34. Le principali dinamiche dell’infiammazione. Evidenze dell’efficacia terapeutica degli Anestetici Locali

Claudio Dell’Anna, Massimo Barrella
AL = Anestetici Locali; TAL = Terapie con Anestetici Locali; SN = Sistema Nervoso; SNC = Sistema Nervoso Centrale; SNP = Sistema Nervoso Periferico; SNV = Sistema Nervoso Vegetativo; IL-1 = Interleukina-1; IL-6 = Interleukina-6; IL-8 = Interleukina-8; TNF = Tumor Necrosis Factor; CAM = Cell Adhesion Molecule (cellule di adesione); GPM = Granulociti Polimorfonucleati; NETosis = Neutrophil Extracellular Traps; PAF = Platelet Activating Factor; NADPH = Nicotinammide Adenina Dinucleotide Fosfato; PGE2 = Prostaglandina E2; DC = Depolarizzazione Corticale; GM-CSF = Fattore Stimolante Colonie di Granulociti-Macrofagi; LPS = lipopolisaccaride; LPA = acido lisofosfatidico; ROS = Specie Reattive dell’O2; NC = Nucleo Cuneato; INF-ɣ = Interferone-ɣ; VEGF = Vascular Endothelial Growth Factor; NP = Neuropeptidi; SP = Sostanza P; WT = Wiring Transmission; VT = Volume Transmission; DT = Dual-Transmission; DA = Dopamina; NC = Nucleo Caudato; NA = Noradrenalina; SOCS3 = Proteina 3 di Segnalazione delle Citochine; MCP-1 = Monocyte Chemoattractant Protein-1; CI = Canali Ionici; SMSTT = Sistemi Molecolari di Segnalazione/Trasduzione/Trasporto; TRPc = canali del potenziale recettoriale transitorio. 

Nota dell’autore.

L’Utente può prendere visione di alcuni filmati. Quelli siglati (FTI1)(FTI2)… illustrano tecniche iniettive ma non hanno finalità didattiche poiché alcune registrazioni risalgono a molti anni fa e, nel corso del tempo, molte di esse (analogamente a quanto accade in Chirurgia e nelle farmacoterapie) sono state perfezionate. Qui sono offerte in visione solo per permettere all’Utente di comprendere quanto ampio sia il ventaglio d’azione della metodica e sincerarsi del fatto che i pazienti non mostrano di patire alcuna sofferenza nel corso della loro applicazione

In ragione del presunto meccanismo patogenetico sottostante classifichiamo le malattie in infiammatorie, degenerative, dolorose e neoplastiche ma in anni recenti la Biologia Molecolare ha identificato in ognuna di queste categorie nosologiche mediatori, messaggeri e meccanismi dell’infiammazione pur se in quantità e in combinazioni diverse. Così accade ad esempio che la Malattia di Parkinson e il Morbo di Alzheimer siano classificate come “neurodegenerative” anche se nel meccanismo patogenetico che le sostengono un ruolo di primo piano è ricoperto da attori implicati nell’infiammazione. Questa evidenza ha fatto guadagnare a quest’ultima una posizione centrale nel mondo della ricerca e nelle scelte che si operano in clinica. Di seguito sono illustrate nozioni aggiornate sulle più importanti dinamiche dell’infiammazione e le tante possibilità applicative delle Terapie con Anestetici Locali (TAL).

Per una migliore comprensione di questa vasta materia e del criterio con cui sono qui ordinati i diversi passaggi proviamo a immaginare che l’infiammazione sia stata dapprima studiata con una lente capace di 10 e successivamente con una capace di 100 ingrandimenti. In realtà la microscopia c’entra poco: le moderne ricerche biomolecolari si basano infatti su clonaggi di espressione del DNA, su copie del DNA mediante reazione a catena della polimerasi e su altre metodiche che analizzano i processi di interazione tra proteine. Così in pochi anni si è passati dallo studio del “piccolo” a quello del “minuscolo” con una enorme messe di risultati in vitro e in vivo e un tale incremento della complessità da richiedere sempre nuovi sforzi interpretativi. La via per rendere più fluida l’illustrazione di questa complessa materia è forse quella di affrontare separatamente gli oggetti biologici piccoli e quelli minuscoli restando consapevoli che si tratta di un artificio narrativo. Vale la pena di premettere che, al fine di suscitare processi infiammatori e studiarne i meccanismi, la ricerca sperimentale impiega agenti fisici (come le radiazioni) e agenti chimici che possano essere riconosciuti come antigeni. Tra questi ultimi è frequentemente applicato uno dei componenti della membrana dei batteri che in questo capitolo e in altre sezioni del sito potrà comparire più volte: il lipopolisaccaride (LPS). Negli ultimi decenni alcune scoperte hanno arricchito le conoscenze sull’infiammazione consentendo anche di formulare nuove ipotesi sull’efficacia terapeutica degli AL nei confronti di oggetti piccoli e minuscoli implicati nell’infiammazione. Si tratta di scoperte che prevalentemente riguardano la diversificazione delle modalità di trasmissione dei segnali biologici, la realizzazione da parte dei granulociti neutrofili di “trappole” extracellulari e le responsabilità delle cellule della linea gliale nei processi infiammatori.   

