23 Gen 07. Sistema Nervoso Vegetativo, Segmento Spinale e Terapie Segmentali con Anestetici Locali
Claudio Dell’Anna
Il presente capitolo affronta alcuni aspetti del Sistema Nervoso Vegetativo (SNV), importante target delle Terapie con Anestetici Locali (TAL). Un ulteriore target, di cui altrove si parlerà diffusamente, è rappresentato da alcune famiglie di immunociti. Recenti evidenze indicano che in vivo le attività del SNV e quelle degli immunociti si svolgono entro continue interazioni volte alla promozione di numerosi e diversificati pattern fisiopatologici. Il dato rilevante è che gli AL possono aggredire entrambi i targets cellulari attraverso i Canali Ionici (CI) transmembranari e i Sistemi Molecolari di Segnalazione/Trasduzione/Trasporto (SMSTT) in gran numero e in ampia varietà associati alle biomembrane.
In altra parte del sito è stata menzionata l’erronea convinzione, rimasta in auge per decenni, riassunta nella formula “un neurone un trasmettitore” per rappresentare una fuorviante modalità di riduzione della complessità in modelli semplificati. Qualcosa di simile avvenne anche per il Segmento Spinale (SS) e le Segmentoterapie con Anestetici Locali (STAL). Al netto delle differenze sul piano delle ricadute pratiche i due errori si sono distinti per la maggiore durata e la maggiore capacità del secondo, rispetto al primo, di resistere alle numerose evidenze di segno contrario. Importanti semplificazioni della complessità sono state agite anche a proposito delle funzioni dei succitati CI transmembranari, oggetti cruciali per la comprensione in chiave aggiornata delle TAL, ma in quel caso i limiti della tecnologia della ricerca hanno avuto maggiori responsabilità di quante se ne possano attribuire alla pericolosa inclinazione a formulare incrollabili certezze in ambito scientifico.
Il numero e l’importanza delle correzioni delle valutazioni riguardanti il SNV che nel tempo si sono susseguite suggerisce la quota di complessità espressa da questo sistema regolatore. Nei convegni e nelle presentazioni che hanno per tema la Terapia Neurale secondo Huneke (TNH) il suo nome risuona sempre numerose volte poichè citato come il primo (talora erroneamente come l’unico) target della metodica. Chi non abbia confidenza con il SNV incontra il primo ostacolo alla sua comprensione nella sua naturale predisposizione a connettere aree somatiche distanti e attività teleologicamente diverse e nel fatto che i CI e i SMSTT presenti sulle sue membrane e su quelle degli immunociti a cui si correla possano esprimere funzioni estremamente diversificate. Qui verranno illustrati alcuni aspetti relativi al SNV quale target degli Anestetici Locali (AL) impiegati con finalità terapeutiche mentre si rimanda ad altri capitoli la trattazione di aspetti relativi ai CI e ai SMSTT pertinenti agli immunociti (33) (35).
07a.
Specificità/aspecificità anatomica e biochimica del SNV: una chiave di lettura della sua complessità
Già in altra parte del sito (30) si accenna al fatto che in tutte le specie viventi emerse nel corso della filogenesi lo sviluppo anatomo-funzionale è avvenuto esprimendo dinamiche “conservate” di elongazione, avvoltolamento e cefalizzazione [7]. Di fronte all’architettura elicoidale del guscio di una lumaca, alla disposizione del tubo intestinale o alle circonvoluzioni della corteccia cerebrale la dinamica di avvoltolamento balza agli occhi anche dell’osservatore digiuno di nozioni di Biologia. L’accostamento di segmenti somatici che esso realizza suggerisce l’importanza del passaggio di sostanze ed energie fisiche tra membrane semipermeabili contigue sfruttato dai dispositivi di nutrizione/segnalazione e dell’ampia condivisione dell’alimentazione nervosa a favore di distretti che, se l’architettura avvoltolata fosse abolita, apparirebbero anatomicamente e funzionalmente lontani. Invece grazie a essa distanze topografiche e specificità funzionali vengono sospinte in secondo ordine dalla facilitazione di interazioni tra distretti diversi e dall’espressione di strane e impreviste connessioni. Per quanto le interpretazioni teleologiche e teleonomiche dei fenomeni biologici mostrino punti di debolezza è difficile immaginare per la dinamica universale rappresentata dell’avvoltolamento una finalità diversa da quella di mantenere una connessione funzionale tra parti distanti di un insieme nella massima osservanza del principio di economicità.
Campione di capacità connettive tra parti distanti di un “insieme” è il Sistema Nervoso Vegetativo (SNV), “autonomo” per gli anglosassoni (Autonomic Nervous System = SNA), che nella storia delle scienze naturali costituisce l’argomento che più di tanti altri è stato oggetto di diverse valutazioni. La stessa identificazione della sua unità citologica richiede di concepire entità poste a cavallo tra la natura nervosa e quella endocrina. La collocazione di questa immensa quantità di cellule risente ancora del sistema classificativo organo-anatomico che distingue il Sistema Nervoso Centrale (SNC), collocato entro la struttura osteomeningea del cranio e del rachide, e il Sistema Nervoso Periferico (SNP) le cui cellule sono raggruppate in organizzazioni extrarachidee (i gangli) e le cui vie anatomiche sono rappresentate dai nervi. In questa visione già compare un’antica ambiguità in quanto tutti i nervi periferici con funzione motoria scheletrica hanno origine nel SNC (cioè nei nuclei motori del tronco dell’encefalo e del midollo spinale) mentre quelli con funzione sensitiva originano a livello extranevrassiale nei gangli spinali dorsali e nei nuclei esterni all’encefalo (ganglio del Gasser, ganglio vestibolo-cocleare di Scarpa, cellule ganglionari retiniche). In questo precario schematismo si individua un’origine centrale nel complesso ipotalamo-ipofisario ove già convivono due vie di trasmissione informazionale: una squisitamente nervosa e un’altra affidata alla secrezione di messaggi lungo il torrente ematico dell’intero organismo. Ancora nell’ambito nevrassiale il sistema di comunicazione centrale delle istanze vegetative in uscita trova diverse stazioni intermedie come il nucleo motore dorsale del nervo vago, il nucleo ambiguo, i nuclei salivatori, i nuclei della catena antero-laterale del midollo spinale e i nuclei del parasimpatico sacrale. In entrata il sistema afferente centrale è ancora poco chiaro: sicuramente un grande collettore intranevrassiale di trasmissioni viscerali è il nucleo del tratto solitario le cui connessioni con le aree efferenti del tronco encefalico e con l’ipotalamo sono note da oltre un secolo. Sul piano anatomico e funzionale le diramazioni periferiche in entrata e in uscita del SNV probabilmente vantano il primato della difficoltà di apprendimento da parte degli studenti di Medicina anche perché in questa dimensione la materia appare ancora più intricata. Fino a trent’anni or sono la distinzione tra sistema simpatico e parasimpatico si basava su due pilastri discriminativi. Il primo era rappresentato dal neurotrasmettitore impiegato: tutte le cellule nervose della prima stazione intramidollare agiscono sul recettore nicotinico mediante l’acetilcolina analogamente alle cellule del sistema parasimpatico della seconda stazione gangliare che, diversamente, orientano lo stesso neurotrasmettitore su recettori muscarinici. Invece le cellule della seconda stazione del sistema simpatico (SS) esprimono le catecolamine (adrenalina e noradrenalina) su recettori che nei loro confronti manifestano differenti gradi di affinità. Il secondo pilastro discriminativo è di natura squisitamente anatomica: dalla loro origine intranevrassiale (sistema craniosacrale) le cellule del sistema parasimpatico inviano fibre che attraversano i gangli laterocervicali e prevertebrali senza assumere contatto sinaptico e trovando il secondo effettore in formazioni gangliari prossime ai visceri bersaglio (talora addirittura nella loro compagine, come nel caso dei gangli intramurali). Invece le fibre simpatiche periferiche originano nei gangli latero- e prevertebrali e raggiungono i loro organi effettori sfruttando il percorso dei nervi periferici tramite i rami comunicanti. In questa disposizione sistemi funzionalmente diversi sono indovati, invaginati l’uno nell’altro secondo un gradiente di maggiore o minore distanziamento tra un reticolo fibroso periferico e un “centro integrativo” pluricellulare su cui le informazioni del reticolo periferico convergono in entrata o divergono in uscita. Tale architettura richiama un’antica dinamica evolutiva di progressiva elongazione di strutture originariamente sferiche e omogenee che via via si sono differenziate cranio-caudalmente [7], processo questo più dettagliatamente illustrato altrove (30).
