore rispetto al periodo pre-operatorio. Dopo numerosi tentativi Leriche provò a infiltrare con procaina la cicatrice operatoria ottenendo la rapida risoluzione del quadro clinico [22]. Non era di poco conto la differenza tra i due casi osservati: nel primo una ferita da amputazione aveva dato luogo a manifestazioni eccedenti il segmento spinale in cui essa dimorava mentre nel secondo lo stesso segmento offriva ospitalità tanto alla lesione iniziale quanto alle sue manifestazioni cliniche. Il chirurgo francese era molto legato all’idea della patogenesi confinata nello spazio di un unico segmento spinale e questo non gli permise di cogliere la differenza qualitativa tra i due quadri clinici. 

Come la maggior parte dei clinici di vecchio stampo il dottor Albrecht Tschuschner, direttore del sanatorio pediatrico della città bavarese di Regensburg, raccoglieva meticolosamente i dati anamnestici prossimi e remoti dei suoi piccoli pazienti e questo gli consentì di formulare interessanti valutazioni statistiche. Presumibilmente egli non conosceva le osservazioni dei fratelli Huneke e, in ogni caso, nessuna fonte lo menziona tra i frequentatori dell’ambulatorio di Düsseldof ove essi professavano. Nell’archivio del sanatorio Tschuschner nel 1959 compilò la “Relazione sulla comparsa e la singolarità di fattori di provocazione della poliomielite” in cui indicò che precedentemente alla manifestazione della malattia (specie nelle sue forme bulbari, le più gravi) era frequentemente riscontrabile un precedente danno organico. Tra le preesistenti alterazioni tissutali che giudicò più interessanti egli menzionò quelle associate all’angina faringea, alla tonsillite cronica, alla tonsillectomia, all’ascesso retrotonsillare, alla congiuntivite batterica, all’otite, alla broncopolmonite, all’appendicite e ancora ad altre pregresse condizioni morbose [41].

In un simposio di Cardiologia tenutosi a Roma nel 1964 il professor Francesco Balsano, allora Direttore della I^ Clinica Medica del Policlinico Universitario romano “Umberto I°”, comunicò di avere involontariamente provocato la comparsa di una crisi di Morgagni-Adams-Stokes (MAS) (un quadro di iperattività vagale, disordini del ritmo cardiaco e improvvisa perdita di coscienza) semplicemente abbassando la lingua di un soggetto per osservarne il cavo orale. Recuperato lo stato di coscienza l’uomo gli comunicò che circa un anno prima era stato operato di turbinatectomia e che da allora non si era più sentito bene. Incuriosito dall’evento Balsano intepellò colleghi italiani ed esteri chiedendo loro se avessero mai osservato casi analoghi. Dalla consultazione emerse che dopo turbinatectomie, tonsillectomie, ritenzione di corpi estranei e in altre condizioni che prevedevano una modificazione tissutale a carico di diversi distretti somatici una leggera stimolazione vagale (come l’abbassamento della lingua, l’esplorazione rettale, talora persino la semplice deglutizione ripetuta) poteva provocare l’insorgenza di crisi di MAS. Dopo avere sottolineato nell’anamnesi remota dei casi osservati la frequente incidenza di atti chirurgici otorinolaringoiatrici e maxillo-faciali il contributo di Balsano si concluse con la seguente dichiarazione: “I disordini del ritmo emersero in tutti i casi menzionati dopo la sollecitazione di una particolare zona e in alcuni di essi le crisi si risolvevano con la semplice cessazione della stimolazione vagale. Talora le crisi potevano non esprimersi se prima veniva effettuata l’anestesia locale della preesistente lesione o di un punto che risutava iperattivo… Emerge un nuovo concetto di patologia intrinseca al sistema nervoso vegetativo che non può essere confinato alle sole terminazioni autonomiche [4].

