33. Biomembrane, Canali Ionici e Sistemi Molecolari di Segnalazione/Trasduzione/Trasporto. Dalla cellula alla rete multicellulare primordiale

Claudio Dell’Anna, Massimo Barrella
AL (Anestetici Locali); TAL (Terapia/e con AL); SN (Sistema Nervoso); SNC (Sistema Nervoso Centrale), SI (Sistema Immunitario); DRG (Dorsal Root Ganglion = Ganglio della Radice Dorsale); VGSCs (Voltage-Gate Sodium Channels); GPCRs (G Protein-Coupled Receptor), DAMPs (Damage-Associated Molecular Patterns); NF-κB (Nuclear Factor Kappa-light-chain-enhancer of activated B cells); SS (Segmento Spinale); STAL (Segmentoterapie con AL); DRG (Dorsal Rooth Ganglia); SNV (Sistema Nervoso Vegetativo); MIF (Migration Inhibitory Factor); TNF (Tumor Necrosis Factor); e.v. (via endovenosa); MAPK (Mitogen-Activated Protein Kinases); SST (Sistema di Segnalazione/Trasduzione); TLR (Toll-Like Receptors); PRR (Pattern Recognition Receptors); LPS (lipopolisaccaride); HMG (High Mobility Group Proteins); TRP (Transient Receptor Potential cation channels); IRKc (Inward-Rectifier Potassium Channels); PRR (Pattern Recognition Receptors); PdA (Potenziale di Azione); PdR (Potenziale di Riposo); NFATC3 (Nuclear Factor of Activated T Cells Cytoplasmic 3);  PTSD (Post-traumatic Stress Disorder); BDNF (Brain-derived Neurotrophic Factor); I/R (ischemia/riperfusione)

Nota dell’autore.

L’Utente può prendere visione di alcuni filmati. Quelli siglati (FTI1)(FTI2)… illustrano tecniche iniettive ma non hanno finalità didattiche poiché alcune registrazioni risalgono a molti anni fa e, nel corso del tempo, molte di esse (analogamente a quanto accade in Chirurgia e nelle farmacoterapie) sono state perfezionate. Qui sono offerte in visione solo per permettere all’Utente di comprendere quanto ampio sia il ventaglio d’azione della metodica e sincerarsi del fatto che i pazienti non mostrano di patire alcuna sofferenza nel corso della loro applicazione

Raramente la riduzione della complessità in modelli semplificati si traduce in vantaggi. Nel 1914 venne scoperto il primo neurotrasmettitore, l’aceltilcolina, e successivamente il GABA (acido γ-amminobutirrico) e il glutammato. Alcune difformità tra i neuroni parvero suggerire che ognuno potesse esprimere soltanto un neurotrasmettitore e poiché quelle difformità, più di altri aspetti, si prestavano a “semplificare la complessità venne” loro attribuita una importanza immeritata. La convinzione che ne discese si tradusse nel dogma: un neurone, un trasmettitore che perdurò a lungo condizionando il corso di numerose ricerche e forse anche ostacolando valide applicazioni cliniche prima che venisse dimostrata la sua inconsistenza. Qualcosa di simile avvenne per il Segmento Spinale (SS) e le Segmentoterapie con Anestetici Locali (STAL). Trascurando le differenze sul piano delle ricadute culturali e pratiche i due errori si distinguono per la maggiore durata e capacità del secondo, rispetto al primo, di resistere nonostante le numerose evidenze di segno diverso. Importanti semplificazioni della complessità si sono verificate anche a proposito dei Canali Ionici trans-membranari, oggetti cruciali per la comprensione in chiave aggiornata delle Terapie con Anestetici Locali (TAL) ma, almeno in questo caso, l’inadeguatezza della tecnologia della ricerca ha avuto più responsabilità di quante ne abbia avuta l’inclinazione a proclamare certezze immutabili. Le righe seguenti sono quasi interamente dedicate alla membrana cellulare, ai Canali Ionici (CI), ai recettori membranari e ai Sistemi Molecolari di Segnalazione, Trasduzione/Trasporto (SMSTT). Sono i più piccoli soggetti biologici a noi noti che garantiscono la vita, le varie forme di adattamento, le modalità di comunicazione intra- e intercellulare, che giustificano l’aspettativa di effetti biologici dei farmaci e che sono fortemente implicati anche nei meccanismi molecolari delle TAL. 

Nel termine Canali Ionici” (CI) comprendiamo un primordiale dispositivo di pori membranari che nel corso dell’evoluzione è stato gelosamente conservato in tutte le linee cellulari (non solo nei neuroni) al punto che quelli del moscerino della frutta presentano numerose analogie con quelli umani. Essi permettono flussi in ingresso e in uscita dalla cellula di particelle elettricamente cariche: gli ioni. I flussi ionici che così si generano costituirono il primo apparato energetico cellulare e, al tempo stesso, la prima via di segnalazione autocrina (entro la cellula), paracrina (verso altre cellule) e strumento di percezione delle condizioni dell’ambiente extracellulare e di scambio con esso.

Approfondire alcuni aspetti dei CI e del loro significato funzionale in Fisiologia e in Patologia lascia anche intuire quante preziose risorse terapeutiche siano per anni scivolate via dalle mani del medico clinico quando le Terapie con Anestetici Locali (TAL) iniziarono a essere sottoutilizzate. Uno studio condotto nel 2005 dall’Istituto di Scienze Mediche dell’Università scozzese di Aberdeen sottolinea come i flussi di ioni attraverso i CI garantiscano attività bioelettriche di base che, a loro volta, sostengono molteplici funzioni cellulari filogeneticamente più moderne e funzionalmente più sofisticate [56]. Uno studio brasiliano del 2014 chiarisce quanto ciò emerga con evidenza quando, ad esempio, le alterazioni bioelettriche pregiudicano la qualità dei processi di guarigione delle lesioni somatiche [27]. I campi elettrici a corrente continua, quelli determinati dai flussi ionici transmembranari, sono presenti a livello cellulare in tutti i tessuti animali ove rivestono ruoli vitali per le cellule. La loro grande importanza è tuttora sottostimata a causa della diffusa incomprensione dei concetti fondamentali alla base della bioelettricità [56] e questo di certo non ha favorito la diffusione delle TAL che, in qualsiasi forma somministrate, annoverano tra i bersagli più importanti i CI membranari e le correnti ioniche che li attraversano.

Uno dei concetti fondanti la Terapia Neurale secondo Huneke (TNH), la più completa e articolata forma di TAL, recita che tutti i principali processi patogenetici (l’infiammazione, la fibrosi, la calcinosi, eccetera) si sviluppino nello sconfinato e ubiquitario interstizio intercellulare, sistema funzionalmente aspecifico, e che le cellule parenchimatose d’organo funzionalmente specifiche abbiano a soffrirne solo secondariamente. Questa formidabile eresia proclamata in contraddizione al principio dominante della teoria della centralità della cellula, partorita da Rudolf Virchow, trasse origine dagli studi sperimentali di Gustav Ricker (1870-1948) e fu successivamente perfezionata da Alexej Dmitrievic Speranskij (1888-1961) e Alfred Pischinger (1899-1983). Pur confermandola nei suoi sommi capi le numerose recenti evidenze raccolte a proposito dei CI e dei SMSTT ci consentono di comprenderne i limiti e occorre sottolineare che ben poco finora era stato descritto circa le modalità con cui i disordini dei distretti extracellulari condizionano le cellule specializzate d’organo determinandone disfunzioni e morte. Questo difetto va ascritto anzitutto al fatto che per molto tempo le scienze biologiche non sono riuscite a chiarire gli intimi meccanismi di comunicazione extra- e intracellulari. I recenti progressi delle conoscenze biomolecolari finalmente ci spiegano molti aspetti di quanto accade nelle relazioni fisiopatologiche tra l’immensità dell’aspecifico interstizio descritto da Alfred Pischinger e la cellula parenchimatosa d’organo funzionalmente specializzata.

Anche soltanto per immaginare un collegamento tra interstizio e cellula occorre contemplare la presenza di almeno tre soggetti: un recettore membranario a cui possa associarsi un “ligando” (o che possa ricevere uno stimolo), un trasduttore di segnale e un accettore intracellulare.

L’idea del “recettore” era già stata partorita dal fisiologo britannico John Newport Langley (1852-1925) ma ancora negli anni Sessanta del XX° Secolo la maggior parte della comunità scientifica dubitava che effettivamente questi esistessero quali entità biologiche distinte. Negli anni Settanta vennero identificati “grandi recettori” (α1, α2, β1, β2, β3, eccetera) a cui potevano legarsi sostanze ad azione agonista e antagonista. Il fronte di studi applicato alle relazioni recettore/ligando ha continuato a indagare per identificare anche recettori “piccoli” della cui esistenza molti nutrivano la certezza. Si comprese che non solo gli ioni ma anche numerose piccole proteine potevano attraversare le biomembrane nei due sensi di marcia e questo confortò l’idea dell’esistenza di sistemi molecolari transmembranari di segnalazione, trasduzione e trasporto di “sostanze-segnale” (che qui indichiamo con l’acronimo “SMSTT”).