Interpretare l’organizzazione anatomo-funzionale di un sistema ancestrale rispetto ai contesti comportamentali e ambientali su cui si è evoluto può permettere la formulazione di modello globale più completo e inclusivo rispetto a quello ereditato dall’insegnamento fisiopatologico classico. Le attuali conoscenze biomolecolari sono già orientate al disconoscimento di “appartenenze specifiche” di strutture istologiche d’organo a dominii farmacologicamente isolati tra loro: nell’ambito di quel settore che oggi è indicato come il secondo cervello (il sistema neurovegetativo enterico) troviamo infatti la capacità di elementi cellulari inequivocabilmente nervosi di esprimere come neurotrasmettitori sostanze che altre cellule, definite “endocrine”, utilizzano per comunicare attraverso il torrente ematico o per diffusione negli spazi extracellulari. La comunicazione tra le fibre nervose che provengono direttamente o indirettamente da diversi settori del SNC e le cellule secernenti che modulano diverse attività visceroeffettrici locali (vasomotorie, peristaltiche, ghiandolari, eccetera) avviene diffusamente dalla periferia al centro e viceversa. Quella che appare “specifica” è piuttosto la distribuzione di diversi assortimenti di effettori in vista di diversi espletamenti funzionali. Ad esempio, se individuiamo come “funzione” il controllo del tempo di svuotamento gastrico rispetto alla qualità e alla quantità di elementi chimici presenti nel bolo endoluminale vedremo reclutati preferenzialmente attori dotati di una simile cinetica d’azione (innervazione parasimpatica vagale piuttosto che innervazione noradrenergica dal ganglio celiaco) e di una simile specificità biologica (cellule neuroendocrine che secernono colecistokinina piuttosto che peptide intestinale gastrico) scelti in una rosa prefissata di alternative. La piena comprensione di questa “specificità situazionale”, che in ogni circostanza confeziona pattern anche di segno opposto sul piano dell’effetto fisiopatologico finale, rappresenta una delle più importanti scommesse circa l’aspirazione a manipolare terapeuticamente il SNV. Un primo criterio risiede nella conoscenza stretta delle ritmicità che sovraintendono fasi successive di attività, anzitutto quelle coinvolte nello stato di coscienza, nel senso di fame e di sete, nella termoregolazione, nel controllo della circolazione cardiopolmonare, eccetera. Conoscere in che modo in un determinato soggetto avviene la coniugazione tra risveglio e stimolo minzionale potrebbe forse darci indicazioni anche sull’applicazione di cure adeguate, su quali schemi alimentari preferire e quali attività fisiche suggerire. In altri termini l’abbandono del principio di specificità farmacologica a favore della conoscenza profonda della fisiopatologia neurovegetativa più che condurre a un vago modello di medicina olistica sembra promettere aperture a potenti pratiche di medicina di precisione.
Uno degli aspetti peculiari del SNV è la naturale inclinazione a rispondere “su vasta scala” a stimolazioni anche di debole intensità esercitate su campi afferenti spazialmente ristretti. In tutti i vertebrati che respirano aria il diving reflex (o diving response = riflesso di immersione) è la risposta riflessa innescata dal contatto della faccia con l’acqua, specie se fredda, finalizzata alla distribuzione dell’ossigeno verso il cuore e il cervello a discapito dell’ossigenazione degli altri distretti somatici. Essa ha la finalità di permettere immersioni prolungate e il suo braccio afferente è offerto dai recettori della branca oftalmica trigeminale mentre il centro riflesso risiede nei chemorecettori carotidei. In risposta allo stimolo il diving reflex promuove vasocostrizione periferica, bradicardia e rilascio di eritrociti immagazzinati nella milza. Tale attività riflessa, caratterizzata da una logica antiomeostatica e da un marcata asimmetria tra la grandezza dello stimolo e quella della risposta, è particolarmente evidente negli animali sommozzatori (cetacei, foche, delfini, orsi bianchi, eccetera) ma è presente e misurabile anche nell’uomo [63][73].
Passando dall’interpretazione dei profili funzionali del SNV nel dominio del tempo a quello spaziale i gradi di complessità sembrano ulteriormente aumentare. Le “intrusioni” di talune attività neurovegetative possono suscitare perplessità specie se si aderisce a uno schema rigido di somatotopia segmentale ove la periferia innervata è ordinatamente riformulata su piani spaziali concentrici in entrata e in uscita. La richiesta di incremento del flusso ematico a favore di un distretto muscolare che si attiva viene veicolata certamente in misura dell’entità della spesa energetica globale richiesta ma essa non è mai delimitata ai fasci muscolari realmente coinvolti nell’azione dinamica o, quantomeno, non in modalità puntiforme: un esercizio fisico che coinvolge gli arti inferiori provoca immancabilmente (per quanto in misura minore) l’incremento di flusso anche in altri distretti. Fenomeni analoghi si osservano nelle dinamiche concernenti la termoregolazione. Significative al riguardo sono le circostanze in cui un dispositivo funzionale, come l’apparato sudoriparo, si trovi a soddisfare esigenze fisiologiche tra loro assai lontane come l’abbassamento della temperatura cutanea e l’espressione emotiva (quest’ultima confinata a distretti coinvolti nella comunicazione intersoggettiva: il palmo delle mani e le aree mimiche del viso). Questo “sconfinamento” di compiti funzionali interpretato da un singolo attore trova un’espressione esemplare nell’attività neuro-muscolare delle alte vie aeree attraverso quella sfumata area di confine tra l’innervazione somatica dell’ansa del nervo ipoglosso e quella vegetativa del nervo vago: l’istanza di garantire la deglutizione negli intervalli tra gli atti ventilatori, sovraimpressa dalla necessità del neonato di utilizzarli nella suzione del latte materno, è un capolavoro di coattivazioni funzionali concentrate nell’esiguo spazio del distretto periferico faringo-laringeo. Un ulteriore esempio è l’uso promiscuo che i mammiferi fanno del proprio apparato urogenitale: la coabitazione tra funzioni genitali e urinarie è arricchita di secrezioni ghiandolari che con la procreazione e la funzione emuntoria apparentemente poco hanno a che fare… ma solo apparentemente poiché l’emissione di richiami olfattivi “familiari” (e forse anche l’ostentazione di un efficiente sistema cardio-circolatorio) sono efficaci criteri per guidare la scelta del partner e, con essa, il successo di specie. Del resto, oltre che nel SNV, recenti studi di neuroimaging funzionali offerte dalla fRM e dalla PET svelano la stessa logica funzionale anche nelle aree più moderne dell’encefalo: piuttosto che centri univocamente destinati a svolgere compiti specifici emerge un modello di cooperazione dinamica e fluttuante tra più aree nervose nell’espletamento di patterns di attività [44]. Ciò avviene grazie all’estrema fluidità e a rilevanti gradi di complessità di accensioni e connessioni tra aree distanti nel corso di funzioni provocate per via automatico-riflessa o intenzionalmente.
