23 Gen 05. L’Anestesia Locale irrompe in ogni settore della Medicina. I fondamenti della Fisiologia del XIX° e del XX° Secolo mostrano crepe
Claudio Dell’Anna
Nota dell’autore.
Nel corso della lettura è possibile connettersi ad altri settori del sito attraverso numerosi links. Quelli siglati “FTI” introducono a filmati sulle tecniche iniettive qui presentate per dare l’idea della versatilità delle Terapie con Anestetici Locali (TAL). I filmati “FTI” non hanno finalità didattiche poiché sono stati registrati nell’arco di circa un quarantennio e nel tempo alcune tecniche iniettive sono state perfezionate.
Gli argomenti di questo capitolo sono tra loro così intrecciati che si rende necessaria una trattazione che consenta di passare agilmente da un prima a un dopo e viceversa. Pertanto qui almeno in alcuni passaggi, di fronte alla scelta tra la continuità dei concetti e l’ordine cronologico degli eventi, ho preferito anteporre la prima al secondo.
05a.
L’anestesia locale, disciplina “una e trina”
Tra il XVIII° e il XIX° Secolo un nuovo particolarissimo contesto ambientale e pressanti necessità mai prima soddisfatte aprirono la strada all’anestesia locale. Nel mondo occidentale quella fase storica era segnata da rapide e profonde trasformazioni della mentalità. Per secoli l’osservanza del ruolo che il dolore occupava nell’universo giudaico-cristiano aveva marginalizzato persino l’idea della sua cura condotta in chiave scientifica ed essa era stata affidata alla divina provvidenza, a panacee di guaritori o, nel migliore dei casi, a rimedi popolari. Ma ora in Europa la potente onda dell’Illuminismo stava diffondendo, tra le tante aspirazioni alla libertà, anche quella dal dolore non più per grazia ricevuta ma per effetto di cure razionali progettate e applicate dall’uomo. Si pativa una gravissima penuria di risorse terapeutiche e l’esigenza di reperirne condusse alla sperimentazione dell’unico frutto della natura le cui capacità anestetiche erano state riconosciute: le foglie della coca. Il primo passo fu il recupero delle relazioni pervenute molto tempo prima dal Nuovo Mondo in cui era menzionata la masticazione delle sue foglie quale rimedio al mal di denti. Seppure con un ritardo di tre secoli, presumibilmente determinato dall’ingordigia dei conquistadores, la combinazione di questi fattori consacrò in un regime di fortunata empiricità l’utilità clinica degli Anestetici Locali (AL). Nelle ultime due decadi del XIX° Secolo l’anestesia locale iniziò così a godere di una popolarità sempre crescente che favorì il suo ingresso negli ambulatori e nelle sale operatorie in tutto il mondo. Quella che al suo esordio parve a molti semplicemente un nuovo strumento utile e pratico pervase ogni branca della medicina mostrandosi capace di aprire lo sguardo a orizzonti prima inimmaginabili. All’alba del XX° Secolo la sintesi di nuovi AL maneggevoli e privi di effetti sulla psiche avrebbe ulteriormente favorito la sua diffusione. Chi desideri una cronistoria più dettagliata sulle trasformazioni del pensiero in tema di dolore può accedere al filmato “Fondamenti etici e scientifici della moderna lotta al dolore” (FEF5).
Le applicazioni diagnostico-terapeutiche e quelle anestesiologiche degli AL presero contemporaneamente forma ma le prime si distinsero dalle seconde per alcuni aspetti il più evidente dei quali fu la piena autonomia dalle attività chirurgiche. Con il tempo le applicazioni diagnostico-terapeutiche estesero la loro competenza su ogni settore della medicina clinica talora quale terapia di prima scelta, altre volte quale cura complementare a fianco di altre terapie. Spesso ai nostri giorni l’applicazione terapeutica degli AL continua a essere omologata alla Terapia del Dolore (TdD) quando già nelle prime decadi del XX° Secolo essa si era mostrata efficace anche nel contrasto di malattie non dolorose. In questo senso tra gli autori di scoperte di grande rilevanza si ricorda il laringoiatra Gustav Spieß e il radiologo Ludwig Bayer che, rispettivamente, dimostrarono sperimentalmente che gli AL possono estinguere processi infiammatori del cavo orale e del canale alimentare [79][5]. Nello stesso periodo il romeno Thoma Ionescu e il suo allievo Daniel Danielopolu fornirono i primi indizi sull’implicazione di attività nervose a partenza dai segmenti spinali toracici nella patogenesi delle ischemie cardiache e sull’efficacia degli AL nel controllarla [23]. Ancora oggi le potenzialità terapeutiche degli AL riescono a suscitare sorprese. Come emerge anche dalle numerose e varie indicazioni cliniche all’intera materia è correlato un ampio arco di competenze (Neurologia, Anestesia, Algologia, Vulnologia, Cardiologia, eccetera). Oltre al dolore nelle sue più diverse forme tra le indicazioni si annoverano infatti anche disordini del tono muscolare, vasculopatie (degli arti, del cervello, del cuore e di altri organi e tessuti), disturbi respiratori, digestivi, urologici, ritmologici, disordini dei processi di riparazione tessutale e numerose malattie infiammatorie sistemiche e distrettuali.
La materia medica che si coagulò attorno all’impiego degli AL ben presto esibì due aspetti distinti ma complementari: una spiccata versatilità associata a elementi di unitarietà. La prima qualità si manifestò attraverso le sue possibilità applicative su tre diversi fronti: anestesiologico (al servizio di una chirurgia libera dal dolore), diagnostico-terapeutico (teso alla formulazione della diagnosi e al contrasto di numerose malattie) e su quello della ricerca clinica e sperimentale. La figura dello specialista in Anestesia e Rianimazione sarebbe nata solo nel 1941 con la fondazione dell’American Board of Anesthesiology e prima di allora erano per lo più chirurghi e odontoiatri a maneggiare gli AL. Dopo il 1941 per un primo periodo gli anestesisti si applicarono contemporaneamente sul fronte anestesiologico e su quello diagnostico-terapeutico e solo successivamente, con la progressiva specializzazione delle competenze, la maggior parte di essi si orientò esclusivamente verso il primo dei due.
Benché sul piano della finalità ognuno dei tre fronti applicativi fosse bene identificabile presto risultò evidente che essi erano anche correlati da numerosi aspetti di contiguità. Anzitutto quanto alla raccolta e alla fruizione dei dati i diversi fronti di impiego degli AL hanno spesso configurato un sistema di vasi comunicanti: acquisizioni provenienti da uno di essi hanno arricchito il patrimonio di conoscenze utili allo sviluppo degli altri. Non di rado è accaduto, ad esempio, che un “blocco” con AL effettuato per fini diagnostici o anestesiologici abbia offerto imprevisti vantaggi sul piano terapeutico. Sono due le importanti distinzioni da cogliere tra i tre diversi fronti applicativi degli AL: la prima riguarda i dosaggi (le applicazioni terapeutiche richiedono dosi e concentrazioni di gran lunga inferiori rispetto a quelle anestesiologiche) mentre la seconda riguarda le infiltrazioni su componenti del Sistema Nervoso Vegetativo (SNV) che già in tempi precoci furono indicate esclusivamente per finalità terapeutiche non trovando efficaci applicazioni anestesiologiche. Più tardi la scelta delle sostanze ad azione AL si sarebbe diversificata in rapporto alla finalità: nelle applicazioni terapeutiche avrebbero continuato a essere impiegati per lo più i “vecchi” AL procaina e lidocaina mentre la chimica produsse sostanze ad azione più potente e prolungata da preferire nelle applicazioni anestesiologiche.
Oltre ai benefici che iniziò a offrire ai sofferenti l’impiego degli AL si rivelò anche sorprendentemente euristico permettendo un incremento delle conoscenze sui processi sensoriali, la fisiopatologia spinale e numerosi meccanismi dell’infiammazione. Indugiando sugli aspetti di contiguità tra i fronti di applicazione degli AL va sottolineato che una lunga e ininterrotta letteratura dimostra la loro pari dignità: nei trattati di Anestesia Loco-Regionale (ALR) pubblicati nell’arco di un secolo accanto alle indicazioni anestesiologiche sono immancabilmente citate anche quelle di interesse terapeutico e diagnostico.