Generalmente l’infiammazione rappresenta una reazione dell’ospite a eventi nocivi (traumi tissutali, agenti patogeni, eccetera) e in sua assenza la riparazione dei tessuti colpiti non può avere luogo. Contenuta entro adeguate dimensioni spazio-temporali la risposta infiammatoria è perciò essenziale per la stessa sopravvivenza. Diversamente, il rilascio incontrollato dei prodotti dell’infiammazione può provocare danni più severi di quelli conseguenti all’azione della noxa che l’aveva innescata.

Occorre premettere alcuni aspetti cruciali. La canonica triade semiologica dolor, rubor, calor coglie dell’infiammazione soltanto aspetti macroscopici che non sempre sono clinicamente evidenziabili. Il valore assoluto di quella formula è durato fino a che la Biologia Molecolare ha iniziato a identificare protagonisti di taglia sempre più piccola. E’ emerso che i processi infiammatori non sono solo sottostanti alle infezioni e alle malattie storicamente definite “infiammatorie” (artrite reumatoide, colite ulcerosa, tiroidite di Hashimoto, eccetera) ma sostengono anche molte altre condizioni morbose come le sindromi dolorose, numerose e diverse complicanze post-operatorie e i traumi. Come è stato accennato poco sopra non fanno eccezione le malattie “neurodegenerative” come il Morbo di Alzheimer, la Malattia di Parkinson [133][75][18][107][138] e numerose altre per le quali fino a poco tempo fa era difficile immaginare un sottostante meccanismo infiammatorio. Ad esempio gli aneurismi erano prima semplicemente immaginati come una alterazione morfologica prolungatamente sottoposta all’effetto Venturi e invece persino nel loro incremento volumetrico e nella loro drammatica rottura sono emerse complesse dinamiche infiammatorie [66][67][63][42][86].

Parlando di infiammazione è frequente l’impiego dell’immagine della “cascata” con cui gli eventi si succedono, efficace nel suggerire che ogni evento prepara il successivo e il dominio temporo-spaziale in cui i fenomeni si manifestano. La “cascata” è dunque movimento nello spazio e la descrizione delle traiettorie spaziali degli attori dell’infiammazione risulta utile anche per comprendere meccanismi patogenetici che in clinica si esprimono in forme particolari, come nel caso in cui la sede di applicazione dello stimolo e quella dell’espressione della risposta siano distanti. Non sempre è sufficientemente sottolineato il significato di scoperte che hanno sparigliato le carte nella conoscenza della diffusione spaziale dei segnali. Alcune forme di segnalazione nervosa sono fortemente implicate nella genesi e/o nella perpetuazione delle dinamiche infiammatorie ed è questo un aspetto che introduce all’argomento della diversificazione delle modalità di trasmissione dei segnali biologici.

A lungo è prevalsa la convinzione che i segnali nervosi fossero sempre diretti a bersagli predeterminati, obbligati a viaggiare lungo la “linea elettrica” dei dendriti e degli assoni periodicamente interrotta dal “traghettaggio chimico” negli spazi sinaptici, secondo una modalità di trasmissione nota come Wiring Transmission (WT). Da tempo è noto che, diversamente, ormoni e sostanze prodotte dall’endotelio vascolare e dal sistema immunitario circolano libere nei fluidi biologici fino a trovare i loro bersagli secondo la modalità nota come Volume Transmission (VT). Dopo la scoperta delle monoamine Dopamina (DA) e Noradrenalina (NA) la notevole disparità numerica tra le vescicole neurali da cui esse erano espresse e i loro recettori sui neuroni-bersaglio suggerì che la trasmissione sinaptica non fosse sufficiente a spiegare la segnalazione dopaminergica e noradrenergica. Negli anni Settanta-Ottanta si chiarì il significato funzionale di piccole catene di aminoacidi che David de Wied, farmacologo di Utrecht, chiamò “Neuropeptidi” (NP). Implicati in numerose funzioni, essi sono tra i primi mediatori dei processi infiammatori che vedono l’eccitazione nervosa coinvolta nel ruolo di promotore. Anche per le attività peptidergiche emerse la stessa evidenza che era stata colta per le monoamine: a fianco della WT, veloce e precisamente finalizzata, doveva essere attiva anche una forma di trasmissione dei segnali neurali più lenta e meno precisa quanto a destinazione. Grazie anche agli studi dei neuroscienziati italiani Francesco Agnati e Fabio Benfenati negli anni Ottanta del XX° Secolo la VT è stata riconosciuta come una delle principali forme di comunicazione dei segnali originati dal Sistema Nervoso (SN) a fianco della trasmissione sinaptica. La VT di neurotrasmettitori e neuromodulatori avviene nello spazio extracellulare e nel liquor cerebrospinale e permette una diffusione dei segnali analoga a quella degli ormoni. In epoca molto più recente è stato accertato che anche le cellule della linea gliale possono segnalare con modalità VT. Le catecolamine così rilasciate hanno per bersagli neuroni, astrociti e cellule microgliali: le principali linee cellulari delle unità trofiche componenti le reti neuro-gliali del Sistema Nervoso Centrale (SNC). Tale segnalazione VT modula sia la forza della trasmissione sinaptica che la segnalazione VT degli astrociti e della microglia assumendo grande rilevanza nelle interazioni pro- e antinfiammatorie tra neurone e glia. Le catecolamine espresse mediante VT che si legano agli astrociti ne modulano funzioni fondamentali che si esprimono marcatamente nel “sistema glinfatico” (il particolarissimo sistema linfatico del SNC) e nel meccanismo ormonale renina-angiotensina [44]. La VT consente a neurotrasmettitori, neuromodulatori e neuro-ormoni di intercettare un ampio ventaglio di target (neuroni, cellule gliali, immunociti stanziali e circolanti, endotelio, piastine, eccetera) inducendo effetti generali (nausea, vomito, alterazioni della coscienza, eccetera) e innescando processi infiammatori di varia ampiezza e durata. Nel SNC sono attive più forme di VT: ad esempio il glutammato espresso da una sinapsi che guadagna lo spazio extrasinaptico può agire sui recettori del glutammato degli astrociti sollecitandoli a rilasciare nello spazio extracellulare glutammato di propria produzione. Il neurone afferente primario sollecitato con modalità VT rilascia nell’ambiente extracellulare NP che attraggono gli immunociti attivandoli in senso pro-infiammatorio. In ogni distretto della periferia somatica la VT è una delle modalità di trasmissione del Sistema Nervoso Periferico (SNP) che consente la diffusione dei segnali capace di colmare distanze assai variabili nel liquido interstiziale. Tale profilo funzionale, di frequente riscontro in vivo, può sostenere meccanimi di “irritazione” e infiammazione che si generano a distanza dalla fonte di stimolazione [45].    