Potrebbe apparire bizzarro il percorso del dottor Kent Paul Weinmeister, anestesista presso la Mayo Clinic Hospital di Phoenix, che lo condusse alla consapevolezza dell’utilità degli AL nella cura degli acufeni. Egli citò il caso di un paziente 57nne sofferente di una ostinata lombosacralgia in cui l’infiltrazione delle faccette articolari vertebrali e dell’articolazione sacro-iliaca con la miscela di AL bupivacaina-lidocaina aveva dato luogo, forse per un errato calcolo dei dosaggi, a un quadro di tossicità sistemica con intorpidimento delle labbra. Il paziente dichiarò di avere goduto di uno scarso sollievo dal mal di schiena ma, in compenso, di non percepire più l’acufene di cui soffriva da anni e che aveva trascurato di menzionare. Un mese dopo, in occasione di un controllo, dichiarò che l’acufene non era tornato a tormentarlo ma a causa del suo imprevisto decesso ulteriori follow-up relativi a quel disturbo non furono effettuati. Il dottor Weinmeister si documentò sull’efficacia degli AL nella cura degli acufeni e apprese che la lidocaina per e.v. aveva offerto effetti terapeutici. Ne concluse che nel caso da lui osservato la combinazione bupivacaina-lidocaina, assorbita da tessuti periferici e pervenuta a un certo livello di concentrazione ematica, aveva dimostrato di potere offrire vantaggi molto più durevoli della sola lidocaina e.v. e che quella nuova risorsa terapeutica meritava ulteriori indagini [43]. Verosimilmente si trattò invece di una delle tante circostanze in cui nell’attività clinica accade che il medico “inciampi” casualmente in un CdD senza avvedersene: nel caso osservato da Weinmeister il CdD dimorava nell’articolazione sacro-iliaca (o in una parte di essa) e perturbava “a distanza” funzioni acustiche. In mancanza di nozioni sulle possibili forme di patologia di relazione non sorprende che l’anestesista americano abbia attribuito quel risultato all’effetto farmacologico dose-dipendente delle sostanze erogate senza considerare la possibilità di aver conseguito un effetto sede-dipendente, ossia di avere bonificato mediante gli AL una sorgente ectopica di stimoli irritativi (un CdD per l’appunto) capace di sostenere una malattia a distanza da essa.

Potrebbero essere addotte ulteriori citazioni di circostanze in cui medici clinici siano “casualmente inciampati” nel CdD non riuscendo a coglierne l’essenza e l’importanza ma, per motivi di spazio, ci si ferma qui.

Proviamo ora a rispondere al secondo quesito: se già esistano (o meno) modelli di riferimento che, almeno in parte, possano legittimare il concetto di CdD secondo la proposizione degli Huneke. Altrove in questo sito sono state citate alcune aree di interesse medico-scientifico per la loro possibilità di fornire elementi utili a formulare un modello di CdD o persino a confermarne l’esistenza. Si tratta di temi trattati più diffusamente nel settore dedicato a “Le TAL nelle Grandi Sindromi”: l’epilettologia post-traumatica (16), l’aritmologia post-lesione miocardica (14) e le Complex Regional Pain Syndroms (20). Affrontiamo ora sinteticamente alcuni aspetti di malattie che ricadono sotto quelle competenze specialistiche cercando di cogliere se nei rispettivi processi biologici esse possano essere anche accomunate dall’aspecifico meccanismo patogenetico del CdD.    

Le convulsioni che seguono precocemente ai traumi e agli ematomi encefalici si devono all’edema cerebrale, all’infiammazione acuta innescata dall’emorragia e dai radicali liberi, alle alterazioni della barriera emato-encefalica, a rapidi cambiamenti nella concentrazione degli ioni extracellulari e al rilascio di neurotrasmettitori eccitatori [46]. Si tratta di processi che provocano cicatrici corticali e sottocorticali e il tessuto nervoso prossimo a esse diviene sede di cronica infiammazione e di riparazioni gliotiche a cui segue la germinazione neuronale con formazione di nuove sinapsi. Mesi o anni dopo il trauma ha luogo l’atrofia progressiva della materia grigia e bianca e l’incremento della riparazione gliotica [8][9] ove quest’ultima si costituisce quale fattore determinante nella formazione di focolai epilettici [2]. Nella struttura encefalica si stabiliscono così modificazioni permanenti che si concretano nella perdita neuronale e sinaptica, nella germinazione aberrante e nel “ricablaggio”. In queste circostanze l’incremento della connettività eccitatoria con complessiva diminuzione dell’attività inibitoria GABAergica è praticamente inevitabile [13][31]. Il rimodellamento tissutale post-lesionale si rende responsabile delle convulsioni tardive tanto è vero che la prova del nove della corresponsabilità della germinazione assonale nella loro genesi è offerta in vivo dal trattamento con Tetrodotossina: si tratta di una neurotossina che nei modelli sperimentali attenua gli indici istologici connessi ai fenomeni descritti di rimodellamento tissutale e all’associata connettività eccitatoria aberrante con significativa riduzione dell’epilettogenesi [32][46]. Le responsabilità patogenetiche della gliosi quale disturbo del trofismo tissutale e la germinazione assonale post-lesionale sono argomentate e ampiamente descritte in altre parti del sito (31) (FEF1).