Dalla seconda metà del XX° Secolo il carattere unitario della materia iniziò a confliggere con la crescente tendenza alla parcellizzazione delle competenze specialistiche. La moltiplicazione delle specializzazioni condusse così numerose riviste algologiche, reumatologiche, pneumologiche, ortopediche, cardiologiche e urologiche a ospitare articoli sulle potenzialità terapeutiche degli AL nei rispettivi settori di competenza, fenomeno questo che tutt’oggi perdura senza segni di deflessione. Continuamente corroborate da aggiornate argomentazioni fisiopatologiche tali pubblicazioni “specialistiche” fanno riemergere in una moderna cornice scientifica frammenti di una dottrina che originariamente era unitaria. In sostanza da alcuni decenni si assiste a un fenomeno editoriale che offre contemporaneamente le metodiche diagnostico-terapeutiche di impiego degli AL in un formato compatto (espresso dai testi di ALR, ramo della “Anestesia, Rianimazione e Terapia del Dolore”) e in un formato frammentato in ogni singola specialità della Medicina Clinica. L’accoppiamento delle due versioni mostra quanto ampio sia il contatto tra le applicazioni terapeutiche e diagnostiche degli AL e tutte le specialità mediche. Solo questo basta a sconfessare la critica di panaceismo che taluni avevano mosso alle TAL e c’è da chiedersi perché mai non sia stata mossa anche nei confronti degli antinfiammatori dato che anch’essi sono quotidianamente prescritti in ogni specialità medico-clinica.
Benchè le applicazioni anestesiologiche degli AL non costituiscano l’argomento di questa trattazione meritano tuttavia di essere qui accennate anche poiché, come si è detto, non di rado hanno prodotto inattesi vantaggi terapeutici. Le applicazioni anestesiologiche degli AL offrirono alle attività chirurgiche il grande servigio di renderle esenti dal dolore e parteciparono alla realizzazione dell’identità professionale del medico specialista Anestesista e Rianimatore. E’ stato già anticipato che le prime procedure a comparire sulla scena furono i Blocchi Nervosi Tronculari, cioè l’interruzione della conduzione di tronchi nervosi per consentire l’atto chirurgico nel distretto di loro pertinenza. Il bagaglio di manualità si arricchì con il Blocco Plessico (ove il target è rappresentato da un plesso nervoso) e l’anestesia locale per infiltrazione, tesa a rendere insensibile un lembo di tessuto per infiltrazione del suo sottile reticolo nervoso. Furono poi concepite le anestesie spinali che consentirono di realizzare allo stesso tempo ampi e profondi blocchi di numerosi nervi con dosi esigue di AL. Divenne così possibile procedere con tranquillità anche a interventi chirurgici che prima rischiavano di condurre a morte il paziente per il dolore o gli effetti nocivi di alte dosi di anestetici generali. Negli interventi più impegnativi l’associazione dell’anestesia locale all’anestesia generale poteva garantire la necessaria efficacia anestesiologica con dosaggi totali più tollerabili. Oltre al dolore immediatamente conseguente all’atto chirurgico gli AL riuscivano a controllare altre complicazioni post-operatorie e non di rado il beneficio persisteva anche dopo l’esaurimento dell’effetto anestetico locale. Nel corso degli anni numerose tecniche sono state perfezionate e rese più sicure anche grazie a moderne tecnologie. Sia per scopi anestesiologici che diagnostico-terapeutici l’effettuazione dei blocchi con AL richiede approfondite conoscenze di Anatomia Chirurgica, di Neuroanatomia e dei rapporti di innervazione. I blocchi anestesiologici devono essere effettuati nel rispetto del principio che qui convenzionalmente designiamo “un nervo, un distretto, una funzione”: è soltanto un nervo (o un ristretto numero di nervi) a garantire a un definito distretto somatico facoltà sensitive e/o motorie. In ambito anestesiologico è facile comprenderne il rationale poichè solo bloccando il nervo giusto (o i nervi giusti) il distretto destinato a ricevere l’atto chirurgico potrà godere della necessaria sospensione delle sensibilità. L’anestesia locale praticata per scopi anestesiologici deve sempre soggiacere a questo principio che, come sarà chiarito più tardi, non sempre vale per le applicazioni terapeutiche degli AL.
05b.
La sintesi della procaina e i primi passi della ricerca sperimentale sugli AL
Nel 1905 l’amburghese Alfred Einhorn, docente di Chimica Organica presso l’Università di Monaco, riuscì a ottenere la sintesi di un alcaloide costituito da un estere dell’acido para-aminobenzoico che chiamò Cloridrato di Procaina e che dal 1909 venne commercializzato come AL con il nome “Novocaina“. Fu un passo avanti che offrì enormi vantaggi: l’effetto anestetico locale della procaina era potente quasi come quello della cocaina ma alle dosi con cui quest’ultima produceva disturbi cardiaci la procaina induceva solo leggeri e fugaci malesseri, nessun effetto a carico della sfera psichica né assuefazione e dipendenza. Naturalmente l’avvento della procaina pose termine alla permanenza negli ambulatori e nelle corsie degli ospedali della cocaina in qualità di presidio medico. Numerose furono le entusiastiche testimonianze sulla maneggevolezza e l’affidabilità del nuovo AL. Le prime tra queste portarono la firma dell’internista Alfred Kreke e del chirurgo Richard Pacher, che la impiegarono sia con finalità anestesiologiche che terapeutiche, datate 1910 [52]. Circa vent’anni più tardi essi confermarono quei contenuti in un nuovo articolo in cui illustrarono le numerose esperienze terapeutiche maturate con l’impiego di procaina [52]. Per una circostanza fortuita nel 1925 i fratelli Ferdinand e Walter Huneke accertarono che una piccola dose di procaina iniettata per via endovenosa (e.v.), procedura considerata estremamente pericolosa dalla comunità scientifica del tempo, poteva offrire importanti effetti antidolorifici e antinfiammatori [45] (08). Negli anni che seguirono vennero sintetizzati nuovi AL che presentavano caratteristiche diverse con la possibilità per i medici di operare scelte sempre più raffinate in rapporto alle diverse esigenze. Restando nel novero dei nuovi AL che seguirono alla sintesi della procaina, nel 1943 il chimico svedese Nils Löfgren sintetizzò la lidocaina che, dopo una lunga sperimentazione che consentì di rilevarne anche le potenzialità antiaritmiche e antiepilettiche, venne commercializzata nel 1948 come Xilocaina. Come vi sarà modo di illustrare essa fu ampiamente applicata per via sistemica. Questo sito non ha tra i suoi scopi l’elencazione di tutte le sostanze con effetto anestetico locale che sono state sintetizzate: l’Utente può reperirne notizie sui siti web dedicati al tema.
Le prime attività di ricerca sugli effetti biologici degli AL viaggiarono su due percorsi. Uno di essi prese avvìo al termine della Grande Guerra ove l’impiego dei gas asfissianti era stata una delle atrocità che maggiormente avevano sollecitato lo spirito etico degli scienziati. Questi intrapresero importanti ricerche su possibili rimedi contro quei veleni assunti per via inalatoria: su modelli animali integri e su modelli sottoposti a preventive forme di neuroablazione vennero sperimentati gli effetti della loro esposizione. Emerse che i conigli preventivamente vagotomizzati esposti al gas fosgene avevano maggiori possibilità di sopravvivenza rispetto a quelli integri. In questo fronte di ricerca si distinsero il biochimico olandese Ernst Laquer e il farmacologo tedesco Rudolf Magnus [55]. Nello stesso modello sperimentale di edema ed emorragia polmonare da inalazione di fosgene lo studioso sovietico Nikolai Karakchiev riuscì a dimostrare che anche il blocco del ganglio stellato con procaina risultava efficace [49].