Quanto alla complessità vigente nella trasmissione dei segnali connessi ad attività biologiche c’è ancora altro. E’ confermato che i neuroni possono produrre e rilasciare contemporaneamente, o a breve distanza uno dall’altro, più sostanze trasmettitrici. Indicata come Dual-Transmission (DT) tale attività presenta implicazioni funzionali non ancora del tutto chiarite. A oggi i neurotrasmettitori noti sono più di duecento e i loro effetti interagenti possono generare conseguenze diverse, non lineari e inedite [155]. Ogni singolo trasmettitore può influenzare più recettori su più targets mentre allo stesso tempo più trasmettitori possono convergere su singoli target e gli effetti biologici possono diversificarsi a seconda del loro stato funzionale. Infine, as if it would not suffice, il rilascio simultaneo dei trasmettitori crea intorno ai neuroni un cocktail biochimico che a seconda della composizione può modificare anche di molto gli effetti dei singoli trasmettitori [136][14][53]. Questa realtà, che ci rappresenta la complessità funzionale del SN come quasi indecifrabile, sta sollecitando la formulazione di modelli che possano colmare l’attuale difetto di comprensione. Anche se questi gradi di complessità non sono ancora dettagliatamente decodificati possiamo almeno comprendere quale sia il motivo per cui nella pratica clinica la ricerca di nessi causali patogenetici lineari sia frequentemente infruttuosa.

Passiamo ora alla descrizione di alcuni attori di taglia piccola che calcano la scena dei processi dell’infiammazione. 

Nel distretto somatico interessato le piastrine rilasciano bradichinina mentre i mastociti liberano istamina e leucotrieni. Nell’avvìo della cascata infiammatoria i leucotrieni, molecole lipidiche espresse da taluni immunociti, svolgono un ruolo cruciale: specialmente quelli del sottotipo LTB4 inducono incremento della permeabilità vascolare sia in vitro che in vivo con marginazione delle cellule endoteliali, degranulazione e diapedesi leucocitaria, generazione di superossido e leucoattrazione nel sito infiammato. Il cocktail bradichininaistamina-leucotrieni induce vasodilatazione, aumento della permeabilità vascolare (talora con arrossamento, riscaldamento e gonfiore) mentre il sistema nervoso sensoriale promuove la percezione del dolore. Anche se limitata a un distretto periferico l’infiammazione può generare risposte sistemiche (febbre, mobilitazione dei neutrofili dal midollo osseo e proliferazione dei linfociti) che si manifestano con aumento delle proteine sieriche ​​cosiddette “della fase acuta” (proteina C-reattiva, fattore del complemento C3, fibrinogeno e albumina). Queste ultime sono promosse dalle citochine IL-1, IL-6 e TNFα provenienti dal distretto infiammato ove si attivano ulteriori sistemi di mediatori: chinine, sistema del complemento, altre citochine e mediatori lipidici.

