23 Gen 11. Figli e figliastri della Medicina. 1938: Jonas Kellgren scopre il “Referred Pain“. 1940: i fratelli Ferdinand e Walter Huneke scoprono il “Campo di Disturbo”
Claudio Dell’Anna
Nota dell’autore.
Nel corso della lettura è possibile connettersi ad altri settori del sito attraverso numerosi links. Quelli siglati “FTI” introducono a filmati sulle tecniche iniettive qui presentate per dare l’idea della versatilità delle Terapie con Anestetici Locali (TAL). I filmati “FTI” non hanno finalità didattiche poiché sono stati registrati nell’arco di circa un quarantennio e nel tempo alcune tecniche iniettive sono state perfezionate.
Ai nostri giorni l’affidabilità dei farmaci e delle procedure mediche è certificata da metodologie, da molti considerate ineludibili, contemplate nella “Evidence Based Medicine”. Senza negare i vantaggi che queste talora offrono, se altri più flessibili approcci fossero stati del tutto scartati oggi non disporremmo di risorse preziose come il defibrillatore cardiaco. Al proposito proviamo a immaginare il coordinatore della ricerca che illustra ai volontari il metodo del “doppio cieco” con cui intende acquisire risultati non influenzati dalle aspettative dei soggetti coinvolti: “A tutti sarà procurato l’arresto cardiaco ma poi solo la metà di voi riceverà lo stimolo elettrico atto a ripristinare la funzione cardiaca mentre all’altra metà sarà somministrato un placebo. Sia i volontari che i ricercatori rimarranno all’oscuro della composizione dei due gruppi fino alla raccolta finale dei risultati”. La fuga precipitosa dei volontari e la tardiva intuizione del relatore che non tutto può essere validato attraverso un simile protocollo sarebbero due eventi simultanei e facilmente prevedibili. Nonostante l’incompletezza dei protocolli di ricerca (l’assenza di una sperimentazione umana completa condotta con il metodo del doppio cieco) il defibrillatore è oggi un dispositivo salvavita obbligatoriamente presente nei centri sportivi, nelle fabbriche, negli uffici e nelle scuole.
Quando la seconda rivoluzione industriale ruppe l’antico sodalizio tra Filosofia e Scienza la prima venne relegata nelle accademie e la seconda venne incatenata all’imprenditoria. Da allora solo la ricerca “applicata” riceve finanziamenti mentre quella “libera” sopravvive in esigui spazi grazie all’impegno di pochi. Per definizione quest’ultima non conosce l’esito dei suoi sforzi mentre la prima prevede i suoi approdi già appena inizia i primi passi mettendo in atto ogni accorgimento per evitare che il suo percorso inciampi in imprevisti. Questa realtà, per molti aspetti sconfortante, non è tuttavia riuscita escludere dal vocabolario il termine “serendipità”. Esso allude alle circostanze in cui si perviene a una scoperta per caso, per errore o a quelle volte in cui si scopre un oggetto diverso da quello che si cercava. Come già è stato accennato altrove qualcosa di simile si verificò quando la ricerca di un farmaco per le cardiopatie ischemiche condusse al Sildenafil, sostanza con scarsi effetti sul cuore ma con impreviste capacità di curare problemi andrologici. In numerose occasioni la relazione tra la ricerca e il suo incostante frutto (la scoperta) ha imboccato percorsi imprevisti ma solo chi ha avuto occhi per vedere ha potuto approfittare delle circostanze in cui qualcosa di nuovo è giunto inatteso e in mancanza di immediate spiegazioni. Il programma formativo della clinica universitaria in cui operava il chirurgo Ignác Semmelweis indirizzava gli specializzandi dapprima alle esercitazioni autoptiche e poi, nella stessa mattina, al tirocinio in sala parto. I batteri non erano stati ancora individuati ma Ignác intuì che l’incidenza con cui la febbre puerperale flagellava le partorienti dipendeva dal fatto che le stesse mani passavano dalla dissezione dei cadaveri all’apparato riproduttivo di donne vive e vegete. Il suo suggerimento di lavare accuratamente le mani prima di accostarsi alle partorienti raccolse lo scherno dei suoi colleghi accademici, si badi bene, tutti “uomini di scienza”!
Tra gli anni Trenta e Quaranta del XX° Secolo il caso volle che due scoperte di grande interesse per la Medicina venissero compiute quasi contemporaneamente. Esse presentavano aspetti di fortissima consonanza e numerosi contenuti che stridevano con acquisizioni già consolidate. La circostanza merita di essere sottolineata poiché, nonostante i tanti aspetti di analogia, la comunità scientifica attribuì loro un valore assai diverso. Della prima scoperta venne data notizia nel 1938 da un reumatologo britannico pluridecorato dall’accademia del suo e di altri Paesi mentre l’altra venne compiuta appena due anni dopo da due fratelli tedeschi partiti dalla provincia e approdati a Düsseldorf a professare la medicina generalistica. In quegli anni la temperatura delle relazioni internazionali saliva febbrilmente e con gli accordi di Monaco del 1938 i governanti di Francia e Gran Bretagna ritennero ingenuamente che accogliere le rivendicazioni tedesche sulla regione dei Sudeti avrebbe garantito la pace. Poco dopo invece, in spregio per i trattati sottoscritti, le truppe tedesche avrebbero invaso l’intera Cecoslovacchia e successivamente la Polonia. Da poco uscita dalla Grande Guerra l’umanità sarebbe così precipitata nel mostruoso tritacarne della Seconda Guerra Mondiale.
Torniamo alle due scoperte e soffermiamoci almeno per un momento sull’identità degli scopritori. Avere realmente a che fare con la scienza stimola incessantemente la curiosità, attitudine che Vladimir Nabokov omologò al ripudio delle verità dichiarate come definitive. Per il drammaturgo essa corrisponde all’insubordinazione che consenta di pervenire a realtà ancora sconosciute. Esprimendo posizioni analoghe lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia giunse ad affermare di fronte a una scolaresca che l’eresia è di per sé una grande cosa e chi difende la propria mantiene alta la dignità dell’uomo. La straordinaria inclinazione all’eresia esibita dal britannico Jonas Kellgren e dai fratelli tedeschi Ferdinand e Walter Huneke, protagonisti di questo capitolo, si mostrò feconda e innovativa al punto di accendere lumi su aspetti fisiopatologici dapprima ignoti e offrire nuove soluzioni terapeutiche efficaci e sostenibili. Per numerose ragioni tuttavia, quanto all’accoglimento da parte della comunità scientifica, i destini delle loro rispettive scoperte si trovarono a viaggiare su traiettorie assai lontane. Se Gran Bretagna e Germania non fossero entrate l’una contro l’altra in guerra forse i citati studiosi avrebbero potuto incontrarsi e confrontare le rispettive osservazioni ed esse, probabilmente, non sarebbero divenute oggetto di valutazioni tanto difformi.
11a.
Jonas Henrik Kellgren scopre il Referred Pain
Da padre svedese e madre russa Jonas Henrik Kellgren nacque nella contea britannica del Surrey nel 1911. Nel 1934 si laureò presso la University College Medical School di Londra ove si applicò come ricercatore al fianco dell’illustre cardiologo Sir Thomas Lewis. L’inizio della Seconda Guerra Mondiale lo costrinse a interrompere le ricerche e arruolarsi come ufficiale medico nel Royal Army Medical Corps ove conseguì il grado di maggiore. Al termine del conflitto intraprese un nuovo filone di studi sugli effetti delle lesioni dei nervi periferici presso il Winfield Morris Orthopaedic Hospital di Oxford. Nel 1947 fu nominato Direttore del Rheumatism Research Center dell‘Università di Manchester ove si distinse per le ricerche sulla spondilite anchilosante, la gotta e le patologie artrosiche. Nel contrasto delle malattie reumatiche fu tra i primi ad applicare con razionalità protocolli di cura a base di farmaci steroidei, a studiarne i dosaggi, i rischi iatrogeni e gli effetti a lungo termine. Nel corso dei suoi studi sviluppò e perfezionò criteri radiologici, tutt’oggi applicati, per stabilire la gravità e la progressione dell’osteoartrite. Fermamente convinto delle potenzialità diagnostiche dell’Istopatologia, disciplina che in quegli anni registrava importanti progressi, cooptò nelle sue ricerche il patologo accademico professor John Ball. La collaborazione si dimostrò feconda poiché, oltre che alla caratterizzazione istopatologica di numerose malattie reumatiche, nei primi anni Cinquanta del XX Secolo condusse all’identificazione del “Fattore Reumatoide“ che ancora oggi costituisce un elemento importante per la diagnosi differenziale tra malattie reumatiche. Nel 1953 fu nominato professore di Reumatologia a Manchester ove si applicò alla realizzazione di un programma didattico di nuova concezione che prevedeva lo svolgimento di corsi di Reumatologia presso gli ospedali periferici in numerose regioni dell‘Inghilterra. Per i suoi tanti meriti scientifici e didattici venne riconosciuto quale personaggio eminente nel processo di rinnovamento della Scuola Universitaria di Medicina di cui ricoprì il ruolo di preside dal 1968 al 1973.
Kellgren fece parte di quella genìa di studiosi capaci di appassionarsi profondamente ai fenomeni inconsueti, agli eventi che non trovano spiegazione dalla scienza e che sembrano non soggiacere ad alcuna regola nota. Per questo, già quando era attivo come giovane ricercatore presso la University College School di Londra, aveva iniziato a studiare forme di dolore che si manifestavano con modalità insolite. Ebbe la felice intuizione di “incrociare“ le nozioni che aveva appreso sulle lesioni neuroperiferiche e le sue conoscenze reumatologiche auspicando che quella scelta avrebbe potuto condurlo a comprendere “certi dolori dalle strane manifestazioni qualitative e topografiche“ (sic). Nel 1935 durante un esame obiettivo aveva delicatamente sollevato con le dita una plica cutanea nella regione dorsale di una paziente suscitando l’inattesa comparsa di un acuto dolore in uno dei globi oculari. Il dolore cessò pochi secondi dopo la sospensione della stimolazione ma pochi minuti dopo, alla ripetizione della manovra, ricomparve esattamente come prima e anche la ripetizione effettuata un’ora dopo produsse l‘identico risultato. Lo studioso cercò nella paziente quali fossero le basi biologiche di quella “strana relazione“ senza giungere ad alcuna conclusione ma data la rapidità con cui la risposta seguiva allo stimolo suppose che dovesse trattarsi di una dinamica neurale. Con metodo e pazienza iniziò a sottoporre a numerose e varie sollecitazioni un numero crescente di soggetti selezionati tra pazienti e volontari sani e potè accertare che fenomeni di quel genere non erano poi così rari come aveva immaginato. Dopo una leggera sollecitazione meccanica sul tendine achilleo destro un soggetto gli riferì la sensazione di una puntura di spillo sulla scapola controlaterale. Mentre veniva esercitata una moderata pressione sulla fossa epigastrica un altro accusò un fastidioso senso di spinta nel meato acustico esterno. Il leggero sfregamento di una cicatrice chirurgica inguinale produsse in un altro la sensazione di formicolio a carico del terzo superiore dell’omero omolaterale. Assai frequenti erano poi gli errori di riconoscimento del lato ove lo stimolo era applicato: la puntura cutanea su un fianco poteva spesso essere avvertita allo stesso livello ma sul fianco opposto. Senza esito Kellgren consultò anatomisti, neurologi e fisiologi per trovare la spiegazione a quei fenomeni o, per lo meno, un modello generale in cui inquadrarli. Trovare il bandolo della matassa per spiegare quelle strane manifestazioni non sembrava impresa facile e provò a chiedere a colleghi di varie specialità se si fossero imbattuti in simili manifestazioni. Il dottor John Harold Peel, ginecologo di grande esperienza attivo presso il Queen’s College di Oxford, lo informò che alcune pazienti avevano riferito varie forme di dolore in sedi diverse da quelle sollecitate dalla pressione digitale in corso di ispezione vaginale: una donna l‘aveva percepito sul lato opposto della vagina e altre donne a carico di distretti più distanti, per lo più in area addominale o lombare. Inizialmente i colleghi di Kellgren giudicarono priva di interessanti ricadute cliniche quella sua curiosità e vi fu persino chi formulò la previsione che le autorità accademiche lo penalizzassero. In effetti gli sviluppi delle conoscenze sulle funzioni midollari avevano già promosso un rigido modello di “neurologia segmentale“ ed è verosimile che furono i numerosi meriti che già gli erano stati riconosciuti a risparmiargli frizioni con l’accademia.