L’altro ramo di studi si materializzò in approfondite ricerche farmacologiche. Anche qui si registrò la supremazia tedesca tanto sul piano degli effetti anestesiologici quanto su quello degli effetti terapeutici degli AL. A distinguersi su questo fronte furono gli istituti universitari di Farmacologia di Friburgo e di Heidelberg ove gli studi furono condotti da eminenti personalità della ricerca chimico-farmacologica. Tra il 1949 e il 1954 Fritz Eicholtz e Albrecht Fleckenstein accertarono che l’AL procaina migliora la fragilità e la permeabilità capillare emergenti nei processi infiammatori, contrasta la depolarizzazione dei neuroni sollecitati da vario genere di noxae, modula l’attività ortosimpatica e la risposta biologica all’istamina e a numerose altre sostanze. In corso di trombosi e di processi infiammatori sperimentali essi registrarono effetti favorevoli della procaina anche sull’endotelio e sui meccanismi di adesione delle piastrine [28][29][35][36][37]. A partire dagli anni Trenta-Quaranta del XX° Secolo le ricerche sugli effetti biologici degli AL sono state condotte anche con metodologie di indagine elettrofisiologica ma negli ultimi due decenni l’applicazione di metodiche di ricerca basate sul reciproco riconoscimento intermolecolare (prevalentemente tra molecole di natura proteica) ha permesso anche in questo settore l’apporto di ulteriori progressi delle conoscenze (34) (35) (36).
05c.
Sempre nuove indicazioni all’impiego diagnostico-terapeutico degli Anestetici Locali
A illustrare i criteri generali dell’impiego diagnostico degli AL sono sufficienti poche righe. Nel 1923 sulla rivista “Zentralblatt für Chirurgie” apparve una pubblicazione dell’illustre chirurgo tedesco Arthur Läwen: “Esperienze sull’anestesia locale paravertebrale per la diagnosi differenziale tra malattie della cistifellea, dello stomaco, del rene, del segmento lombare e delle complicanze polmonari post-operatorie” [56]. Dalla sua lettura emerge che, ove sussistano incertezze su quale sia l’organo sofferente, la transitoria interruzione con AL delle afferenze nervose può permettere la formulazione della diagnosi localizzatoria della patologia. In collaborazione con l’Istituto di Farmacologia dell’Università di Lipsia Läwen studiò meticolosamente la praticabilità dell’uso routinario della procaina, comparsa da poco nell’armamentario medico, e ne brevettò una preparazione bicarbonata con cui rese più sicuri ed efficaci i blocchi paravertebrali, sacrali ed epidurali. Per chi la applichi per scopi terapeutici i vantaggi dell’associazione del bicarbonato alla procaina costituisce materia di attuale interesse: recentemente importanti riscontri clinici e radiologici sono emersi dagli studi del ginecologo italiano Franco Donati [26]. Contenuti analoghi a quelli di Läwen sulle applicazioni diagnostiche degli AL provennero nel 1953 da John Bonica, l’italo-americano annoverato tra i padri della Medicina del Dolore [13]. In un articolo pubblicato nello stesso anno da due oculisti sul “Giornale Italiano di Oftalmologia” si segnalò come anestesie locali mirate su singoli elementi dentali possano permettere di identificarli come focolai responsabili di spasmi del circolo arterioso retinico [30]. Quest’ultimo studio è successivo alla scoperta dei fratelli Ferdinand e Walter Huneke che avevano mostrato come un focolaio irritativo, che essi chiamarono “Campo Perturbatore” o “Campo di Disturbo” (CdD) può compromettere una funzione biologica anche se topograficamente distante da esso. Valutando la vetustà degli articoli citati e pensando a quale altissimo livello tecnologico sia giunta la moderna strumentazione diagnostica si potrebbe essere indotti a ritenere che l’impiego diagnostico degli AL sia una materia consegnata alla storia. Tuttavia non disponiamo di strumenti che possano confermare o smentire numerosi tra i nessi causali possibili specie quando le attività implicate corrano su sottili reticoli nervosi come avviene tutt’altro che raramente.
Per ciò che riguarda l’impiego degli Anestetici Locali (AL) con finalità terapeutiche qui si farà cenno alla fase “pionieristica” in cui nell’arco di alcuni anni vennero scoperte sempre più numerose e varie indicazioni cliniche alle Terapie con Anestetici Locali (TAL) in un regime di felice empiricità. Al fine di rappresentare alcuni passaggi del lungo percorso storico delle TAL alle prime evidenze se ne accosteranno altre molto più recenti (anche se queste ultime saranno più organicamente illustrate nei capitoli successivi). Emerse ben presto che le TAL potevano esprimere efficacia nei confronti di numerose e varie malattie a carico di ogni tessuto, organo e apparato e ciò suggerì l’esistenza di processi patogenetici standard prevalenti per importanza persino sui passaggi patogenetici specifici per i diversi singoli organi.
Da decenni è nota la validità dell’impiego terapeutico degli AL nelle più diverse sindromi dolorose [6][58][78] e la consultazione della più recente letteratura scientifica mostra come questo valga tutt’oggi [47][62][72][94]. La scienza del dolore ha messo da tempo in luce l’importanza di particolari attività nervose caratterizzate da ricorsività e i cui profili funzionali sono suscettibili di essere modificati da interruzioni transitorie come quelle che si verificano utilizzando gli AL. Già nel 1898 il medico prussiano Karl Ludwig Schleich, sulla cui esperienza si tornerà più diffusamente, segnalò la protezione offerta dalle Terapie con Anestetici Locali (TAL) contro il dolore post-operatorio e post-traumatico e contro le complicanze che possono verificarsi dopo interventi chirurgici o eventi traumatici [74]. Il dato venne confermato nei decenni successivi [50] fino a giungere ai nostri giorni intatto in tutta la sua validità [18][63][95]. Un’altra rilevante scoperta fu il condizionamento pro-algogeno del Sistema Simpatico (SS) di tutte le vie nervose che possono essere implicate nel dolore, dalle terminazioni sensibili periferiche fino al talamo. In questo ambito il chirurgo francese René Leriche fu tra i primi e più generosi contribuenti di indicazioni pratico-cliniche che segnalò nella prima metà del XX Secolo [58]. Le sue osservazioni sollecitarono nuovi studi che arricchiscono la letteratura medica recente di indicazioni sul trattamento con AL dei nervi e dei gangli del SS sia nei quadri dolorosi che originano da disordini del traffico nervoso periferico sia in quelli scaturiti da lesioni encefaliche come nel caso delle sindromi talamiche [11][64][90]. Questi aspetti saranno trattati più dettagliatamente in altra parte del sito (31) e nel filmato “Somestesia e Dolore: una metafora cinematografica” (FEF4).
Oltre alle sindromi dolorose si dimostrarono sensibili alle TAL un numero e una varietà ragguardevole di quadri morbosi e un rapido sguardo sulla letteratura medica della prima metà del XX Secolo può rendere l’idea dell’interesse che quelle forme di terapia suscitarono in tutto il mondo. Vennero trattate con successo ischemie cardiache [23]; numerose malattie internistiche [3][28][31]; l’edema polmonare [80]; malattie reumatiche, lomboalgie e lombosciatalgie [73][92]; malattie del Sistema Nervoso Centrale come l’emicrania [2], l’apoplessia [12], tromboembolie cerebrali [58][4] e la tabe dorsale [68]; distubi conseguenti a interventi di neurochirurgia [39]; malattie del Sistema Nervoso Periferico come le paralisi faciali di Bell [46]; malattie dell’orecchio, del naso e della gola [7][15][79]; disturbi del trofismo tissutale [92]; malattie oftalmiche [38][40][51][66]; malattie uroandrologiche [53]; quadri clinici conseguenti al congelamento degli arti [77]; embolie polmonari [58]; disordini del circolo arterioso degli arti [58][59]; disturbi infiammatori del canale alimentare [5]; numerose e varie malattie dell’albero respiratorio [87][24][61][67]; quadri infiammatori e dolorosi sostenuti da infezione da Herpes Zoster [71][88][57][31] e tante altre patologie ancora.
Oltre che soddisfare necessità puramente anestesiologiche l’impiego razionale degli AL a lato della Chirurgia ha espresso anche capacità terapeutiche protettive da processi morbosi che possono esprimersi anche in sedi somatiche diverse da quelle interessate dal trauma chirurgico e con variabili latenze temporali. Le più frequenti tra queste sono il dolore cronico post-operatorio, i disordini respiratori e l’ileo paralitico. Nel settore dedicato agli “Argomenti di Fisiopatologia” saranno approfondite le dinamiche biologiche sottostanti ma, pur senza disporre dei dati oggi in nostro possesso, già cinquant’anni or sono parte della comunità scientifica aveva colto queste evidenze: nell’introduzione del pregevolissimo testo del 1980 per la formazione accademica “Neural Blockade in Clinical Anesthesia & Management of Pain” (redatto da Michael Cousins e Phillip Bridenbaugh) l’inventore del laringoscopio Sir Robert Reynolds Macintosh dichiarò: “Il blocco nervoso offre al paziente molto più che la semplice analgesia durante l’atto chirurgico. Questo trattato sollecita l’incremento della sua applicazione nel controllo del dolore e delle numerose possibili complicanze post-operatorie, post-traumatiche e ostetriche” [22].