Nel SNV la sovrapposizione di domini spazio-temporali è più fortemente percepita se viene confrontata con l’alto potere discriminativo dei circuiti altamente mielinizzati delle strutture nervose rostrali ma non si può negare che essa risponda a criteri di economicità: un solo dispositivo funzionale che assolva a due diversi compiti “costa meno” di due dispositivi funzionali ognuno dei quali sia dedicato solo all’assolvimento del proprio compito. Ma nella sua grande complessità il SNV ci mostra anche pattern di segno opposto (forse antieconomici, forse persino latori di effetti dannosi) in cui due o più sistemi funzionali tra loro teleologicamente e topograficamente distanti si associano imprevedibilmente. Al proposito un frequente motivo di ricovero in Pronto Soccorso è l’episodio di perdita di coscienza che incorre nelle ore notturne dopo essersi alzati per mingere. Escluse le ipotesi di lesione cerebrale, epilessia e aritmia cardiaca il paziente è dimesso con diagnosi di “sincope” (più precisamente di “sincope vagale”). Il presupposto clinico di tale interpretazione diagnostica non si basa solo sull’assenza di un generatore persistente di ipoafflusso globale encefalico o di un danno delle aree cerebrali connesse allo stato di coscienza: esso risiede nella nozione per cui la stimolazione di strutture a innervazione parasimpatica, per quanto lontane dalla sede di generazione della innervazione vegetativa cardiaca, possano indurre un’inibizione cronotropa sufficiente a produrre una pausa sistolica lunga abbastanza da provocare la sincope. Una coniugazione spaziale tra strutture anatomicamente così disgiunte (parasimpatico sacrale dell’innervazione vescicale versus innervazione colinergica del plesso cardiaco) potrebbe probabilmente situarsi nei centri reflessogeni del bulbo. Certamente il SNV non difetta di connettività per spiegare fenomeni anche bizzarri ma ciò che suscita curiosità è che per un verso le funzionalità minzionali e quelle cardiache non sembrano finalisticamente associate e per altro verso è indiscutibile che questa sindrome sia tutt’altro che rara considerando le statistiche delle cause di sincope. E’ come se un “fattore X”, strano, improvviso e imprevedibile, si inserisse nella fisiopatologia di soggetti sani a stabilire una connessione talmente stretta tra settori nervosi lontani da indurre in una manciata di secondi fenomeni di stimolazione e/o inibizione. La presenza del fattore X (impersonabile dai numerosi attori neurochimici, ormonali, citochinici che la ricerca biomolecolare continua a fare emergere) inizia ad accendere qualche lume anche sulla fenomenologia di quadri clinici ancora non del tutto chiariti come certe patologie infiammatorie croniche idiopatiche più o meno autoimmuni e quegli eventi che in Terapia Neurale secondo Huneke (TNH) sono definiti “Campo di Disturbo” e “Fenomeno del Secondo” (11b). In ultima analisi, se un criterio che definisce la “scientificità” di un’osservazione è la sua riproducibilità, in eguali condizioni misurabili altrettanto “scientifico” dev’essere definire e cercare di misurare l’estrema variabilità delle condizioni stesse per raggiungere il massimo possibile di riproducibilità. Per quanto detto è innegabile che il SNV esprima l’inclinazione a realizzare combinazioni difficilmente prevedibili tra funzioni assai distanti anche in assenza di forti sollecitazioni a suo carico. Però quando Ferdinand e Walter Huneke proposero questi contenuti ebbero in risposta il disinteresse di larga parte della comunità scientifica. Tra i primi argomenti che vennero loro contestati vi fu proprio l’accostamento tra funzioni biologiche dimoranti in segmenti spinali distanti. Nei paragrafi seguenti vedremo come la complessità del Segmento Spinale (SS) sia stata oggetto di inappropriate semplificazioni e come la proposizione “eretica” dei fratelli Huneke, attraverso intuizioni e deduzioni, abbia anticipato di decenni l’offerta di un modello scientificamente ben più solido di quelli “semplificati”. Ai fratelli Huneke vennero riservati commenti anche sarcastici e chi scrive immagina divertito che il più feroce tra i loro critici, incappato nell’imprevedibile fattore X, almeno una volta nella vita abbia recuperato lo stato di coscienza disteso nel bagno della propria casa e, rammentando che l’ultimo suo pensiero era stato “che noia: è notte fonda e devo alzarmi a fare pipì”, spaventato e confuso si sia chiesto “cosa diavolo mi è mai successo?”.
07b.
Il “Segmento” e le Terapie Segmentali: la storia e i recenti progressi biomolecolari
Sovente a fare la Storia, anche quella della Medicina, sono le coincidenze. Tra la fine del XIX° e l’inizio del XX° Secolo le prime evidenze sull’efficacia delle Terapie con Anestetrici Locali (TAL) coincisero casualmente con l’acquisizione di approfondite conoscenze sul Segmento Spinale (SS). Quella circostanza sancì un abbraccio tra le TAL e il SS che si fondò su alcune presunte certezze ma ora che esse sono decadute l’ingiustificata persistenza di quell’abbraccio ci autorizza a giudicarlo “soffocante”. Nelle righe seguenti sarà descritto come le TAL abbiano aperto la strada a importanti scoperte fisiopatologiche e, viceversa, come alcune scoperte fisiopatologiche abbiano confermato le TAL quale preziosa risorsa terapeutica. Dalla datazione della letteratura in fondo a questo e ai seguenti capitoli si noterà come nel corso della seconda metà del XX° Secolo fino a oggi le TAL abbiano presentato il percorso caratteristico dei fiumi carsici: fuoriusciti da una vena sotterranea scorrono per un tratto in superficie ma poi si immergono nel sottosuolo per ricomparire più lontano, magari in forma di numerosi piccoli rivoli… ma uno sguardo attento sa collegare questi ultimi al ramo originario.
Tra la fine del XIX° e l’inizio del XX° Secolo, grazie soprattutto alle scoperte di studiosi del calibro di Henry Haed e Charles Scott Sherrington le conoscenze sul SS, o metamero, registrarono grandi sviluppi. Esso corrisponde a una configurazione morfo-funzionale in cui nervi sensorimotori pertinenti a un distretto di midollo spinale deputati alla regolazione di attività somatiche e nervi pertinenti al Sistema Nervoso Vegetativo (SNV) deputati alla regolazione di attività viscerali realizzano connessioni funzionali tra un lembo di cute (dermatomero), elementi muscolari (miotomero) e viscerali (viscerotomo). Il SS non comparve in natura con la configurazione appena descritta: nei tempi lunghissimi dell’evoluzione esso emerse attraverso una differenziazione lenta e graduale da una rete primordiale sinciziale fino a conseguire, attraverso ripetuti rimaneggiamenti, sempre più efficaci livelli di pilotaggio delle funzioni biologiche di un delimitato distretto somatico. Ciò è potuto accadere grazie all’emergenza di una potente e articolata attività di inibizione della permissività e dell’aspecificità funzionale della rete primordiale. Diversamente da quanto accade in quest’ultima, nel più moderno SS fanno ingresso stimoli specifici percorrendo ben determinate vie afferenti mentre bene identificabili vie efferenti trasmettono impulsi a diversi targets (muscoli, vasi, ghiandole, eccetera). Com’è tipico delle dinamiche filogenetiche, nonostante la cifra di specializzazione funzionale acquisita dal SS, le sue relazioni con la rete primordiale da cui trasse origine si sono dinamicamente trasformate pur senza mai risolversi. Ciò è così vero che settori di quella rete sono rimasti associati anatomicamente ai SS: si pensi alle Lamine di Rexed che decorrono per tutta la lunghezza del midollo spinale fino a insinuarsi nella base dell’encefalo ove, non certo per caso, la conosciamo con il termine formazione reticolare. In questi distretti la rete ha mantenuto la sua inclinazione a esprimere la propria ancestrale permissività/aspecificità che, tuttavia, soggiace costantemente al controllo di sistemi inibitori. In vivo le dinamiche di permissività e di inibizione attive nel Sistema Nervoso possono essere paragonate a due soggetti che, con alterne fortune, si cimentano in un interminabile “braccio di ferro”. Incessantemente mutevoli in rapporto al tempo e alle circostanze le relazioni tra i SS e la rete primordiale perdurano per tutto l’iter ontogenetico, cioè per tutta la vita. E’ questo uno degli aspetti più importanti per la comprensione dell’evoluzione dalle TAL applicate al SS (le Segmentoterapie con AL) alla “ultrasegmentaria” Terapia Neurale secondo Huneke (TNH).
Lo svolgimento delle attività del SS è sottoposto al continuo controllo da parte di due distinte tipologie di inibizione: l’inibizione sopraspinale costringe le sottostanti attività entro predeterminati schemi funzionali elaborati dai centri nervosi superiori mentre l’inibizione idiospinale vigila sullo svolgimento delle attività riflesse limitandone anzitutto la tendenza a esibire l’ancestrale libertà funzionale tipica della rete primordiale. La conoscenza delle funzioni inibitorie è cruciale per la comprensione della patogenesi delle forme morbose aggredibili dalle TAL: queste ultime infatti, in misura e con modalità differenti, si esprimono per lo più grazie al difetto delle funzioni inibitorie e alla conseguente emergenza di attività neuroimmunologiche “conservate” nelle pieghe dell’evoluzione. Restando sulla scia di questo pensiero si può anche contemplare che l’efficacia terapeutica delle TAL risieda nella capacità degli AL di offrire una supplenza efficace ove la malattia si manifesti quale espressione dell’insufficienza dei sistemi inibitori. Si tornerà su questi aspetti nel settore Argomenti di Fisiopatologia (32) e in un video estratto da un evento formativo (FEF3).