Il rilascio locale di alcune citochine (specialmente IL-1, IL-8 e TNFα) governa la risposta infiammatoria nel teatro della lesione inducendo chemiotassi (attrazione) dei neutrofili: è il momento più cruciale della “cascata infiammatoria”. I granulociti polimorfonucleati (GPM) e i monociti sono indotti a migrare nel distretto somatico interessato ove i primi rilevano la presenza di sostanze chemiotattiche di origine batterica e di citochine. In questa fase i GPM vanno incontro a due processi: la modificazione della propria forma da globosa a discoide e il “priming”. L’assunzione della forma discoide favorisce l’adesione dei GPM alle cellule endoteliali (fase questa mediata dall’istamina, dai fattori del complemento C5a e C3a, dal PAF, da IL-1, IL-8 e TNF). Molti aspetti del processo di “priming” ci sono noti grazie agli studi condotti da Paul Ridker (Center for Cardiovascular Disease Prevention of Harvard Medical School di Boston) e Thomas Lüscher (University Heart Center dell’Hospital and Center for Molecular Cardiology del Campus Schlieren di Zurigo). Il priming si svolge in due fasi: l’innesco e l’attivazione. La fase dell’innesco prevede l’esposizione dei GPM quiescenti a un agente attivatore (spesso si tratta di citochine come IL-1α, PAF, IL-8, TNF-α, GM-CSF) che suscita in essi una condizione di pre-allarme. La successiva esposizione dei GPM “innescati” a stimoli antigenici di varia natura, anche endogena, ne attiva la risposta piena che può orientarsi verso attività di protezione antibatterica ma anche verso attività pro-infiammatorie o, viceversa, antinfiammatorie [117]. Quando il priming dei GPM si manifesta in forma amplificata può attivare risposte biologiche che provocano gravi ed estesi danni tissutali all’ospite [27][33][157]. Nella fase successiva (mediata da leucotrieni, C5a, C3a e IL-8) indicata come fase della diapedesi, i GPM attratti dalla chemiotassi si fanno spazio tra le cellule endoteliali portandosi all’esterno dei capillari per migrare verso l’agente patogeno. Qui entrano in gioco “molecole di adesione” (CAM), come le integrine e le selectine, coinvolte nei legami tra cellule. Esse sono espresse dai leucociti e dalle cellule endoteliali dietro sollecitazione delle citochine. Gli agenti patogeni vengono ora opsonizzati (ricoperti da proteine ​​sieriche: frammenti del complemento, immunoglobuline, eccetera) mentre i GPM incrementano sia l’espressione dei recettori sulla loro membrana che l’attività ossidoriduttiva mediata dal coenzima mitocondriale NADP (Nicotinammide Adenina Dinucleotide Fosfato). Mediante  l’attivazione di enzimi ossido-reduttasi i GPM iniziano ora a esprimere metaboliti reattivi dell’O2: ossigeno molecolare (O2−), perossido di idrogeno (H2O2), gruppi ossidrilici (OH) e acido ipocloroso (HOCl) e incrementano l’assorbimento di O2 per generare radicali liberi da impiegare con finalità offensive verso i patogeni. La metodica della chemoluminescenza (l’emissione di una radiazione elettromagnetica vicina all’infrarosso) valuta l’entità dell’attivazione proinfiammatoria dei GPM attraverso il loro consumo di O2 e la conseguente espressione dei suoi prodotti reattivi [12]. Oltre che all’effetto antibatterico dei radicali liberi i patogeni sono anche esposti alla fagocitosi da parte dei GPM e dei fagociti mononucleati. 

Nei processi infiammatori degli organismi vertebrati e non vertebrati è presente con ruolo di protagonista un fosfolipide intercellulare ubiquitario: L’acido lisofosfatidico (LPA). Esso media numerose attività biologiche guidate dalla segnalazione extracellulare attraverso almeno sei recettori accoppiati a proteine G7-transmembrana, oggetti biologici “minuscoli” di cui si è detto altrove (33). A ogni stadio di sviluppo di tutti gli organismi sono state individuate attività fisiologiche e patologiche governate da LPA espresse da vari tessuti e organi: sistema nervoso, cardiovascolare, polmonare e riproduttivo. Disordini della segnalazione LPA sono associati a dolore, a malattie cardiovascolari, a disturbi dello sviluppo neurologico, ad alterazioni ossee, a fibrosi, infertilità, a obesità e oncogenesi. I sottotipi dei recettori LPA e i relativi meccanismi di segnalazione sono pertanto oggetto di grande attenzione da parte della ricerca [151]. LPA influenza la migrazione e l’attività metabolica dei GPM umani fungendo da agente di innesco del loro priming ed è provato che gli Anestetici Locali (AL) AL attenuano sensibilmente le attività pro-infiammatorie che i GPM esibiscono in risposta a esso [40]. 

I granulociti neutrofili rappresentano la prima linea di difesa contro le infezioni e nel tempo si era affermata l’idea che a permettere loro di avere ragione dei germi aggressori fossero esclusivamente i loro meccanismi di fagocitosi e/o di secrezione di sostanze antimicrobiche (come i radicali liberi). Grazie a studi condotti nel Microscopy Core Facility del Max Planck Institute for Infection Biology di Berlino nel 2004 è stata scoperta un’ulteriore funzione antimicrobica espressa dai granulociti neutrofili. Rispetto alle due funzioni menzionate, almeno quando tutto va per il meglio, questa è generalmente meno gravida di conseguenze dannose per le cellule ospiti e si concreta nella confezione di autentiche trappole extracellulari (Neutrophil Extracellular Traps = NET). “NETosi” è il termine che designa la loro realizzazione [13]. Indipendentemente dalle attività fagocitarie le NET si pongono anzitutto a barriera per bloccare la diffusione degli agenti patogeni e delle proteasi responsabili dei danni nei tessuti prossimi al sito di infiammazione [104]. Inoltre i neutrofili immettono nella loro trappola reticolare sostanze battericide come la catepsina G e l’elastasi mentre, nel contempo, sollecitano l’incremento delle attività battericide nei macrofagi [98]. In sede intravascolare lo stato di sepsi è rilevato dalle piastrine attraverso i TLR4 (Toll-like receptor 4): si tratta di minuscoli recettori di membrana di cui si è detto nel capitolo (33). Le piastrine così allarmate si legano ai neutrofili attivandoli perchè formino rapidamente NET per catturare i batteri che circolano nel torrente ematico, fenomeno questo più evidente a livello polmonare ed epatico [25]. Espressa questa funzione i neutrofili escono di scena con l’apoptosi, ma la modalità con cui vanno incontro a essa determina conseguenze diverse: le forme canoniche della loro “morte silenziosa” preludono alla soluzione dell’infiammazione mentre la loro autodistruzione in corso di NETosi prolunga e aggrava la risposta infiammatoria determinando il peggioramento della prognosi delle infezioni e realizzando condizioni che possono aprire la strada a diverse patologie [77]. E’ per questo che convenzionalmente il fenomeno della NETosi viene descritto, a seconda dei casi, come “suicidia” o come “vitale”. Benchè siano tanto importanti nelle strategie di difesa dalle aggressioni microbiche le NET possono anche rendersi responsabili di gravi danni all’ospite attraverso numerosi meccanismi. La loro responsabilità è stata accertata nella genesi di malattie infiammatorie come la colite ulcerosa [10], l’artrite reumatoide [24], il danno renale nel Lupus Eritematoso Sistemico [51], processi trombotici e forme diverse di ictus [80][156][31], l’attivazione di processi oncogenetici [155][92], l’insufficienza d’organo e la produzione di metastasi in corso di neoplasie [23][131]. E’ stata anche suggerita una loro responsabilità nell’infarto miocardico in soggetti sofferenti di infezione da COVID-19 [11]. Mano a mano che si accumulano nuove conoscenze al fenomeno della NETosi vengono attribuite sempre maggiori responsabilità in numerosi processi patologici. In almeno altre due occasioni esso sarà nuovamente richiamato all’attenzione anche a proposito della sua sensibilità all’azione degli Anestetici Locali (AL).