A partire dagli anni Settanta del XX° Secolo il perfezionamento di tecniche di indagine elettrofisiologica e istopatologica ha consentito di accumulare crescenti evidenze riguardanti un fenomeno di grande interesse: la variabile distribuzione nel tempo di gravi aritmie successive all’Infarto Miocardico Acuto (IMA) [26][42][44] e ad altre forme di sofferenza cardiaca. Da studi più recenti apprendiamo che nei giorni e nelle settimane successive a un IMA i cardiomiociti necrotizzati sono gradualmente sostituiti da tessuto cicatriziale. La guarigione delle ferite miocardiche post-infartuali è istologicamente caratterizzata da tre fasi: l’infiammazione/necrosi, la fibrosi/proliferazione e il rimodellamento a lungo termine. L’Utente potrà trovare approfondimenti biomolecolari sulla relazione tra infiammazione, necrosi e fibrosi nel capitolo dedicato ai disturbi del trofismo tissutale (20). Ricercatori del Dipartimento di Ingegneria Biomedica dell’Università della Virginia (USA) sottolineano che una volta che la lesione sia riparata le fibre muscolari sopravvissute sono ampiamente separate e isolate dal tessuto connettivo e tuttavia possono svolgere un ruolo importante nel determinare le modalità della propagazione elettrica all’interno e intorno all’area infartuata con il rischio di aritmie tardive post-infartuali [34]. Per quanto riguarda l’insorgenza delle aritmie ventricolari post-IMA si può identificare una precisa distribuzione temporale: una “fase precoce” che dall’IMA si spinge fino alle 48-72 ore (è questo un periodo di ischemia/riperfusione fisiopatologicamente turbolento), un “periodo intermedio” che va dalla 72^ ora e si spinge fino a un mese dopo l’IMA, e una “fase cronica” che può perdurare indefinitamente nel tempo [6][21]. E’ interessante notare che i tempi di modificazione istologica del teatro dell’IMA e quelli dell’espressione elettrofisiologica e clinica delle aritmie ventricolari sono praticamente coincidenti. In particolare alla fase di rimodellamento a lungo termine (che corrisponde alla condizione di avanzata cicatrizzazione) corrisponde il rischio di aritmie ventricolari tardive non di rado fatali. La presenza di modificazioni tissutali nel miocardio è causa di evidenti alterazioni funzionali: uno studio del 2020 condotto dagli elettrofisiologi della Divisione di Cardiologia del Johns Hopkins Hospital di Baltimora (USA) ha accertato che nei pazienti con cardiomiopatia ischemica la velocità di conduzione miocardica è inversamente associata alla densità della cicatrice miocardica valutata con Risonanza Magnetica Nucleare [3].  La “Fibrosi Miocardica” (FM) costituisce l’aspetto fisiopatologico comune a numerose forme di sofferenza cardiaca che da alcuni anni, specie dopo che la pandemia di Covid-19 ha prodotto un forte incremento delle miocarditi, sta suscitando crescente interesse. Un passo avanti nella conoscenza del grado di patogenicità della FM va ascritto a un imponente studio longitudinale prospettico (472 casi di cardiomiopatia dilatativa non-ischemica esaminati con follow-up di oltre 5 anni) condotto presso il Royal Brompton Hospital di Londra dalla equipe del professor Ankur Gulati e pubblicato nel 2013. La ricerca impiegò una sofisticata modalità di indagine radiologica (la Risonanza Magnetica Cardiovascolare con Potenziamento Tardivo del Gadolinio) e accertò che la presenza e l’estensione della fibrosi della parete mediana sono associate a esiti avversi maggiori: aritmie maligne, insufficienza cardiaca, mortalità per diverse cause tra cui quella cardiaca improvvisa (evenienza possibile persino dopo aggiustamento della frazione di eiezione ventricolare sinistra) [17]. Si tratta forse del primo studio in assoluto condotto con rigorosa metodologia della ricerca in cui la presenza di un’alterazione tessutale di tipo cicatriziale è inconfutabilmente associata a patologie diverse variamente distribuite nel tempo. Il professor Nikolaos Frangogiannis, direttore del Dipartimento di Cardiologia presso l’Albert Einstein College of Medicine di New York, descrive la FM come un processo di espansione dell’interstizio cardiaco per accumulo di proteine della matrice extracellulare che può riflettere l’attivazione di processi riparativi o disadattivi. A livello cardiaco i principali produttori di proteine della matrice sono i fibroblasti e i miofibroblasti e la loro attivazione ha quale effetto la FM. Durante il rimodellamento del miocardio che abbia sopportato varie forme di insulto si depositano macromolecole imprimendo nuove architetture nei processi di assemblaggio della matrice e modulando l’attività dei Sistemi Molecolari di Segnalazione/Traduzione/Trasporto (SMSTT), dei Fattori di Crescita e delle proteasi. Le alterazioni fibrotiche del miocardio, veri e propri processi cicatriziali, perturbano la funzione sistolica e diastolica e possono svolgere un ruolo importante nella patogenesi di numerose patologie cardiache tra cui l’infarto e il re-infarto del miocardio, l’insufficienza cardiaca con frazione di eiezione ridotta o conservata, la cardiopatia diabetica e le aritmie [15]. E’ stato confermato che, anche in pazienti che non presentino cardiopatia ischemica, la presenza di cicatrici fibrotiche miocardiche assume un forte valore prognostico quanto al rischio di morte cardiaca improvvisa a variabile distanza di tempo dalla noxa iniziale [17].