In quelle manifestazioni dolorose così bizzarre egli riuscì comunque a cogliere alcuni aspetti regolarmente ricorrenti. Anzitutto tra stimoli e risposte non sussisteva alcuna relazione segmentaria tanto che dovette ammettere che almeno in quei casi particolari tutto ciò che aveva appreso sul “segmento spinale“ non risultava di alcuna utilità. Inoltre la ripetizione dell‘esame nello stesso paziente dava luogo a fenomeni analoghi ai precedenti, dato questo che gli suggerì che in alcuni soggetti qualche ignoto attore biologico avesse tracciato “percorsi nervosi aberranti“. Infine non emergeva alcuna regolare analogia di grandezze tra stimoli e risposte: stimoli lievi potevano generare percezioni forti e persino penose e, al contrario, stimoli forti potevano dare luogo a risposte modeste. Dopo numerose osservazioni Kellgren riuscì ad abbozzare alcuni canoni di quel fenomeno che sarebbe divenuto noto come Referred Pain (RP), il dolore riferito, tema sul quale iniziò a pubblicare alla fine degli anni Trenta [53]. Con la collaborazione del su citato professor Thomas Lewis nel 1939 sviluppò per la prima volta un modello sperimentale in cui il RP veniva elicitato mediante iniezioni di soluzione salina ipertonica, procedura già applicata nello studio dei dolori spontanei di eziologia non chiara [64] e le osservazioni che ne trasse suscitarono vivo interesse nella comunità scientifica del suo e di numerosi altri Paesi inaugurando un nuovo corso di ricerche accademiche. Kellgren si spense nel 2002 lasciando una ricca eredità di conoscenze sul dolore ma anche nozioni e congetture sulla fisiopatologia sottostante al RP.
Il termine Referred Pain (RP) indica i dolori che, piuttosto che provenire dalla stimolazione di un nervo, di una radice nervosa, da neuromi o da lesioni di nervi periferici o del Sistema Nervoso Centrale (SNC) si manifestano in distretti somatici distanti dalla sede della stimolazione [9][24][71]. Per quanto da decenni esso sia oggetto di studio molti suoi aspetti fisiopatologici rimangono oscuri [2][14][70][98]. Nelle aree ove il RP viene percepito non di rado si presenta associato a iperalgesia, alterazioni trofiche e/o discromie [9][48][71][96]. Negli anni Sessanta del XX Secolo importantissimi dati sul RP provennero dalle ricerche di James Morgan Hockaday e Charles Walton Whitty, accademici del Dipartimento di Neurologia dell’United Oxford Hospitals. Essi accertarono che generalmente la sede ove il dolore viene riferito può diventare stabilmente dolente quando lo stimolo iniziale, topograficamente distante, dura da qualche tempo e accertarono che in quei casi esso può persistere anche quando lo stimolo che l’aveva determinato sia cessato. Le alterazioni eventualmente associate possono essere soggettive (come l’iperestesia) e/o oggettive (distrofie e discromie cutanee). Non sempre queste si localizzano nel dermatomero corrispondente a quello ove il RP si manifesta e non sempre restano confinate nel suo ambito potendo occupare un’area anche maggiore. A stimoli analoghi per modalità (puntura, sollevamento di pliche cutanee, eccetera) e per sede di applicazione possono seguire forme di RP che esibiscono notevoli variazioni individuali, qualitative e topografiche che Hockaday e Whitty attribuirono a differenze anatomiche nella distribuzione delle fibre simpatiche. Tali variazioni individuali sono comunque state dimostrate nell’uomo ove diverse forme di RP sono state elicitate sperimentalmente iniettando in soggetti sani soluzioni saline ipertoniche nel legamento interspinoso. Ovunque esso si fosse manifestato l’anestesia locale della sede dello stimolo sperimentale scatenante poteva abolirlo rapidamente e, seppure generalmente in tempi più lunghi, potevano scomparire anche le alterazioni oggettive eventualmente associate. Invece l’anestesia locale della sede ove il RP si manifestava non produceva alcun risultato apprezzabile [37]. Queste osservazioni confermarono l’idea che nella comparsa del RP qualsiasi noxa localizzata nella periferia somatica poteva giocare un ruolo determinante. Stimoli sperimentali e occasionali possono mostrarsi efficaci nel generare varie forme di RP ma altrettanto efficaci si dimostrano patologie, lesioni e disfunzioni in tessuti topograficamente prossimi o distanti dallo stimolo e assai variamente correlati a strutture spinali, neuromuscolari o ad altre strutture periferiche [30][66]. La non-linearità dei percorsi nervosi alla base del fenomeno e la sua impredicibilità è emersa anche dall’evidenza che è possibile suscitare sperimentalmente il RP stimolando aree somatiche in soggetti con arti denervati, gravati da lesioni spinali, da avulsione di plessi nervosi e persino da amputazione di arti [74][43][10][24][25]. Per spiegare il background fisiopatologico del RP sono state formulate diverse tesi ma la comunità scientifica, piuttosto che riconoscere piena validità a una sola di esse, si è orientata verso un modello multifattoriale che contempla la coattivazione di diverse dinamiche che le varie tesi hanno proposto. Prima di passare a una loro sintetica esposizione va detto che fino a oggi i soli dati certi sulla patogenesi del RP orbitano attorno ad attività nervose computazionali che si esprimono nei dominii spaziali e temporali delle funzioni nervose come la proiezione, la convergenza e la sommazione temporale [5]. Quest’ultima si verifica allorchè un’alta frequenza di Potenziali d’Azione (PdA) generati nel neurone presinaptico suscita potenziali postsinaptici che vanno ad assommarsi. A tale dinamica elettrofisiologica è riconosciuto un ruolo particolarmente importante nella generazione del RP. In altri settori del presente sito web questa e altre dinamiche nervose importanti per la comprensione del RP e del “Campo di Disturbo” (CdD) dei fratelli Huneke trovano spazio entro file di lettura (31) e filmati (FEF1) (FEF2).
All’inizio degli anni Duemila la prima ipotesi formulata per spiegare la patogenesi del RP prese il nome di “Teoria della Riorganizzazione Corticale” [35][52] e si fondò sulla tesi dell’esistenza di forti analogie tra i fenomeni sottostanti al RP e quelli del dolore dell’arto fantasma. Più accreditata sembra oggi la cosiddetta “Teoria della Proiezione di Convergenza”: la convergenza delle afferenze nocicettive sui neuroni di secondo ordine nel midollo spinale che indurrebbe l’incremento dei fenomeni di plasticità nel SNC sia nel dominio motorio che in quello somatosensoriale. Ciò susciterebbe l’insorgenza di dolore in diversi distretti somatici analogamente a quanto avviene, secondo una immagine suggerita da alcuni degli autori proponenti, nella distribuzione dei segnali nelle linee telefoniche incrociate [36][66][71][77]. La convergenza delle afferenze sensoriali a livello sottocorticale è stata confermata in uno studio su modelli animali condotto nel 2023 che sembra indicare il RP quale effetto della sensitizzazione centrale dei neuroni convergenti [11]. La convergenza dei nervi spinali C1-C3 (ove l’input trigeminale provoca tipicamente emicrania e cefalea cervicogenica) era già stata invocata nel 1998 quale dinamica neurologica responsabile di numerose forme di RP [18]. Secondo il modello della “sensibilizzazione centrale“ il dolore locale attiva stimoli diretti al corno dorsale mentre al tempo stesso si avvìa un processo di sensitizzazione. Il rilascio di sostanze sensitizzanti induce l’apertura di connessioni sinaptiche dapprima silenti nei neuroni che mediano il dolore nell’area di riferimento. Tanto l’eccitazione diretta dei neuroni coinvolti quanto la facilitazione dell’input afferente nell’area di riferimento possono in secondo tempo determinare la percezione del RP [32]. In queste circostanze si abbassa la soglia di attivazione dei neuroni spinali di secondo ordine mentre aumentano i campi recettivi neuronali e i canali NMDA e AMPA. Da parte dei neuroni di secondo ordine avviene il rilascio nello spazio sinaptico di Ossido Nitrico (NO) che eccita i neuroni di primo ordine suscitandovi l’espressione dei neurotrasmettitori eccitatori glutammato e aspartato. Nel 1993 un’altra ipotesi formulata da un team di ricerca nipponico propose che “fibre afferenti dicotomiche” si ramifichino distribuendosi nelle regioni di stimolo primario (o di disfunzione) e nelle aree riferite [95]: eccitate da uno stimolo le fibre afferenti, anche quelle viscerali, innescano l’attivazione di un arco riflesso verso il muscolo attraverso fibre efferenti somatiche. A supporto di questa tesi va segnalato che ricerche anatomofisiologiche hanno individuato “assoni dicotomizzanti” tra disco intervertebrale lombare e regione inguinale [30][86]. Un modello dai contenuti che sembrano ulteriormente convalidare le conclusioni dei ricercatori nipponici è quello del “RP viscerale” (detto anche riflesso viscero-sensoriale): secondo studi molto recenti esso si esprime quale combinazione patologica di percorsi di elaborazione nocicettivi per i neuroni afferenti sensoriali viscerali e somatici [59][66]. In questa luce il RP che compare durante un attacco acuto di colecistolitiasi è esemplare: esso è sostenuto da meccanismi di convergenza viscero-somatica nel SNC così come modificazioni di neuroplasticità centrale bene si prestano a spiegare il quadro sintomatico della sindrome dolorosa post-colecistectomia [92]. Un identico meccanismo può essere invocato anche nelle modificazioni sensoriali nell’area del RP durante l’attacco di appendicite acuta [82][93]. Analogamente a quanto avviene nei RP “somatici” è stato sottolineato come anche in quelli “viscerali” il dolore può essere percepito dal lato opposto rispetto allo stimolo [13]. Un altro dato di estremo interesse è che il RP può provenire dalla sollecitazione di qualsiasi struttura spinale e/o paraspinale [32]: più spesso coinvolte sono le faccette articolari vertebrali [28][69][76], il disco intervertebrale [59], l’articolazione sacroiliaca, lesioni spinali diverse per natura e localizzazione, la stenosi del canale spinale, la spondilolistesi lombare [61][67] e fratture vertebrali traumatiche e osteoporotiche [12][65]. Uno studio coreano del 2024 offre un’interessante mappatura delle sedi somatiche più frequentemente interessate dal RP sostenuto da patologie delle faccette articolari cervicali [99] e un altro studio del 2023 condotto da un team cinese propone che quando si sospetti che il RP derivi da una struttura spinale il blocco con Anestetici Locali (AL) può aiutare il clinico a identificare il focolaio (o la patologia primaria) che lo sostiene [48]. Come è stato anticipato il RP non ricalca aree di pertinenza di specifiche radici nervose e di solito si manifesta dopo che lo stimolo a partenza da un distretto più o meno topograficamente remoto sia persistito per un certo periodo di tempo [16][32]. Diversamente dai dolori radicolari la sede di partenza dello stimolo che sostiene il RP e i confini dell’area interessata sono di difficile individuazione a motivo della compessità dei fenomeni di convergenza dei neuroni afferenti [29][36][53][61] e neppure vengono in aiuto i più moderni studi di imaging (TC, RM, mielografia, eccetera). Anche clinicamente la sede dello stimolo responsabile del RP può risultare di difficile individuazione [36]. Una volta che il RP si sia manifestato esso mostra l’inclinazione a stabilire la propria sede in un particolare distretto [9][16] ma può anche accadere che nello stesso soggetto si sovrappongano manifestazioni di RP di diversa origine rendendo difficoltosa sia la mappatura delle aree riferite che la sede degli stimoli scatenanti [68]. La cifra della difficoltà ad accedere alla soluzione dei problemi che il fenomeno del RP può proporre ci è suggerita dal contenuto di alcuni recenti lavori: “complesso” tanto sul piano delle ipotesi causali che della sua espressività il dolore, piuttosto che come “referred”, è indicato come “Referred/Projected” da una ricerca danese sul dolore persistente successivo a interventi di ernia inguinale [1]. Da rimarcare è che da soggetto a soggetto la stimolazione di un distretto somatico può dare luogo a RP qualitativamente diversi e percepiti in aree differenti e non sussistono dubbi che esso possa trarre origine anche da lesioni presenti in strutture assai distanti dal distretto della sua espressione [79]. Anche secondo studi recentissimi nel dolore, come in altre manifestazioni patologiche, la variabilità individuale costituisce un problema di estremo interesse ancora lontano dalla piena comprensione [40][46][50][55][73].