I CI “voltaggio-dipendenti” sono presenti in gran numero sulle cellule “eccitabili” (neuroni e cellule muscolari) e il flusso di ioni è regolato dalla carica elettrica presente sul versante esterno della biomembrana. Invece i CI detti “ligando-dipendenti” sono presenti su tutti i tipi cellulari e il flusso di ioni qui è determinato dalla loro interazione con numerosi specifici ligandi chimici (glicina, serotonina, glutammato, acetilcolina e tanti altri ancora). La varietà dei legami possibili lascia immaginare quanto numerosi siano gli effetti elicitabili da questi attori biologici. 

Si può dire che sia inevitabile iniziare questo paragrafo illustrando alcuni aspetti delle membrane cellulari. È infatti la membrana cellulare il terreno su cui si materializzano e si dematerializzano i CI, i recettori membranari e i SMSTT. Tra le prime forme di vita sulla terra strutturate sul minimo grado indispensabile di complessità comparvero singole unità cellulari. Le loro membrane erano (tuttora sono) costituite da molecole fosfolipidiche raggruppate come “zattere” separate le une dalle altre da un minuscolo spazio. Le molecole fosfolipidiche sono disposte in doppio strato con le teste idrofile rivolte verso l’ambiente esterno e il citoplasma mentre le code idrofobiche si fronteggiano all’interno del doppio strato lipidico. Questa architettura fa sì che a contatto con l’acqua la superficie formata dalle teste idrofile sia minima. Seppure in misura minore rispetto ai lipidi è rappresentato anche un contingente di molecole proteiche al quale spetta gran parte delle principali funzioni della membrana. A temperature fisiologiche la membrana oscilla tra lo stato liquido e quello cristallino. Modificazioni del compattamento (impacchettamento) e della mobilità delle “zattere” e dei suoi componenti molecolari sono indotte da variazioni della temperatura: alte temperature ne determinano la fusione con rapido aumento della distanza tra molecole sfingolipidiche adiacenti e incremento della loro mobilità fino al punto che il doppio strato sfingolipidico diviene liquido. Lo “stato liquido” permette alle catene lipidiche libertà di movimento intra- e intermolecolare. A eccezione di quelle annesse al citoscheletro che manifestano una relativa fissità, anche le molecole proteiche immerse nel fluido membranario esprimono qualche possibilità di movimento. Basse temperature determinano invece uno stato di gel con estrema limitazione della mobilità delle molecole fosfolipidiche e proteiche a motivo del loro serrato impacchettamento, condizione questa nota anche come congelamento: è lo “stato cristallino”. In questa condizione le catene lipidiche presentano un rigido orientamento parallelo o angolato alla perpendicolare della superficie del doppio strato. La temperatura alla quale si verifica il passaggio dallo stato cristallino a quello liquido è la temperatura di transizione (o temperatura critica). Attraverso l’espressione sulla sua superficie di microdomìni con varia composizione di sfingolipidi e colesterolo la mutevole struttura della doppia catena fosfolipidica delle biomembrane si presta a costituire la piattaforma ove CI, recettori membranari e SMSTT possono materializzarsi e poi dissolversi a seconda delle condizioni membranarie in cui si trovano immersi.

La consapevolezza che la biomembrana non è assimilabile a uno statico muro di mattoni e che i CI, i recettori e i SMSTT neppure lontanamente assomigliano a prese elettriche stabilmente applicate sulla sua superficie ha stimolato enormemente la ricerca biologica che negli anni ha prodotto modelli sempre più perfezionati. Il primo risale agli anni Quaranta e venne proposto dai fisiologi britannici Alan Lloyd Hodgkin e Andrew Huxley. Utilizzando microelettrodi Hodgkin e Huxley riuscirono a misurare il Potenziale di Membrana (PdM) e le fasi di depolarizzazione e iperpolarizzazione che caratterizzano il Potenziale d’Azione (PdA) su assoni giganti di calamaro. Il loro modello matematico contemplava la propagazione del PdA con l’ingresso di ioni nella cellula conseguente all’apertura di CI membranari e questo induceva l’apertura di CI adiacenti. Il segnale poteva così propagarsi grazie a una vis elettrica. Nel 1972 gli statunitensi Seymour Jonathan Singer e Garth Nicolson proposero il Fluid Mosaic Model (modello a mosaico fluido) secondo il quale, piuttosto che omogeneo, il doppio strato lipidico può essere assimilato a una strutturafluido-musiva” atta a ospitare microdomìni lipidici meno fluidi formati da sfingolipidi e colesterolo. In essi si concentrano proteine specifiche che fungono da zattere di trasporto di componenti della membrana e da base per la genesi di segnali intracellulari. L’architettura fluido-musiva permetterebbe la costituzione di CI per la genesi del PdA e del PdM [77]. Nel 2005 Thomas Heimburg e Andrew Jackson, ricercatori presso l’Istituto Niels Bohr dell’Università di Copenaghen, proposero un nuovo modello cellulare che spiega alcuni dei fenomeni relativi alla propagazione del segnale lungo l’assone dei neuroni che né il modello “elettrico” di Hodgkin e Huxley né quello “fluido-musivo” di Singer e Nicolson erano riusciti a spiegare. Il loro modello si basa su princìpi termodinamici ed è noto come “modello del solitone”. Tra i fenomeni più rilevanti che esso contempla c’è il cambio di temperatura con scambio netto 0 al passaggio dell’impulso elettrico e il cambiamento di densità della membrana cellulare. Questo modello propone che la propagazione del PdA avvenga sotto forma di pulsazioni di onde sonore o di densità indicate come “solitoni”. Esso trascura la forma e le funzioni delle singole macromolecole presupponendo che le loro proprietà siano tutte insite nella membrana neuronale che qui è riguardata come sistema piuttosto che come semplice dimora dei CI. Il modello del solitone ha dimostrato di essere predittivo circa i flussi di corrente durante il PdA e poiché tali flussi sono affatto simili a quelli provocati dall’attività dei CI si può sostenere che esso non confligga con il modello classico sull’azione delle proteine di membrana: la differenza è che qui i flussi sono attribuiti all’attività di pori che si formano sulla membrana lipidica a causa di fluttuazioni termiche [33][34][7]. In anni recenti sono state acquisite importanti evidenze sperimentali sulla propagazione di onde sonore bidimensionali in interfacce lipidiche e sul loro ruolo nella segnalazione cellulare [76]. In effetti è dimostrato che numerose sostanze ad azione anestetica non si legano a specifiche proteine o a specifici CI ma si sciolgono nella componente lipidica delle membrane cellulari cambiandone le proprietà con abbassamento del punto di congelamento della membrana. L’incremento della differenza tra temperatura corporea e punto di congelamento impedisce la generazione e la propagazione dei PdA ostacolando la propagazione dei solitoni come è dettagliatamente illustrato in “The Thermodynamics of General Anesthesia[34]. Il modello del solitone desta sempre maggiore interesse anche negli ambienti scientifici che studiano il background biomolecolare delle TAL.

Nel termine Canali Ionici” (CI) comprendiamo quel primordiale dispositivo di pori membranari che nel corso dell’evoluzione è stato gelosamente conservato in tutte le linee cellulari (non solo nei neuroni) al punto che quelli del moscerino della frutta presentano numerose analogie con quelli umani. Essi permettono flussi di ingresso e di uscita dalla cellula di particelle elettricamente cariche: gli ioni. I flussi ionici che in tal modo si generano costituirono il primo apparato energetico cellulare e, al tempo stesso, la prima via di segnalazione autocrina (entro la stessa cellula, paracrina (verso altre cellule) e quale strumento di percezione delle condizioni dell’ambiente extracellulare e di scambio con esso. Tappe successive dell’evoluzione videro la comparsa di forme viventi costituite da aggregazioni di numerose cellule. I flussi di ioni che prima fungevano da dispositivo energetico, adattativo, informazionale e regolatorio appannaggio di singoli elementi cellulari presero a partecipare ad attività autocrine e paracrine entro un “regime sistemico” esprimendo gradi sempre maggiori di complessità. Per questa via una sorta di rete primordiale, funzionalmente aspecifica e topograficamente diffusa, si prestò a costiture la struttura somatica delle prime forme di vita multicellulari. La sua caratteristica più spiccata fu la permissività funzionale: l’inclinazione a consentire la diffusione in tutto il suo soma di un’onda di eccitazione innescata da uno stimolo di qualsiasi natura applicato in qualsiasi suo distretto. Questo assetto funzionale si caratterizzò per stimolo-aspecificità e sede-aspecificità. Immaginiamo una medusa nel suo ambiente marino: in qualsiasi settore del suo soma e con qualsiasi stimolo la si solleciti essa risponde sempre con un movimento massivo di chiusura del suo ombrello. La dinamica “sinciziale” sottesa a una simile risposta prevede che uno stimolo puntiforme diffonda come le onde circolari che si generano in uno stagno quando vi sia stato scagliato un sasso. Essa è sostenuta dalla conservazione dei CI e del flusso elettrico che questi consentono oltrechè dalla propagazione di onde sonore e densito-termiche secondo il “modello del solitone” [76]. “Conservazione” è un termine/concetto che incontreremo ancora e che, al di là dei contenuti speculativi, pregna di evidenze anche la biologia delle forme di vita più recenti: è in forza del meccanismo di conservazione della descritta dinamica sinciziale che il cuore degli eucarioti può pulsare anche quando sia denervato.