Le Complex Regional Pain Syndromes (CRPS) rappresentano condizioni morbose caratterizzate da un ampio spettro di disordini sensoriali, motori e autonomici. Esse si manifestano prevalentemente nelle estremità che abbiano sofferto uno o più traumi, anche chirurgici, distribuiti nel tempo e alcuni dei quali non di rado misconosciuti. Taluni articoli scientifici sul tema iniziano ancora indicando questa sindrome come “rara” ma in realtà essa sembra tale solo per difetto della diagnosi. La diagnosi precoce e il tempestivo trattamento sono invece oltremodo auspicabili tanto più che spesso il riconoscimento è tardivo a causa della forte sottovalutazione della responsabilità degli atti di chirurgia ortopedica successivi al trauma iniziale. Specie in pazienti che lamentino peggioramento del dolore e presentino disordini trofici, dopo un atto di chirurgia ortopedica la sottostima dei segni di disfunzione autonomica può contribuire alla mancata diagnosi di CRPS. Questa osservazione non va assolutamente intesa come critica alla pratica chirurgica ortopedica ma come stimolo alla comprensione di tale condizione altamente invalidante [23] e all’applicazione di misure ormai note come efficaci nel prevenirla e nel contrastarla (09) (20) (31). In soggetti che avevano sopportato traumi a carico della caviglia e del piede uno studio del 2014 mise in evidenza la frequente incidenza di CRPS di nuova insorgenza dopo una procedura chirurgica primaria. L’incidenza aumentava sensibilmente dopo ulteriori interventi chirurgici [33] a riprova del fatto che dalla periferia somatica stimoli nocivi, anche di natura chirurgica, accedono ai principali sistemi regolatori potendo generare risposte di segno francamente patologico attraverso la sommazione dei loro effetti. Ancora nel 2014 uno studio nipponico esaminò 39 pazienti con frattura di arto in cui comparve acutamente una CRPS dopo interventi di riduzione aperta e fissazione interna. Quanto all’importanza di fattori patogenetici peri-operatori i ricercatori nipponici hanno potuto associare una maggiore incidenza di CRPS alla maggiore durata dell’anestesia generale mentre “le anestesie loco-regionali non hanno presentato problematiche” (sic). La ricerca si concluse con il suggerimento di ridurre la durata del tempo operatorio quale condotta protettiva dallo sviluppo di forme acute di CRPS successive a frattura di arto e ad atti di chirurgia ortopedica (e questo va bene) ma sembrò non cogliere che una ancora maggiore capacità protettiva poteva invece risiedere nell’applicazione dell’anestesia loco-regionale rispetto all’anestesia generale [39]. Aspetti interessanti sull’uso di quella loco-regionale quale forma di anestesia capace di offrire protezione da complicanze post-operatorie e post-traumatiche sono diffusamente trattati in altra parte del sito (09) (10). Una ricerca conclusa nel 2018 presso il Rigshospitalet di Copenhagen coordinata dall’assistente ricercatore dottor Pelle Baggesgaard Petersen studiò i fattori che possono associarsi allo sviluppo post-trattamento chirurgico delle CRPS. Essa indagò sulla comparsa di CRPS in 647 soggetti che tra il 1992 e il 2015 erano stati sottoposti a trattamenti di chirurgia ortopedica. Per i pazienti con sindrome del tunnel carpale (CTS) è stato valutato se prima del trattamento già vi fossero segni neurofisiologici di sofferenza del nervo mediano. Lo studio concluse che il sesso femminile e il trattamento chirurgico, specie dell’arto superiore, costituiscono fattori di rischio per l’insorgenza di CRPS. Prima dell’intervento chirurgico gli esami neurofisiologici di circa la metà dei pazienti con STC erano risultati normali e in un gran numero di pazienti con CRPS fu la chirurgia elettiva che parve aver determinato il quadro clinico. I ricercatori ipotizzarono che i pazienti con STC con profilo neurofisiologico normale che dopo l’intervento chirurgico avevano sviluppano CRPS in realtà già precedentemente soffrissero di uno stadio preclinico di questa malattia piuttosto che di STC [28].