A proposito di una delle forme di permessività della rete che si sottraggono al controllo inibitorio segmentale rammentiamo quanto segnalò lo studioso sovietico Alexander Vasilyevich Vishnevsky nel 1933: dopo avere osservato il fenomeno su modelli sperimentali a un militare con un arto inferiore ferito dallo scoppio di una granata egli, grande esperto di TAL, infiltrò procaina nel ganglio simpatico della catena lombare controlaterale ottenendo un rilevante risultato terapeutico sull’arto sofferente [67]. L’esperienza di Vishnevsky illustra come, per quanto sul piano della specificità funzionale il SS si sia differenziato dalla rete, è erroneo ritenere che gli impulsi suscitati da uno stimolo periferico debbano necessariamente percorrere la marcia centripeta nel Sistema Nervoso restando confinati nel lato ove esso è stato applicato. Se proviamo a recuperare in una aggiornata chiave di lettura biomolecolare l’osservazione dello studioso sovietico ci vengono in aiuto numerose osservazioni. Nei ratti l’infiammazione sperimentale di una zampa induce l’incremento della produzione delle citochine infiammatorie TNFα e IL-1β nei Dorsal Rooth Ganglia (DRG) di ambedue i lati oltre che l’aumento dell’attivazione in ambedue le emisezioni del midollo spinale della proteina-kinasi p38 MAPK, enzima coinvolto nella trasduzione del segnale cellulare [3]. Uno studio interessante è anche quello condotto nel 2008 in Giappone dal Dipartimento di Chirurgia Ortopedica, Fukushima Medical University School of Medicine: in ratti maschi adulti il nervo spinale L5 è stato schiacciato distalmente al Dorsal Root Ganglion (DRG) per 3 secondi. dal 7° al 21° giorno l’espressione del TNFα e il numero degli astrociti positivi alla proteina acida fibrillare gliale sono aumentate significativamente anche nel DRG controlaterale. Tali modificazioni biomolecolari si sono associate alla comparsa di dolore neuropatico nel lato controlaterale alla lesione sperimentale [21]. Va precisato che l’inibizione di p38 MAPK si traduce in un potente effetto antinfiammatorio sia in vivo che in vitro, servigio che gli Anestetici Locali (AL) mostrano di offrire generosamente. In un’altra ricerca sperimentale nella microglia attivata in senso proinfiammatorio la lidocaina per via intratecale ha attenuato la fosforilazione di p38 MAPK riducendo l’allodinia in modelli di lesione neuroperiferica [19]. L’infiammazione indotta sperimentalmente da p38 MAPK nella sofferenza da Ischemia/Riperfusione dell’epitelio polmonare è fortemente inibita dalla lidocaina [42] che, con analogo meccanismo, ha migliorato la rinite allergica in modelli sperimentali di ratti [70].
Dopo questi brevi cenni di Biologia Molecolare recuperiamo la dimensione macroscopica del SS e delle Segmentoterapie con AL (STAL). Grazie anche alle moderne tecnologie spesso oggi possiamo pervenire facilmente alla formulazione della diagnosi ma in passato questa discendeva quasi esclusivamente dall’esame obiettivo del malato e dalla sua narrazione. Le nozioni sul SS erano intensamente sfruttate sul piano diagnostico: si cercavano segni cutanei indicativi di sofferenze a carico di visceri e si indagava su eventuali disordini viscerali a sostegno di rigidità articolari o di disordini del tono muscolare. Si comprese che nel SS l’interrelazione tra i suoi costituenti era frutto di attività fondate sull’accoppiamento dei settori nervosi somatico e vegetativo e questo accese lumi su numerosi fenomeni di interesse clinico. Ad esempio l’insorgere del dolore all’arto superiore sinistro in corso di infarto miocardico acuto potè essere spiegato con la correlazione neurale tra cuore e arto superiore sinistro attraverso i SS C7-D1. Quelle stesse relazioni segmentali permisero di comprendere anche alcune dinamiche sottostanti a certe patologie croniche dell’arto superiore (come la sindrome spalla-mano) che all’infarto miocardico possono conseguire.
Per anni sul SS si sono accumulate sempre maggiori conoscenze mentre altri settori nervosi restavano meno esplorati. Gli studi sul cervello sono sempre stati numerosi ma, per via dei limiti della tecnologia della ricerca, per molto tempo sono stati prevalentemente condotti settorialmente: mentre un team studiava la corteccia frontale un altro studiava il cervelletto e un altro ancora l’ippocampo. Almeno per quanto concerneva la patogenesi delle patologie sensibili alle TAL si postulò che una “irritazione nervosa” dovesse insorgere in un SS e restarvi confinata. In altre parole si guardava al SS come alla dimora di tutti gli elementi in causa: il fattore etiologico dello stimolo irritativo (trauma, infezione, ustione, eccetera), il meccanismo patogenetico (l’infiammazione e/o l’irritazione nervosa conseguente), i nervi partecipanti alla diffusione della dinamica patogenetica entro il SS e, infine, la sede di espressione della conseguente malattia. Da tali premesse ne discese che il SS dovesse anche costituire l’unico bersaglio della terapia e questo aprì la strada al conio del termine Segmentoterapia con AL (STAL). Oltre ai nervi e ai gangli nervosi le STAL contemplarono anche il trattamento con AL di muscoli, articolazioni, lembi di cute e visceri contenuti nel SS sofferente. Va sottolineato che, anche al netto di fenomeni di irradiazione, proiezione e convergenza degli stimoli sul SS, i confini dinamico-funzionali di quest’ultimo possono diversificarsi notevolmente a seconda di quale sia l’elemento nervoso che rispetto a esso sia considerato centrale. Pensiamo al proposito a quali differenze funzionali possono intercorrere tra un arco riflesso spinale somatico e un arco riflesso strutturato su un ganglio ortosimpatico paravertebrale: il primo è costituito da una via nervosa afferente e una via effettrice e identifica un livello segmentario spinale piuttosto definito con una competenza su un’area ristretta contente pochi elementi (un lembo di cute, un muscolo, un’articolazione e un viscere). Generalmente un arco riflesso governato da un ganglio pertinente al SNV estende invece la sua competenza su una superficie somatica ben più ampia tanto da accogliere un numero e una varietà maggiore di soggetti biologici, somatici e viscerali talora sino a includere persino taluni SS somatici. Tra poco si accennerà alle funzioni del Ganglio Stellato e alle STAL che prevedono il suo trattamento e questo aspetto sarà chiarito meglio.