Le indicazioni cliniche all’applicazione delle TAL restano tutt’oggi numerosissime. Ove le terapie farmacologiche di rito non offrano l’effetto desiderato e quando all’atto chirurgico conseguano complicanze acute e/o croniche non orientare il paziente alle TAL va considerato un errore, una grave omissione. A seguire è offerta una panoramica di testimonianze filmate su casi clinici che si riferiscono a patologie che, in varia misura, si dimostrano sensibili alle TAL: numerose e varie patologie neurologiche e dolorose (FPND1) (FPND2) (FPND3) (FPND4) (FPND5) (FPND6) (FPND7) (FPND8) (FPND9) (FPND10) (FPND11) (FPND12) (FPND13) (FPND14) (FPND15) (FPND16) (FPND17), complicanze dei traumi spinali (FTS1) (FTS2) patologie osteo-articolari (FPOA1) (FPOA2) (FPOA3) (FPOA4) (FPOA5), patologie infiammatorie (FMI1) (FMI2) (FMI3) (FMI4) (FMI5) (FMI6) (FMI7) (FMI8) (FMI9) (FMI10) (FMI11), quadri dolorosi post-traumatici e post-chirurgici (FDPOT1) (FDPOT2) (FDPOT3) (FDPOT4), complicanze acute e croniche dei traumi e della Chirurgia Ortopedica (FCT1) (FCT2) (FCT3) (FCT4) (FCT5) (FCT6) (FCT7) (FCT8) (FCT9), complicanze della Chirurgia Spinale (come le Failed Backsurgery Syndrome) (FCCS1) (FCCS2) (FCCS3) (FCCS4) e della Chirurgia Maxillo-Faciale (FMF1), distubi del trofismo tissutale e mancata riparazione di fratture ossee o di altro genere di lesioni (FTR1) (FTR2) (FTR3) (FTR4) (FTR5) (FTR6), esiti dei traumi spinali (FTS1) (FTS2), patologie oftalmiche (FPO1) (FPO2) (FPO3), patologie otorinolaringoiatriche (acufeni) (FAT), asma e altre allergopatie (FAB).
Altre forme morbose sensibili alle TAL, e altri dettagli sulle patologie appena elencate, sono illustrate nel capitolo (31) e nel settore del sito dedicato a Le TAL nelle grandi sindromi (14) (15) (16) (17) (18) (19) (20).
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Il progressivo perfezionamento delle tecniche iniettive e dei dosaggi
All’alba dell’anestesia locale fu coniato il termine “blocco” per indicare la breve sospensione della funzionalità nervosa e più puntualmente blocco anestetico, diagnostico e terapeutico per precisarne le rispettive finalità. Già è stato anticipato che non è mai stato pubblicato un trattato di Anestesia Loco-Regionale (ALR) che accanto alle indicazioni anestesiologiche non abbia elencato anche quelle diagnostiche e terapeutiche. Pur perseguendo diverse finalità queste attività richiedono un importante bagaglio di conoscenze degli effetti farmacologici e tossicologici delle sostanze impiegate e delle interazioni con altri farmaci ed esigono la padronanza di nozioni anatomiche e di capacità manuali. Rispetto a quello anestesiologico, chiamato al compito “più semplice” di sospendere le sensibilità in un distretto somatico candidato all’atto chirurgico, l’impiego terapeutico degli Anestetici Locali (AL) ha sempre dovuto garantire la flessibilità richiesta dal continuo cimento con la complessità dei meccanismi patogenetici. Ogni termine dovrebbe alludere a un preciso concetto e, pertanto, ogni disciplina dovrebbe disporre di un proprio lessico ma questo introduce a una questione: forse è più adeguato mantenere il termine “blocco” per tutte le applicazioni di AL effettuate con finalità anestesiologiche mentre per le applicazioni terapeutiche “neuro-immunomodulazione” sembrerebbe il termine più idoneo. Non si tratta di un cavillo terminologico: già nel 1976 Gedeon Condouris, Direttore del Dipartimento di Farmacologia della Seaton Hall College of Medicine and Dentistry del New Jersey, argomentando sui meccanismi con cui gli AL interferiscono sull’informazione nervosa invocò l’uso del termine “modulazione” [20]. Tuttavia per motivi di praticità (in letteratura internazionale si impiega diffusamente il termine “blocco” sia per le applicazioni terapeutiche che anestesiologiche degli AL) talora anche qui esso sarà impiegato per entrambe le circostanze.
L’anestesia locale vide un rapidissimo sviluppo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento e tra i suoi pionieri vi fu chi perfezionò l’impiego degli AL con l’attenzione rivolta alle problematiche tossicologiche, all’efficacia, alla sicurezza delle tecniche iniettive e alle corrette indicazioni cliniche. Ad arrogarsi quel merito furono anzitutto chirurghi, odontoiatri, otologi, rinologi e oftalmologi. La vicenda umana che accomunò molti di essi merita una menzione se non altro per l’alto tributo che quell’avventura scientifica pretese. Presso i medici del XIX° Secolo era ancora diffusa la consuetudine di sperimentare farmaci e sostanze su sé stessi prima che sugli animali e su altri esseri umani: era quella una forma di rispetto verso tutte le specie viventi suggerita dalla filosofia vitalista che continuava a godere di notevole popolarità. Per rendere l’idea di quanto fosse sentito quel principio etico si sappia che il pesarese Andrea Ranzi, docente di Chirurgia all’Università di Pisa, non esitò a inocularsi pus estratto da ulcere veneree per dimostrare che quella che stava studiando era una malattia diversa dalla sifilide. Con la cocaina, il primo AL della Storia) quella consuetudine comportò per molti le conseguenze che oggi sono a tutti note: accidenti cerebrovascolari e cardiaci, aritmie talora mortali, dissociazioni psicotiche e gravi dipendenze che consumarono intere esistenze.
A poco più di un ventennio dalla fine del XIX° Secolo gli aspetti dell’anestesia locale da mettere in luce restavano ancora numerosi. Anzitutto non era ancora chiaro quali fossero gli effetti sistemici e quelli loco-regionali della sostanza anche perché della tesi di laurea di Moreno Y Matiz, che al quesito aveva fornito risposte puntuali, ben pochi erano venuti a conoscenza [32]. Ci volle tempo per accumulare un sufficiente patrimonio di esperienze sulle tecniche iniettive degli AL atte a coprire una quota importante delle esigenze in cui ci si imbatteva nell’attività clinica ma, in ogni angolo dell’Occidente ove fosse attivo un medico, l’aspettiva di scoprire interessanti applicazioni rappresentò uno stimolo formidabile che sostenne una incessante ricerca.