Il fenomeno del RP ha stimolato ricerche sulle dinamiche alla base dei fenomeni non inquadrabili nella linearità tra stimolo e risposta. Studi statistici hanno rilevato che essi sono tutt’altro che inconsueti e questo ha suggerito la revisione del criterio secondo il quale scientifico è solo ciò che si ripete regolarmente entro condizioni predeterminate. L’Utente che intenda valutare la letteratura medica scaturita dalla scoperta di Jonas Kellgren può sincerarsi della sua ricchezza e della continuità dell’interesse che fino ai nostri giorni ha suscitato nella comunità scientifica.
11b.
Ferdinand e Walter Huneke scoprono il Campo di Disturbo: nasce la Terapia Neurale con procaina
Jonas Henrik Kellgren formò la sua identità professionale quasi interamente nell’accademia medica britannica di cui scalò le vette più alte. I fratelli Ferdinand e Walter Huneke, già prima menzionati per la loro scoperta dell’efficacia terapeutica della procaina iniettata per via endovenosa (e.v.), avevano invece iniziato professando nella Germania del Terzo Reich quella che oggi potrebbe essere equiparata alla Medicina Generalista. E’ verosimile che la differenza della collocazione dei due soggetti nella comunità scientifica abbia avuto un peso sulla valutazione delle loro rispettive scoperte ma anche altri fattori (storici, culturali e assolutamente casuali) che appresso saranno illustrati possono essere entrati in gioco con l’effetto di marcare più nettamente quella differenza.
La Terapia Neurale secondo Huneke (TNH), nata con la loro scoperta del “Campo di Disturbo” (CdD), vide la luce quando nel contrasto di numerose malattie la medicina clinica già vantava in tutto il mondo un’esperienza ultracinquantennale nel campo delle Segmentoterapie con procaina, termine questo coniato dal medico internista di Stoccarda Max Kibler [54], allievo dei fratelli Huneke sin dalla loro scoperta dell’efficacia terapeutica della procaina somministrata per via e.v. I successivi progressi della chimica misero a disposizione dei medici la lidocaina e altri nuovi Anestetici Locali (AL) motivo per cui, piuttosto che quello coniato da Kibler, qui abbiamo adottato il termine “Segmentoterapie con AL” (STAL). Non è superfluo ribadire ancora che da decenni le STAL sono pienamente approvate dalla comunità scientifica, costituiscono materia di insegnamento in corsi di specializzazione accademica in ogni angolo del mondo, argomento di pubblicazione nelle riviste mediche di ogni interesse specialistico e prestazioni terapeutiche erogate dai sistemi sanitari pubblici e privati (06) (07b) (07c). Le STAL prevedono che il circoscritto ambito del “segmento spinale” fosse allo stesso tempo la sede ove le noxae esercitano i loro effetti patogeni e ove si manifesta la conseguente malattia sostenuta da forme di “irritazione nervosa”. Queste ultime possono essere assoggettate a controllo da parte degli AL sapientemente applicati sulle diverse componenti del segmento interessato (nervi, gangli nervosi, cute, muscoli, periostio) in un modello che in molti ambienti medici ha resistito al tempo e alle più recenti evidenze scientifiche giungendo ai nostri giorni come l’unico valido per l’impiego terapeutico degli AL. Oltre che nell’impiego della procaina per via e.v. Ferdinand e Walter Huneke avevano acquisito negli anni anche una robusta esperienza nell’applicazione delle STAL: trattavano le sofferenze epatobiliari con iniezioni nel segmento nervoso corrispondente al fegato, le sciatalgie con iniezioni sul tronco del nervo sciatico o nei muscoli della loggia glutea, gli eczemi con infiltrazioni sottocutanee nel distretto malato spesso registrando rilevanti risultati terapeutici. Però dopo anni di attività essi ancora non riuscivano a comprendere perchè casi apparentemente analoghi a quelli che avevano fornito risposte favorevoli non avevano tratto vantaggio da alcuna forma di segmentoterapia e/o dall’applicazione e.v. di procaina [45]. Una nuova fortunata circostanza offrì loro la possibilità di effettuare un’altra scoperta che chiarì il quesito e rese disponibili nuove grandi opportunità terapeutiche.
Nella primavera del 1940 una donna partita dalla lontana Wrocław si era recata a Düsseldorf presso il loro ambulatorio per cercare la soluzione di una dolorosa artrite comparsa circa due anni prima a carico di una spalla. I sanitari dell’ospedale della sua città già l’avevano sottoposta alle cure che la medicina del tempo poteva offrire e il sospetto che la malattia fosse sostenuta da un focolaio batterico aveva condotto la paziente alla tonsillectomia e all’estrazione di numerosi denti ma senza alcun beneficio. Oltre che le iniezioni e.v. di Impletol (procaina e caffeina) Ferdinand le applicò tutte le forme di STAL che conosceva: le infiltrò con procaina il ganglio stellato, le praticò infiltrazioni intra- e pericapsulari ma tutto risultò infruttuoso tanto che dopo alcuni giorni era sul punto di classificare quel caso come un insuccesso. Era giunto il momento di quella che sembrava dovesse essere una dimissione senza soddisfazione quando accadde un fortunato imprevisto. Trent’anni prima la paziente si era ammalata di una osteomielite a una tibia che le aveva lasciato quale esito una cicatrice che di tanto in tanto tornava a tormentarla con dolore e prurito e fu proprio questo che accadde nell’ultimo giorno della sua permanenza a Düsseldorf. Prima di fare ritorno a casa pensò di chiedere se poteva sperare in qualche beneficio almeno per quell’antico problema. Ferdinand aderì alla sua richiesta e iniettò una piccola dose di procaina nella cicatrice convinto di effettuare una terapia del locus dolendi (la procedura che prevede l’infiltrazione di AL nel distretto somatico ove il paziente lamenta dolore). Con sommo stupore suo e della sua paziente accadde invece che il dolore e la rigidità della spalla che fino a quel momento avevano resistito a qualsiasi trattamento trovarono immediata soluzione [45]. Ferdinand intuì di avere scoperto un meccanismo patogenetico fino ad allora sconosciuto e, allo stesso tempo, un nuovo potente principio terapeutico. Data la rapidità della risposta favorevole egli contemplò la responsabilità nervosa nella patogenesi dell’artrite della donna ma per lo meno due aspetti sollecitarono la sua curiosità. Il primo era rappresentato dalla notevole distanza topografica tra la cicatrice e l’espressione della malattia che, con tutta evidenza, era da essa sostenuta. Altrettanto rimarchevole era la distanza temporale tra la formazione della cicatrice, vecchia almeno trent’anni, e i suoi effetti patogeni comparsi da due anni soltanto. Trovò inoltre sorprendente come la semplice iniezione di procaina in un focus abatterico, quale era quella cicatrice, potesse esprimere tanto potere terapeutico da condurre un quadro clinico a completa risoluzione entro pochi secondi. Abbagliato da quella sorprendente esperienza ed eccitato dalla smania di formulare un’ipotesi che potesse spiegare l’accaduto Ferdinand trascorse quella notte senza prendere sonno. il brevissimo intervallo di tempo trascorso tra l’iniezione di procaina e la risposta favorevole successivamente gli avrebbe suggerito di designare quell’evento terapeutico “Fenomeno del Secondo” (FdS). Era noto che anche le STAL spesso davano luogo a rapide risposte favorevoli ma l’arco riflesso che esse sfruttano risiede nel limitato spazio del segmento spinale che offre ospitalità tanto alla causa-noxa quanto all’effetto-malattia. Dove mai avrebbe potuto localizzarsi il centro riflesso di un circuito nervoso talmente esteso da connettere un focus abatterico situato su una gamba a una sofferenza a carico della spalla controlaterale? Egli suppose che un arco nervoso tanto ampio dovesse avere come centro riflesso il troncoencefalo, come anni dopo dichiarò in un’intervista a un’emittente televisiva tedesca [45]. Da quel momento la sua vivacissima curiosità lo condusse a cercare caparbiamente di comprendere le dinamiche sottostanti a quanto era avvenuto davanti ai suoi occhi. Con la collaborazione del fratello Walter cercò anzitutto di rintracciare il maggior numero di pazienti che non avevano esibito risposte favorevoli alle STAL prima erogate. In quel consistente gruppo di soggetti i due fratelli cercarono minuziosamente tutte le forme antiche e recenti di riparazione cicatriziale presenti sul corpo e, con sistematicità, procedettero a infiltrarle con soluzioni di procaina. In ogni singolo caso i risultati ottenuti vennero scrupolosamente annotati e l’osservazione longitudinale venne mantenuta per un lungo periodo. Le conclusioni a cui pervennero possono essere declinate al tempo presente dato che sono valide oggi come allora. Per quanto di modeste dimensioni, persino se di molto pregresse e anche se ben riparate le alterazioni tessutali di natura infiammatoria, distrofica e/o cicatriziale possono sostenere condizioni diverse di malattia in qualsiasi altro distretto somatico al di fuori di ogni limite topografico segmentale. Non sussiste alcuna proporzione tra la gravità della lesione tessutale iniziale e quella della malattia conseguente e la latenza temporale tra la realizzazione della prima e l’espressione della seconda può variare da poche settimane a molti anni. Qualunque sia stata la sede somatica della