Con notevole impatto concettuale ma deboli ricadute sul piano delle attività cliniche routinarie già nella prima metà del XX° Secolo erano stati proposti modelli che superavano l’angusto ambito del SS su interessanti basi empiriche e sperimentali. Robuste conferme dello stesso segno sarebbero emerse nella seconda metà del Secolo con la scoperta di variabili nelle dinamiche computazionali del sistema nervoso, di numerose e varie modificazioni biologiche promosse dalla plasticità neuronale, dei meccanismi alla base del referred pain e dell’organ cross-talcking. Recentemente il peso delle evidenze ha indotto a considerare superata l’idea della segregazione segmentale e, di conseguenza, il concetto stesso di “segmentoterapia” [15]. Quando la sede di origine dell’irritazione nervosa e quella di espressione della criticità clinica coincidevano (come spesso accade nei traumi meccanici, nelle ustioni, nelle infezioni localizzate e nelle ferite chirurgiche) le STAL previdero il trattamento del distretto dolente o dei nervi sensitivi a esso pertinenti (FTI18). Tale procedura venne designata “terapia del locus dolendi” e tutt’oggi l’impiego di cerotti transdermici a base di AL da apporre sulle superfici somatiche dolenti suggerisce quanto essa sia lontana dall’essere accantonata. Resiste ancora (persino presso alcuni ambienti medici) l’erronea convinzione che le STAL non possano offrire altro che un effimero sollievo dai sintomi dolorosi e che scontino una condizione di debolezza sul piano delle evidenze sperimentali. Questo pregiudizio suggerisce di considerarle semplicemente quali cure palliative basate sul transitorio effetto anestetico. Si tratta di convinzioni smentite da ricerche iniziate ancora prima dell’inizio del Secolo corrente per non parlare di numerose recentissime videnze. Quelle raccolte sul riflesso asso-assonico, ad esempio, mostrano come persino alla “semplice” terapia del locus dolendi siano sottese complesse dinamiche biomolecolari e, in questo ambito, le infezioni cutanee sono forse i più interessanti modelli di ricerca clinica e sperimentale. Nelle infezioni cutanee il riflesso assonale locale (o riflesso nervo-assone) associato all’infiammazione viene suscitato dall’eccitazione di recettori cutanei. Generato dalle terminazioni nervose sensoriali e dopo aver percorso un tratto in senso ortodromico il Potenziale d’Azione (PdA), prima di raggiungere il centro riflesso del SS per innescarvi una specifica risposta efferente, raggiunge una diramazione neuronale da cui si trasmette antidromicamente ad altri rami prossimi alla sede dello stimolo. La segnalazione antidromica del riflesso assonale induce vasodilatazione, edema e infiammazione attraverso il rilascio dei neuropeptidi CGRP (Peptide Correlato al Gene della Calcitonina) e Sostanza P dalle terminazioni nervose [52]. Piuttosto che una banale anestesia del distretto somatico doloroso la terapia con AL del locus dolendi, alla luce di queste evidenze, si traduce in una neuro-immunomodulazione in cui il primo effetto, non l’unico, è il disarmo del braccio nervoso che partecipa all’interazione patogenetica neuro-immunologica. Sul piano biomolecolare tali interazioni sono state studiate approfonditamente dal gruppo di ricerca del Dipartimento di Dermatologia e Immunologia dell’Università americana di Pittsburgh diretto dal professor Jonathan Cohen. Il team ha dimostrato che i recettori neuronali cutanei “TRPV1” (che, come altrove è precisato, sono Canali Ionici a tutti gli effetti) (33) guidano i riflessi assonici locali per suscitare una risposta immune che può persino anticipare l’aggressione da parte di patogeni. Tale attività, che a fini antimicrobici recluta neutrofili contro i patogeni extracellulari, si caratterizza per l’attivazione di cellule produttrici di IL-17 (cellule Th17 e γδ-T) ed è perciò detta immunità di tipo 17. Su un modello sperimentale di topi che esprimono recettori neuronali TRPV1 la stimolazione ripetuta della cute dell’orecchio con luce blu si è dimostrata sufficiente a indurre uno stato infiammatorio “di tipo 17” con migrazione dei neutrofili ed elevati livelli delle citochine infiammatorie IL-17, IL-6, IL-23 e TNFα [9]. Specialmente chi sia interessato a conoscere e professare le TAL può trarre da questo studio almeno due dati importanti: anzitutto la risposta immunitaria “di tipo 17” (ma anche altre forme di risposta immunitaria) può essere innescata anche dalla semplice attivazione dei recettori in assenza di lesioni tissutali. In secondo luogo, l’effetto della stimolazione nervosa non si limita all’area stimolata ma si manifesta anche sulla cute adiacente non stimolata. La risposta immunitaria neurogena di tipo 17 ha mostrato di conferire un’efficace protezione da successive infezioni sostenute da Candida Albicans e Staphylococcus Aureus. Data la velocità dei riflessi neurali (pochi secondi) rispetto a quella delle risposte immunitarie (minuti/ore) l’anticipazione neurale dell’immunità potrebbe rappresentare una risposta precoce a un potenziale pericolo e ciò suggerisce che la nocicezione può modellare l’immunità ancor prima che si verifichino lesioni o infezioni. Nonostante la dimostrata attività protettiva dell’ospite il controllo neurale dell’immunità cutanea mediata dal recettore neuronale cutaneo TRPV1 è stato identificato anche quale fattore patogenetico poiché in modelli murini esso può innescare forme dannose di infiammazione “di tipo 17” del tutto simili alla psoriasi [58]. Si rammenta che i canali Transient Receptor Potential cation channels (TRP) costituiscono una grande famiglia di Canali Ionici (CI) situati sulle membrane di quasi tutti i tipi cellulari a svolgere ruoli rilevanti in una moltitudine di processi fisiologici e patologici (34). Essi possono costituire un importante target per numerose forme di TAL a motivo della loro affinità recettore/ligando con gli AL [26][22]. Restando sul filo delle obiettivazioni biomolecolari è noto che nel dolore di natura infiammatoria l’iperalgesia è sempre associata alla sovraregolazione della Ciclo-ossigenasi-2 (COX-2) nel midollo spinale e dei livelli di Prostaglandina Centrale E2 (PGE2). In un modello di infiammazione periferica sprimentale nei ratti uno studio del 2009 ha testato l’effetto del blocco reversibile dei segnali nervoso mediante AL sull’espressione spinale di PGE2 e COX. Dopo iniezione sottocutanea di una sostanza irritante nella zampa posteriore sono stati misurati l’edema locale, l’iperalgesia termica e meccanica, la concentrazione di PGE2 nel liquor cerebrospinale e di COX-1 e COX-2 nei DRG. Successivamente i ratti hanno ricevuto il blocco con AL del nervo sciatico. Alla conseguente attenuazione dell’iperalgesia e dell’infiammazione locale erano associate l’inibizione dell’espressione di COX-2 nei DRG e della produzione di PGE2 nel liquor cerebrospinale [4]. E’ noto che nel dolore infiammatorio sono coinvolte numerose citochine pro-infiammatorie tra cui il TNFα. Nel dolore neuropatico sperimentale indotto dalla legatura nervosa si verifica il trasporto assonale bidirezionale del TNFα e il suo percorso retrogrado si osserva regolarmente nel corso di infiammazioni sperimentali scaturite da iniezioni di sostanze irritanti. Uno studio francese del 2010 ha dimostrato che in questi casi il blocco nervoso loco-regionale con AL si traduce nella totale abolizione dell’espressione del recettore per il TNFα nel DRG e del trasporto retrogrado del TNFα [14]. Queste evidenze sperimentali possono spiegare almeno in parte l’efficacia dei “blocchi” nervosi con AL nel ridurre l’infiammazione neurogena e l’inibizione a lungo termine del fenomeno iperalgesico osservato negli animali e nell’uomo. Da ricerche come quelle appena citate (e da tante altre in ambiti diversi da quello algologico) risulta evidente che l’impiego sapiente degli AL per fini terapeutici non si limita a esprimere effetti palliativi ma entra nel cuore di numerosi meccanismi biomolecolari di grande rilevanza patogenetica.
Per quanto lo stesso sir Charles Scott Sherrington abbia ammonito che per molti aspetti il Segmento Spinale (SS) dovesse essere considerato frutto di un’astrazione (se non altro poichè nelle sue ricerche quasi sempre era stato costretto a isolarlo dal sistema nervoso globale) esso invece fu a lungo considerato come un rassicurante “punto fermo” caratterizzato dalla assoluta prevedibilità della relazione stimolo/risposta: ben note vie afferenti vi convogliano impulsi e altrettanto identificabili vie efferenti proiettano fuori di esso impulsi efferenti verso predeterminati e “certi” targets! Questa semplificazione si proiettò sulle STAL rendendo difficilmente interpretabili, ad esempio, le risposte di diverso segno che lo stesso paziente poteva manifestare tra un’applicazione e un’altra o che diversi soggetti con patologie apparentemente identiche potevano esibire dopo il trattamento. Studi recentissimi ragguagliano su quanto l’attività dei sistemi inibitori, una tra le più importanti variabili in gioco, possa determinare anche nel breve periodo sensibili modificazioni delle funzioni afferenti, integrative, elaborative ed effettrici del SS [5][23][40].
E’ opportuno ribadire che, a partire dalle loro origini fino ai nostri giorni, le STAL costituiscono in tutto il mondo materia obbligatoria di insegnamento accademico nei corsi di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia del Dolore anche se nella prassi clinica esse sono largamente sottoutilizzate. Negli istituti ove vengono erogate (generalmente confinate entro protocolli di Terapia del Dolore) il trattamento rispecchia la logica su descritta che prevede che debbano essere applicate solo sul SS ove si esprime la criticità clinica. Fatta eccezione per le anestesie spinali (che si applicano quando le patologie coinvolgono contemporaneamente più SS contigui) nelle strutture della sanità pubblica e nei tariffari delle assicurazioni sanitarie le STAL sono contemplate e applicate ancora esclusivamente con lo stesso criterio che venne formulato all’alba del XX° Secolo e che sancì l’indissolubilità dell’abbraccio tra SS e TAL menzionato all’inizio del capitolo. Qui non si intende confutare la validità terapeutica delle STAL, preziosissime forme di terapia, quanto piuttosto rimarcare che gli sviluppi delle conoscenze empiriche e sperimentali hanno ampliato sensibilmente il campo di intervento terapeutico degli AL superando il limite di competenza funzionale del SS [15].