Il grande fermento culturale della giovanissima società americana, uscita vittoriosa sui progetti colonialisti britannici e fondata su valori illuministi, favorì la nascita di una generazione di chirurghi ricca di idee innovative che ebbe tra l’altro il merito di facilitare la rapida affermazione dell’anestesia locale. Tra questi il personaggio preminente fu il chirurgo William Stewart Halsted (1852-1922), attivo presso il John Hopkins Hospital di Baltimora e famoso per le tecniche chirurgiche che aveva concepito sulle vie biliari e la mammella. Uomo di lucidissimo intelletto e di grande curiosità, si era convinto che l’elevato numero di decessi dopo interventi chirurgici tecnicamente riusciti dovesse dipendere da atti o omissioni che precedevano, accompagnavano o seguivano l’atto chirurgico. Aveva perciò orientato il suo interesse verso le procedure trasfusionali alle quali apportò perfezionamenti con eccellenti risultati. Egli fu anche tra i primi ad accogliere le innovative procedure di asepsi degli ambienti, degli indumenti e degli strumenti chirurgici indicate dal britannico Joseph Lister e promotore di una campagna di educazione sanitaria contro le infezioni ottenendo che le procedure per l’asepsi, oltre che negli ambienti sanitari, venissero applicate anche negli spazi pubblici. Halsted aveva intuito che contenere il dolore durante e dopo gli interventi chirurgici offriva ai pazienti maggiori possibilità di sopravvivenza e di guarigione. Ciò lo indusse a valutare attentamente quanto proponeva l’oculista boemo Karl Köller, a cui riservò un’accoglienza trionfale, sulla possibilità di ottenere anestesie locali mediante soluzioni di cocaina. Mostrando notevole lungimiranza giunse a immaginare la possibile sinergia tra applicazioni anestesiologiche e terapeutiche dell’anestesia locale che tutt’oggi è ancora lontana dall’essere pienamente sfruttata. Tra il 1850 e il 1860 l’ingegno del francese Charles Pravaz e dello scozzese Alexander Wood aveva arricchito l’armamentario medico di un cilindro dotato di stantuffo su cui potevano essere montati aghi di vario calibro e lunghezza: il prototipo della siringa per iniezioni (fino ad allora le uniche anestesie locali possibili erano ottenute mediante imbibizione tessutale). William Halsted e il suo collaboratore Richard Hall compresero che con l’iniezione di soluzioni di cocaina in prossimità di un tronco nervoso si poteva ottenere l’anestesia della regione somatica alimentata da quel nervo. Impiegando la siringa per iniettare su tronchi nervosi superficiali e profondi essi svilupparono una raffinata competenza nella tecnica delle cosiddette anestesie “tronculari”. Nel 1885 vennero pubblicati i risultati di questa forma di anestesia locale negli interventi di chirurgia minore iniziati sperimentalmente poco prima e che poi avrebbero permesso interventi indolori a carico della mammella, delle vie biliari, del tubo digerente e persino del torace [42]. Va precisato che tanto Halsted quanto Hall erano all’oscuro delle precedenti esperienze di Moreno Y Matiz e di Vasili Von Anrep. La consuetudine allora vigente di sperimentare su sé stessi le sostanze impiegate in clinica e la scarsa conoscenza dei rischi connessi all’assunzione di cocaina condussero entrambi a farne abuso. Più volte Halsted fu costretto a sospendere l’attività professionale per sottoporsi a lunghe cure disintossicanti e Wilder Penfield, personaggio di primissimo piano delle Neuroscienze del XX Secolo e suo grande amico, comunicò che fino al suo ultimo giorno di vita egli fu costretto a lottare contro la dipendenza da cocaina.
L’individuazione dei dosaggi e delle concentrazioni delle soluzioni di cocaina compatibili con le esigenze di sicurezza tossicologica era avvertita come una necessità. Infatti, se ripetuto nel tempo, anche il semplice impiego delle foglie di coca per ottenere deboli anestesie locali delle mucose esponeva a un moderato rischio di dipendenza mentre, oltre a quelli, l’uso antalgico della cocaina comportava ben più alti rischi di rapidi effetti sistemici. In sostanza l’anestesia locale con cocaina ancora attendeva di essere canonizzata come disciplina medica poichè le numerose procedure antalgiche non disponevano di una pietra angolare metodologica su cui basarsi. L’identificazione delle dosi minime efficaci costituiva perciò un fronte sensibile di ricerca e tra i più fecondi studiosi si distinse un personaggio, già altrove menzionato, dall’intelletto straordinariamente vivace che giunse alla formulazione di preziose regole generali: Karl Ludwig Schleich (1859-1922). Questi nacque a Stettino, che a quel tempo era prussiana e non ancora polacca, da un illustre medico berlinese e una donna appassionata di letteratura e poesia. Eclettico e geniale, ancora giovane divenne un brillante chirurgo ma fu apprezzato anche come filosofo, poeta e pittore. Poco prima della morte per tubercolosi, che lo sorprese in un sanatorio del Brandeburgo, scrisse un libro di memorie che conquistò numerosissimi lettori (“Besonnte Vergangenheit, Lebens-Erinnerungen“) [74] in cui narrò il suo amore per le belle arti che più volte fu sul punto di indurlo ad abbandonare la professione medica. In quello scritto però lasciò anche intendere che quella passione gli avrebbe conferito una vis creativa che pregnò tutto il suo percorso professionale e scientifico di curiosità, emozioni e ricerca del bello. Nel commento conclusivo all’edizione del 1985 il giornalista austriaco Stefan Grossmann confermò l’idea che lo studioso aveva formulato a proposito del suo stesso vissuto: “Vita, pensieri e azioni di Schleich furono tentativi di realizzare una personalità armoniosa, sviluppata a tutto tondo…. egli non fu uno scienziato che scriveva poesie: scriveva come un ricercatore e faceva ricerca come un poeta“. Allievo del chirurgo Behrnard Rudolph Von Langenbeck presso l’Ospedale “Charité” di Berlino, Schleich si era dedicato alla ricerca della via con cui aumentare il margine di sicurezza delle procedure di anestesia locale mediante cocaina. Avendo intuito che molti dei rischi erano correlati al dosaggio preparò diluizioni sempre più alte osservando quali offrissero il miglior rapporto tra l’efficacia (anestesiologica e terapeutica) e l’esposizione a complicanze. Giunse a constatare che persino diluizioni allo 0,02% di cocaina potevano produrre effetti interessanti con una esposizione estremamente bassa a rischi iatrogeni. In occasione del Congresso Tedesco di Chirurgia tenutosi ad Amburgo nell’aprile del 1892 il suo contributo fu accolto sfavorevolmente anzitutto poiché strideva con quello che stava delineandosi quale pilastro della Farmacologia: il nesso tra efficacia, dosaggio e durata della somministrazione di una sostanza. Gli venne persino negata la possibilità di una dimostrazione pratica come aveva suggerito il moderatore di quella sessione congressuale. L’anno seguente il caparbio Schleich ripresentò le sue osservazioni cozzando contro lo stesso muro di diffidenza. Ci vollero ancora dieci anni perché le sue indicazioni vennissero accolte e certamente fece sentire il suo peso anche la testimonianza del grande chirurgo austriaco Johann Von Mikulicz-Radecki (pioniere della chirurgia gastroenterica e dell’endoscopia digestiva) che dichiarò di avere effettuato con successo interventi chirurgici dopo anestesie locali con cocaina “in soluzione II” secondo i suggerimenti di Schleich. Dopo avere sperimentato con successo infiltrazioni di soluzioni ad alta diluizione di cocaina su lomboalgie, sciatalgie, nevriti, dolori reumatici ossei e muscolari, dolori post-traumatici e post-operatori Schleich fu il primo che segnalò con un buon grado di compiutezza formale la possibilità di un uso realmente terapeutico degli AL: “L’infiltrazione di una soluzione II di cocaina, oltre che l’immediato effetto anestetico, può tradursi in uno stabile risultato terapeutico in molti casi di nevralgia e di dolori di varia genesi” [74]. Schleich ebbe anche l’intuizione di combinare vantaggiosamente l’uso anestesiologico (pre-operatorio) delle soluzioni di cocaina e il suo successivo impiego terapeutico contro il dolore post-operatorio mediante infiltrazioni della lesione chirurgica anticipando così di quasi un secolo l’applicazione di accortezze che solo i settori eccellenti della Medicina Perioperatoria mettono oggi in campo. A lui si deve anche il perfezionamento dell’anestesia locale per “infiltrazione tessutale” e l’accertamento di relazioni non-lineari tra i dosaggi di AL applicati e l’efficacia terapeutica [74]. Eretica e geniale, quest’ultima segnalazione precorre di decenni evidenze che oggi ancora stentano a essere accolte nonostante le numerose prove offerte dalle TAL e, in particolare, dalla Terapia Neurale secondo Huneke (TNH). E’ una delle prime nozioni che in mani esperte rende sicuro l’impiego degli AL quale strumento di neuro-immunomodulazione terapeutica. Gli aspetti dell’anestesia locale studiati da Schleich catturarono l’attenzione di molti altri studiosi ma non va dimenticato che quelli erano anni in cui la diffusione delle notizie non era rapida come ai nostri giorni.