lesione tessutale iniziale la malattia conseguente può esprimersi con ogni forma patologica a carico di ogni altro tessuto e organo. Ogni sede somatica istologicamente alterata può mostrare la descritta capacità patogenetica: denti e tonsille che siano stati teatro di pregressi processi infiammatori, cicatrici traumatiche e chirurgiche anche di vecchia data, addensamenti di connettivo formatisi nell’organismo per incapsulare un corpo estraneo e ancora altre forme di alterazione tessutale possono sostenere malattie diverse in qualsiasi distretto somatico esse trovino dimora. La capacità patogena di queste alterazioni istologiche possono suscitare in un soggetto sciatalgie, in un altro emicranie, cervicoalgie o altrimenti disturbi digestivi o respiratori. Il nesso causale si presenta perciò non-lineare e imprevedibile. Due soggetti che, ad esempio, presentino cicatrici apparentemente analoghe di appendicectomia possono sviluppare patologie diverse per qualità e localizzazione mentre, viceversa, più funzioni biologiche possono essere perturbate anche contemporaneamente dalla medesima cicatrice. Da numerosissime osservazioni emerse che la capacità patogenetica delle lesioni cicatriziali può coinvolgere tanto funzioni aspecifiche, come quelle del microcircolo o il trofismo tessutale, quanto funzioni specifiche come la vista e l’udito. Se dette lesioni vengono trattate con AL (secondo alcune fonti non sussistono differenze sostanziali tra la procaina e altri AL) le malattie da esse sostenute possono esibire decorsi favorevoli talora con sorprendente rapidità e stabilità. Ben presto gli Huneke trovarono il modo di verificare se una vecchia lesione tissutale fosse responsabile, o meno, di una malattia attuale: quando il suo trattamento con procaina conduceva a effetti favorevoli se ne poteva concludere che nello stesso momento era stato eseguito un atto diagnostico (l’identificazione della pregressa lesione quale causa della malattia attuale) e un atto terapeutico coronato da un risultato che non avrebbe potuto essere perseguito per alcuna altra via. Pur essendo all’oscuro delle esperienze del britannico Jonas Kellgren di fatto i fratelli Huneke replicarono tutti i suoi tentativi per comprendere i nessi causali osservabili in quelle strane circostanze. Ad esempio, una volta identificata una vecchia lesione che sosteneva un effetto patogeno a distanza, essi provarono numerose volte a trattare con procaina la sede ove l’effetto si manifestava concludendo che quella condotta non dava luogo ad alcuna favorevole modificazione del quadro clinico: per ottenere il risultato occorreva necessariamente trattare la vecchia lesione responsabile della sofferenza suscitata a variabile distanza spaziale e temporale da essa. Tutti quei dati ricalcavano largamente le esperienze che Kellgren e gli studiosi che si erano immessi nella scia delle sue osservazioni avrebbero acquisito sul Referred Pain in quegli stessi anni ma può apparire sorprendente che nessuno dei due fronti di interesse scientifico fosse a conoscenza dell’altro.
Il corpo di evidenze raccolte suggerì agli Huneke che nel sistema nervoso siano operanti dispositivi di memorizzazione, implementazione e ridistribuzione a tutto l’ambito somatico degli effetti irritativi scaturiti da lesioni di ogni natura e localizzate in qualsiasi distretto periferico. L’antropologo amburghese Walter Scheidt, amico degli Huneke e appassionato alle loro ricerche, propose di designare col termine “Nervales Störfeld” (focolaio irritativo nervoso) quei foci abatterici responsabili di malattie a distanza. L’idea piacque ai due fratelli che però preferirono il più conciso termine “Störfeld” (“Campo di Disturbo” = CdD). “Störfeldsuche” è il termine che designò le procedure semeiologiche e di raccolta anamnestica atte all’identificazione dei CdD in ogni singolo paziente e in lingua italiana esso è quasi sempre tradotto come “ricerca focale”. La metodica degli Huneke aveva individuato le pregresse lesioni tessutali come possibili fattori patogenetici mentre precedentemente si riteneva che a generare malattie fossero soltanto i microrganismi, i traumi, gli stati carenziali, le sostanze tossiche, le malformazioni e le neoplasie. Quella scoperta estese enormemente le possibilità terapeutiche degli AL che già da un cinquantennio erano ovunque applicati nelle STAL (i trattamenti e.v. sarebbero stati ancora per anni quasi unico appannaggio degli Huneke e dei medici formati alla loro scuola). Oltre che dai fratelli Huneke, sconosciuti medici “di periferia”, aspetti importanti del potere patogenetico dei processi riparativi tissutali erano stati colti anche da personalità illustri e affermate nel mondo accademico. Il già citato chirurgo francese René Leriche, ad esempio, per via empirica aveva ben compreso che essi possono produrre sindromi dolorose e disfunzionali nel quadro di “irritazioni nervose simpatiche” (sic). Nel suo volume “La Chirurgia del Dolore” asserì che “La cicatrice non è un distretto somatico morto: nella profondità del suo connettivo forme di attività vi permangono indeterminatamente nel tempo dando spesso luogo a manifestazioni inconsuete” [63]. Come vedremo egli però non riuscì a inquadrare quella prerogativa dei processi riparativi tissutali entro il più ampio contesto “ultrasegmentale” in cui gli Huneke riuscirono felicemente a inquadrarli.
Sulla conoscenza dei meccanismi associati alla realizzazione delle lesioni, dei conseguenti processi riparativi e degli effetti che questi ultimi esprimono sulla regolazione neuroimmunologica le scienze della vita hanno nel tempo acquisito una mole immensa di conoscenze molte delle quali aiutano a comprendere le osservazioni dei fratelli Huneke (31) (32) (FEF1) (FEF2). Ora occorreva un termine per designare la metodica. Tra quelli che vennero proposti l’internista prussiano Kurt Rüdiger von Roques, esperto nelle forme di terapia con AL [85] e convinto che la procaina avesse come unico target la materia nervosa, coniò quello che riscosse maggiore fortuna: “Neuraltherapie”. In un capitolo successivo si tornerà a ragionare su quel nome e sul suo significato (13b).
Le tesi formulate dagli Huneke e i fondamenti della loro metodica ben presto si costituirono quale argomento divisivo nella classe medica tedesca: una parte scelse di ignorare la novità, altra parte vi si scagliò contro indicando i due fratelli quali “eretici” meritevoli di emarginazione dalla comunità scientifica ma non furono pochi quelli che vi si appassionarono profondamente anche partecipando attivamente al suo sviluppo. Analizzando il contesto in cui tutto ciò avvenne si rileva che i canoni della medicina accademica del tempo contemplavano la linearità dei nessi causali (la tubercolosi è effetto diretto dell’infezione da bacillo di Koch, lo scorbuto è effetto diretto della carenza di acido ascorbico, eccetera) mentre il CdD indicato dagli Huneke quale fattore patogenetico poteva da caso a caso sostenere patologie anche molto diverse per localizzazione e caratteri qualitivi. Va anche considerato l’entusiasmo suscitato dai veloci progressi della microscopia e della microbiologia: sembrava trovare conforto l’idea che gli unici foci capaci di sostenere patologie a distanza fossero quelli che contenevano cariche batteriche mentre i due fratelli “eretici” ora proponevano che anche i foci abatterici potessero esibire capacità patogene. Già nel 1924 l’anatomista e istologo accademico bavarese Philipp Stöhr Jr (illustre figlio d’arte, dato che anche il padre era stato un valente anatomista e istologo) aveva pubblicato per la casa editrice Julius Springer “Anatomia Microscopica del Sistema Nervoso Vegetativo” in cui sottolineava l’impossibilità di reperire in quel sistema reticolare alcuna soluzione di continuità [94]. Secondo Ferdinand la scoperta del CdD si spiegava solo ammettendo che quella sottile e ininterrotta rete nervosa presente nei viventi e identificata da Stöhr Jr potesse essere pervasa da irritazioni scaturite da qualsiasi distretto somatico, per quanto periferico esso fosse. Dalla sua sede di origine l’irritazione suscitata dal CdD poteva diffondervi fino a colmare notevoli distanze in forza di fenomeni elettrici che egli non riuscì meglio a precisare [45]. Per quanto fossero fondati sulla comprovata pervasività e continuità del Sistema Nervoso Vegetativo (SNV) i suoi argomenti non riuscirono ad avere ragione del profondo radicamento dei principi della medicina d’organo che specialmente l’Istologia Oncologica andava promuovendo con forza sempre maggiore: le specificità istologiche (le differenze nella morfologia dei diversi tessuti) in breve avrebbe assunto una tale importanza da eclissare aspetti pur bene oggettivati di aspecificità incarnati anzitutto dal SNV e dalla matrice extracellulare. Almeno presso chi non ebbe il privilegio di assistere personalmente ai fenomeni curativi degli Huneke gli innegabili vantaggi offerti dal binomio costituito dal modello della medicina d’organo associato alle tecniche di indagine istologica (con l’identificazione delle neoplasie, la possibilità di stabilirne il grado di aggressività, la formulazione di strategie chirurgiche, eccetera) sottrassero facilmente alle tesi degli Huneke il primato dell’attrattività nella comunità scientifica.