Passiamo a esaminare la linea cellulare della “glia”. Le sue rilevanti responsabilità nei processi infiammatori sono state comprese solo recentemente. In questa linea cellulare si distinguono astrociti, oligodendrociti e microglia. Scoperta nel 1891 dall’istologo spagnolo Santiago Ramón y Cajal questa linea cellulare è stata a lungo ritenuta depositaria solo di aspecifiche funzioni di sostegno e protezione meccanica dei neuroni (il termine greco “γλιά” indica la semplice colla). Nel SNC le cellule gliali risultano numericamente assai sovrastanti rispetto ai neuroni rappresentando oltre l’80% di tutti gli elementi cellulari presenti. Esse sono depositarie di numerose competenze immunologiche e non generano impulsi elettrici come i neuroni e, tuttavia, esibiscono sulla membrana canali per il sodio che si aprono passivamente a seguito delle attività elettriche dei neuroni vicini [125][83][108]. Questo meccanismo può orientarle verso il contenimento o, viceversa, la promozione di attività prima attribuite esclusivamente ai neuroni. Le cellule gliali si rendono così corresponsabili delle dinamiche del dolore e dei processi infiammatori a carico del SNC [139] e del SNP [105][152][1]. Queste nozioni hanno contribuito a implementare il concetto di “infiammazione neurogenica” che verosimilmente è l’unica modalità con cui si esprimono in vivo tutti i processi infiammatori non essendone noto alcuno che preveda l’assenza della componente immunitaria o di quella nervosa [128]. Una volta che siano stati attivati, tutti i sottotipi della linea cellulare gliale esprimono citochine infiammatorie. Il SNC è la sede ove la glia locale, la microglia, è stata meglio studiata e ove garantisce la prima funzione che le fu riconosciuta: il supporto meccanico intercellulare. La variante astrocitaria svolge prevalentemente funzioni di alimentazione delle cellule nervose mentre quella microgliale ricopre il ruolo di difesa da nemici esterni e, allo stesso tempo, di sistema di allarme in caso di sofferenza neuronale. Durante lo sviluppo prenatale le cellule della microglia migrano verso il cervello e il midollo spinale assumendovi il ruolo di cellule immunitarie residenti e pertanto non è esatto classificarle come immunociti “innati” del SNC. Esse reagiscono a qualsiasi tipo di stimolo nocivo (lesioni, infezioni, ischemia, emorragia) e, una volta attivate, esibiscono attività analoghe a quelle di un tipico macrofago periferico: si ingrandiscono, migrano e svolgono attività fagocitaria. Se non risolvono il problema che ne aveva determinato l’attivazione rimangono in stato di reattività reclutando astrociti e oligodendrociti in dinamiche “a cascata” tipiche dei processi neuroinfiammatori. Nello stato di sofferenza che si determina vengono rilasciati glutammato e neurotossine e pertanto anche i neuroni si trovano coinvolti nel processo da esse innescato [17][48]. La principale funzione degli oligodendrociti è invece quella di isolare i nervi con una sostanza grassa, la mielina, per ottimizzare la conduzione dell’impulso al loro interno. La glia svolge anche ulteriori funzioni: modifica i segnali trasmessi tra neurone e neurone, orienta la crescita dei neuroni ed effettua periodiche “potature” delle sinapsi neuronali. In molte condizioni patologiche a carico del SNC (traumi, emorragie, ischemia, emicrania) si verificano perturbazioni dei flussi ionici che coinvolgono anche la famiglia gliale e inducono uno stato di depolarizzazione: è la Spreading Depression (SD) degli Anglosassoni che, a partenza da un settore limitato, può propagarsi aggravando gli effetti della lesione originaria [73][85]. Nell’emicrania la SD rappresenta un fenomeno pressoché immancabile e questo permette di classificare tale malattia come “neuroinfiammatoria” [78][144]. Quella microgliale è una delle prime linee cellulari ad attivarsi in risposta al danno cerebrale promuovendo sia l’avvìo che la propagazione della depolarizzazione corticale (15). Il sottotipo “M1” esprime numerosi mediatori pro-infiammatori e attiva dinamiche di neurotossicità mentre, al contrario, “M2” esprime attività neuroprotettive e antinfiammatorie [96]. Tra le due forme esiste un continuum di diversi fenotipi intermedi e in rapporto a diverse circostanze le cellule microgliali possono transitare da un fenotipo all’altro. Le neuroinfiammazioni mediate dalla microglia costituiscono un elemento comune delle più importanti malattie neurodegenerative come la Malattia di Parkinson, la Sclerosi Multipla, il morbo di Alzheimer e la Sclerosi Laterale Amiotrofica [50][140]. Basandosi sul dato che le cellule microgliali sono macrofagi che durante l’embriogenesi entrano nel SNC accedendo dalla circolazione periferica alcuni studiosi propongono che il processo neuroinfiammatorio centrale possa essere non troppo dissimile da quello delle infiammazioni periferiche (come quelle a carico dei muscoli, delle articolazioni o della cute) [139]. Ciò sembra trovare conferma, seppure indiretta, anche dal fatto che nella Terapia Neurale secondo Huneke (TNH) lo stesso trattamento con AL dei “Campi di Disturbo” (CdD) può, come vedremo, dare esiti favorevoli tanto nelle infiammazioni del SNC quanto in quelle a carico di tutti i distretti periferici. Questo aspetto è trattato diffusamente in numerosi capitoli di questo sito (11b) (12) (31). Generalmente l’attivazione della microglia e l’avvìo della neuroinfiammazione stimolano il Sistema Simpatico e l’asse ipotalamo-ipofisario. Un altro aspetto rilevante è l’ubiquitarietà delle varie forme di questa grande famiglia cellulare. Poiché solo in anni molto recenti si è acceso un grande interesse verso la glia non è ancora disponibile una messe di studi sufficiente per giungere a conclusioni definitive circa le sue funzioni ma, a quanto fino a oggi è noto, oltre che in tutti i livelli gerarchici del SN essa è stata identificata nel cuore [74], nel fegato [124], nel polmone [16], nel pancreas [137], nell’intestino [35][124], nella milza [6], nei muscoli striati [146] e nella cute [1]. In alcuni organi, come ad esempio nella milza, essa assume forma e funzioni affatto caratteristiche [87]. Anche se ancora non è del tutto chiaro quali funzioni le cellule gliali svolgano nei singoli organi si ritiene che siano di grande importanza dato che, ad esempio, i topi privati della glia polmonare vanno rapidamente incontro a morte. Chi desideri consultare una revew aggiornatissima e di piacevole lettura sulla glia recuperi l’articolo della neuroscienziata Laura Sanders dal titolo “Le cellule gliali possono svolgere grandi compiti in sedi somatiche insospettabili [121]. Nelle sue diverse forme la glia costituisce di fatto un reticolo ininterrottamente pervasivo, intrecciato e variamente connesso agli altri attori biologici costituenti l’interstizio per come questo è stato descritto da Alfred Pischinger. Numerose evidenze indicano che questo “reticolo gliale” può modulare attività nervose e immunitarie sia verso l’alto [120] che verso il basso [87] rispettivamente incrementando o limitando i processi infiammatori. Il filone di ricerche sulla glia si mostra gravido di nuove importanti evidenze ma le nozioni già disponibili inducono a immaginare una realtà reticolare sinciziale che con differenti gradi di correità con il SN promuove processi eccito-infiammatori e ne consente la diffusione anche a distanza dal focolaio generatore.  