Probabilmente il background fisiopatologico delle CRPS è quello che più efficacemente si presta all’accoglimento universale del CdD secondo Huneke (con il suo carico di non-linearità e impredicibilità) avendo tra l’altro trovato empirica accoglienza nelle pieghe di strategie terapeutiche a base di AL già da tempo approvate dalla comunità scientifica. Questo sembra inconsapevolmente confermato da uno studio statistico pubblicato nel 2019 da un team americano di anestesisti algologi che riporta i risultati di un’intervista condotta in 248 centri di terapia del dolore operanti negli USA. Lo studio mise in luce un’ampia variabilità nella pratica corrente tra medici algologi nel trattamento delle CRPS mediante “blocchi” con AL: alcuni centri hanno dichiarato di effettuare prevalentemente blocchi dei gangli simpatici, altri di infiltrare AL su tronchi e/o plessi nervosi, altri ancora su cicatrici chirurgiche e traumatiche, su trigger point e su altro ancora. Inoltre nello stesso centro di terapia antalgica tempi e modi di intervento terapeutico mediante AL nel contrasto delle CRPS potevano variare da caso a caso e persino nello stesso caso in rapporto al mutare delle condizioni cliniche. Con rammarico gli autori dell’intervista conclusero lo studio denunciando un stato di grande confusione nella materia e lamentando There is a clear need for evidence-based guidelines on when and how to perform Sympathetic Bloks for CRPS” (sic) [45]. Sarebbe opportuno piuttosto chiedersi come si possa aspirare a comprimere in preconfezionate linee guida la strategia terapeutica di manifestazioni cliniche, come quelle associate alle CRPS che, con tutta “evidenza”, presentano in vivo spiccati caratteri di non-linearità, impredicibilità e variabilità individuale!  

Il passaggio successivo del nostro percorso prevede la formulazione di un modello che cerchi di spiegare almeno in parte l’imprevedibilità della latenza temporale tra lesione/stimolo e riposta/malattia, la capricciosità della distribuzione topografica di quest’ultima e la varia qualità degli effetti biologici suscitati dal CdD. Un numero incalcolabile di fibre nervose terminali è presente nello spazio ininterrotto e pervasivo dell’interstizio e questo dato è sempre stato addotto a spiegazione degli effetti a distanza del CdD in qualsiasi distretto della periferia somatica esso si realizzi. Come ogni altro stimolo generato nei tessuti periferici, oltre che produrre effetti loco-regionali attivando riflessi assonici, il “segnale irritativo” può accedere al livello spinale per ascendere poi verso l’encefalo. Lo stimolo nervoso transita attraverso numerosi check-point ove, in rapporto a numerose variabili, meccanismi di facilitazione/inibizione ne determinano il percorso consentendogli di accedere a livelli segmentari diversi da quello in cui fece ingresso e permettendogli di raggiungere anche il cervello per dare luogo a fenomeni centrali (FEF1). Come è noto anche questi ultimi possono manifestarsi con forme e distribuzioni diverse. La ricchissima letteratura prodotta sul Referred Pain tesa a formulare modelli per la sua comprensione già potrebbe offrire un interessante corpo di speculazioni sul CdD, fenomeno a esso così somigliante, ma questa possibilità finora è stata colta solo in parte. Scorrendo nella letteratura medica prodotta intorno al CdD ci si avvede che una cosa è apprezzare la consistenza del fenomeno nella sua manifestazione clinica, ben altra è prevederne la comparsa e la localizzazione [12]. Nella Terapia Neurale secondo Huneke (TNH) l’identificazione del CdD assume al tempo stesso il ruolo di coronamento terapeutico e di definizione diagnostica del caso clinico nella sua totalità storica. Il frequente riscontro di rivelazione del CdD successivo all’applicazione di AL su cicatrici variamente localizzate ha promosso l’idea che il meccanismo d’azione della terapia risieda nella capacità degli AL di “gettare un ponte” tra tessuti normalmente eccitabili separati da una barriera di campo elettrostatico rappresentato dalla sostanza elettricamente quasi inerte della fibrosi cicatriziale. Si può dire che quest’idea, corroborata anche dalla constatazione di mutazioni trofiche delle cicatrici dopo ripetute iniezioni di AL (ammorbidimento, cambiamento cromatico, riepitelizzazione) abbia costituito indizio forte e, al tempo stesso, ostacolo alla comprensione dei fenomeni sottostanti. Che i processi di trasmutazione tissutale conseguenti a traumi, nella loro complessa partecipazione di fattori neuroendocrini e linfoplasmacellulari, inducano trasformazioni dell’eccitabilità elettromembranosa delle aree interessate è fuor di ogni dubbio (31). Se però ci limitassimo a formulare il fenomeno del CdD quale effetto di una trasformazione locale e irreversibile del campo elettromagnetico tessutale non potremmo invocare il medesimo meccanismo quando esso si manifesta dopo iniezione di AL in sedi somatiche ove eventi patogeni non abbiano generato trasformazioni metaplasiche fibrocicatriziali [19]. Occorre allora accogliere che il CdD possa anche formularsi in aree di disfunzionalità regolatorie, vasogenetiche o anche solo inizialmente neurovegetative subliminari e di intermittenti o subcontinue alterazioni del locale traffico assonale afferente/efferente. Irritazioni odonto-alveolari, peritonsillari, entesiopatie del rachide e articolari, irritazioni viscerali croniche (gastroesofagiti, coliti, cistiti, affezioni disfunzionali utero-annessiali, eccetera) nell’esperienza della TNH sono tutte state segnalate come possibili attivi focolai di CdD la cui individuazione può consentire rilevanti successi clinici. Ciò che appare non sarebbe quindi il semplice effetto di quelle modificazioni del trofismo periferico che talora segnano le vite individuali: è più giustificato pensare alla trasformazione di qualcosa che, piuttosto che dalla periferia somatica in sé stessa, emerga da una sua rappresentazione centralizzata nella mappa somatotopica viscerale. In questa chiave la produzione di CdD che descrivano la strutturazione di percorsi periferici di propagazione neurovegetativa (variamente accidentati da dinamiche di facilitazione/inibizione) più facilmente si accorda con quanto già è acquisito in tema di diffusibilità e sconfinamento di “fenomeni anomali” nella fenomenologia epilettica. La capricciosità delle manifestazioni epilettiche si gioca su relazioni assai definite e discriminative tra corteccia cerebrale e somatotopia sensori-motoria cosciente. Invece nel CdD la rappresentazione centrale della periferia innervata integrata nel dominio spazio-temporale lento e diffuso governato da fibre amieliniche a bassa velocità di conduzione (embricate con fonti di produzione di citochine infiammatorie e fattori di crescita) è certamente il terreno più fertile per l’emergenza dei tanti possibili frutti bizzarri della reticolarità e dell’apparente indeterminazione spazio-temporale nelle relazioni stimolo/risposta (FEF1).