I risultati terapeutici dei due fratelli erano verificabili quali innegabili “evidenze” (termine questo molto in voga ai nostri giorni) da chiunque volesse assistervi ma fino a quel momento sul background fisiopatologico del CdD e sul rationale del suo trattamento con procaina erano state formulate solo ipotesi non comprovate da alcun fondato argomento biochimico o elettrofisiologico. Pur se redatta pochi anni prima della loro scoperta del CdD, gli Huneke non conoscevano l’opera di Alexandr Speransky del 1935 “Fondamenti per una Teoria della Medicina” [90] anche perchè a quel tempo in Europa ne circolavano solo poche copie in russo. E’ verosimile che se i risultati delle sperimentazioni dello studioso sovietico avessero goduto di maggiore notorietà probabilmente la loro metodica avrebbe potuto godere di migliore e più precoce accoglienza. Prima di Speransky anche il tedesco Gustav Ricker aveva pubblicato sulla possibilità che nei viventi la “rete nervosa perivascolare” potesse interporre notevoli distanze tra la sede di applicazione degli stimoli e quella ove si manifestano le risposte/noxae [83]. Questo dimostra come al tempo della scoperta del CdD da parte degli Huneke già esistessero argomenti anatomici e sperimentali a suo parziale sostegno. Inoltre in quegli anni un barrage metodologico rendeva difficoltosa la fruizione da parte dell’attività clinica di quanto proveniva dalla ricerca sperimentale a motivo del preciso lascito culturale di Claude Bernard, padre del “Metodo Scientifico” e strenuo difensore del Determinismo in Medicina. Per il fisiologo francese la ricerca sperimentale e l’attività clinica rappresentavano due realtà incompatibili: la prima offriva risultati attendibili grazie alla sua relazione con la Fisiologia, alle condizioni predeterminate in cui si svolgono gli esperimenti e all’applicazione di metodi e misure assunti dalle “scienze esatte” mentre l’attività clinica, per l’estrema varietà delle sue manifestazioni, quasi neppure meritava di essere considerata una disciplina scientifica. In quel contesto culturale gli Huneke osavano nientemeno scavalcare il consolidato modello del segmento spinale, convalidato da ricerche sperimentali a partire dai primi anni del Novecento, e sollecitare l’adozione di nuove forme di Terapia con Anestetici Locali (TAL) supportandole “soltanto” con evidenze empiriche! Con tutti questi ostacoli come fare breccia nella comunità scientifica? Ma c’era dell’altro ancora. L’attribuzione da parte degli Huneke di una così grande responsabilità patogenetica a una diffusa e aspecifica rete nervosa extracellulare entrava in rotta di collisione con il pilastro dottrinario della vigente teoria virchowiana della centralità della cellula. Quest’ultima recitava che le malattie esprimono essenzialmente sofferenze intrinseche alle cellule mentre le perturbazioni esterne a esse costituiscono eventi marginali. Radicatasi con l’avvento della microscopia e delle sue applicazioni a quel modello vanno indubbiamente riconosciuti numerosi meriti, primo tra tutti quello di avere tenuto a battesimo la menzionata Istologia Patologica. Sulle sue spalle grava però anche la responsabilità di avere giustificato una prolungata disattenzione verso numerosi processi extracellulari la cui importanza (non solo per chi professa le TAL) emerge con forza da poco meno di un trentennio grazie anche agli studi sui Canali Ionici (CI) e sui Sistemi Molecolari di Segnalazione, Trasduzione e Trasporto (SMSTT) (33).
Numerosi ostacoli, culturali e metodologici, si misero di traverso sul nuovo sentiero indicato dai due fratelli ma ancora un altro fattore (stavolta legato a una loro lacuna scientifica) avrebbe a lungo contribuito ad aumentare sia la confusione che le critiche. Ferdinand era convinto che la potenza terapeutica della metodica risiedesse nella sua “spinta riaccordante” in soccorso alla naturale tendenza all’autoguarigione. A suo parere la semplice infissione dell’ago già inaugurava l’evento curativo con la rapida soluzione dell’isolamento delle più prossime sottili fibre nervose. La procaina iniettata avrebbe subito dopo innescato un “cortocircuito” capace di eliminare fulmineamente differenze di potenziale elettrico entro ampi settori di SNV. La sollecitazione impressa all’organismo dal cortocircuito permetteva il recupero dell’equilibrio e la corrente poteva tornare a fluire dai tessuti più prossimi a quelli più remoti rispetto al sito di iniezione [45]. L’impressionante rapidità di certi eventi curativi, per l’appunto designati Fenomeni del Secondo (FdS), suggeriva a Ferdinand che la diffusione del flusso di corrente fosse facilitata dall’incremento della permeabilità delle biomembrane indotta dalla procaina ma era quella una visione completamente rovesciata rispetto ai dati scientifici che già al suo tempo emergevano robusti e numerosi. Nel 1947 la casa editrice viennese Springer pubblicò infatti l’opera postuma dell’internista praghese Hans Eppinger “I disordini della della permeabilità come segnale di inizio della malattia” che documentava come l’incremento della permeabilità delle biomembrane piuttosto che facilitare processi terapeutici e/o di autoguarigione (come sosteneva Ferdinand) rappresenta il passo preliminare di numerosissime patologie. Eppinger segnalò inoltre che la possibilità di misurare le differenze di potenziale elettrico in un tessuto patologicamente alterato poteva trasformarsi in una nuova risorsa diagnostica e che la permeabilità membranaria influisce sul potenziale cellulare al punto che quest’ultimo può essere interpretato come misura approssimativa dei suoi disordini [22]. Dall’eccellenza della ricerca farmacologica tedesca emersero poco dopo ulteriori solide prove sperimentali a sostegno della tesi che la procaina esprime effetti terapeutici anzitutto contrastando la permeabilità delle biomembrane piuttosto che favorendola [19][26]. Nonostante tali autorevoli pareri Ferdinand restò fermo sulle sue convinzioni. L’interpretazione rovesciata dei fenomeni biologici connessi all’irritazione nervosa sostenuta dal CdD e all’effetto terapeutico degli AL si è mostrata dura a morire tanto da persistere fino a oggi in alcune rappresentazioni della TNH offerte da fonti scientificamente alquanto deboli. Vi fu luogo anche per altre interpretazioni come quella che prevedeva che la cicatrice che funge da CdD “interrompe la conduzione nella rete nervosa rendendone fallace il pilotaggio delle funzioni biologiche”. Secondo questa versione naїve gli AL si presterebbero quale provvidenziale “ponticello” (oggetto familiare agli elettrotecnici) ripristinando il flusso della conduzione dello stimolo ove questo era stato interrotto!
Tra i due fratelli Ferdinand fu decisamente il più attivo e, inevitabilmente, quello maggiormente oggetto tanto di stima quanto di critiche. Al tempo della sua scoperta del CdD le conoscenze fisiopatologiche non conducevano ad alcuna esauriente spiegazione per quei fenomeni curativi ottenuti con la procaina dalla cui osservazione quotidiana restava profondamente impressionato. Con la sua fervente impostazione religiosa commista a princìpi di Romanticismo Tedesco concernenti la vita e la natura egli si avventurò più volte a trovarne la spiegazione in categorie metafisiche spesso così esponendosi ad attacchi anche feroci. Nel 1962, a conclusione di un’intervista concessa a una rete televisiva bavarese, ebbe a dire che “nell’arte curativa viviamo la reale esistenza di forze creatrici” e citò il suo amico Eugen Fischer che aveva definito il Fenomeno del Secondo (FdS) “un evento spirituale in cui l’esistenza di forze metafisiche viene a rappresentarsi sperimentalmente”. Simili sostenitori, che Ferdinand non di rado citava a sostegno delle sue tesi, non sempre gli attrassero simpatie. Ad esempio Eugen Fischer (originario di Karlsruhe, antropologo e medico) non poteva vantare un curriculum trasudante serietà scientifica: durante il Terzo Reich aveva formulato concetti di mistica nazista adducendo argomentazioni biologiche farneticanti che, tuttavia, erano in qualche modo riuscite a dare impulso a esecrabili programmi di eugenetica. Al fine di fornire spiegazioni al FdS Ferdinand si lanciò più volte in acrobatici accostamenti tra categorie metafisiche e creazionistiche frammiste ad altre più familiari alla comunità scientifica. In un’altra comunicazione dichiarò: “Osservazioni decennali permettono ormai di riconoscere univocamente che si ha a che fare con un fenomeno, in linea di massima di natura fisica, che si manifesta grazie alle attività elettriche del Sistema Nervoso Vegetativo. Quest’ultimo è dunque il portatore delle forze creatrici. Il sito dell’iniezione è decisivo per conseguire il successo. Si tratta di un colpo al globale sistema del vivente paragonabile a un appello alle forze autocurative latenti nell’organismo” [45].
La solida struttura etica dei fratelli Huneke li aiutò a sopportare il quotidiano impegno della strenua difesa delle loro osservazioni e le inevitabili frizioni conseguenti alla loro pubblica esposizione. Come già avevano osato quindici anni prima con la scoperta dell’efficacia terapeutica della procaina per via e.v. essi nuovamente tornarono a invitare nel loro ambulatorio medici di ogni ordine e grado per dare loro modo di osservare l’effettività del CdD e l’esperienza particolarissima del FdS. Non va sottostimato che la scoperta del CdD cadde nel 1940 quando il Secondo Conflitto Mondiale era iniziato solo nel settembre dell’anno precedente: certo non era un momento favorevole per i confronti scientifici e necessariamente in una prima fase la notizia della nuova metodica si diffuse quasi esclusivamente entro una cerchia piuttosto ristretta di medici tedeschi. Poi pian piano, all’invito degli Huneke e sollecitati dalla notizia che circolava sulla scoperta del CdD e sulle guarigioni con procaina, medici provenienti da ogni angolo della Germania, dell’Austria e della Svizzera vollero conoscere la forma di medicina che si professava nel loro ambulatorio che per l’occasione era stato adeguato ad accogliere numerosi osservatori. Tra i tanti che accettarono l’invito alcuni inizialmente parteciparono con la previsione che avrebbero assistito al suicidio professionale dei due fratelli ma poi, di fronte alle evidenze, si ricredettero pubblicamente. Ben presto apparve a tutti con chiarezza che l’efficacia delle infiltrazioni di procaina era sede-dipendente piuttosto che dose-dipendente: per quanto alto fosse il dosaggio di procaina somministrato non trattare il CdD responsabile della patologia non dava luogo ad alcun effetto favorevole. Invece negli esigui dosaggi di procaina che iniettati “nella sede giusta” potevano suscitare risposte terapeutiche importanti e durevoli si manifestò una clamorosa deroga al noto principio della Farmacologia che prevede che gli effetti biologici siano legati alle dosi e al tempo di somministrazione. Questa “eresia” suscitò da parte del Direttore dell’Istituto di Farmacologia dell’Università di Göttingen, il professor Ludwig Lendle, un moto di scherno nei confronti degli Huneke: senza sollevarsi dalla sua poltrona accademica per constatare di persona l’efficacia della bonifica dei CdD mediante procaina, Lendle dichiarò che i risultati ottenuti non potevano che essere frutto di immaginazione e che il numero e la diversa qualità delle malattie indicate al trattamento suscitava fondati sospetti di panaceismo [62]. Occorre considerare che la Biologia Molecolare (BM), che tanto avrebbe contribuito alla comprensione degli effetti terapeutici degli AL, era ancora lontana dall’affacciarsi sulla scena e che la Medicina di quegli anni si fondava su canoni molto semplificati largamente formulati sul cosiddetto effetto Penicillina: in pratica poca attenzione era riservata ad altro che non fosse il batterio e la sua aggressività, l’ospite e la sua fragilità e l’antibiotico con le sue capacità salvifiche. Il professor Ludwig Lendle non fu il solo a stracciarsi le vesti di fronte al metodo Huneke: i medici Gustav Bodechtel e Arthur Jores, anch’essi troppo impegnati per recarsi a verificare personalmente quanto accadeva nell’ambulatorio di Düsseldof, giunsero ad accusare i due fratelli di carpire la fiducia degli ingenui con il ricorso a dinamiche suggestive [8][49]. A simili giudizi calunniosi Ferdinand (riferendosi al suo primo FdS esibito dalla menzionata donna di Wrocław) obiettò quanto improbabile fosse che l’iniezione di procaina nel ganglio stellato, generalmente vissuta dai pazienti con trepidazione, non avesse suscitato alcun effetto suggestivo in lei che ancora nutriva aspettative di guarigione mentre un’iniezione in un distretto così remoto e con il solo dichiarato intento di lenire un dolore distante dalla spalla avrebbe guarito quest’ultima “per suggestione” [45].