Su questo fronte (come su altri su cui si argomenterà) un’imbarazzante frattura tra gli sviluppi delle conoscenze scientifiche e la prassi clinica routinaria realizza un paradosso: taluni “uomini di scienza” e “opinionisti della salute”, adagiati su modelli ampiamente superati dai progressi delle conoscenze e appellandosi a non meglio precisati argomenti confortati dal modello “Evidence Based”, indicano le TAL quali metodiche non scientificamente convalidate.
07c.
Il Blocco del Ganglio Stellato con AL (BGSAL): “segmentoterapia” o “neuro-immunomodulazione ultrasegmentaria”?
Poco sopra è stata sinteticamente indicata l’irritazione nervosa quale meccanismo patogenetico responsabile delle malattie sensibili alle Segmentoterapie con Anestetici Locali (STAL). L’illustre chirurgo René Leriche (1879-1955) era già convinto che essa si esprimesse prevalentemente a carico del settore ortosimpatico del Sistema Nervoso Vegetativo (SNV) e che fosse responsabile di fenomeni di vasocostrizione distrettuale e di elicitazione del dolore. Questo lo indusse a effettuare numerose simpaticectomie (sezione chirurgica dei nervi simpatici). Nel 1913 segnalò di aver conseguito la risoluzione del dolore e della vasocostrizione in casi di Morbo di Raynaud mediante stellectomia, la resezione del Ganglio Stellato (GS), procedura che per sua stessa ammissione poteva esporre i pazienti a conseguenze spiacevoli nel medio e nel lungo periodo [28]. Successivamente accertò che il Blocco del Ganglio Stellato con Anestetici Locali (BGSAL) poteva risultare altrettanto efficace e molto meno gravido di possibili effetti indesiderati. Da quel momento prese a effettuare sempre meno simpaticectomie e sempre più numerose Terapie con Anestetici Locali (TAL) aventi quale bersaglio i gangli del SNV: “Con la collaborazione di Fontaine, Wertheimer, Frieh, Kunlin, Lucinesco, Frolich e altri ho accertato sin dal 1925 che si può sopprimere un dolore circoscritto infiltrando novocaina (procaina, ndr) nel ganglio simpatico corrispondente… generalmente il dolore scompare nell’arco di pochi secondi per ricomparire dopo alcune ore ma in forma più leggera. Non di rado ripetendo l’infiltrazione la vasocostrizione e il dolore scompaiono definitivamente“. In sostanza Leriche giudicò l’efficacia delle TAL del Sistema Simpatico (SS) non inferiore a quella della simpaticectomia tanto che dichiarò che esse “possono essere paragonate a bisturi che non versano sangue” [28]. Incoraggiati dalle sue segnalazioni molti altri si cimentarono in analoghe applicazioni pubblicando a loro volta sulla efficacia delle TAL in numerosi quadri morbosi a carico dell’arto superiore, dell’emitorace e dell’emicranio. Vennero così accumulate preziose esperienze anche su una larga gamma di malattie traumatologiche o da agenti fisici. Fu ad esempio comprovata l’efficacia del trattamento con AL del SS in caso di congelamento delle estremità [6]. Negli anni Trenta-Quaranta del XX° Secolo le osservazioni di Lériche in tema di simpaticectomia, di TAL del SS e del rapporto rischi/benefici delle due opzioni terapeutiche stimolò un intenso dibattito. Tra gli studiosi che vi diedero i maggiori contributi si annoverano il chirurgo ceco Felix Mandl, ideatore di una tecnica di TAL sulla catena dei gangli del SS lombare, e il professor Paul Sunder-Plassmann, Direttore della divisione della Clinica Universitaria di Münster [45[62]. L’interesse che quel dibattito suscitò ha resistito al tempo fino a giungere ai nostri giorni [12].
Da oltre un secolo il Ganglio Stellato (GS) rappresenta la struttura nervosa pertinente al SNV più frequentemente menzionata dalla letteratura medica internazionale e altrettanto si può dire del suo trattamento con AL (il BGSAL). Può suscitare sorpresa la quantità e la varietà di effetti biologici del BGSAL su numerose funzioni di diversi tessuti, organi e apparati. Ma se è certo che la via finale comune del governo del microcircolo e del trofismo di un distretto somatico è affidata a strutture come il GS perché mai talora accade di assistere all’inefficacia del suo trattamento con AL? Inoltre, perché talora con quattro o cinque BGSAL si riesce a conseguire il risultato terapeutico desiderato mentre in altri casi apparentemente analoghi neppure dieci-dodici trattamenti risultano sufficienti? Questi interrogativi ci precipitano nel “vaso di Pandora” del SNV e nelle numerose novità emerse dalla ricerca che lo riguardano e che impongono alcune correzioni delle lenti con cui finora è stato osservato. Quello che può considerarsi accertato è che il GS (e più in generale l’intero SNV) non è assimilabile a un pianoforte ove a ogni tasto corrisponde sempre una determinata nota.
E’ stato già anticipato che le Segmentoterapie con AL (STAL) iniziarono a essere applicate a cavallo tra il XIX° e il XX° Secolo e che si sono mostrate inossidabili al tempo tanto che persino oggi sono indicate quando le terapie contemplate nelle linee guida internazionali non offrono i risultati auspicati. Il GS costituisce il più importante agglomerato di neuroni del sistema simpatico cervico-toracico, strutturato in due catene (destra e sinistra) poste al lato della colonna cervicale. Dal punto di vista neurotrasmettitoriale esso, analogamente ad altre entità costituenti il Sistema Simpatico (SS), è adrenergico e il grado di complessità che esprime nel pilotaggio di funzioni aspecifiche (microcircolo, trofismo, nocicezione) e di funzioni altamente specializzate (attività cardiovascolare e respiratoria, visione, udito, equilibrio, eccetera) è tale che in questo sito vi si dovrà tornare più di una volta.
L’apprezzatissimo manuale “Regional Block” di Daniel Charles Moore, tradotto in cinque lingue, in tutte le sue edizioni (dal 1953 al 1981) propose l’indicazione terapeutica del BGSAL nelle malattie vasospastiche del braccio, del cervello, della faccia e del polmone (alterazioni arteriose, venose e linfatiche); nelle diverse forme di distrofia post-traumatica e post-operatoria dell’arto superiore (oggi indichiate come Complex Regional Pain Syndrom); nelle condizioni morbose dolorose dell’arto superiore, della faccia e del tronco (infezioni e ulcere torpide, borsiti subacromiali, rigidità articolari, spasmo faciale, herpes zoster); nel dolore cardiaco e anginoso; nello stato asmatico e dopo interventi di chirurgia plastico-ricostruttiva degli arti superiori, del collo e della faccia [48]. In tutto il mondo il suo “Regional Block” è stato apprezzato da generazioni di specializzandi in Anestesia e Rianimazione e questo ancor più giustifica la perplessità di fronte al giudizio di alcuni che tutt’ora accusano le TAL di “panaceismo” e le classificano nel novero delle medicine “alternative” distanti dalla scienza medica accademica. Per lunghi anni Direttore del Dipartimento di Anestesiologia del Virginia Mason Hospital di Seattle, Daniel Charles Moore spiegò il meccanismo d’azione sottostante all’efficacia terapeutica del BGSAL con l’incremento della funzione microcircolatoria, specie arteriosa, sottendendo che dietro tutte le malattie comprese nel folto gruppo di indicazioni vi fosse un disordine circolatorio. Poiché le forme morbose per le quali egli pose l’indicazione del BGSAL godono dell’alimentazione nervosa offerta dal GS (si perdoni il passaggio tautologico reso necessario da esigenze di chiarezza) è evidente che propose il BGSAL quale “segmentoterapia” analogamente ai tanti altri studiosi applicati ai “blocchi” nervosi periferici con AL. Come già è stato detto a proposito delle altre forme di STAL, la pratica del BGSAL ha resistito egregiamente al tempo tanto da arrivare ai giorni nostri con un incessante reclutamento di sempre nuove indicazioni.