Il grado di complessità che il CdD secondo Huneke ha introdotto nelle speculazioni fisiopatologiche può essere desunto dal numero e dal segno delle diverse definizioni che nel corso del tempo ne sono state proposte. Negli anni Settanta del XX° Secolo l‘Associazione Medica Tedesca di Ricerca Regolatoria e delle Malattie da Focolaio ne propose la definizione istoimmunologica: “alterazione patologica locale nel tessuto connettivo molle in materiale non soggetto a scomporsi autonomamente con il quale le funzioni difensive locali e generali sono in costante conflitto. Cara agli ambienti della medicina energetica è la sua definizione quale “settore dell‘organismo non energeticamente integrato dapprima causa di disordini funzionali e successivamente di danni morfologici. Secondo un’interpretazione cibernetica che allude al Principio di Superadditività il CdD si realizza quando all’interno di un sistema la condizione in un determinato punto diventa decisiva per la condizione di un altro punto. La scuola latinoamericana di TNH ispirata al pensiero di Julio Payán de la Roche lo indica come “una irritazione serbata nella memoria che in un particolare momento può dare luogo a manifestazioni patologiche imprevedibili”. Recentemente, in accordo con il Comitato Scientifico della Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche di Terapia Neurale, la scuola tedesca di Heidelberg ha proposto di indicare il CdD con il termine “Trigger Neuromodulatore”.

Qualunque sia la definizione con cui l‘Utente lo riconosca sta il fatto che il CdD dimora sempre in una formazione reticolare ubiquitaria e funzionalmente aspecifica che negli anni Settanta del Secolo scorso Alfred Pischinger identificò come “Sistema-Ambiente di Regolazione Cellulare di Base” (SARCB) [30] le cui prerogative anatomo-funzionali sono trattate anche altrove in questo stesso sito (09) (20) (31). Si rammenta che nella sua compagine coabitano e interagiscono fluido interstiziale, sostanza fondamentale, elementi connettivali, cellule dell’immunità innata, capillari vascolari e terminazioni nervose libere. Quando abbiamo ragionato di Shock e di Multiple Organ Failure (09) ponemmo maggiore attenzione su ciò che vi accade piuttosto che sui documenti di identità embrio-istologica dei suoi costituenti e ora che torniamo a occuparcene quale teatro di attività responsabili di alterazioni tissutali che assumono ruolo di CdD (in rapporto a circostanze diverse e variabili) torniamo sulle tracce del già menzionato “RAAS-KK-C”: il sistema Renina-Angiotensina-Aldosterone (RAAS) con le sue relazioni funzionali con il sistema Kinina-Kallicreina (KK) e i Fattori del Complemento (C). Si rammenta che il RAAS è un asse regolatorio di fondo filogeneticamente più antico di quello ipotalamo-ipofisario, dal quale è funzionalmente indipendente, che soddisfa la prima esigenza degli organismi multicellulari: l’apporto adeguato di fluido extracellulare associato a una differenza idroelettrolitica che faciliti lo scambio tra compartimenti intra- ed extracellulari. Regolando l’alternarsi della costrizione e della dilatazione del tratto terminale vascolare il RAAS provvede all’apporto fluido locale e, regolando l’attività della muscolatura liscia intravasale, interferisce al tempo stesso nel distanziamento tra gli endoteliociti facendo oscillare continuamente il grado di permeabilità delle biomembrane [40]. Immagini di questo meccanismo sono offerte nel filmato (FEF1). Il RAAS è ubiquitario (come del resto il SARCB in cui dimora) e la sua attivazione può coinvolgere qualsiasi tessuto con conseguente interessamento dell’intero sistema vascolare, del tessuto adiposo e di organi con funzione specifica (reni, polmoni, cuore, encefalo, corteccia surrenalica, testicoli, ovaie, cute, eccetera). Fino a pochi anni or sono esso era considerato un sistema endocrino ma recenti scoperte hanno svelato che i suoi  componenti, prodotti in tutti i tessuti biologici, esprimono effetti paracrini e autocrini [20]. Anche altri attori biomolecolari sono presenti e importanti nella gestione della fisiopatologia del SARCB ma qui non c’è spazio per la loro trattazione.