Oggi conosciamo CI “voltaggio-dipendenti” e “ligando-dipendenti” (o “chemio-dipendenti” o anche “recettori-canale”). Entrambe le categorie annoverano al loro interno numerose famiglie e sottogruppi. Con l’incessante progresso delle conoscenze biomolecolari il censimento dei CI e dei SMSTT ci consegna numeri e varietà sempre crescenti.

I CI “voltaggio-dipendenti” sono presenti sulle cellule “eccitabili” (neuroni e cellule muscolari) e il flusso di ioni è regolato dalla carica elettrica presente sul versante esterno della biomembrana. I CI “ligando-dipendenti” sono invece presenti su tutti i tipi cellulari e, come è già stato anticipato, qui il flusso di ioni è determinato dalla loro interazione con numerosi specifici ligandi chimici (glicina, serotonina, glutammato, acetilcolina e tanti altri). La varietà dei legami possibili lascia immaginare quanto numerosi siano gli effetti elicitabili da questi soggetti biologici. Nel passare in rassegna i principali CI e SMSTT ci si rende conto di non avere a che fare con singoli soggetti ma con vere e proprie popolazioni capaci di esprimere molteplici profili funzionali. Iniziamo dai CI storicamente classificati tra quelli voltaggio-dipendenti: i CI per il sodio (Na) e i CI per il potassio (K).

Per quanto riguarda i VGSCs (Voltage-Gate Sodium Channels = canali voltaggio-dipendenti per il Na+) a oggi ne sono state identificate nove isoforme indicate come “Nav”: Nav1.1, Nav 1.2, Nav1.3….. Nav1.9. Ognuna esibisce differenti proprietà elettrofisiologiche e differenti modelli di espressione. Sei di esse sono presenti nei Dorsal Root Ganglia (DRG) a svolgere funzioni somatosensoriali e mediare la propagazione del dolore fisiologico, neuropatico e infiammatorio [88]. Il sistema nervoso integro può gestire l’esperienza dolorosa in senso adattativo mentre l’ipereccitabilità dei sistemi di nocicezione che consegue alle neurolesioni produce e mantiene il dolore neuropatico. In queste circostanze tra i VGSCs le maggiori responsabilità della genesi e della propagazione dei PdA ricadono su Nav1.7, Nav1.8 e Nav1.9 poichè la neurolesione vi induce un’eccitabilità aberrante attraverso cambiamenti nella loro distribuzione, espressione e/o proprietà biofisiche [102]. Un inciso a proposito del rapporto tra VGSCs e TAL: a dosaggi inferiori a quelli efficaci a inibire la propagazione dell’impulso nervoso lungo un assone intatto la lidocaina per via endovenosa (e.v.) sopprime le scariche ectopiche generate dalla lesione neuroperiferica responsabili del dolore neuropatico [45] (31).

Passiamo ai canali del potassio. Suddivisi in sottofamiglie presenti in quasi tutti i tipi cellulari della maggior parte degli organismi viventi costituiscono l’insieme di CI più diffusa in assoluto. Anch’essi sono costituiti da proteine la cui architettura è organizzata per consentire il passaggio dei cationi potassio (K+) attraverso la membrana cellulare. La prima sottofamiglia (“K++v”) si attiva con modalità “voltaggio-dipendente”: permette il flusso del potassio secondo gradiente elettrochimico. Una seconda sottofamiglia (“K+Ca”) può attivarsi in presenza di ioni calcio o di altre molecole-segnale. Entrambi i tipi sono presenti in un’ampia gamma di cellule eccitabili e non-eccitabili a svolgere funzioni di regolazione delle attività neuronali, della proliferazione cellulare e del microcircolo. Basse concentrazioni di Ca2+ ne determinano l’apertura e l’attivazione con modificazioni dell’eccitabilità cellulare e iperpolarizzazione del PdR. L’attivazione di questi canali regola la concentrazione intracellulare del Ca contrastandone eccessivi incrementi [82] e partecipa a numerose funzioni fondamentali: anzitutto la genesi del PdA nelle cellule “eccitabili” attraverso l’efflusso di K+, il mantenimento o il ripristino del PdR in molte altre famiglie cellulari e la regolazione del volume e della proliferazione cellulare. La polarità della membrana plasmatica dipende in gran parte dalla funzione di specifici canali K che permettono il suo efflusso attraverso la membrana in base al suo gradiente elettrochimico portando il potenziale di membrana della cellula a valori negativi (prossimi a -80 mV).  Questo valore è vicino al potenziale di equilibrio per K a causa dell’alta concentrazione di questo ione all’interno delle cellule (circa 140 mM) rispetto all’interstizio (4 mM). La regolazione dell’eccitabilità cellulare da parte dei canali K è particolarmente importante nei neuroni ove le correnti di K si oppongono alla depolarizzazione contribuendo così a regolare l’attivazione neuronale e il PdA. Nella comunità scientifica si è affermato l’acronimo TRESK (TWIK-related spinal cord K+ channel) che sembra sottolineare come l’espressione genica dei CI per il potassio sia particolarmente elevata nei piccoli neuroni sensoriali spinali che, solitamente, mediano numerose dinamiche nocicettive [8]. La conferma che il canale TRESK svolga funzioni di regolazione dell’eccitabilità neuronale sembra dimostrata da studi sperimentali nei quali alla sua ablazione ha fatto seguito il decremento della corrente del potassio e l’incremento dell’eccitabilità dei neuroni sensoriali. I dati indicano che la diminuzione delle funzioni del canale TRESK faciliterebbe la depolarizzazione e l’attivazione neuronale e ciò fa pensare che in condizioni fisiologiche esso funga da freno dell’attivazione neuronale in risposta a stimoli depolarizzanti [18]. Un’altra sottofamiglia dei canali del K è invece calcio-dipendente. Si tratta di strutture proteiche canalicolari costituite da 6 α-eliche transmembranarie che nella cellula a riposo restano chiuse a causa della bassa concentrazione di calcio. In seguito a depolarizzazione il sodio entra nella cellula e i canali del calcio si aprono. Con l’incremento della concentrazione intracellulare di Ca++ si aprono prolungatamente i canali del K calcio-dipendenti permettendo allo ione di uscire dalla cellula. Si distinguono canali del K calcio-dipendenti ad alta (BKCa) e a bassa conduttanza (SKCa). La loro funzione principale è quella di consentire l’uscita degli ioni K dalla cellula, iperpolarizzarla e quindi ridurre la frequenza dei PdA generati da un neurone. Un ulteriore tipo di canale per il K viene indicato come “K+2P (“two-pore-domain” o anche “tandem pore domain potassium channels”) a motivo del fatto che ogni subunità del canale presenta nella sua sequenza primaria due domìni “P” (pori). Esso raggruppa 15 membri classificati sulla base della sensibilità a diversi fattori (tensione dell’O2, proteine “G”, sostanze-segnale lipidiche, pH, stress meccanico) e sulla base dei ruoli che ricoprono in varie condizioni fisiologiche e fisiopatologiche. Questa famiglia di canali è abbondantemente rappresentata a livello encefalico e cardiaco. Nel cervello abbondano nella corteccia, nel giro dentato, nell’ippocampo, nel cervelletto e negli astrociti [51]. In quest’ultima linea cellulare la loro espressione aumenta in caso di ischemia presumibilmente con finalità neuroprotettive [73]. Nel cuore i K+2P sono stati individuati come nuovi bersagli per terapie antiaritmiche [81]. Un’altra famiglia di canali per il K è definita “K+Ir” (“Inward rectifier K channels”) poiché la loro apertura facilita il flusso dei cationi verso l’interno della cellula. Quando la concentrazione extracellulare di K diventa elevata, come ad esempio in corso di contrazione muscolare, questi canali contribuiscono all’iperpolarizzazione della membrana verso il potenziale di equilibrio K [79]. I K+Ir sono costituiti da tetrameri in cui ogni subunità presenta due domìni transmembrana. Come è avvenuto per altri CI e SMSTT anche i canali del K sono stati cimentati con gli AL e ne sono stati studiati gli effetti antalgici ma per via della giovane età della materia attualmente gli studi sperimentali prevalgono rispetto a quelli clinici. E’ stato tuttavia accertato che nelle fibre nervose demielinizzate della rana acquatica “Xenopus laevis” la lidocaina blocca un canale K insensibile al voltaggio [13] e i canali del K voltaggio-dipendenti nelle fibre del nervo sciatico [14], nel DRG [66] e nel cervello di ratto [25]. Il fatto che l’impiego sistemico della lidocaina per fini terapeutici frequentemente provoca la comparsa di acufeni ha sollecitato ricerche in questa direzione. Uno studio del Dipartimento di Otorinolaringoiatria dell’Università tedesca di Essen ha dimostrato che i canali per il K di tipo Kv 3.1 e Kv 1.1 presenti nell’uomo esibiscono sensibilità diverse all’azione inibitoria della lidocaina. I modesti effetti seguenti all’applicazione di concentrazioni clinicamente rilevanti suggeriscono che nei neuroni uditivi i canali del potassio non siano compromessi dall’applicazione terapeutica o diagnostica della lidocaina [89], dato questo che risulta coerente con la breve durata degli acufeni. 