La gran parte di chi si recò nell’ambulatorio degli Huneke rimase impressionata dall’efficacia della metodica e dal numero e dalla varietà delle indicazioni: si passava da malattie segmentarie (prevalentemente esiti di traumi o di infezioni/infiammazioni locali) a malattie infiammatorie sistemiche come le poliartriti. L’evidenza che vecchie cicatrici potessero esibire capacità così perturbative suggerì che era stato scoperto un meccanismo patogenetico nuovo. In molti non si fecero disorientare dalle spiegazioni metafisiche di Ferdinand e, attraverso riflessioni più laiche, cercarono piuttosto un codice interpretativo coerente con categorie scientifiche a quel tempo già note. In questo senso merita di essere segnalata la dichiarazione del ginecologo accademico Erich Mink, sincero estimatore degli Huneke, che dichiarò che quella del CdD doveva essere a buon titolo considerata “una scoperta cibernetica ante litteram” in quanto precedente al riconoscimento della dignità di disciplina autonoma alla “scienza del pilotaggio”: piuttosto che la capacità offensiva di aggressori esterni l’evidenza del CdD suggeriva l’importanza dell’informazione biologica e delle sue aberrazioni nelle dinamiche fisiopatologiche del “sistema-vivente” [72].
Conclusa la Seconda Guerra Mondiale aumentò per gli Huneke la possibilità di organizzare conferenze sulla loro scoperta. Il vivace confronto che si accese sul significato del CdD e sull’efficacia della procaina condusse finalmente i due fratelli ad ammettere di non poterne vantare la piena comprensione. Tuttavia, avendone intuito l’enorme importanza, essi tentarono di sollecitare nella classe medica attività di ricerca chiedendo alle autorità accademiche di assolvere al compito che la società assegna loro. In una comunicazione pubblicata postuma nel 1970 Ferdinand così si espresse: “A permetterci di conseguire questi straordinari risultati terapeutici furono circostanze casuali e non poco faticoso è stato raccogliere tutte quelle osservazioni e sistematizzarle come meglio abbiamo potuto. Noi abbiamo raccolto dati e avanzato ipotesi ma ora vanno trovate spiegazioni: è il momento che la parola passi agli scienziati!” [45]. E’ verosimile che il passo indietro di Ferdinand rispetto alle sue precedenti aperture ad argomentazioni metafisiche e creazionistiche abbia favorito, come vedremo qualche riga più in basso, un più largo contatto con la classe medica e il “reclutamento” di numerosi scienziati e accademici alla sua straordinaria avventura scientifica.
Nel 1950 dietro la pressione di pazienti organizzati in comitati di sostegno e di numerosi medici coinvolti nel percorso scientifico degli Huneke per la prima volta si presentò l’opportunità di sottoporre la metodica al giudizio di una commissione ministeriale che stabilì la sua sede nell’Università di Francoforte. Coordinatore e moderatore dell’evento fu il professor Curt Scheidt, odontoiatra e chirurgo maxillo-faciale originario di Amburgo, autore di numerosi articoli scientifici e di un testo universitario di Ortodonzia [87]. Scheidt aveva frequentato a lungo l’ambulatorio degli Huneke e nutriva grande ammirazione nei loro confronti. Mentre Walter era rimasto a Düsseldorf a garantire ai pazienti la continuità delle cure la commissione sottopose a Ferdinand ventinove casi di malati che avrebbero dovuto essere trattati e osservati entro ventiquattro ore. Ferdinand ne escluse subito sei poiché sofferenti di problematiche carenziali non suscettibili di miglioramento se non con l’integrazione del principio carente. Dei restanti ventitrè pazienti sottoposti al trattamento diciassette risposero favorevolmente manifestando numerosi FdS. Dopo simili risultati sarebbe stato lecito immaginare l’accoglimento del Metodo Huneke nei programmi di ricerca e nei servizi di sanità pubblica ma, con stupore e delusione anche dello stesso professor Curt Scheidt, nulla di questo avvenne: pur senza negare l’evidenza dei risultati esibiti da Ferdinand la commisione ammise di non riuscire a spiegarli con le conoscenze scientifiche di cui disponeva. Composta da personalità della medicina accademica, essa mostrò una dogmatica intransigenza che sfociò in un opaco inadempimento ai propri obblighi professionali ed etici. In un secondo tempo lo scandalizzato professor Curt Scheidt sostenne pubblicamente che ignorare i risultati terapeutici esibiti da Ferdinand perché non rientravano nei canoni della medicina accademica era stato un insulto all’idea stessa di scienza: “La commissione avrebbe dovuto tentare di spiegare cosa si cela dietro quei fenomeni piuttosto che ignorarli manifestando comportamenti tipici dei più ottusi tra i preti di campagna” [45].
L’archiviazione del “fascicolo Neuralterapia” da parte della commissione di Francoforte non fermò lo sviluppo e la diffusione della metodica. Appassionato allievo dei fratelli Huneke è stato il medico austriaco Peter Dosch. Più di altri egli ha avuto il merito di diffondere nel mondo la conoscenza del loro metodo attraverso il suo manuale tradotto in numerose lingue [17], più volte aggiornato e attraverso numerosi articoli pubblicati per lo più tra gli anni Sessanta e Settanta [17]. Alla memoria del “vecchio leone” (come affettuosamente qualche allievo lo chiamava) provo tutt’ora riconoscenza per le nozioni teoriche e pratiche che mi trasfuse. Anche per merito dei suoi corsi e delle sue numerose pubblicazioni quella preziosissima materia medica riuscì a sottrarsi all’oblìo in cui aveva rischiato di scivolare.
Il corso del pensiero fisiopatologico che si è affermato negli ambienti della TNH è stato fortemente connesso allo stato delle conoscenze scientifiche che nel tempo si sono avvicendate. All’inizio dell’avventura dei due fratelli chi si applicò alla comprensione del background del fenomeno biologico rappresentato dal CdD si rivolse a ciò a quel tempo emergeva sulle caratteristiche fisico-elettriche delle cellule nervose. Nel 1936 lo zoologo britannico John Zachary Young aveva scoperto l’assone gigante di calamaro che era stato assunto come modello per lo studio delle attività elettriche delle “cellule eccitabili” [100]. Un anno dopo due suoi connazionali, Alan Lloyd Hodgkin e Andrew Fielding Huxley, iniziarono a registrare gli eventi bioelettrici delle membrane cellulari e ad accumulare un patrimonio di conoscenze elettrofisiologiche [38][39] e i medici applicati alla TNH della prima ora cercarono di assumere quanto più possibile da quel nuovissimo filone di ricerche. In “Lehrbuch der Neuraltherapie nach Huneke” di Peter Dosch, il primo trattato sul tema le cui edizioni iniziarono nel 1964 per concludersi nel 1995 e che per molti anni ha goduto dell’apprezzamento dei medici interessati alla materia, venne proposto il seguente modello. La cellula quiescente esprime un Potenziale di Membrana (PdM), o Potenziale di Riposo, generalmente oscillante tra -70 e -90 millivolts (mV) mentre quando essa si attiva la membrana passa a uno stato di depolarizzazione per l’ingresso di ioni Na dall’ambiente extracellulare che genera un Potenziale di Azione (PdA) con incrementi che raggiungono i +30+50 mV e oltre. Grazie all’attività della pompa sodio/potassio, che con dispendio energetico ristabilisce la precedente distribuzione di ioni, la membrana cellulare torna rapidamente al PdM. Stimoli nocivi possono privare la cellula della capacità di mantenere il fisiologico PdM facendola permanere in uno stato di depolarizzazione intermedio tra i potenziali tipici del PdM e quelli del PdA [17]. Dal punto di vista elettrofisiologico il CdD scoperto dagli Huneke venne pertanto contemplato quale sede di uno stato di depolarizzazione/subeccitazione che la procaina poteva correggere inducendo una iperpolarizzazione. Seppure di breve durata si ipotizzò che la ripolarizzazione così generata si risolve lasciando le membrane cellulari con valori di polarità superiori alle precedenti. Secondo questo schema la ripetizione delle iniezioni di AL incrementa di volta in volta il potenziale tanto da ricondurlo entro valori fisiologici fino a quando gli intrinseci meccanismi di regolazione cellulare, se il danno sofferto può consentirlo, recuperano la capacità di mantenerlo autonomamente. La cellula nervosa restava il bersaglio della procaina anche se, al netto di differenze della risposta sul piano del dominio temporale, venne suggerito che le citate prerogative elettrofisiologiche potevano essere riconosciute anche ad altre famiglie cellulari. Pertanto il CdD poteva essere bonificato in qualsiasi tessuto si fosse realizzato e venne così spiegata anche la varietà dei tessuti biologici sensibili al trattamento [17]. In sostanza fu proposto un modello di malattia il cui cardine era rappresentato dalla sofferenza elettrofisiologica idiocellulare passibile di correzione mediante applicazione sulle biomembrane dell’AL procaina. Questa versione, che aderisce alle conoscenze degli anni Cinquanta-Settanta del XX° Secolo, semplifica l’elettrofisiologia cellulare riducendola a un meccanismo “on-off” ed esponendo la TNH al rischio di una contraddizione teoretica. La metodica è infatti storicamente incardinata alla critica della virchowiana teoria della centralità della cellula a favore della “Relationpathologie”: la “Patologia di Relazione” sostenuta da Ricker, Speransky e Pischinger che induce a volgere lo sguardo all’ambiente extracellulare. Il modello proposto sembra invece condurla alla riproposizione della contestata “centralità cellulare” che, in questo caso, assume caratteristiche marcatamente bioelettriche piuttosto che chimiche o istologiche. Indugiando su questo punto si percepisce che dal testo “Lehrbuch und Atlas der Neuraltherapie nach Huneke”, redatto nel 2003 dal professor Hans Barop, già non traspare piena consonanza con quella versione tanto che nel capitolo “Teoria e basi del Campo di Disturbo” non si fa cenno a specifici potenziali bioelettrici. In particolare nel paragrafo “Interruzione dello stimolo, spegnimento del Campo di Disturbo” Barop si limita a segnalare che nelle cicatrici che realizzano il CdD i valori incrementati della resistenza elettrica cutanea si normalizzano con l’infiltrazione di AL e, oltre all’interruzione della stimolazione simpatica afferente, si stabilizzano le membrane di tutte le cellule responsabili dell’infiammazione aspecifica con inibizione del rilascio dei neuropeptidi e di altri mediatori proinfiammatori. In sostanza già Barop non menziona alcuno “stato di depolarizzazione” che costituisca