Con l’intento di tracciare uno stringato filum storico sono di seguito menzionate alcune indicazioni al BGSAL iniziando con alcune malattie dell’albero respiratorio. Pioniere in questo ramo della medicina fu il più volte citato René Leriche che nel 1937 fu il primo a pubblicare osservazioni sull’efficacia del BGSAL nell’embolia polmonare [28]. Negli anni ‘50 del XX° Secolo vennero pubblicate indicazioni al BGSAL nell’asma bronchiale [13][46], per rallentare l’evoluzione della tubercolosi polmonare e contrastare la sofferenza pleuropolmonare nello shock settico [47][59]. Recenti studi condotti su modelli animali hanno perfezionato la conoscenza dei meccanismi con cui il BGSAL protegge il polmone dalla sofferenza indotta da diverse noxe tra cui lo stesso shock settico. Al proposito, per l’accuratezza con cui sono illustrati gli aspetti biomolecolari sottesi al risultato sperimentale, è interessante uno studio condotto nel 2018 da un team di ricercatori cinesi su novanta ratti maschi in cui è stata suscitata la sepsi con la legatura e la puntura del cieco. In uno solo dei gruppi affetti da sepsi (gruppo 1) è stato effettuato il BGSAL. Successivamente sono state registrate sensibili differenze con il gruppo in cui il BGSAL non era stato effettuato (gruppo 2): nel gruppo 1 la concentrazione nel siero di TNFα e IL-6, il rapporto umido/secco del tessuto polmonare, il punteggio del danno istopatologico, l’attività della mieloperossidasi e l’espressione di NF-κB p65 erano molto inferiori rispetto al gruppo 2 mentre la concentrazione sierica della citochina anti-infiammatoria IL-10 risultava aumentata [8]. Il BGSAL è stato recentemente indicato anche quale possibile terapia di numerose forme morbose alcune delle quali di non frequente osservazione: nella dermatite seborroica del volto (al miglioramento clinico si è associata la normalizzazione delle IgE sieriche e dei livelli di eosinofili) [68], nella prevenzione e nello sviluppo dell’edema polmonare neurogeno [37], nella paralisi faciale in soggetti con diabete tipo 2 ove i ricercatori hanno giudicato il BGSAL più efficace di ogni altra forma di terapia [41], nei linfoedemi degli arti superiori successivi a mastectomia [24] e di diversa altra genesi [18], nel deficit sensoriale della faccia successivo a interventi di chirurgia ortognatica [49], nell’ischemia delle dita delle mani che compare nei gravi stati di sepsi [2], nelle vasculiti delle estremità superiori che compaiono nel Lupus Eritematoso [54], nelle Complex Regional Pain Syndrome (CRPS) tipo 1 e tipo 2 dell’arto superiore [51], nel contrasto della sofferenza infiammatoria polmonare acuta sostenuta da pancreatite [27], da infezione di Covid-19 e da Pneumonia [17], nella granulomatosi eosinofila con poliangite delle estremità superiori resistente alle terapie di rito [43] e nel fenomeno di Raynaud che compaia nel quadro di malattie reumatiche [55]. Anche varie forme di sofferenza encefalica hanno mostrato di poter trarre importanti benefici dal BGSAL e numerose evidenze che sono emerse da studi sul tema sono pregne di interessanti implicazioni. L’applicazione del BGSAL ha corretto disturbi del ritmo della melatonina [66], evidenza questa che ha smentito la tesi di Moore secondo la quale il meccanismo d’azione del BGSAL è connesso esclusivamente alla vasodilatazione nell’area di competenza del ganglio. E’ noto che la prolungata privazione del sonno induce dannose conseguenze: ne risulta anzitutto danneggiato l’ippocampo e tra le prime disfunzioni che si manifestano spiccano quelle a carico dell’apprendimento spaziale e della memoria. In un esperimento condotto su 64 ratti maschi Sprague Dawley è emerso che il BGSAL destro può migliorare il danno dell’ippocampo e le menzionate disfunzioni. I ricercatori se ne sono accertati valutando le prestazioni mnesiche e l’apprendimento spaziale, le modificazioni istopatologiche dei neuroni ippocampali, l’espressione di caspasi-3, IL-1 e IL-6 nell’ippocampo e i livelli sierici di melatonina [11]. Ancora a proposito di sofferenze cerebrali è interessante anche uno studio condotto nel 2022 da un team del Dipartimento di Anestesiologia dell’Ospedale Universitario della città cinese di Harbin: in ratti diabetici il BGSAL ha ridotto notevolmente l’infiammazione encefalica suscitata dall’ischemia provocata mediante occlusione sperimentale dell’arteria cerebrale media. Fin qui c’è poco di sorprendente dato che, come vedremo, il BGSAL ha mostrato la sua efficacia terapeutica nelle sofferenze encefaliche della più varia natura (16) ma a fianco di altri aspetti i ricercatori fanno anche notare che se esso è effettuato durante le ore notturne non sortisce effetti neuroprotettivi e questo suggerisce che sia fortemente influenzato dal ritmo circadiano [30].
Nei successivi capitoli dedicati alle patologie d’organo e alle grandi sindromi ritroveremo il BGSAL come forma efficace di terapia in malattie diverse per patogenesi a carico del cranio, dell’encefalo, del massiccio faciale, del cuore, dell’arto superiore e del polmone (14) (15) (16) (17): si tratta di distretti somatici e organi compresi nello stesso “grande segmento” governato dal GS. Chi sia rimasto impressionato dal numero e dalla diversa natura delle forme morbose sensibili al trattamento di questa forma di STAL sappia che le sorprese non sono finite: una sintetica revew degli articoli scientifici pubblicati sul BGSAL negli ultimi dieci anni mostra che questa procedura terapeutica ha competenze persino molto più vaste di quelle fin qui elencate al punto che in Giappone le sue indicazioni cliniche previste dal sistema sanitario pubblico comprendono anche alcune malattie sistemiche (pertanto necessariamente “ultrasegmentarie”). Il BGSAL è stato indicato come risorsa terapeutica anche contro le vampate di calore nella menopausa [35] e per mitigare i sintomi della Post-traumatic Stress Disorder (PTSD) [20][36][56][61], quadro clinico complesso e di caratura sistemica sostenuto da alterazioni di diverse linee di neuro-ormoni e neurotrasmettitori (serotonina, GABA, glutammato, Neuropeptide Y e diversi oppioidi endogeni) [65]. In altri recentissimi articoli si segnala l’efficacia del BGSAL in patologie infiammatorie enteriche [25][32][74], malattie nelle quali fino a poco fa si pensava esclusivamente a una corresponsabilità neurogena vagale, e nei disturbi gastroenterici successivi agli atti di chirurgia addominale [69]. Le relazioni tra GS e sistema digestivo sottodiaframmatico sembrano più numerose di quanto sia stato finora immaginato e il BGSAL, che in questo quadro non può più essere considerato una “segmentoterapia”, ha largamente contribuito a svelarle. E’ accertato che lo shock emorragico induce ischemia e ipossia del reticolo endoplasmatico della mucosa enterica e lo stress conseguente porta ad apoptosi cellulare, danno della struttura tessutale e insufficienza d’organo. Una recente ricerca cinese ha dimostrato che il BGSAL contrasta lo stress della barriera intestinale indotto dallo shock emorragico migliorandone la funzione. In modello di ratto con shock emorragico seguito da procedure standard di rianimazione sono stati monitorati i parametri significativi per la funzione di barriera della mucosa intestinale: la permeabilità intestinale, il rapporto umido-secco, l’acido D-lattico e l’espressione nei tessuti intestinali di ATF6α (Activating transcription factor alpha), PERK (protein kinase R-like endoplasmic reticulum kinase), IRE1α (inositol-requiring enzyme 1α) e i livelli plasmatici di I-FABP (Intestinal fatty acid-binding protein = proteina legante gli acidi grassi intestinali). Nel gruppo di ratti a cui era stato applicato il BGSAL è stato osservato il miglioramento significativo di tutti questi parametri rispetto al gruppo di controllo. Dallo studio si evince che il BGSAL ripara la barriera della mucosa intestinale attraverso il controllo dello stress del reticolo endoplasmatico enterico indotto dallo shock emorragico [71]. La velocità della cascata infiammatoria e del disordine immunitario associati allo shock emorragico sono stati correlati al ritorno della linfa mesenterica di origine splenica ricca di cellule TCD4+ tanto che sembra proprio questa la fase dello shock gravata da più elevata mortalità. Le cellule CD4 (o linfociti T ausiliari) sono così chiamate perché sulla loro superficie presentano la glicoproteina CD4 (“CD” sta per cluster di differenziazione mentre il numero 4 identifica il tipo di cellula). Prodotte dal timo esse circolano liberamente nel sangue e nella linfa e costituiscono un sottotipo di globuli bianchi con compiti cruciali nell’espressione di risposte specifiche per ogni tipo di antigene che si sia introdotto o materializzato nell’organismo (virus, batteri, cellule neoplastiche o parti di esse). La loro valutazione quantitativa nel sangue indica lo stato di salute del sistema immunitario e aiuta a formulare la diagnosi e il monitoraggio dei linfomi, delle immunodeficienze primarie e secondarie e delle malattie autoimmuni [57]. Un altro recente studio cinese condotto dall’Istituto di Microcircolazione in collaborazione con il Laboratorio di Intervento sulle Malattie Acute dell’Hebei North University di Zhangjiakou ha dimostrato che il BGSAL aumenta il tasso di sopravvivenza nei ratti con shock emorragico. Lo studio ha cercato di appurare se il BGSAL può esprimere effetti favorevoli sulla proliferazione e la funzione delle cellule TCD4+ spleniche isolate da ratti sottoposti a shock emorragico e indagare il meccanismo dell’interazione del BGSAL con l’autofagia e la linfa mesenterica da shock postemorragico. I risultati hanno dimostrato che il BGSAL inibisce significativamente la proliferazione di TCD4+, la produzione delle citochine IL-2, IL-4 e della proteina 8-like 2 indotta dal TNFα [31].