I canali del calcio.  Alla ricerca delle strategie biomolecolari preposte alle informazioni tra sistemi cellulari dalla metà degli anni ‘70 del XX° Secolo si è aggiunto un gigantesco ambito di studi incentrati sul ruolo di un altro catione di fondamentale sostegno alle funzioni vitali: lo ione calcio. Materiale di costruzione dell’osso e allo stesso tempo mediatore unico dei processi di accoppiamento elettrochimico del movimento (come interruttore universale della reazione di accorciamento delle fibrille actomiosiniche nel citoplasma dei miociti, dei fibroblasti e degli spermatozoi), il calcio continua a guadagnare interesse quale particella “informazionale” transcellulare: infatti è stato riconosciuto il suo ruolo di “secondo messaggero” in processi comunicativi come la plasticità sinaptica, la secrezione di ormoni e neurotrasmettitori e persino alcuni processi di significato epigenetico [12]. Tali proprietà sono individuabili in diverse caratteristiche strutturali: anzitutto la sua natura di catione bivalente (Ca2+) per cui il suo passaggio attraverso le biomembrane richiede un quantitativo di scambio con quantità doppie di Na+ e/o K+ affinché vengano rispettati ambiti fisiologici di osmolarità e pH tra spazi transmembranari adiacenti. Qui risiede la maggiore facilità all’accumulo di sufficienti particelle di Ca2+ entro i compartimenti intracellulari specializzati come il reticolo sarcoplasmatico dei miociti o la matrice glicoproteica dell’osso e, al contempo, la produzione di notevoli gradienti di polarità elettrotonica a cavallo delle membrane interposte. Proprio nel corso dello sviluppo di sempre più marcate differenze di potenziale (ottenute in concerto con le concentrazioni transmembranarie di Na+ e K+) la filogenesi si è espressa con l’acquisizione e il perfezionamento della sensibilità di membrana al proprio stesso potenziale di riposo, ossia con lo sviluppo di canali voltaggio-dipendenti.

La variabilità delle espressioni funzionali legate alle proprietà dei canali del calcio voltaggio-dipendenti ha talmente rivoluzionato l’interpretazione della Fisiologia che oggi si fatica a individuare i vettori delle trasmissioni informazionali all’interno dei sistemi viventi. Da una parte teniamo presente il polimorfismo delle vie trans-sinaptiche connesso alla varietà dei neurotrasmettitori: conosciamo le vie colinergiche, monoaminergiche (adrenalina, noradrenalina, dopamina, serotonina, istamina, melatonina), purinergiche (adenosina), gabaergiche, glutamatergiche, glicinergiche. Dall’altra constatiamo che ciascuna classe di neurotrasmettitori percorre vie nervose ed extranervose, centrali e periferiche, allineate entro sistemi pluricellulari secondo linee filogenetiche intuitivamente interpretabili come dispositivi anatomofunzionali coerenti (da sistemi di “semplice” interazione nutritiva saprofita ad architetture di “complessa” attività comportamentale e comunicativa). In teoria ciascuna struttura anatomo-funzionale interpretata da un neurotrasmettitore principale (ad esempio la “via serotoninergica” piuttosto che quella “gabaergica”) può avvalersi di qualsiasi tipo di CI posto a valle della sua propagazione. Nel CI si realizza l’esatta costituzione dell’evento bioelettrico: da semplice iniziale sollecitazione chimica del neurotrasmettitore su una membrana fosfolipidica, il fenomeno “elementare” di depolarizzazione della membrana si esprime ogni volta in una gamma di risposte elettriche eterogenee e complesse strettamente legate alla struttura molecolare dei CI coinvolti. Ciò può avvenire in qualsiasi punto del tragitto di comunicazione elettrochimica, dalla sinapsi del neurone al passaggio dagli ambienti intra- ed extracellulare fino a quello tra organelli intracitoplasmatici e al nucleo cellulare. Si può dire che la via chimica rappresentata dal tragitto anatomico del neurotrasmettitore/ormone/citochina esprima funzionalmente dove verrà condotta e processata l’informazione mentre la via elettrica, rappresentata dal CI proteico, esprime come avverrà la processazione. La storia della ricerca sui CI del calcio riflette l’eterogeneità delle sue localizzazioni: dalla citomembrana dell’uovo del pesce stella [31] ai dendriti dei neuroni dei gangli della base nella zoologia superiore. In qualche modo essa riflette anche il progressivo riconoscimento delle diverse caratteristiche bioelettriche inserendo nella distinzione tra attivazione ad alto o a basso voltaggio (HVA o LVA) quella tra risposte veloci o lente (Transient T-Type o Long Lasting L-type) o risposte né veloci né lente (N-Type) [31][17][65]. Sebbene la spiegazione delle proprietà elettrofisiologiche di queste variazioni possa apparire ostica i meccanismi dei CI del calcio voltaggio-dipendenti possono essere esemplificati in fenomeni di esaltazione della dinamica temporale nella produzione e propagazione dei PdA. Una caratteristica peculiare è la produzione di scariche accessuali (detti bursts = “scoppi”) come conseguenza di attivazioni elettrotoniche sul versante afferente della biomembrana. Sul piano funzionale questa modalità sovraintende la capacità di attivazione improvvisa e rapidamente esauribile ravvisabile soprattutto nei dispositivi motori (si pensi alle risposte di “attacco o fuga”) ma anche nei generatori di attività ritmiche discrete e periodiche come avviene nei relais di generazione dei ritmi circadiani del sistema afferente talamo-corticale. Altri esempi suggestivi sovraintendono la ritmicità delle scariche ormonali durante il ciclo mestruale piuttosto che la spasmodicità dell’eiaculazione o le contrazioni uterine durante il parto. Per meglio rendere l’idea è suggestivo che i canali del calcio voltaggio-dipendenti della placca neuromuscolare rappresentino i bersagli antigenici di una malattia come la sindrome miastenica di Lambert-Eaton. In essa il deficit si manifesta all’inizio della contrazione muscolare a basse frequenze di firing pre-sinaptico mentre il deficit “opposto” (la difficoltà nel rilascio muscolare dopo contrazione protratta: il cosidetto “fenomeno miotonico”) è conseguenza di un difetto genetico della sintesi dei canali del Cl-2, anione bivalente in opposizione simmetrica al catione bivalente Ca+2 [91].

Il confine tra segnali bioelettrici, risposta infiammatoria e oncogenesi: i canali “Transient”. Considerando quanto già detto sugli sviluppi delle conoscenze circa i canali voltaggio-dipendenti il profilo funzionale espresso dai TRPc (Transient Receptor Potential channels), di cui i canali del Ca rappresentano una sottopopolazione biochimica, ha finito per assumere un ambito di interesse funzionale specificamente basato sulle qualità biochimiche della sua attivazione. Situati sulla membrana plasmatica di numerosi tipi cellulari animali i TRPc presentano una permeabilità relativamente non selettiva ad alcuni cationi (tra cui calcio, sodio e magnesio) che, analogamente alla maggior parte dei canali cationici, attirano grazie a una carica negativa posta all’interno del poro [36]. Dato che loro mutazioni sono spesso associate a disturbi neurodegenerativi, disordini renali, displasia scheletrica e oncogenesi anch’essi rappresentano interessanti bersagli terapeutici. I TRPc dei mammiferi sono attivati da stimoli di varia natura tra cui molti meccanismi post-trascrizionali come la fosforilazione, l’accoppiamento dei Recettori Accoppiati a Proteine G (GPCRs), di cui si parlerà più diffusamente altrove, e il meccanismo ligando-gating. Poiché la maggior parte sono attivati o inibiti da molecole-segnale lipidiche la loro famiglia di CI si caratterizza come lipido-dipendente [72]. 

Nel mondo animale i TRPc sono divisi in due grandi gruppi ognuno dei quali comprende un certo numero di sottofamiglie distinte dalla coda desinenziale. Il “gruppo 1” comprende TRPC (“C” = canonico), TRPV (“V” = vanilloide), TRPVL (“VL” = vanilloide-simile), TRPM (“M” = melastatina), TRPS (“S” = soromelastatina), TRPN (“N” = potenziale meccanorecettore C) e infine TRPA (“A” = anchirina). Il “gruppo 2” è costituito da TRPP (“P” = policistico) e TRPML (“ML” = mucolipina) [37]. Qui possono essere brevemente menzionate solo le più importanti caratteristiche funzionali di alcuni dei TRPc presenti nell’uomo e nella zoologia superiore. Molti di essi mediano un’ampia gamma di sensazioni: dolore, temperatura (alcuni agiscono da microscopici termometri per la percezione del caldo o del freddo), senso di pressione, stimoli visivi e gustativi. Altri agiscono da sensori della pressione osmotica, dell’allungamento e della vibrazione. Le menzionate sottofamiglie dei TRPc presentano aspetti omogenei (sono tutte composte da canali cationici non selettivi che presentano sei eliche proteiche che attraversano la membrana cellulare) e aspetti nettamente disomogenei riguardanti la struttura spaziale. L’unicità che deriva dalle differenze nella struttura spaziale è alla base della varietà delle attività sensoriali e di regolazione che le varie sottofamiglie possono esibire. Passiamo adesso a una veloce disamina di alcune sottofamiglie.