Il RAAS opera strettamente integrato al Sistema del Complemento (C) e al sistema Kinina-Kallicreina (KK) entrando in gioco in due processi biologici “di base”: l’infiammazione e la coagulazione/aggregazione piastrinica. Essendo necessario alla sopravvivenza di tutte le cellule specializzate d’organo il RAAS-KK-C rappresenta un sistema regolatorio “primario” e pertanto non può che risiedere nell’oceano aspecifico e ininterrotto rappresentato dal SARCB ove partecipa a diversi ordini di fenomeni con ruolo di protagonista. Le componenti del complesso RAAS-KK-C possono influenzarsi percorrendo diversi sensi di marcia e ottenendo effetti di segno opposto. Sul piano della potenza le interazioni tra RAAS, KK e C non sono ordinate gerarchicamente e pertanto l’attivazione di un processo suscitato da uno di essi può venire inibito dall’attivazione di un altro e tutti dispongono di intrinseci dispositivi di autoregolazione inibitoria con cui possono autoestinguersi [35]. Tra i tre sistemi sussistono rilevanti differenze circa il dominio spaziale, cioè l’estensione della loro area di influenza: le attività espresse dal RAAS possono esprimere sia effetti sistemici che effetti locali. Anche il KKS può essere indotto tanto nel plasma (Plasmatic KKS) quanto nei tessuti periferici (Tissue KKS) mentre il sistema del C, parte integrante dell’immunità innata, promuove prevalentemente meccanismi locali di infiammazione e alterazione tissutale [5]. La fibrosi è un processo aspecifico caratterizzato dalla eccessiva deposizione nei tessuti di componenti della Matrice Extracellulare (ME), prevalentemente il collagene. Rappresenta la principale alterazione istologica delle cicatrici quale conseguenza di una risposta evolutivamente conservata al danno tissutale: l’attivazione dei fibroblasti in risposta a stimoli nocivi, a lesioni o a processi riparativi disadattivi. Si tratta di un processo a cavallo tra la Fisiologia (costituisce la premessa indispensabile per la riparazione delle lesioni tissutali) e la Patologia (può svilupparsi diffusamente nel cuore, nei reni, nel fegato, nella cute e in ogni altro distretto somatico riducendone le capacità funzionali per lo più attraverso la diminuzione dell’apporto/utilizzo di ossigeno e di nutrienti). Nella sua patogenesi sono coinvolti numerosi meccanismi di segnalazione cellulare e molecolare. In tutti i tipi di tessuti biologici il RAAS interagisce con la via del Transforming Growth Factor-β (TGF-β) e le modalità di tale interazione possono accendere attività che potenziano o, viceversa, antagonizzano le dinamiche della segnalazione fibrotica [1]. La recente scoperta dell’importanza del complesso RAAS-KK-C nella genesi di patologie cardiache [10], renali [7][24], neurologiche [16], muscolari [11], dermatologiche [38], metaboliche come l’obesità [36] e oncologiche [27][29] stanno trasformando questo fronte di studio in una vasta materia medica spiccatamente trasversale [5][20]. Dopo una sofferenza tissutale numerosi stimoli extracellulari (microvescicole extracellulari, sostanze solubili, proteine della matrice, stimoli meccanici, eccetera) possono attivare i fibroblasti. In ogni distretto somatico la principale segnalazione che suscita la fibrosi prevede la coattivazione del Transforming Growth Factor-β beta (TGF-β), delle “vie di segnalazione Wnt” e dell‘Angiotensina II [41]. Il TGF-β, espresso dai globuli bianchi e dai macrofagi, è una citochina appartenente alla famiglia dei fattori di crescita trasformanti con importanti responsabilità nella regolazione e nella differenziazione delle cellule immunitarie e staminali. Le vie di segnalazione Wnt includono un‘altra famiglia di proteine (evolutivamente molto conservate) con funzioni di trasduzione di segnali che esse inoltrano nelle cellule attraverso i recettori delle loro membrane. L‘Angiotensina II è un ormone organicamente inserito nel sistema RAAS di cui si è già scritto. Ma ora a noi interessano per lo più quelle forme di fibrosi tissutali topograficamente ben localizzate e circoscritte che, per diverse ragioni, possono comportarsi da CdD (da Trigger Neuromodulatore, per aderire alla nuova terminologia). Per comprendere il meccanismo con cui la fibrosi si realizza in un circoscritto distretto somatico può tornare utile quanto viene indicato a proposito della sua distribuzione sistemica nell’obesità. In questa condizione l’accumulo di lipidi si associa al rimodellamento della ME: l‘ipossia locale e l‘infiammazione cronica di basso grado determinate dall’eccessiva deposizione di lipidi ne riducono la flessibilità con accelerazione dei processi fibrotici nel tessuto adiposo [37]. Ma l‘ipossia locale e l‘infiammazione cronica di basso grado sono fenomeni aspecifici conseguenti a ogni forma di sofferenza (anche localizzata) di ogni tipo tissutale e pertanto esse si possono facilmente indicare quali condizioni favorenti la formazione di cicatrici-CdD. In che modo gli Anestetici Locali (AL) possono influire sulla fibrosi cicatriziale modificandone l’architettura e le attività indesiderate? Già nel 1993 uno studio svedese riuscì a dimostrare che gli AL ropivacaina e la lidocaina inibiscono la proliferazione dei fibroblasti umani, delle cellule endoteliali e dei cheratinociti ipotizzando l’esistenza di un meccanismo grazie al quale in particolari circostanze cliniche queste sostanze possono esibire utili effetti anti-iperproliferativi [25]. Un bellissimo studio pubblicato nel 2017 da un team brasiliano di immunologi ricercatori illustra alcune dinamiche biomolecolari di base che, tra l’altro, a livello dell’interfaccia endotelio/interstizio coinvolgono il sistema KK: nei tessuti danneggiati e/o infiammati esso induce la sovraregolazione del recettore “G Protein-Coupled Kinin Receptors“ (GPCKR) [18][35]  ed è noto quanto gli AL abbiano dimostrato di poterne contrastare sia l’espressione che le attività (33)(34)(35). Pertanto non si può escludere che, almeno in parte, l’azione terapeutica degli AL infiltrati nelle cicatrici-CdD possa essere attribuita alla loro capacità di inibizione di tali recettori.