Già nei mesi a cavallo della pubblicazione di Karl Köller molti specialisti, specialmente odontoiatri, si dimostrarono attenti ai possibili effetti della diffusione della cocaina nel sangue dei loro pazienti. Sulla rivista Deutsche Monatsschrift für Zahnheilkunde l’odontoiatra bavarese Berthold Ulbrich nell’aprile del 1885 pubblicò il caso di un suo paziente che a seguito dell’anestesia con cocaina aveva presentato inizialmente una prolungata tachicardia con oltre 120 pulsazioni al minuto. Quel malessere gli suggerì di attendere prima di procedere all’estrazione ma quando il paziente sembrò ristabilito l’effetto anestetico locale era svanito. La successiva applicazione di cocaina sulla mucosa provocò questa volta uno stato di severa agitazione psicomotoria che si protrasse per otto ore [83]. Delle esperienze di Bleichsteiner, Scheff, May e Wallis con le soluzioni di cocaina impiegate per l’anestesia locale in odontoiatria si è già fatto cenno nel paragrafo precedente. L’odontoiatra francese George Viau, filantropo e collezionista di opere d’arte, osservò che la maggior parte degli sperimentatori era erroneamente convinta che l’azione della cocaina fosse limitata alla mucosa e non potesse estendersi alle reti nervose interne alle zone compatte del dente [93] e sembra che sia stata quella sua posizione ad aprire la strada alle prime iniezioni tronculari di cocaina in odontoiatria col risultato di un potente effetto anestetico ottenuto con modeste dosi di farmaco.
Schleich non fu il solo a occuparsi di “infiltrazioni tessutali” di soluzioni di cocaina. Originario di Andernach sul Reno, il chirurgo Peter Theodor Hackenbruch studiò a Bonn ove nel 1888 conseguì il dottorato. Quando nel 1892 concluse il tirocinio sotto la guida del professor Friedrich Trendelenburg si stabilì a Wiesbaden (oggi capitale dell’Assia) ove nel 1900 assunse la carica di primario nel reparto di Chirurgia dell’Ospedale Sankt Joseph. Egli introdusse una forma particolare di infiltrazione tessutale che venne definita “Feldblock” (o “Rombo di Hackenbruch”) con cui ottenere anestesie locali sia per fini anestesiologici pre-operatori che per scopi terapeutici. Diversamente da altre tecniche di anestesia locale egli non infiltrava direttamente il campo operatorio ma, inserendo l’ago in due punti, disegnava un rombo di infiltrazione tessutale a una certa distanza da esso [41]. Un altro eminente chirurgo che applicò e perfezionò l’anestesia locale mediante infiltrazione tessutale fu il sovietico Alexander Vasilyevich Vishnevsky su cui si tornerà più diffusamente nel paragrafo dedicato alle terapie con AL nel dolore e nei disordini del trofismo [92] (20).
Primario Chirurgo e Direttore dell’Ospedale Reale di Zwickau, il professor Heinrich Braun era nato nel 1862 a Rawitsch (cittadina polacca successivamente annessa alla Germania). Si distinse per la realizzazione di un ingegnoso dispositivo per l’induzione dell’anestesia generale mediante gas e per la passione con cui studiò le modalità di impiego degli AL tanto per finalità anestesiologiche quanto per scopi terapeutici. Quando nel 1905 si rese disponibile l’AL procaina passò rapidamente a impiegare quest’ultima al posto delle soluzioni di cocaina. Braun pose la sua firma su un pregevole manuale destinato al medico pratico e alla formazione accademica sui numerosi impieghi clinici degli AL [14]. E’ invece del neurologo americano James Leonard Corning il primo trattato sulle tecniche dell’anestesia locale per combattere il dolore: “Pain in its neuropathological, diagnostic, medico-legal, and neurotherapeutic relations” [21] mentre Il primo testo di ALR venne pubblicato nel 1914 dal chirurgo francese Victor Pauchet [69]. Nel 1921 fu data alle stampe un’opera più ampia in cui la firma di Pauchet comparve a fianco di quella di Paul Sourdat e Gaston Labat [70]. Quest’ultimo aveva conosciuto Pauchet a Parigi e, grazie ai suoi insegnamenti, aveva acquisito una notevole esperienza nell’anestesia locale operando al suo fianco nell’assistenza ai soldati francesi feriti nella Grande Guerra. L’anno dopo pubblicò la prima edizione del suo “Regional Anaesthesia, Its Technics and Clinical Applications” mentre la seconda edizione avrebbe visto le stampe nel 1928 [54]. È opinione diffusa che la seconda edizione del suo testo abbia costituito una vera e propria pietra angolare nella storia dell’Anestesia Loco-Regionale (ALR). Nelle opere sopracitate la cocaina venne progressivamente sostituita dalla benzocaina, dalla stovacaina e dalla novocaina (quest’ultima chiamata “procaina” in molti Paesi europei), AL prodotti per sintesi e privi di effetti psicodislettici. Nativo delle Isole Mauritius (a quel tempo colonia britannica) Labat ottenne la cittadinanza americana e lasciò una traccia profonda nella storia dell’anestesia locale. Il suo grande talento venne riconosciuto dai fratelli Charles Horace e William James Mayo, chirurghi titolari del primo ospedale polispecialistico privato degli USA (la Mayo Clinic), e della Foundation for Medical Education and Research. Perché le sue conoscenze fossero approfondite e trasfuse in un testo accademico i fratelli Mayo misero a disposizione di Labat ogni genere di risorsa (danaro, assistenti, anatomisti, disegnatori e fotografi per la realizzazione delle tavole illustrate) e il risultato finale fu apprezzato al punto che successivamente gli venne chiesto di costituire e presiedere la American Society of Regional Anesthesia. Intorno alla terza edizione dell’opera si aprì un “giallo” destinato a restare irrisolto. Nel 1934 l’insufficienza cardiaca uccise Labat a New York City mentre era applicato alla sua stesura ma questa venne data alle stampe solo nel 1967, oltre trent’anni dopo, a firma del dr John Adriani [1]. Figlio di immigrati italiani, Adriani vantò un’eccelente carriera come anestesista e formatore di giovani medici presso il Charity Hospital di New Orleans. Egli non volle mai chiarire i termini del passaggio nelle sue mani del manoscritto di Labat e neppure il motivo di un così lungo intervallo tra la seconda e la terza edizione. Egli si spense nel 1988 portando il suo segreto nella tomba [86].
Chirurgo generale e vascolare attivo presso l’ospedale “Matas Charity” di New Orleans, Rudolph Matas (1860-1957) fu un pioniere dell’anestesia locale che mise il suo talento a disposizione dei giovani medici. Dopo averne perfezionato la tecnica decise di abbandonare l’Anestesia Spinale, procedura in cui eccelleva, per l’alta frequenza di pericolose complicanze ma tornò sui suoi passi allorché la cocaina venne sostituita dalla ben più maneggevole procaina. L’avvento della procaina segnò un incremento della popolarità di tutte le procedure di Anestesia Loco-Regionale (ALR) e l’ospedale diretto da Rudolph Matas divenne la Mecca per i medici che volessero apprenderne i rudimenti e perfezionarsi. Per ogni paziente ricoverato al Matas Charity con un’indicazione chirurgica veniva progettato, discusso e applicato un programma di ALR e questo favorì la costituzione di un gruppo di medici esperti in grado di formare a loro volta altri medici in ogni angolo degli USA.