“TRPC” è definito canonico per via della stretta parentela strutturale con i TRP della Drosophila, il moscerino della frutta oggetto di tante ricerche tra le quali quella che nel 1969 consentì la sua identificazione [23]. Anche se la filogenesi dei TRPC ancora non è stata definita nei dettagli è un dato certo che essi siano presenti in quasi tutti i gradini della Zoologia. Finora nell’uomo sono stati identificati sei sottotipi di TRPC le cui mutazioni sono associate a malattie respiratorie insieme a glomerulosclerosi segmentale focale renale [86].

“TRPV” devono la loro desinenza a sostanze chimiche “vanilloidi” che attivano alcuni di essi divenuti familiari agli studiosi del dolore per la loro associazione con molecole come la capsaicina, agonista di TRPV1 [86]. A lungo impiegata quale sostanza-test per esplorare i meccanismi sensoriali, la capsaicina oggi gode di maggiore interesse dopo la scoperta del sito molecolare d’azione di TRPV1 e della sua espressione nei neuroni e in cellule non-neuronali cerebrali. Ricerche sempre più numerose attribuiscono infatti a TRPV1 competenze rilevanti in numerosi processi fisiopatologici encefalici e suggeriscono che possa rappresentare un bersaglio per il trattamento di diverse patologie. In quanto agonista di TRPV1 la capsaicina contrasta lo stress ossidativo cerebrale e la neuroinfiammazione riducendo il fenomeno della morte neuronale nell’Alzheimer, nell’epilessia, nelle fasi successive all’ictus cerebrale, nel morbo Parkinson e nelle malattie infiammatorie sistemiche [2][63]. Studi su TRPV1, TRPV6, TRPC1, TRPC6, TRPM4, TRPM5 e TRPM8 hanno dimostrato che l’alterata espressione delle proteine TRPV può condurre all’oncogenesi [68]. In particolare TRPV1 e TRPV2 sono implicati nel carcinoma mammario e l’espressione di TRPV1 nel reticolo endoplasmatico o nell’apparato di Golgi nelle cellule oncogene mammarie predice sopravvivenze brevi [55].

I “TRPA” sono CI con funzioni meccanocettoriali e chemosensoriali implicati nei meccanismi del dolore reperibili principalmente nelle fibre nervose nocicettive associate all’amplificazione della segnalazione del dolore e all’ipersensibilità al dolore da freddo [86]. Recentemente alcuni TRPc hanno guadagnato il centro della scena nello studio della modulazione della resistenza alla chemioterapia nel carcinoma mammario. La sottofamiglia TRPA1 è associata alla resistenza ai farmaci antioncogeni analogamente a TRPC5: in particolare l’alto afflusso di Ca2+ mediato da quest’ultima attiva il fattore di trascrizione NFATC3 (Nuclear Factor of Activated T Cells Cytoplasmic 3) che innesca la trascrizione della glicoproteina “gp” (p-gp). Nelle cellule tumorali la sovraespressione di p-gp costituisce un fattore importante della chemioresistenza poiché funge da pompa che rimuove dall’interno della cellula sostanze estranee, compresi i farmaci chemioterapici [79].

I TRPM sono stati identificati fortuitamente in corso di analisi genetiche di comparazione tra nevi benigni e melanomi [62]. Essi sono CI che esprimono domìni funzionali e sequenze di amminoacidi altamente conservati nel corso della filogenesi e implicati nei meccanismi di rilevamento del freddo [42]. Mutazioni a loro carico sono state associate all’ipomagnesemia con ipocalcemia secondaria [86] e al carcinoma prostatico ove la sovraespressione delle sottofamiglie TRPM2, TRPM4 e TRPM8 è indicatore di sviluppi particolarmente aggressivi [98]. TRPM3 promuove la crescita e l’autofagia nel carcinoma renale a cellule chiare [32], TRPM4 è sovraespresso nei linfomi a grandi cellule B gravati da brevi sopravvivenze [54] mentre TRPM5 esprime attività oncogene esitanti nel melanoma [67].

A proposito del ruolo dei TLRc nelle risposte infiammatorie va segnalato che, oltre alle vie mediate da TLR4, alcuni membri della famiglia del TRP riconoscono il lipopolisaccaride (LPS) e che l’attivazione di TRPA1 mediata da LPS è stata dimostrata nei topi [58]. A concentrazioni più elevate LPS attiva anche altri membri della famiglia dei canali TRP sensoriali: TRPV1, TRPM3 e TRPM8 [11]. LPS è normalmente riconosciuto sulle cellule epiteliali da TRPV4 ed è stato dimostrato che l’attivazione di TRPV4 da parte di LPS induce la produzione di Ossido Nitrico (NO) con finalità battericide [6]. Nelle malattie infiammatorie croniche viene suscitata una risposta sistemica utile, tra l’altro, a orientare i combustibili ricchi di energia al sistema immunitario attivato e determinare il dominio spaziale del processo in corso. La risposta viaggia su due vie principali entrambe dirette al cevello: quella “umorale” vi fa pervenire le citochine proinfiammatorie circolanti mentre quella sensoriale vi indirizza segnali attraverso fibre nervose afferenti. Questa seconda via si avvale di una moltitudine di recettori che rilevano la temperatura, numerosi parametri infiammatori, l’osmolalità e il dolore e informano il cervello sugli aspetti periferici dell’infiammazione in corso. Al centro di queste attività sensoriali troviamo i canali TRP, autentici “interruttori multimodali”, che trasmettono segnali periferici sollecitando il cervello a fornire risposte sistemiche: TRPV1 può essere attivato dal calore, da fattori infiammatori (ad esempio, protoni, bradichinina, anandamide), dall’iperosmolalità e da irritanti pungenti. In queste attività si distinguono i canali TRPV1, TRPA1 e TRPM8 [83].

Canali e ligandi. E’ già stato anticipato che canali e recettori transmembranari non sono prerogativa delle cellule “eccitabili”. Durante le sue ricerche sul patrimonio genico della Drosophila la dottoressa Christiane Nüsslein-Volhard, biologa ricercatrice presso l’Università tedesca di Tübingen, identificò nel 1985 il gene “Toll” (folle, fantastico) a cui seguì la scoperta dei Toll-Like Receptors (TLR),  una classe di glicoproteine strutturate a catena e poste a cavallo della membrana dei macrofagi, dei monociti, delle cellule dendritiche, dei fibroblasti, delle cellule Natural Killer, dei linfociti B e T, delle cellule endoteliali ed epiteliali [57]. Nell’uomo ne sono stati identificati undici sottotipi: TLR1, TLR2, TLR3…. TLR11. Data la loro capacità di riconoscimento dei patogeni aggressori (o di loro componenti) e di attivatori della risposta nelle “cellule sentinella” dell’immunità innata i TLR sono classificati tra i Pattern Recognition Receptors (PRR). Anche qui il passaggio tra il riconoscimento dei patogeni e l’attivazione in senso pro-infiammatorio della cellula della quale essi sono posti a sorveglianza transita attraverso un meccanismo di trasduzione dei segnali [5][26]. I TLR garantiscono due linee di difesa dagli aggressori esterni che abbiano trovato o prodotto una breccia nella cute o nelle mucose enteriche e respiratorie: TLR1, TLR2, TLR4, TLR5 e TLR6 sono dislocati sulla membrana cellulare e svolgono ruolo di sensore/sentinella contro minacce che provengano dall’ambiente extracellulare mentre TLR3, TLR7, TLR8 e TLR9 sono presenti nelle membrane intracellulari. Nei soggetti obesi è stata osservata la sovraespressione di TLR nelle cellule mononucleate del sangue periferico, dato correlato all’aumento dell’espressione di IL-6 e TNF-α. Questa associazione può almeno in parte spiegare un legame fisiopatologico tra l’obesità e l’infiammazione che conduce all’insulino-resistenza [3][4].

Un aspetto interessante dei TLR è il ruolo protettivo dalle infezioni che esprimono sia nell’uomo che negli insetti e che in ambedue le forme di vita, nonostante la differente cifra di complessità biologica, mantengono larga parte della composizione strutturale. Nell’uomo però lo sviluppo filogenetico ha permesso loro di identificare precisamente i prodotti del metabolismo dei microrganismi espressi sulle cellule dendritiche distinguendoli da sostanze di altra natura. Il processo innesca la maturazione delle cellule dendritiche e suscita l’avvìo di risposte immunitarie adattative antigene-specifiche [57]. Ancora una volta questo dimostra come l’evoluzione delle specie non contempli lo scarto di “materiale vecchio” e la sua sostituzione con “oggetti nuovi” quanto piuttosto una dinamica di conservazione di materiale biologico che dimostri efficacia funzionale permettendo l’emergenza al suo interno di caratteristiche nuove (FEF3).

Anche i TLR costituiscono importanti targets per gli AL applicati con finalità anti-infiammatorie. Questo è stato recentemente dimostrato in vivo nelle disfunzioni epatiche emergenti nel quadro di sepsi indotta nei ratti [52], in topi con infiammazioni sperimentali delle vie aeree in cui il trattamento con lidocaina nebulizzata ha migliorato il quadro clinico sottoregolando l’espresione di TLR2 [94] e su leucociti umani cimentati con LPS che, va sottolineato, è un componente della membrana dei batteri Gram-negativi rapidamente riconosciuto dai TLR [95].