Per comprendere le dinamiche dell’infiammazione nel SNC occorre “conoscerne il terreno” (ossia il dominio spaziale). Il fluido cerebro-spinale entra attraverso gli spazi che circondano le arterie del SNC e attua scambi con il liquido interstiziale che convoglia nel sistema venoso. Per indicare il sistema di drenaggio linfatico nel SNC, date le sue analogie funzionali rispetto al sistema linfatico e il coinvolgimento di un canale per l’acqua espresso dagli astrociti (aquaporina 4 = AQP- 4), è stato coniato il termine “Glymphatic System” ottenuto dalla fusione dei termini glia e lymphatic [68]. Si ritiene che il liquido cerebrospinale pervenga poi alla circolazione venosa passando per le granulazioni aracnoidee. Una parte consistente di liquido sarebbe drenato nei vasi linfatici al di fuori del cranio e nei linfonodi [102]. Fino a poco tempo fa le modalità con cui avviene il drenaggio linfatico nel cervello e nel midollo spinale erano ignote e solo con la recente scoperta dell’avvìo di questa funzione da parte delle cellule gliali se ne sono colti nuovi aspetti. Le scoperte sempre più numerose delle tante attività biologiche della glia evidenziano la sua capacità di determinarsi quale ago della bilancia tra condizioni fisiologiche e patologiche. Con la sua spiccata polivalenza funzionale questa famiglia cellulare, onnipresente e funzionalmente aspecifica, suscita interessanti quesiti su come e quanto possa offrirsi quale target di terapie innovative anche in malattie finora considerate incurabili e, al proposito, è emerso che su essa gli AL esprimono importanti effetti regolatori. In altri capitoli (20) (09) (12) è trattata più diffusamente l’importanza dell’aspecificità anatomo-funzionale nei viventi. Introdotto da Gustav Ricker e ripreso da Alexandr Speranskij, dai fratelli Huneke e da Alfred Pishinger l’argomento sarà trattato anche alla luce delle più recenti evidenze scientifiche e per la sua importanza nel rationale delle Terapie con Anestetici Locali (TAL).