Un altro fronte di ricerca teso a identificare le modalità più efficaci e sicure di impiego delle soluzioni di cocaina mirava all’identificazione dei distretti somatici ove modeste dosi potessero distribuirsi su più nervi ottenendo la stessa distribuzione topografica dell’anestesia senza sopportare il rischio di numerose infiltrazioni tronculari. Nell’arco di pochi anni furono così concepite e perfezionate nuove forme di anestesia, dette spinali e peridurali, che sopprimevano transitoriamente le sensibilità nell’ampio ambito somatico sottostante allo spazio tra due vertebre ove veniva iniettato un piccolo quantitativo di AL. All’alba del XX° secolo divennero così possibili lunghi e complessi interventi chirurgici a carico del bacino, della pelvi e degli arti inferiori con una considerevole diminuzione del rischio di sovradosaggio. Questo genere di applicazioni si dimostrarono assai vantaggiose anche come terapia del dolore e dei disordini vascolari e trofici a carico degli stessi distretti. La contesa sulla titolarità del “brevetto” di queste forme di anestesia locale coinvolse numerosi personaggi: il neurologo americano James Leonard Corning [21], il chirurgo tedesco August Bier [9] e il francese Théodore Tuffier [82]. Secondo alcuni autori [32][89] al chirurgo militare spagnolo Fidel Pagés Miravé, che nel 1921 nella Revista Española de Cirugía definì “metamérica” l’anestesia epidurale, dovrebbe essere riconosciuto il primato che invece il cardiochirurgo italiano Achille Mario Dogliotti nel 1931 attribuì a sé [25]. Ma la disputa non si esaurisce con i personaggi menzionati poichè secondo alcune fonti [65] furono due chirurghi di San Francisco, Dudley Tait e Guido Caglieri, a effettuare nel 1900 le prime anestesie spinali con soluzioni di cocaina [81] mentre per altri il merito dovrebbe essere riconosciuto all’urologo francese Fernand Cathelin la cui anestesia epidurale consentì di effettuare un anno dopo interventi indolori a carico delle basse vie urinarie e lo studio di alcune funzioni emuntorie durante la transitoria sospensione del pilotaggio nervoso della vescica e dell’uretra [20]. A pari merito con Cathelin, in questa che sembra la volata di un gruppo di ciclisti a pochi metri dal traguardo, si piazzò il neurologo e radiologo marsigliese Jean Athanase Sicard [77] a cui si deve tra l’altro l’effettuazione delle prime mielografie mediante iniezione del mezzo di contrasto lipiodol. Chi scrive non ha titolo per pronunciarsi nelle controversie sulla paternità di questa o quella scoperta ma piuttosto intende sottolineare come tra l’ultimo ventennio del XIX Secolo e i primi anni del Secolo seguente l’avvento dell’anestesia locale abbia attivato la curiosità scientifica e l’ingegno di studiosi di ogni parte del mondo. Per l’importanza dei loro contributi offro ancora qualche notizia su alcuni dei personaggi già citati.
Nato nel 1855 a Stamford (Connecticut, USA) James Leonard Corning si era trasferito in Germania per studiare Medicina nelle Università di Heidelberg e Würzburg. Tornato in patria, mentre si guadagnava una discreta fama come scrittore di novelle, prese a frequentare il Roosevelt Hospital dove William Stewart Halsted teneva lezioni sull’utilità analgesica della cocaina. Affascinato dalla nuova risorsa rappresentata dall’anestesia locale nel 1885 (solo un anno dopo che Köller aveva dimostrato la possibilità di impiegare la cocaina come anestetico di superficie) concepì sperimentazioni per testarla sul midollo spinale concludendo che iniezioni nei piccoli vasi sanguigni interspinali potevano migliorare le mieliti trasverse. Successivamente dimostrò che a livello degli arti l’applicazione di una compressione posta in sede prossimale all’iniezione permetteva di ottenere anestesie tronculari di intensità e durata maggiori senza incrementi della concentrazione delle soluzioni di cocaina. Questo accorgimento gli consentì di ottenere con soli 0,3 millilitri di soluzione di cocaina al 4% una profonda e prolungata anestesia locale del nervo cutaneo mediale del braccio. Corning fu anche geniale pioniere della moderna “neuromodulazione” non soltanto per le modalità con cui applicò gli AL ma anche mettendo a punto un dispositivo assolutamente inedito per curare l’epilessia mediante stimolazione elettrica transcutanea del nervo vago. La tecnologia del suo tempo non era sufficiente a proteggere il paziente da importanti effetti indesiderati connessi a quella metodica ma la genialità della sua intuizione è provata dal fatto che essa è stata reintrodotta molto recentemente in alcune forme di epilessia e di depressione maggiore scarsamente sensibili alle terapie farmacologiche [10][16][43]. Come già ho anticipato alcuni anni più tardi il neurologo americano pubblicò un testo che fu tra i primi a trattare la metodologia dell’anestesia locale e il primo in assoluto ad affrontare sistematicamente l’argomento del dolore in clinica come oggetto di terapia con soluzioni di cocaina [21].
Nel 1908 il già citato August Bier inaugurò anche la anestesia regionale intravenosa, tecnica nota come “blocco di Bier”, indicata per interventi chirurgici a carico della mano, del polso, dell’avambraccio, del piede e della caviglia [9]. Oltre che dell’anestesia spinale Théodore Tuffier (1857-1929) fu anche pioniere della chirurgia cardiovascolare e toracica. È ricordato per la “linea di Tuffier” che collega idealmente le creste iliache e che viene usata come punto per identificare lo spazio tra la terza e la quarta vertebra lombare al fine di piazzare correttamente l’ago per la rachicentesi e l’anestesia spinale [83]. Oltremodo preziosa è l’eredità lasciata dal menzionato Fernand Cathelin: presso l’ospedale Pitié-Salpêtrière di Parigi ove egli fu attivo per lunghi anni sul fronte dell’attività clinica e della formazione una sua allieva, l’anestesista Jeanne Seebacher, nel 1974 introdusse l’anestesia epidurale in Ostetricia riscattando le donne da quello che da tempo immemorabile era vissuto come l’ineluttabile destino di partorire nel dolore.
Non è noto chi sia stato il primo a effettuare anestesie locali sacrali ma questo contributo al bagaglio di tecniche iniettive deve essere stato assai precoce se già nel 1910 il chirurgo tedesco Arthur Läwen ne descriveva le tecnica e alcune indicazioni cliniche e alcuni anni dopo ne faceva seguire gli aggiornamenti [57]. Sullo stesso tema dettagliata ed elegante è la successiva pubblicazione a firma dei ginecologi e ostetrici americani Beatrice Edna Tucker, Direttrice del Chicago Maternity Center, e del suo collaboratore Harry Benaron. Essi descrissero la tecnica dell‘anestesia locale sacrale, i suoi vantaggi, i possibili incidenti iatrogeni, le misure da adottare in caso di loro insorgenza, le indicazioni anestesiologiche e quelle terapeutiche [84].
Al fine di ottenere anestesie locali di più nervi con bassi dosaggi di soluzione di cocaina si aprì un’altra strada parallela alle anestesie spinali e peridurali: quella del blocco dei “plessi nervosi”, agglomerati di tronchi nervosi decorrenti vicini tra loro. Il biennio 1911-1912 si dimostrò particolarmente fortunato per questo genere di applicazioni poiché a breve distanza uno dall’altro i chirurghi tedeschi Georg Hirschel e Dietrich Kulenkampff concepirono il blocco con AL del plesso brachiale. Il primo sviluppò il blocco per via ascellare nel 1911 e due anni più tardi pubblicò un ottimo manuale pratico di anestesia locale per gli studenti [44] mentre Kulenkampff sviluppò il blocco del plesso brachiale per via sopraclaveare [53]. Tanto Hirschel quanto Kulenkampff avevano iniziato anni prima a effettuare anestesie locali impiegando soluzioni di cocaina e solo dopo il 1906 ebbero modo di godere della sua sostituzione con la procaina. Secondo alcuni studiosi della storia e degli sviluppi dell’anestesia [75] tra i primi a effettuare il blocco con AL del plesso brachiale vi fu anche il chirurgo americano George Washington Crile, alla cui importante eredità scientifica sulle possibilità di impiego terapeutico e preventivo degli AL è dedicato uno dei prossimi capitoli (09).