La comprensione delle funzioni  molecolari di trasmissione/trasduzione del segnale e di trasporto di sostanze/segnale tra l’interstizio e la cellula e tra quest’ultima e gli organelli intracellulari necessita di una precisazione terminologica. Anzitutto il ligando/segnale presente nell’interstizio, detto “primo messaggero”, si annette al recettore sulla membrana cellulare. Il legame modifica la configurazione del recettore consentendogli di aderire alla cosiddetta “proteina G” posta a cavallo della membrana. Si attiva così un enzima intracellulare che suscita la produzione di un’altra proteina (il “secondo messaggero”) che si muove entro la cellula fino a imbattersi in una chinasi o in una fosfatasi (“terzo messaggero”) e, legandosi a quella delle due che incontra, la attiva. Il processo che parte da questo punto è diverso a seconda di quale sia l’enzima a cui il secondo messaggero si lega. L’incontro con una chinasi provoca un processo di fosforilazione nel nucleo che induce il DNA a produrre proteine che prima non produceva. Se invece l’incontro avviene con una fosfatasi si avrà l’effetto opposto: la fosforilazione verrà disattivata e la produzione di alcune proteine da parte del DNA sarà bloccata.

Tra i SMSTT di particolare interesse è la via p38MAPKs (Mitogen-Activated Protein Kinases) in quanto questa famiglia di proteine-kinasi, presente in tutti i tessuti biologici, media un’ampia varietà di attività intracellulari in risposta a stimoli extracellulari. In sostanza p38MAPK funge da sistema di segnalazione extra-intracellulare rilevando dall’interstizio numerosi eventi e trasformandoli in segnali che inoltra alla cellula dopo la trasduzione in un linguaggio a essa comprensibile. MAPKs si mostrano sensibili a stimoli che sollecitano attività intracellulari fisiologiche (come il ciclo e la morte cellulare, lo sviluppo e la differenziazione cellulare, la senescenza, eccetera) e a diversi stimoli esterni alla cellula come lo stress ossidativo, le radiazioni UV, lo shock termico e osmotico, le oscillazioni dell’osmolarità e le citochine infiammatorie. p38 MAPKs è regolarmente coinvolto nella sofferenza da ischemia/riperfusione di cui si parla diffusamente in alcuni capitoli dedicati alle TAL nelle grandi sindromi (14) (15) (16) (17). Il sottogruppo p38 funge da nesso per la trasduzione del segnale svolgendo un ruolo rilevante in diversi processi come l’infiammazione e l’oncogenesi in specifici tipi di cellule [103]. La quantità di funzioni controllate da p38 è notevole e ancora non pienamente identificata ma è noto che sue aberrazioni sono associate a numerose patologie infiammatorie, autoimmunitare e neoplastiche [16]. Nei numerosi quadri patologici in cui esso è coinvolto l’efficacia terapeutica degli AL quali modulatori di p38 MAPK è recentemente testimoniata da studi approfonditi [20][75][99].

La fosforilazione dell’aminoacido serina determinata da MAPK in risposta a stimoli cellulari può attivare STAT3, fattore di trascrizione appartenente alla famiglia delle proteine “STAT” (Signal Transducer and Activator of Transcription). Questo fattore di trascrizione può attivarsi anche per legame con interferoni, fattori di crescita e interleuchine (specialmente IL-5 e IL-6) e, poichè esso media l’espressione genica, può assumere un ruolo rilevante in numerosi processi cellulari tra cui la crescita cellulare e l’apoptosi. E’ un fattore essenziale per la differenziazione delle cellule pro-infiammatorie T-helper 17 (sottogruppo delle T-helper così dette per la loro derivazione dall’interleuchina IL-17) al punto che topi che ne siano stati privati perdono la possibilità di generarle e alle infezioni virali non esibiscono risposte immunitarie basate su anticorpi. Tanto STAT3 quanto le cellule T-h17 sono coinvolti in numerose malattie autoimmuni, nella carcinogenesi e nelle dinamiche della metastatizzazione [28]. Un studio cinese del 2024 parte dall’ingegnosa realizzazione di un idrogel, denominato “MSL@LID@SOG”, contenente liposomi modificati con reticolo endoplasmatico precaricati con STAT3-small-interferingRNA e cloridrato di lidocaina. In modelli murini l’idrogel è stato iniettato sulla superficie di resezione dei polmoni durante interventi chirurgici per adenocarcinoma. A seguito del trattamento si è sensibilmente ridotta l’espressione di STAT3 nel microambiente tumorale e sono state osservate apoptosi delle cellule tumorali polmonari e polarizzazione dei macrofagi associati al tumore verso il fenotipo M1-like (incline a risposte di segno pro-infiammatorio). La lidocaina ha anche offerto sollievo dal dolore e ha permesso l’attivazione delle cellule natural killer. I dati sembrano indicare che nei modelli trattati anche una singola applicazione perioperatoria con MSL@LID@SOG inibisca la crescita tumorale e migliori la qualità della vita nel post-operatorio [99].

Passiamo a un altro SMSTT. Nel 1973 un team australiano estrasse una serie di proteine dalla cromatina del timo di vitello che per l’elevata mobilità esibita all’elettroforesi furono designate HMG (High Mobility Group Proteins = proteine ad alta mobilità) [29]. Si tratta di proteine nucleari altamente conservate dal punto di vista evolutivo e largamente espresse nelle cellule e nei tessuti dei mammiferi. La variante “HMGB1” si reperta per lo più nel nucleo legata alla cromatina ove funge da fattore di protezione architettonica e partecipa a tutti i processi dipendenti dal DNA. In diverse condizioni di stress (esposizione a elevate dosi di specie reattive dell’O2, infezioni, eccetera) essa fa la spola dal nucleo al citoplasma e dal citoplasma allo spazio extracellulare. Queste proteine svolgono molteplici funzioni sia nel nucleo che in sede extracellulare ove, in risposta a infezioni e/o a danno tissutale, promuovono diverse attività pro-infiammatorie. Nel 2022 è stato accertato che in queste circostanze HMGB1, attivamente secreta o passivamente rilasciata dalle cellule nell’ambiente extracellulare, assume funzioni di DAMPs (Damage-Associated Molecular Patterns = molecola associate al danno) mediando intensità e ampiezza dell’infiammazione e delle risposte immunitarie [22]. Nel capitolo dedicato alla Disfunzione Multiorgano e alla preziosa eredità scientifica di George Washington Crile sono riportati alcuni aspetti del profilo funzionale delle DAMPs e alcuni dei vantaggi offerti dagli Anestetici Locali (AL) sul piano della prevenzione e delle terapia di gravi patologie acute (09). Alterazioni delle normali attività delle proteine HMG aprono la porta a processi infiammatori cronici, a malattie degenerative e al cancro [90]. Una pubblicazione del 2015 indica la responsabilità delle HMGB1 di origine piastrinica nella patogenesi della Disseminated Intravascular Coagulation e della maggior parte degli eventi ischemici acuti a carico di ogni organo [105] mentre in un’altra del 2020 essa è indicata quale potenziale biomarker e, al tempo stesso, quale bersaglio terapeutico nelle forme severe di infezione COVID-19 [21]. Analogamente ad altri soggetti biomolecolari illustrati poco sopra anche HMGB1 rappresenta un importante target per le TAL da quanto risulta da studi sperimentali su topi e su ratti [40][77] e da recentissime osservazioni sull’uomo [44][61].

Brian Kobilka e Robert Lefkowitz giunsero alla scoperta dei GPCRs (G Protein-Coupled Receptors = Recettori Accoppiati a Proteine G) che fece meritare loro il Premio Nobel per la Chimica nel 2012. Si tratta di proteine strutturate a serpentina la cui porzione centrale è allocata nella membrana cellulare, un’altra bea nell’ambiente extracellulare e l’ultima si pone in sede intracellulare. Esse fungono da sistema di segnalazione per trasmettere all’interno delle cellule informazioni su quanto accade nell’ambiente extracellulare. Il processo prevede il legame di sostanze-segnale extracellulari e la trasmissione del loro contenuto semantico a una proteina intracellulare detta “G”. Si può sostenere che i GPCRs offrano contemporaneamente funzioni di recettore, di trasduttore di segnale e di accettore finale. Essi costituiscono la più vasta e ubiquitaria famiglia di recettori di superficie cellulare in tutti gli eucarioti e i loro ligandi possono essere della più varia specie: ormoni, neurotrasmettitori, proteine, peptidi, amminoacidi e acidi grassi. I recettori muscarinici (comprendenti i sottotipi M1, M2, M3, M4 e M5) di fatto sono GPCRs coinvolti nel sistema nervoso parasimpatico con l’unica eccezione costituita dalle ghiandole sudoripare che, pur esprimendo recettori muscarinici, afferiscono al sistema nervoso simpatico [85]. I GPCRs possono mediare potenti risposte infiammatorie e alcune loro aberrazioni sono state recentemente associate a malattie autoimmuni [107], neurodegenerative e psichiatriche [87], a malattie dolorose [46] e a numerose altre patologie. Per quanto concerne la salute dell’uomo e degli animali numerosi effetti terapeutici degli AL sono oggi riconducibili all’inibizione che essi esercitano sulla segnalazione GPCRs [38][39][59][60].