Quando ci siamo occupati di shock e di Multi-Organ Failure abbiamo paragonato il RAAS a un “mostro tellurico” capace di fare tremare la terra sotto i nostri piedi e determinare il rapido crollo di un edificio che fino a un attimo prima era agibile. Volendo ricorrere nuovamente a metafore sismologiche qui, nel caso della cicatrice-fibrosi-CdD, più che di terremoto potremmo pensare al “bradisismo”. A causa delle sue discrete manifestazioni esso non ci procura un immediato allarme: non sentiamo la terra tremare sotto i nostri piedi e non assistiamo al rapido crollo di un edificio ma un piccolo e subcontinuo movimento del sottosuolo mina un po’ alla volta la stabilità di edifici e strutture civili e apre sottili faglie nel terreno. Nel tempo può capitare che al mattino ci accorgiamo di una sottile crepa nel pavimento che la sera prima non c’era o che una o due porte all’interno della casa adesso si aprono, o si chiudono, con difficoltà. Poi con il tempo può anche accadere che si rompa una conduttura dell’acqua procurando un danno circoscritto (l’allagamento di una o più stanze). Ma ancora più in là, una volta che la geometria dell’edificio sia ormai gravemente compromessa da una nuova sollecitazione (l’inaugurazione di una linea sotterranea della metropolitana, ad esempio) potremmo anche vederci costretti a uscire precipitosamente dall’edificio che, con nostra grande sorpresa, viene ora giudicato “pericolante” e “inagibile”. La cicatrice-fibrosi-CdD è allo stesso modo insidiosa e incline a “lavorare nel tempo”: a lungo essa può dissimulare la sua capacità patogenetica grazie ai dispositivi di adattamento plastico dell’organismo e alle attività inibitorie che i sistemi nervoso e immunitario mettono in campo. Quando questi abbiano esaurito la loro capacità di contenimento si rende manifesta la malattia sostenuta dal CdD ma quest’ultimo, in assenza di una accurata anamnesi e di una minuziosa ricerca focale, può restare misconisciuto. Ma in circostanze particolari il CdD rappresentato da un processo cicatriziale può essere svelato anche senza fare ricorso alla “bonifica” mediante applicazione di AL: allorchè per qualche motivo difettino le funzioni dei sistemi inibitori spinali ed encefalici le attività eccito/irritative delle cicatrici-CdD possono manifestarsi in forme persino drammatiche: si invita l’Utente a prendere visione del filmato (FMB).


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