E’ qui opportuno una breve richiamo a oggetti biologici “minuscoli” che già sono stati descritti nel capitolo dedicato ai Canali Ionici (CI) e ai Sistemi Molecolari di Segnalazione/Trasduzione/Trasporto (SMSTT) (33). Fino a pochi anni or sono quasi solo i CI annessi alle membrane dei neuroni e dei miocardiociti sono stati oggetto di attenzione a motivo delle rapide modificazioni indotte in quelle cellule dall’ingresso e dall’uscita di ioni (profilo funzionale che suggerì per quelle cellule l’appellativo “eccitabili”). Oggi sta rapidamente crescendo l’interesse anche per il significato funzionale dei CI espressi dagli immunociti. Monociti e macrofagi vantano un ruolo centrale nella protezione dell’ospite mediante la sorveglianza immunitaria, la soppressione batterica, la riparazione dei tessuti e l’eliminazione dei detriti cellulari. Essi esprimono i TRPchannels (canali del potenziale recettoriale transitorio): si tratta di canali cationo-selettivi debolmente sensibili al voltaggio e controllati dalla temperatura e da segnali extra- e intracellulari come la composizione della membrana e il pH. Talune loro aberrazioni sono associate a malattie infiammatorie e comunque immuno-mediate attraverso la produzione di chemochine e citochine [69][122]. Negli immunociti i cationi bivalenti come il calcio, il magnesio e lo zinco hanno un ruolo importante come secondi messaggeri per regolare le vie di segnalazione intracellulare. Invece i cationi monovalenti come il sodio e il potassio regolano principalmente il Potenziale di Membrana (PdM) che controlla l’afflusso di calcio e la segnalazione attivata dagli immunociti. Sono stati identificati ruoli importanti dei CI nello sviluppo dei linfociti e nelle risposte immunitarie innate e adattative. Questi immunociti esprimono diversi CI la cui apertura permette l’afflusso e l’efflusso di ioni o il loro rilascio da organelli intracellulari (mitocondri, lisosomi e reticolo endoplasmatico). I flussi ionici attraverso i CI dipendono dai gradienti di concentrazione tra lo spazio intra- ed extracellulare e dal gradiente elettrico stabilito dal PdM negativo (Vm) negli immunociti. Al contrario utilizzando energia, ad esempio sotto forma di ATP, i SMSTT spostano gli ioni contro i gradienti di concentrazione [38]. Sempre più interessanti si stanno rivelando i sottotipi di TRPc definiti TRPC6 e TRPM2 presenti sulla membrana dei GPM. Essi fungono da sensori per numerosi stimoli microambientali: modificazioni del pH e dell’elasticità della matrice extracellulare, stress meccanici (taglio, pressione, stiramento), ipossia, presenza di chemochine e di Specie Reattive dell’O2 (ROS). Questi TRP sono implicati in utili funzioni di contrasto dei GPM ai batteri ma sembrano anche responsabili dell’inclinazione che esibiscono questi immunociti a infiltrarsi nei tessuti tumorali. Poiché l’infiltrazione dei GPM nel tessuto dell’adenocarcinoma duttale pancreatico favorisce la progressione della neoplasia recentemente è suggerita quale misura terapeutica il blocco dei loro canali TRP [100]. Grazie al sequenziamento del genoma batterico è noto che i CI sono già presenti nei batteri e che alcuni di essi, presenti anche nella zoologia superiore, rappresentano oggetti conservati dall’evoluzione indicati come omologhi batterici dei canali dei mammiferi [26]. In sostanza il ruolo dei CI e dei trasportatori presenti sugli immunociti sembra cruciale nella genesi dei processi infiammatori [114] e la sensibilità che molti di essi esprimono agli AL è verosimilmente alla base di numerosi effetti terapeutici non connessi al blocco della generazione del Potenziale di Azione (PdA) nervoso e della conduzione dello stimolo [61]. Si tratta di un argomento che sta suscitando crescente interesse nei circuiti della ricerca biomedica internazionale. La valutazione ancora insufficiente di questo dato comporta, tra l’altro, che in alcune presentazioni che hanno per oggetto le Terapie con Anestetici Locali (TAL) si menzioni erroneamente il Sistema Nervoso Vegetativo (SNV) quale unico bersaglio degli AL.    