il bersaglio della correzione terapeutica. Inoltre alla regolazione indotta dall’AL si riconosce il merito di comprendere un insieme di cellule in cui è inclusa anche la ricca compagine che fa da contorno alle cellule nervose e ad altre cellule parenchimatose funzionalmente specializzate [6]. Dal testo si evince inoltre che all’epoca della sua redazione erano divenute note numerose interazioni neuro-immunologiche alla base delle principali dinamiche dell’infiammazione neurogenica e di alcuni meccanismi del dolore che al tempo delle pubblicazioni di Dosch ancora non erano disponibili. I termini “stato di depolarizzazione/stato di ripolarizzazione” suggeriscono l’idea che le cellule nervose funzionino come dispositivi on/off: in posizione “on” si attiva qualcosa che in posizione “off” diviene inerte. Invece nei sistemi biologici non esiste oggetto che, in ogni momento del suo ciclo vitale, possa essere considerato inerte. Se non altro per il fatto di interfacciarsi rispetto a sistemi adiacenti persino i residui tessutali dei processi di differenziazione cellulare (cicatrici, fibrosi, gliosi) continuano incessantemente a esprimere attività elettrochimiche nell’ambiente in cui sono immersi. Globalmente le cellule sono unità di trasduzione tra eventi biochimici ed eventi elettrici ove la massima espressione di tale funzione risiede nell’interfaccia tra ambienti biochimici adiacenti rappresentata dalla membrana semipermeabile. La registrazione della Differenza di Potenziale (DdP) della membrana semipermeabile corrisponde al livello di voltaggio di quest’ultima, ossia all’intensità di corrente pronta ad attraversare perpendicolarmente la membrana non appena i Canali Ionici (CI) che mantengono la DdP si aprono. Quindi la “scarica elettrica”, cioè la depolarizzazione, rappresenta l’attività biologica della cellula e, al tempo stesso, il presupposto per la sua estinzione: se non fossero sempre attivi fattori correttivi “antientropici” (i sistemi di pompa elettrogena generati dall’energia biochimica ATP-dipendenti) la scarica che attraversa la membrana semipermeabile perderebbe rapidamente la propria precondizione funzionale. Più che con un meccanismo on-off un paragone più calzante della funzione della pompa elettrogena può essere stabilito con l’autoclave poiché questa, seppure con modalità variabili, garantisce attività costanti. L’unico vero stato “off” osservabile nei sistemi biologici è la morte cellulare ma essa corrisponde all’ineluttabile perdita di tutte le sue funzioni. Pertanto nel sistema nervoso, campione nell’attività di produzione di eventi puramente elettrochimici ove la generazione di corrente è materia di continua elaborazione computazionale, non può esistere uno “stato di depolarizzazione” o “di iperpolarizzazione”: piuttosto, distribuite in una estesa e interconnessa mappa anatomo-funzionale, esistono aree coinvolte in diversi pattern di scariche (“firing”) la cui riserva funzionale è garantita dal fondo dell’attività delle pompe ATP-dipendenti ma la cui distribuzione spazio-temporale è definita da mutevoli soglie di depolarizzazione (30e). Pertanto ciò che chiamiamo “eccitabilità” altro non è che la variazione della soglia di depolarizzazione di ciascun punto della mappa neuronale a cui corrisponde la capacità di produrre firing. Tra le principali funzioni del sistema nervoso v’è dunque quella di produrre firing ed è rimarchevole la capacità che quest’ultimo esprime nell’influenzare se stesso attraverso la variazione puntiforme della soglia di eccitazione delle membrane. Questa capacità di autopoiesi del firing trova la sua massima espressione nella fisiologia dei Canali Ionici (CI) “voltaggio dipendenti” le cui prerogative funzionali sono illustrate nel paragrafo dedicato alle biomembrane e ai suoi annessi (33).
Nel 1957 a Bad Pyrmont, in Bassa Sassonia, nasceva la “Internazionale Medizinische Gesellschaft für Neuraltherapie nach Huneke” (IGNH) (Associazione Medica Internazionale per la Neuralterapia secondo Huneke). Nell’atto di fondazione si legge “Oggi, 20 marzo 1957, si riuniscono a Bad Pyrmont il dottor Ferdinand Huneke di Düsseldorf, ideatore della Neuralterapia, e alcuni professanti la sua metodica. Si avverte la necessità di collegare i medici professanti la Neuralterapia di tutto il mondo in un’associazione che permetta lo scambio di idee e di esperienze e per aumentare la possibilità di diffusione di questa nuova metodica terapeutica…”.
Dal 1957 ogni anno si tiene un convegno di TN delle Società Tedesca e Austriaca (generalmente a Freudenstadt, nella Foresta Nera) e periodici congressi internazionali in Messico, Turchia, Spagna, Colombia, Guatemala, Ecuador, Argentina e Cuba. In anni recenti in numerosi Paesi sono sorti istituti universitari di TNH molto attivi dal punto di vista della produzione scientifica e della formazione e da alcuni anni, grazie all’impegno formativo e organizzativo della società scientifica “Neuralia”, anche l’Italia ospita importanti congressi internazionali.
Oggi in tutto il mondo i medici professanti la TNH che abbiano ricevuto un’adeguata formazione sono in grado di impiegare gli AL a scopo terapeutico come terapia sistemica (prevalentemente per via e.v.), nella forma della terapia del locus dolendi, della terapia segmentaria e della terapia regolatoria mediante “bonifica” del CdD. L’apporto di studiosi che hanno prestato il loro ingegno all’arricchimento della metodica è riuscito a sviluppare attorno al patrimonio dei due fratelli contenuti scientifici al passo con le più aggiornate nozioni neuro-immunologiche. Ferdinand scomparve 74nne nell’estate del 1966 e il fratello Walter lo seguì nel 1974 senza che alcuno dei due abbia avuto la possibilità di vedere la loro metodica pienamente riconosciuta dalla comunità scientifica.
Torniamo ad alcuni passi cruciali nello sviluppo della TNH. In tutta una prima fase i due fratelli postularono che il meccanismo patogenetico che avevano scoperto contemplasse necessariamente che un unico CdD fosse, da caso a caso, responsabile di malattie numerose e varie. Tuttavia con l’accumularsi delle esperienze essi stessi e numerosi altri collaboratori compresero che quasi sempre più CdD possono partecipare, seppure con differenti gradi di responsabilità, alla genesi di numerose patologie. In questa luce venne presa in grande considerazione l’opera di Speransky in cui diversi quadri morbosi sperimentali si esprimevano dopo una successione temporale di noxe (“dopo che a un primo colpo ne seguiva un secondo” (sic) [90]. Successivamente la letteratura si arricchì di ulteriori dati sui meccanismi di cumulo lesionale e di sommazione degli stimoli la cui conoscenza continua tutt’oggi a essere perfezionata dai progressi di tutte le scienze della vita. Sulla molteplicità e la variabile distribuzione nel tempo di CdD capaci di esprimere effetti patogenetici si espresse l’olandese Harry Lamers. Appassionato studioso dei meccanismi sottostanti alla TNH egli fu insigne accademico della Facoltà di Biologia Cellulare Molecolare dell’Università di Utrecht [60]. Alla composizione sistematica della questione della multifattorialità nella genesi delle malattie sostenute da CdD partecipò anche Felix Perger, accademico reumatologo del Ludwig-Boltzmann-Institut für Rheumatologie di Vienna. Nel suo articolo del 1990 dal titolo “La sommazione degli stimoli nel Sistema di Regolazione di Base” sottolineò come raramente (ad esempio nei traumi cranici) sia una sola causa a generare alterazioni delle funzioni regolatorie e difensive: la maggior parte di esse consegue generalmente a ripetute sollecitazioni associate a noxae di diversa natura che sommano i loro effetti nel Sistema di Regolazione di Base identificato dall’istologo austriaco Alfred Pischinger (31). In quella realtà funzionalmente aspecifica tutti gli stimoli suscitano lo stesso tipo di risposta facilitando il fenomeno delle sommazioni. Perger rammentò che ciò è esattamente quanto accade anche nella seconda linea di difesa corrispondente al sistema immunitario: manifestazioni come lo shock anafilattico si esprimono infatti solo quando esso sia già sensibilizzato da una sollecitazione precedente a quella che in un tempo successivo è capace di elicitarlo [78].
Importanti progressi sulla strada della legittimazione scientifica del metodo Huneke furono conseguiti anche grazie all’obiettivazione strumentale di disordini funzionali e del ripristino di condizioni fisiologiche dopo il trattamento con AL del CdD responsabile. Tra i primi a studiare con sistematicità la possibilità di monitorare strumentalmente gli effetti della bonifica del CdD con procaina fu il professor Alfred Stacher [91]. Negli anni Sessanta-Settanta del XX Secolo su questo fronte di ricerca si distinse anche il professor Reinhard Emich, Primario di Medicina Interna presso l’Ospedale Evangelico di Vienna. Egli sottolineò l’importanza della perturbazione del microcircolo sia quale effetto/espressione dell’attività dei CdD sia quale oggetto di monitoraggio per valutare la severità del quadro morboso e la sua evoluzione a seguito delle terapie con procaina. Attraverso misure strumentali comprovò che non solo le cicatrici superficiali ma anche organi disfunzionanti possono fungere da CdD generando manifestazioni segmentarie o generali e che i CdD nell’area del cranio, del cavo orale e del collo risultano al primo posto quanto a capacità perturbativa. Emich concepì un oscillografo che faceva scattare la registrazione solo nel momento in cui si manifestavano modificazioni del diagramma evitando così una inutile registrazione continua. Nei suoi studi si avvalse di un elettroencefalografo a due canali (frontobasale bilaterale), di un elettrocardiografo per la valutazione delle variazioni dell’intervallo R-R e di un reografo [21]. Nello stesso ambito di interesse si distinse anche il professor Otto Bergsmann, internista e primario pneumologo presso l’Università di Vienna e direttore di un grande sanatorio dedicato alle malattie respiratorie. Egli concepì una strumentazione elettrofisiologica, l’impulsodermografo, che rilevando differenze di potenziale elettrico tra diverse aree della cute offriva una misura del grado di severità delle condizioni morbose e le modificazioni del loro andamento quando erano sottoposte al trattamento con AL [7]. Sul piano dell’obiettivazione strumentale della TNH vennero successivamente registrati ulteriori passi avanti ma in questa sede non c’è spazio sufficiente da dedicare loro.