I pareri sulla paternità dei primi “blocchi” con AL dei gangli del sistema simpatico sono numerosi e non concordi. Vale qui la pena di rammentare che il termine “blocco” trova migliore impiego nelle applicazioni anestesiologiche degli AL piuttosto che in quelle terapeutiche. Secondo alcune fonti Alexander Vasilyevich Vishnevsky fu il primo a infiltrare i gangli del sistema simpatico lombare con soluzioni di cocaina [91] mentre secondo altri nel 1931 fu il romeno Daniel Danielopolu il primo a infiltrare con AL il principale ganglio del sistema simpatico cervico-toracico, il “ganglio stellato” [23]. Altre fonti indicano che il primato spetterebbe al tedesco Hugo Sellheim, dal 1926 fino alla morte professore di Ginecologia e Preside dell’Istituto Universitario di Ginecologia e Ostetricia di Lipsia. Sellheim, che coprì anche la carica di Presidente della Società tedesca di Ginecologia e Ostetricia, avrebbe effettuato il primo blocco gangliare nel 1905. Il chirurgo accademico Max Kappis aveva dimostrato che il dolore degli organi dell’addome superiore è trasmesso dai nervi splancnici e che l’infiltrazione con procaina del ganglio e del plesso celiaco per via transcutanea attraverso il dorso permette di controllare il dolore in quell’area e di effettuare atti chirurgici indolori [48]. Ancora giovanissimo il chirurgo viennese Felix Mandl si rese famoso per avere effettuato nel 1925 la prima paratiroidectomia su un paziente affetto da osteite fibrosa cistica. Grazie a questo atto (che si opponeva alla vigente tesi della “iperplasia paratiroidea compensatoria”) stabilì alcuni dei moderni princìpi della fisiopatologia paratiroidea e gettò le basi per la moderna gestione chirurgica dei disturbi paratiroidei. Secondo alcuni all’inizio del XX° Secolo ebbe il merito di sperimentare per primo il blocco percutaneo della catena del sistema simpatico lombare nell’insufficienza vascolare degli arti inferiori anche se ne descrisse la tecnica in una pubblicazione successiva [60]. La lizza di aspiranti al titolo di primo sperimentatore del blocco con AL dei gangli del Sistema Simpatico (SS) si conclude con la coppia di collaboratori formata dal viennese Hans Finster e dall’americano di Chicago Phil Thorek: a metà degli anni Trenta pubblicarono le loro esperienze iniziate molti anni prima [34].
Riferendoci solo alle applicazioni terapeutiche degli AL il numero delle tecniche iniettive, già rilevante negli anni Trenta del XX° Secolo, è in continuo incremento. Di seguito se ne offre una (incompleta) rassegna. E’ opportuno precisare che le tecniche iniettive contenute nei seguenti filmati sono presentate per offrire all’Utente un’idea della versatilità delle Terapie con Anestetici Locali (TAL). Non vi è alcuna finalità didattica anzitutto poiché numerosi filmati sono stati registrati nell’arco di circa un quarantennio e, nel tempo, numerose tecniche iniettive sono state assai perfezionate: (FTI1) (FTI2) (FTI3) (FTI4) (FTI5) (FTI6) (FTI7) (FTI8) (FTI9) (FTI10) (FTI11) (FTI12) (FTI13) (FTI14) (FTI15) (FTI16) (FTI17) (FTI18) (FTI19) (FTI20) (FTI21) (FTI22) (FTI23) (FTI24) (FTI25) (FTI26) (FTI27) (FTI28) (FTI29) (FTI30).
05e.
Le Terapie con Anestetici Locali (TAL) aprono crepe nel modello fisiopatologico vigente
L’idea che lo stato di salute dipendesse dalla “costanza del mezzo interno” era il pilastro concettuale già formulato da Claude Bernard [8] su cui la moderna Fisiologia sembrava potere sorreggersi senza timore di sconfessioni. Esso potè poi perfezionarsi nel concetto di “omeostasi” espresso nel 1929 dal fisiologo statunitense Walter Bradford Cannon che contemplava il conseguimento della stabilità dei parametri biologici con la finalità di garantire lo stato di salute [17]. A sostegno del “modello omeostatico” di Cannon alcuni anni dopo si sarebbe presentato un argomento che mostrava la potenza della sua riproducibilità nella tecnologia dei sistemi artificiali: il matematico statunitense Norbert Wiener aveva formulato una teoria sulla comunicazione e sul controllo delle funzioni negli esseri viventi e nei sistemi artificiali, la “Cibernetica” o “Scienza del Pilotaggio” [85]. L’esperienza del matematico era iniziata prima ancora che gli USA si impegnassero nel Secondo Conflitto Mondiale. A più riprese Hitler aveva annunciato che presto le sue forze armate avrebbero avuto in dotazione propellenti in grado di lanciare missili a grandi distanze e a quel tempo era improponibile l’idea di dotarsi di numerose batterie antiaeree distribuite lungo le coste e gestite da personale militare. Il governo americano chiese perciò a Wiener di produrre un dispositivo sostenibile per la difesa nazionale e lo scienziato progettò un sistema automatico “autoregolato”: collocò una telecamera associata a un rudimentale calcolatore sull’affusto di un cannone che avrebbe sparato in successione proiettili perforanti e, a intervalli regolari, proiettili “traccianti”. Un oggetto volante entrato nel campo d’azione del cannone poteva essere inquadrato dalla telecamera mentre veniva bersagliato da una serie di colpi. Sfruttando la scia ben visibile dei colpi traccianti il calcolatore misurava la distanza tra i colpi esplosi e il bersaglio in movimento e la rapida correzione della traiettoria effettuata dal calcolatore avrebbe permesso di colpire il velivolo dopo pochi aggiustamenti del tiro. Il cannone “intelligente” di Wiener non venne mai impiegato contro missili nemici ma, in ogni caso, era stato concepito un dispositivo automatico capace di correggere il parametro controllato sfruttando un feed-back, ossia informazioni provenienti dalla condizione del parametro stesso. Si tratta dello stesso meccanismo con cui l’insulina pancreatica controlla il livello della glicemia, gli ormoni ipotalamo-ipofisari controllano il livello di quelli gonadici e tiroidei, eccetera. Cannon rimase impressionato dalla formidabile forza con cui tali dinamiche omeostatiche si impongono in tutti i meccanismi fisiologici e dalla loro possibilità di essere descritte, oggi noi diremmo, “ciberneticamente mediante schemi a blocchi”. Gli strumenti operativi di tali dinamiche di ripristino dell’equilibrio vennero identificati nei sistemi nervoso ed endocrino e l’efficacia funzionale del cannone di Wiener si offrì al tempo stesso come argomento a sostegno del Positivismo (lo schema fisiologico si dimostrava applicabile alla tecnologia) e quale ponte con il Vitalismo. Perciò, benchè fosse filosoficamente schierato a favore del Positivismo Scientifico, questo suggerì a Cannon di fare proprio un antico concetto ippocratico successivamente assunto da correnti romantico-vitaliste: la vis medicatrix naturae. Secondo questo principio gli esseri viventi sono detentori di “innati poteri di autoguarigione” e l’organismo esposto a malattie esibisce attività finalizzate al recupero dell’equilibrio. Ma quando le prime neuroablazioni (simpaticectomie, vagotomie, eccetera) e le prime applicazioni terapeutiche degli AL dimostrarono che l’inibizione dell’attività nervosa poteva modificare favorevolmente il decorso di numerose malattie i fondamenti su cui si era edificata la “fisiologia omeostatica” del XX° Secolo iniziarono a mostrare crepe. Occorreva accogliere una nuova evidenza: oltre che allo stato di salute il sistema nervoso può offrire le sue risorse anche alla genesi e al mantenimento di condizioni numerose e diverse di malattia. In questo senso la maggior parte delle osservazioni hanno riguardato il settore di sistema nervoso detto “vegetativo” (o “autonomico” secondo gli anglosassoni) le cui funzioni erano invece state ostinatamente lette con criterio teleologico-omeostatico talora addirittura venato di una fattispecie di “provvidenzialismo”. Nonostante le tante innegabili evidenze le riflessioni critiche verso le più fragili tra le categorie concettuali associate all’omeostasi incontrarono (e incontrano persino tutt’ora) difficoltà all’affermazione poiché confliggenti con il paradigma dominante. La stessa idea di “omeostasi” quale dinamica finalizzata esclusivamente alla tutela o al ripristino dello stato di salute ha perso in realtà gran parte dello smalto che aveva esibito. E’ noto infatti che in condizioni patologiche è proprio un meccanismo omeostatico a sovraccaricare i neuroni di ioni calcio producendo danni cellulari gravissimi. Un altro meccanismo patogeno di segno omeostatico può generarsi nel tessuto che sia teatro di processi cicatriziali e questo può risultare di notevole interesse presso i professanti le Terapie con Anestetici Locali (TAL) (FEF1) (FEF2) (FEF3). Vale la pena di segnalare che la moderna Teleologia è tornata ad affermarsi nella seconda metà del XIX° e nel XX° Secolo nelle scienze della vita per lo più con il fine di spiegare le logiche e le finalità che dirigono il processo dell’evoluzione delle specie e che le interpretazioni dei fenomeni a essa ispirati hanno spesso dato luogo a importanti errori di valutazione. Approfondimenti sul tema sono disponibili nel capitolo (32) reperibile nel settore del sito dedicato agli “Argomenti di Fisiopatologia”.
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