Quella dei recettori 7GPCR (altrimenti detti 7TMRs = Seven Transmembrane Domain Receptors) è la più grande superfamiglia di recettori di membrana plasmatica. Sono anche denominati LPA1-6 poiché almeno sei di essi sono coinvolti nella segnalazione extracellulare dell’acido lisofosfatidico (LPA), molecola lipidica ubiquitaria nei vertebrati e negli invertebrati che, in risposta a un ampio spettro di stimoli chimici e sensoriali, media numerosissime funzioni biologiche [10]. Alcuni membri di questa superfamiglia sono implicati negli effetti di vari ormoni e neurotrasmettitori riguardanti la regolazione del sistema cardiovascolare e numerosi farmaci largamente utilizzati in clinica costituiscono loro ligandi. Questi recettori trans-membranari influenzano la fisiologia e la fisiopatologia di ogni sistema (nervoso, cardiovascolare, riproduttivo, polmonare, eccetera) a ogni stadio del loro sviluppo. Disordini della segnalazione LPA sono associati a disturbi dello sviluppo neuropsichiatrico, a malattie dolorose e cardiovascolari, a disturbi della crescita e del trofismo osseo, all’infertilità, all’obesità, a numerose forme oncologiche e ad altri quadri morbosi. Su diversi recettori accoppiati a proteine G sono stati individuati siti intracellulari d’azione per gli AL e tra essi particolare interesse suscita il sito per il recettore LPA, m1 muscarinico e tripsina per le possibili implicazioni terapeutiche contro il dolore, alcune malattie cardiovascolari, disturbi ossei, fibrosi, cancro, infertilità e obesità. Alla ricerca di nuovi bersagli terapeutici questo ampio fronte di studi sta mettendo in luce il potenziale dei sottotipi di recettori LPA e dei relativi meccanismi di segnalazione [104].

Questa sintetica rassegna sui SMSTT si chiude con un potentissimo attore proteico dei processi epigenetici presente in tutti i tipi di cellule: il fattore di trascrizione NF-κB (Nuclear Factor K-light-chain-enhancer of activated B cells). Esso è coinvolto in tutte le reazioni con cui le cellule rispondono all’esposizione ai più diversi stimoli (specie reattive dell’O2, citochine infiammatorie, radiazioni UV, tossine batteriche, infezioni virali, eccetera) assumendo un ruolo cruciale nella modulazione della risposta immunitaria. L’NF-κB è coinvolto nei fisiologici processi di plasticità sinaptica e alcune sue disfunzioni sono associate all’oncogenesi, ai processi infiammatori, alle patologie autoimmuni, alle immunodeficienze e ai disordini regolatori conseguenti a tutte le forme di infezione: dalle semplici sindromi influenzali agli shock settici [49][53]. Nella forma quiescente esso si trova nel citosol legato alla proteina inibitoria “IκB”. Quando invece è attivato (dal riconoscimento dell’antigene da parte dei linfociti, dalle interleuchine IL-1, IL-17 o dal TNF) trasloca nel nucleo e si lega a specifiche sequenze del DNA. Il complesso DNA/NF-κB richiama l’RNA polimerasi che trascrive il DNA in mRNA e quest’ultimo torna nel citosol per essere tradotto in proteina. Il nuovo profilo che la cellula così assume si associa a importanti modificazioni delle sue funzioni potendo virare stabilmente in direzione oncogenetica, flogogena (iniziando a esprimere citochine infiammatorie) o accelerare il suo ciclo vitale andando precocemente a morte. Da almeno un ventennio sono noti numerosi effetti della lidocaina nel modulare NF-κB quando la sua sovreregolazione si rende responsabile di meccanismi patogenetici [20][44][47][48][52]. In alcune circostanze di grande interesse clinico la sofferenza dei parenchimi nobili passa attraverso la cascata infiammatoria che prende spunto da p38 MAPKs e culmina con l’attivazione del fattore di trascrizione NF-κB. Tra i quadri clinici più studiati in questa chiave si annovera la sofferenza cerebrale e cardiaca associata al già altrove citato meccanismo di ischemia/riperfusione (I/R). Per l’importanza delle ricadute sul piano clinico vale la pena di menzionare alcuni degli studi recentemente condotti specialmente da teams di ricercatori cinesi. Uno di essi aveva come obiettivo la comprensione dei durevoli effetti antalgici della lidocaina somministrata per via intratecale in modelli animali e in soggetti umani sofferenti di dolore neuropatico conseguente a lesioni neuroperiferiche (ovviamente sperimentali nei primi e accidentali nei secondi). Evidenze già acquisite suggerivano che lesioni neuroperiferiche suscitano dolore neuropatico associato all’attivazione della via p38 MAPK nella microglia del corno dorsale del midollo spinale. Alla somministrazione intratecale di lidocaina all’evidenza della sensibile diminuzione del dolore si è associata l’attenuazione della fosforilazione di p38 MAPK microgliale [101]. Sul dolore di genesi infiammatoria verte invece un’altra brillante ricerca cinese del Dipartimento del Dolore del Yidu Central Hospital della città di Weifang: il trattamento loco-regionale con bupivacaina riduce nettamente il dolore indotto da infiammazione attraverso l’inibizione dell’attivazione della segnalazione NF-κB e dell’attivazione microgliale e astrocitaria [105]. In una ricerca condotta nel 2020 dal Dipartimento di Anestesiologia e di Stomatologia della Sichuan Academy of Medical Sciences è stata provocata una lesione cerebrale da I/R su ratti Sprague-Dawley mediante l’occlusione dell’arteria cerebrale media. Successivamente sono state valutate le condizioni istopatologiche, l’apoptosi neuronale, lo stress ossidativo, la risposta infiammatoria, il contenuto di acqua cerebrale, il volume dell’infarto e il punteggio del deficit neurologico. I risultati hanno indicato che per via sistemica la lidocaina ha attenuato l’estensione della lesione cerebrale indotta da I/R, la necrosi neuronale e l’apoptosi. Inoltre ha regolato i livelli di malondialdeide (fedele marcatore del grado di stress ossidativo), della superossido-dismutasi e delle citochine IL-6 e IL-4. Lo studio ha dimostrato che la lidocaina per via sistemica ha nettamente inibito l’espressione dei mitogeni p65 e p38 del fattore di trascrizione nucleare NF-κB “candidandosi come validissima forma di trattamento delle lesioni sostenute da I/R” (sic) [43]. Nel 2022 un’altra ricerca cinese ha documentato gli stessi effetti della lidocaina nel polmone di modelli sperimentali nei quali era stata indotta una sofferenza da I/R [99].

Finora abbiamo considerato alcuni dei principali attori delle comunicazioni tra interstizio e cellula, tra cellula e interstizio e tra cellula e cellula con la mediazione di attori e messaggeri che dimorano nell’interstizio. Concludiamo il presente capitolo illustrando un’antichissima forma di comunicazione diretta tra cellula e cellula. Durante l’evoluzione sia i procarioti che gli eucarioti hanno sviluppato forme varie di comunicazione intercellulare. Sin da tempi remotissimi ciò è avvenuto grazie all’espressione e al rilascio da parte delle delle cellule di organismi procarioti, eucarioti e vegetali di Vescicole Extracellulari (VE), dette anche Microvescicole, o Ectosomi: si tratta di minuscoli contenitori membranosi evolutivamente conservati. Nel corso dell’evoluzione le VE hanno svolto  ruoli di cruciale importanza nello sviluppo degli esseri viventi e nel sollecitare in essi comportamenti adattativi: ad esempio  hanno consentito ai batteri di mettere in campo il “quorum sensing” (il coordinamento delle loro “attività sociali” attraverso il monitoraggio dell’ambiente) e hanno permesso agli organismi multicellulari di funzionare come “sistemi” nelle interazioni dei patogeni con l’ospite [94]. Le VE vennero identificate per la prima volta nel 1967 attorno alle piastrine umane dallo studioso elvetico Peter Wolf. Egli chiamò polvere piastrinica quelle minuscole particelle organiche dal diametro variabile tra i 30 e i 1000 nm [97]. Più tardi particelle analoghe vennero trovate intorno alle riparazioni ossee successive a frattura e a diversi altri tipi cellulari. Da allora l’interesse per questi minuscoli oggetti è in continua crescita. La loro membrana risulta delimitata da un doppio strato fosfolipidico e si repertano in abbondanza nel fluido interstiziale e in altri fluidi biologici dopo che si siano distaccate dalle membrane delle “cellule madri”. Le VE svolgono importanti attività di comunicazione intercellulare, di segnalazione e di trasporto di numerose molecole (proteine, mRNA, miRNA) da una cellula all’altra spesso riflettendo il contenuto antigenico della cellula di origine. Le cellule la cui membrana è capace di produrle sono sicuramente i megacariociti (le cellule precursori delle piastrine), le piastrine (con funzioni trombogenetiche e di regolazione immunitaria attraverso l’espressione della molecola CD154), i neutrofili, i monociti, la placenta e le cellule tumorali. La loro importanza risiede nella capacità di trasferire informazioni ad altre cellule influenzandone le funzioni. I segnali così trasmessi possono includere tutte le categorie di biomolecole (proteine, lipidi, acidi nucleici e zuccheri) e questa forma di comunicazione offre sia la protezione delle informazioni che contiene sia la possibilità di consegnare simultaneamente più messaggi diversificati anche a cellule molto lontane da quella che le ha originate. Le VE possono anche trasportare le cosiddette “proteine da shock termico” che, una volta rilasciate, attivano diverse interazioni con gli immunociti [101]. Rilasciate dalla “cellula madre” le VE interagiscono con le cellule che riconoscono legandosi a recettori specifici della membrana della cellula ricevente. L’interazione conduce alla fusione delle VE con la cellula target e al rilascio all’interno di quest’ultima dei messaggi associati al bagaglio biologico trasportato. Le VE possono anche trasferire miRNA che sono noti per regolare l’espressione genica alterando il turnover del mRNA [69].  Grazie alla varietà di molecole di superficie che esibiscono possono suscitare meccanismi di coinvolgimento di diversi recettori cellulari e di scambio di materiali biologici tra le cellule. Si tratta dunque di un sistema di segnalazione “ad ampio raggio” che filogeneticamente precede e si sovrappone alle altre forme già note di comunicazione intercellulare: l’interazione diretta (juxtacrina) e la secrezione di ormoni, di fattori di crescita e di citochine. Analogamente ai CI e ai SMSTT anche le VE partecipano a numerose dinamiche fisiologiche (rimozione dalla cellula di proteine aberranti, di scorie metaboliche e sostanze citotossiche, soppressione immunitaria tumorale, rigenerazione tessutale) e patologiche (promozione delle metastasi, angiogenesi tumorale, eccetera) [69]. Cambiamenti nei livelli di microvescicole possono indicare la presenza di numerose malattie tra cui quelle autoimmuni e il cancro [95]. Da pochi anni le modalità con le quali varie forme di anestesia (compresa l’anestesia locale) possono modificare il profilo funzionale della messaggeria connessa alle VE sono oggetto di studi numerosi e intensi [1][108][109].