Da studi di anatomofisiologia comparata apprendiamo che già i vermi nematodi presentano forme primitive dei sistemi immunitario e nervoso capaci di esprimere attività sinergiche finalizzate al controllo dell’infiammazione. Nei mammiferi i due sistemi, sollecitati da infezioni e da lesioni sterili, si sono coevoluti manifestando circuiti neurali riflessi che mantengono l’omeostasi immunologica risultando essenziali per la salute e la sopravvivenza [1]. Numerose ricerche condotte in quella direzione avevano raccolto evidenze di effetti interessanti le attività immunocompetenti su scala sistemica indotti da interventi sul SNV. Uno studio condotto in Giappone nel 2000 su volontari sani aveva accertato che il BGSAL esprime effetti immunomodulatori modificando l’espressione dei sottogruppi di linfociti e delle attività delle cellule NK [72]. Per spiegare l’efficacia del BGSAL in alcune indicazioni off-label marcatamente ultrasegmentarie e con evidente partecipazione immunologica l’anestesista americano Eugene Lipov, il più fecondo tra i ricercatori dediti allo studio del BGSAL nei malati di PTSD, propone un modello di neuro-immunomodulazione: il BGSAL esprimerebbe effetti terapeutici ultrasegmentari regolando il sistema immunitario attraverso un percorso neuro-immunologico simile a una sorta di riflesso [33]. L’Autore parte dall’evidenza che tutti gli organi immunitari, primari e secondari, presentano innervazione ortosimpatica in cui il principale neurotrasmettitore è rappresentato dalla noradrenalina (NE) e che nelle risposte immunitarie le modificazioni tendono a manifestarsi su scala sistemica. Recettori β2-adrenergici sono espressi sui linfociti T e B mentre gli immunociti “innati” esprimono sia i recettori α- che quelli β-adrenergici. Per quanto riguarda il ramo afferente del riflesso è accertato che la loro attivazione riduce le citochine pro-infiammatorie mentre incrementa le citochine anti-infiammatorie e che le cellule T aumentano di numero con spostamento dell’equilibrio Th1/Th2 verso la risposta Th2. L’arco riflesso neuroimmunologico invocato da Lipov insisterebbe in direzione centripeta dal GS verso l’amigdala, l’insula e l’ippocampo. A loro volta queste strutture encefaliche sono reciprocamente innervate con il locus coeruleus, struttura del tronco encefalico coinvolta contemporaneamente nel controllo di funzioni neurovegetative e immunologiche. Dal locus coeruleus partirebbe la via efferente verso il sistema immunitario le cui funzioni sarebbero modulate in senso anti-infiammatorio. Anche se alcuni aspetti del modello proposto la Lipov non sono del tutto chiariti recentissimi studi sulle encefalomieliti sperimentali indotte in modelli animali e sulla sclerosi multipla nell’uomo sembrano confermare per il locus coeruleus un ruolo di centro riflesso di dinamiche neuroimmunologiche [16][29][53][60][64]. Trova qui almeno parziale spiegazione la via grazie alla quale il BGSAL può dare luogo a una neuro-immunomodulazione ultrasegmentaria in forme morbose ove ai miglioramenti clinici fanno spesso riscontro modificazioni immunologiche misurabili.
Oltre che nelle infiammazioni del canale alimentare le evidenze appena illustrate potrebbero condurre a un più ampio utilizzo del BGSAL nei disturbi legati al sistema immunitario e già su questo fronte sono state maturate alcune esperienze significative: in una ricerca cinese del 2013 nel Trauma Center del Southwest Hospital di Chongqing su trenta giovani con traumi gravi il BGSAL ha modulato la risposta infiammatoria precoce e i ricercatori hanno accertato la netta inibizione delle citochine infiammatorie IL-1β, IL-6 e TNFα [39]. L’applicazione del BGSAL ha prodotto effetti interessanti anche contro il “Long-Covid”, la nuova malattia infiammatoria sistemica che recentemente si è imposta all’attenzione dei clinici e dei ricercatori in tutto il mondo [38][50]. Benchè i risultati siano promettenti i dati raccolti sono ancora troppo scarsi per giungere a conclusioni definitive sui meccanismi d’azione più sottili.
Torniamo all’efficacia del BGSAL nel quadro sintomatico della PTSD riservando attenzione a un particolare aspetto del suo meccanismo d’azione. I traumi possono sollecitare la dinamica epigenetica nota come metilazione del DNA e questo processo, mediante incremento dell’espressione genica, può indurre l’aumento della concentrazione del BDNF (Brain-derived Neurotrophic Factor = fattore neurotrofico derivato dal cervello). A sua volta il BDNF attiva una cascata di germogli ortosimpatici che determinano quell’aumento della NE encefalica che costituisce forse il più importante fattore di rischio di contrarre il PTSD. Il BGSAL può imprimere una “marcia indietro” del meccanismo patogenetico promuovendo un processo di demetilazione del DNA con effetti favorevoli sul quadro sintomatico del PTSD [34]. In questa luce BDNF non può più essere semplicemente riguardata come una proteina stimolatrice della crecita ma, in una logica “sistemica”, viene a rappresentare il punto di convergenza interattiva tra genetica, ambiente e sistema simpatico. Pertanto sembra opportuna anche una correzione circa la valutazione del meccanismo d’azione del BGSAL e, in generale, delle altre forme di STAL: non è più sufficiente attribuire loro (secondo una classica interpretazione) la capacità di interrompere stimoli nocivi ma, con funzioni di “modulazione epigenetica”, vanno anche riconsiderate alla stregua di regolatrici biomolecolari di complesse attività sinergiche (33) (35).
Se l’uso corretto dei termini ha qualche valore dal punto di vista della comprensione dei contenuti occorre, come prima abbiamo visto senza necessariamente rinunciarvi, sottoporre a riesame anche il termine “blocco”. Esso viene diffusamente impiegato per indicare l’applicazione di AL su elementi nervosi effettuata sia per fini anestesiologici che terapeutici. Il suo conio risale a molti decenni or sono allorchè si appurò che la trasmissione dei segnali nervosi poteva essere transitoriamente interrotta dagli AL e quando studi elettrofisiologici attribuirono questo effetto al legame di quelle sostanze con i canali del sodio. Molta acqua è passata sotto i ponti da quello stato delle conoscenze e se il termine significante “blocco” dovesse coincidere con il significato appena enunciato si tratterebbe di un difetto di aggiornamento scientifico. Consacrato dall’uso e impiegato anche oggi da circuiti medico-scientifici di tutto rispetto possiamo mantenere l’uso di quel termine tenendo però a mente che già cinquant’anni or sono (ancora prima che la lente biomolecolare mettesse in luce tanti aspetti cruciali che oggi ci sono noti) il professor Gerald Condouris, Direttore del Dipartimento di Farmacologia del Seton Hall College of Medicine and Dentistry del New Jersey, già indicava gli AL quali “modulatori” dell’informazione [10] che oggi sappiamo essere di natura nervosa e immunologica.
Come si è già detto il presente sito non ha forma né finalità manualistiche ma è giusto qui almeno rappresentare che il medico professante la Terapia Neurale secondo Huneke (TNH) può effettuare il BGSAL in regime ambulatoriale senza provocare al paziente dolore o importanti disagi (FTI2).
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