In tutte le sue varianti (“bonifica” del CdD, segmentoterapie e iniezioni e.v. di procaina) la professione della TNH sollevò numerose questioni e, tra le più importanti, se essa potesse deprimere le capacità difensive del Sistema Immunitario (IM). Pur senza riscontri clinici o sperimentali non pochi sostennero infatti che ridurre nei tessuti la sensibilità e il dolore mediante l’applicazione di AL “logicamente” non poteva che indurvi la diminuzione delle fisiologiche risposte di allarme di fronte alle aggressioni batteriche rendendoli più esposti a complicanze di natura settica. Tuttavia nel corso dei trattamenti sia gli Huneke che i medici formati alla loro scuola poterono talora osservare l’inibizione di processi morbosi su base sicuramente infettiva ma anche la più timida formulazione dell’ipotesi che la procaina potesse esprimere effetti antibatterici sollevava regolarmente vivaci contestazioni e la mantrica accusa di panaceismo. Va tenuto conto del fatto che, inaugurata nel 1910 con l’antiluetico Salvarsan e progredita nella marcia trionfale che tra gli anni Trenta e Quaranta avrebbe offerto dapprima i sulfonamidici e successivamente la penicillina, la strategia di contrasto alle infezioni batteriche aveva imboccato la strada della moderna antibioticoterapia sul cui percorso gli AL erano percepiti quali “corpi estranei”. Ciò nonostante nel corso del tempo ovunque gli AL venissero impiegati, tanto per fini anestesiologici che terapeutici, continuavano a verificarsi sporadiche osservazioni sulla loro efficacia antibatterica senza che alcuna robusta evidenza prestasse soccorso alla formulazione di una tesi compiuta. Finalmente nel 1970 una fortunata combinazione di studi statistici e competenze infettivologiche fece emergere che dai campioni prelevati per coltura in soggetti affetti da infezioni batteriche spesso non si riusciva a recuperare l’agente eziologico se i pazienti avevano recentemente ricevuto anestesie locali [88]. Gli autori di questa osservazione presero allora a cimentare diversi microrganismi isolati in pazienti della Mayo Clinic con procaina e lidocaina e appurarono che entrambi gli AL inibiscono la crescita di batteri e funghi compresi l’Escherichia Coli e altri Gram-negativi, il Mycobacterium Tuberculosis e il Cryptococcus Neoformans. In mancanza di evidenze circa effetti diretti degli AL sul DNA e sul RNA dei batteri furono ipotizzate attività degli AL aventi come target la membrana cellulare dei microrganismi. Non meglio precisate attività antibatteriche degli AL vennero successivamente confermate [31][97]. In anni recenti gli sviluppi delle conoscenze biomolecolari hanno acceso lumi sulle dinamiche fisiopatologiche implicate in quelle osservazioni: esse chiamano in causa la capacità degli AL di interferire con alcuni CI presenti sulla membrane dei batteri e dei funghi [84] e questo poco più tardi ha consentito di formulare interessanti ipotesi sull’impiego di queste sostanze nel contrasto e nella prevenzione delle malattie infettive (34). Alle numerose interazioni degli AL con i Canali Ionici (CI) e i Sistemi Molecolari di Segnalazione, Trasduzione e Trasporto (SMSTT) è dedicato un intero capitolo nel settore del sito dedicato agli “Argomenti di Fisiopatologia” (33).
Se nel suo complesso la medicina accademica del XX° Secolo perse l’occasione di accogliere pienamente il Metodo Huneke (limitandosi a canonizzare le STAL e la somministrazione endovenosa di AL) altrettanto non si può dire per numerose singole personalità accademiche. Il professor Walter Nonnenburch, Direttore della Cattedra di Medicina di Francoforte, pubblicò una monografia sulla sua efficacia in numerose malattie internistiche tra cui malattie renali, alcune forme di ipertensione arteriosa e casi di insufficienza arteriosa degli arti inferiori ove, mediante oscillografia, documentò i miglioramenti clinici. Nonnenburch concluse la pubblicazione rammentando quanto fosse rimasto colpito da ciò che aveva osservato nell’ambulatorio dei fratelli Huneke e asserendo che “sarebbe stato fin troppo facile confutare quanto essi proponevano restando sprofondati nel comodo divano della medicina accademica” (sic) che adesso gli pareva persino “insufficiente e amorale” (sic) [75]. Commentando i risultati terapeutici ottenuti con TNH il patologo Herbert Siegmund, ordinario all’Università di Kiel e Direttore del Katharinenhospital di Stoccarda, sostenne che la scienza medica avrebbe dovuto percepire la necessità di sottoporre a revisione almeno alcune delle proprie basi teoriche [89]. Tra gli estimatori delle esperienze degli Huneke vi fu anche il professor Ferdinand Hoff, specialista in medicina Interna e Direttore del Policlinico dell’Università di Medicina di Würzburg, che descrisse come l’iniezione di procaina in foci abatterici (denti, tonsille, cicatrici) poteva risolvere infiammazioni articolari anche gravi e cronicizzate [41]. Il già menzionato Karl Rüdiger von Roques pubblicò sull’efficacia dell’infiltrazione con procaina del ganglio stellato in caso di gravi malattie delle tonsille e come queste ultime possono comportarsi quali CdD e generare numerose e varie patologie [85]. L’accademico ginecologo Karl Julius Anselmino segnalò che l’infiltrazione di procaina in sede peri-renale e sul ganglio stellato rendeva possibile il controllo dell’eclampsia nella partoriente e affermò che a risultati analoghi si poteva pervenire anche attraverso il trattamento con procaina di vecchie cicatrici capaci di fungere da CdD [3]. Con la collaborazione del chirurgo vascolare Helmut Sauer il professor Anselmino aveva già pubblicato sull’efficacia delle applicazioni della TNH nelle tromboflebiti degli arti inferiori [4]. Friedrich Wilhelm Dittmar, ginecologo e ostetrico docente presso l’Università Christian Albrechts di Kiel, studiò i riflessi cuti-viscerali, numerose malattie internistiche, attività riflesse evocabili in corso di malattie e descrisse le numerose applicazioni terapeutiche e diagnostiche della procaina [15]. Nell’asma bronchiale il pneumologo Hans Jenning segnalò l’efficacia dell’impiego della procaina somministrata per via e.v. e applicata sui CdD [47]. L’internista Sigmund Fudalla offrì interessanti osservazioni circa diverse malattie sostenute da foci abatterici e la possibilità di curarle con l’iniezione di procaina [27] analogamente a quanto aveva segnalato l’internista Guido Karl Kraucher [56]. L’oftalmologo professor Hans Joachim Hüchle pubblicò una ricerca sugli effetti che gli AL esprimono sull’occhio direttamente e/o con la mediazione del trattamento di CdD [44]. Il già citato ginecologo accademico amburghese Erich Mink produsse numerose pubblicazioni sull’efficacia della TNH nelle malattie ginecologiche [72]. Già anni prima della scoperta del CdD da parte dei fratelli Huneke il chirurgo Dietrich Kulenkampff aveva osservato che trattamenti segmentari a base di procaina potevano imprimere un decorso favorevole alle epididimiti acute e dopo la sua frequentazione dell’ambulatorio dei fratelli Huneke pubblicò sulle possibilità diagnostiche e terapeutiche degli AL e sul rationale dell’impiego degli AL nella cura delle ustioni [58]. Titolare di cattedra universitaria dapprima a Königsberg e successivamente a Heidelberg, l’illustre farmacologo Fritz Eichholtz si guadagnò un posto nella Storia della Medicina per essere stato il primo a segnalare i rischi sulla salute derivanti dai conservanti chimici addizionati agli alimenti, ai cosmetici e ad alcuni farmaci e per avere scoperto le relazioni funzionali tra midollo surrenale e nervi simpatici postgangliari. Eichholtz aveva sentito parlare dei fratelli Huneke e della loro metodica e, in collaborazione con altri illustri farmacologi, aveva studiato l’effetto della procaina somministrata per via e.v. sul riflesso di Bertzold-Jarisch [20] e sulle corrette modalità di impiego degli AL nella terapia di numerose malattie internistiche [19]. Reumatologo presso il Kaiserin-Elisabeth Krankenhaus, ove fondò il Dipartimento di Medicina e Reumatologia, il viennese Egon Fenz fu anche un apprezzato poeta. Già esperto di segmentoterapie con procaina aveva pubblicato sulla loro efficacia nelle sciatalgie e nelle lomboalgie e poi, reso consapevole delle capacità patogenetiche del CdD, pubblicò un’opera più completa sulla cura delle malattie reumatiche mediante TNH [23]. Matias Ratschow, Direttore della Clinica Medica dell’Università di Halle/Saale in Sassonia-Anhalt, pubblicò una statistica sui brillanti risultati ottenuti nel suo istituto con la TNH nel trattamento di emicranie, colecistopatie, periartriti scapolo-omerali, lomboalgie e sciatalgie [80]. Poco più tardi Karl Kretschmar, ginecologo a Wiesbaden, pubblicò su “Neuralmedizin” la statistica relativa ai casi da lui trattati sottolineando l’importanza dell’accuratezza della raccolta anamnestica alla ricerca di eventuali CdD sulla percentuale di successi [57]. Neurologo e internista di fama, il prolifico Dieter Gross pubblicò sull’efficacia della procaina nelle malattie a carico delle tonsille, sui canoni della TNH, sul CdD quale “realtà innervata”, sull’impiego terapeutico degli AL nelle artrosi articolari e sulla risposta neurovascolare a stimoli sperimentali [33]. In collaborazione con altri studiosi egli pubblicò anche interessanti dati statistici sull’efficacia della TNH [34]. Fritz Reischauer, illustre chirurgo attivo a Gliwice nell’Essen, pubblicò sull’efficacia della TNH nelle ernie discali lombari e cervicali e sulle tecniche di infiltrazione di procaina nelle lomboalgie e nelle sciatiche [81]. Il ginecologo accademico Manfred Kabisch segnalò l‘efficacia della TNH in numerose e varie patologie ginecologiche [51]. Il dermatologo e venereologo Hans Holtermann pubblicò sulle dermatosi e sui suoi favorevoli risultati terapeutici ottenuti con la TNH [42]. L’internista e otoiatra viennese Amadeus von Riccabona pubblicò sull’importanza dei CdD nelle malattie cardiache e della corretta valutazione delle condizioni del rinofaringe per conseguire successi terapeutici applicando la TNH [82].
Tra i più illustri accademici che si appassionarono alle Terapie con Anestetici Locali (TAL) in generale e alla TNH in particolare spicca la figura di Manfred Zimmermann. Per anni Direttore del Dipartimento di Fisiologia del Sistema Nervoso Centrale dell’Università di Heidelberged e ai vertici della IASP (International Association for the Study of Pain), nel 1985 fu insignito del “Premio René Leriche” per i suoi studi sul dolore. Grande appassionato alla TNH, in particolare ai suoi lati fisiopatologici ancora “oscuri”, pubblicò numerosi articoli sul periodico “Neuraltherapie: Grundlagen, Klinik, Praxis” della casa editrice Reinhard Seithel [101].
Agli occhi del medico esperto in TNH si manifestano quotidianamente l’effettività del CdD e l’efficacia degli AL (che sovente si esprime nel FdS). Pertanto casi come quelli presentati di seguito possono suscitare sorpresa solo in quei medici che non ne vantino esperienza (FPCD1) (FPCD2) (FPCD3).
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