Se ora proviamo a ordinare in un quadro organico quanto ci è noto sui servizi di comunicazione bidirezionale tra cellula e interstizio offerti dalle High Mobility Group Proteins, dalle GPCRs (specie dalla variante 7GPCR) e dal fattore di trascrizione DNA/NF-κB ci rendiamo conto della necessità di rivisitare in chiave aggiornata uno dei pilastri su cui si fonda la TNH: la responsabilità pressochè totale dei processi biologici che avvengono nell’interstizio nella genesi delle malattie d’organo. Alla luce delle più recenti conoscenze il modello di Ricker/Speranskij/Pischinger e quello della “centralità cellulare” di Wirchow non hanno più ragione di fronteggiarsi come tesi contrapposte e l’efficacia terapeutica degli AL non solo non è minimamente messa in discussione ma si presenta ai nostri occhi persino di molto implementata.   

Per la vastità dell’argomento questo capitolo non ha pretese di completezza e ulteriori notizie su CI, recettori e SMSTT saranno offerte in altri capitoli, particolarmente in (34) e (35). Da quanto è stato espresso finora si può comprendere come queste entità svolgano mansioni di interruttori molecolari chiave grazie ai quali stimoli a partenza dalla matrice extracellulare inducono risposte all’interno delle cellule e come queste ultime possano modificare il loro assetto biologico con importanti ricadute sulla matrice. Per il medico professante le TAL è estremamente rilevante che questi oggetti, cruciali nei processi fisiopatologici di base, rappresentino la realtà in movimento insita nella realtà morfologica individuata istologicamente da Alfred Pischinger e da lui designata “System der Grund-Regulation”. Oltretutto già da oltre due decenni numerosi CI e SMSTT sono riconosciuti dalla comunità medico-scientifica internazionale quali importanti targets terapeutici per gli AL [9][15][19][40][50][64][70][71][74]. E’ evidente che in vivo si realizzano modalità estremamente diversificate di attivazione, anche simultanea, di flussi transmembranari di ioni e sostanze/segnale attraverso canali caratterizzati da gradi di selettività e specificità funzionale assai diversi. A lungo è invalsa l’erronea convinzione che gli AL possano legarsi solo ai VGSCs presenti sui neuroni stabilizzando le neuromembrane tramite l’interruzione del flusso di uno specifico ione [84][24]. Agli effetti anti-nocicettivi di quel meccanismo venne riconosciuta la capacità di interrompere archi nervosi riflessi patologici ricorsivi (tipico quello che vede connesso il dolore all’ipertono muscolare, quest’ultimo all’ischemia e l’ischemia all’incremento del dolore). Nonostante differenze metodologiche tra tanti studi sul tema la maggior parte ha comprovato che procaina, lidocaina e altri AL esprimono effetti rilevanti su un gran numero di bersagli biomolecolari (oltre a quelli implicati nel dolore) molti dei quali sembrano fortemente correlati a meccanismi di neuroplasticità e questo aspetto è di estremo interesse per la comprensione dei risultati a lungo termine delle TAL. La quantità di dati raccolti fa apparire verosimile che alla base dei numerosi effetti della procaina e della lidocaina non vi sia un solo meccanismo quanto piuttosto una sinergia di più dinamiche coincidenti e/o “a cascata”. Poichè tanto per via sistemica che per via locoregionale la durata degli effetti di entrambe le sostanze può superare anche di molto la loro emivita plasmatica è più che giustificato pensare a fenomeni di neuroplasticità che si correlano ai miglioramenti dell’espressione delle malattie croniche ottenuti con l’applicazione delle TAL. A chi sia in cerca di un articolo pregevole per ampiezza e profondità con cui questi argomenti sono affrontati si suggerisce la consultazione di “Molecular mechanisms of action of systemic lidocaine in acute and chronic pain: a narrative review” che porta la firma di un autorevole team di ricercatori olandesi e tedeschi [35].

In buona sostanza fenomeni che per anni sono apparsi piuttosto “semplici” oggi invece si mostrano ben più complessi: gli AL non si legano soltanto ai VGSCs ma anche a numerosi altri oggetti biologici tra cui numerose cellule immunitarie. In questo campo gli studi sono sempre più numerosi e per offrire un’idea di quante ipotesi trovano spazio in questo nuovo contesto citiamo quasi per intero il sommario di un pregevole articolo pubblicato nel 2021 sulla rivista “Molecular Pharmacology”.  E’ stato pubblicato da un team tedesco di ricercatori affiliati agli Istituti di Biological Interfaces, Technology, Organic Chemistry di Karlsruhe e all’Istituto di Neural Therapy Education & Research Group Institute di Heidelberg. Vi si potrà apprezzare lo sforzo di aggiornare il modello semplificato che propose Peter Dosch (e che ancora risuona in alcuni ambienti della TNH) e di trovare una sintesi tra i diversi modelli formulati sulla membrana cellulare e il suo sistema canalicolare-recettoriale precisando quanto importante sia il ruolo terapeutico che la comunità scientifica oggi riconosce agli AL.

L’attività degli Anestetici Locali (AL) è stata attribuita all’inibizione dei canali ionici con l’effetto conseguente dell’anestesia. Tuttavia un numero crescente di ricerche mostra che essi agiscono su un’ampia gamma di recettori e proteine-canale con effetti che vanno ben oltre la semplice analgesia. L’attuale concetto di riconoscimento dei ligandi potrebbe non riuscire più a spiegare la moltitudine di bersagli proteici influenzati dagli AL. Ipotizziamo che essi possano indurre l’anestesia senza legarsi direttamente alle proteine recettoriali ma semplicemente modificando le proprietà fisiche del doppio strato lipidico che circonda queste proteine e i canali ionici grazie alla loro anfifilia. È possibile allora che gli AL agiscano con una delle seguenti modalità: 1) dissolvendo i microdomìni di membrana simili a zattere; 2) impedendo la propagazione dell’impulso nervoso attraverso l’abbassamento della temperatura di transizione di fase lipidica o, infine 3) modulando il profilo di pressione laterale del doppio strato lipidico. Oltre all’anestesia questo potrebbe anche spiegare i numerosi altri effetti degli AL. I concetti di attività mediata dalla membrana e quello di legame ai canali ionici non devono escludersi reciprocamente. Se dovessimo considerare AL come la parte centrale di un continuum tra l’attività mediata da membrana aspecifica da un’estremità e il legame del ligando altamente specifico all’altra estremità potremmo descrivere AL come il legame tra l’azione aspecifica degli anestetici generali e delle tossine con il loro legame recettoriale altamente specifico. Questo modello completo “mediato da membrana” offre una nuova prospettiva alla ricerca clinica e farmaceutica e alle applicazioni terapeutiche degli AL. Secondo l’OMS essi sono tra i farmaci più importanti a disposizione dell’umanità. La loro riscoperta come presidi terapeutici segna una pietra miliare nella terapia del dolore (e non solo, ndr). Il meccanismo d’azione mediato dalla membrana proposto in questa revisione può spiegare la loro impressionante varietà di proteine bersaglio e i loro effetti terapeutici finora inspiegabili. Il nuovo concetto qui presentato colloca gli AL in un continuum di strutture e meccanismi molecolari tra i piccoli anestetici generali e le tossine molecolari più complesse[30].

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