Passiamo ora ad alcuni tra i più importanti studi che hanno condotto all’evidenza dell’efficacia antinfiammatoria degli Anestetici Locali (AL). Il Dipartimento di Anestesiologia del Central Hospital di Mölndal (Svezia) da anni è applicato a ricerche di alto profilo su questo fronte. Nel 1993 produsse uno studio su cellule mononucleate umane stimolate da LPS in senso pro-infiammatorio e cimentate con AL. Dallo studio emerse che nei GPM e nei monociti gli AL inibiscono nettamente il rilascio di leucotrieni LTB4 e di IL-1α (citochina pro-infiammatoria che stimola la fagocitosi, il burst respiratorio, la chemiotassi e la degranulazione dei GPM) [130]. L’abbinamento LTB4/Prostaglandina E2 (PGE2) suscita nei tessuti biologici l’edema e pertanto l’inibizione del rilascio di LTB4 che si verifica quando gli immunociti sono esposti agli AL si traduce in un potente effetto antiedemigeno [119]. Gli AL inibiscono anche il rilascio di numerosi altri mediatori pro-infiammatori: ad esempio la lidocaina inibisce il rilascio di istamina da parte dei leucociti periferici, dei basofili e dei mastociti umani [145]. Oltre agli effetti diretti sui GPM e sulla funzione dei macrofagi vedremo come questa azione sui mediatori sia una delle principali modalità con cui gli AL somministrati per via sistemica esercitano i loro effetti antinfiammatori. L’adesione dei GPM all’endotelio induce danno mediato da diverse CAM (cellule di adesione) tra cui si distinguono le integrine [3]. Il legame alle cellule endoteliali del GPM attivato, promosso dalle integrine del tipo CD11b-CD18, aumenta i livelli di perossido intracellulare nelle cellule endoteliali ove le Specie Reattive dell’Ossigeno (ROS) esprimono effetti dannosi [43]. In vitro l’esposizione dei GPM a numerosi AL riduce sensibilmente l’up-regulation della loro espressione superficiale di CD11b-CD18 indotta dal TNF-α e ciò potrebbe spiegare i loro effetti benefici nella colite ulcerosa registrati dopo somministrazione sotto forma di clisma [91] e sotto forma di gel nelle localizzazioni infiammatorie più superficiali come nel caso delle ustioni [4]. 

Abbiamo già visto come per aderire alle superfici cellulari e all’endotelio i GPM debbano perdere la forma tonda e appiattirsi. Tale cambiamento necessita di contrazione cellulare, sintesi delle fibrille e ritiro dei processi cellulari. In vitro l’esposizione dei GPM agli AL inibisce i processi che favoriscono il loro appiattimento e con essi il meccanismo dell’adesione [56][103][113]. Interessanti anche i risultati degli studi in vivo: la lidocaina (0,3 mg /kg -1 /min-1) ha mantenuto l’effetto inibitorio sull’appiattimento dei GPM per tutta la durata della sua infusione in modelli animali e risultati analoghi sono stati registrati in soggetti umani con un bolo di lidocaina da 100 mg per via e.v. somministrato con finalità antiaritmiche [90]. La migrazione dei GPM è cruciale nella risposta infiammatoria e la sua inibizione da parte della lidocaina è stata segnalata sia in vitro che in vivo [34]. In modo concentrazione-dipendente la lidocaina inibisce in vitro il metabolismo dei GPM umani e la loro mobilità casuale con immobilizzazione completa che si verifica in presenza di soluzione alla concentrazione 0,5% [54]. La migrazione dei macrofagi è nettamente inibita dalla loro esposizione a 1-100 μm di lidocaina [30]. In vivo l’esposizione dei GPM alla lidocaina ne inibisce nettamente il priming [55][57][111].

Gli AL si offrono anche come potente scudo ai processi infiammatori indotti da forme aberranti di NETosi. Benchè la materia sia molto giovane lo studio delle sepsi e dei problemi connessi alla chirurgia oncologica della mammella già offre evidenze interessanti.  Anche a basse concentrazioni gli AL ropivacaina (1,4 mmol/L) e lidocaina (4 mmol/L), oltre che garantire una potente inibizione nocicettiva, modulano le funzioni dei leucociti mitigando i processi infiammatori connessi alla NETosi [77]. Indipendentemente dal tipo di anestesia generale applicato alla chirurgia del carcinoma mammario il trattamento peri-operatorio di lidocaina per via e.v. riduce sensibilmente l’espressione post-operatoria di NETosis e di MetalloproteinasiP3 (MMP3), evidenza questa che supporta l’aspettativa di una sensibile riduzione del rischio di recidiva [46]. L’inibizione da parte della lidocaina dell’aumento dei marcatori NETosis, MMP-9 e VEGF-A indotto dalla chirurgia del carcinoma mammario è stata pienamente confermata anche da un recentissimo studio prospettico e randomizzato condotto da ricercatori cinesi [153].

Durante le prime fasi del processo di guarigione delle ferite di qualsiasi natura (chirurgica o traumatica) si assiste a una massiccia migrazione dei GPM verso la sede della lesione. Dagli studiosi di Mölndal apprendiamo che tutti gli AL riducono sensibilmente il fenomeno: in ferite sperimentali su cute di ratti il pretrattamento con 10 mg di lidocaina determina la significativa riduzione della migrazione dei GPM rispetto al controllo come dimostra il test della chemiluminescenza (indicatrice della loro reattività metabolica). L’interferenza degli AL con le fasi critiche della loro adesione e della migrazione dei GPM si traduce anche in una sensibile riduzione del loro accumulo [34]. Questo è uno dei motivi per cui è assai frequente il rilievo di una più rapida guarigione delle lesioni traumatiche e chirurgiche quando gli AL, con lo scopo di alleviare il dolore, siano stati iniettati attorno a esse.

La peritonite è accompagnata da un forte aumento dell’aderenza intercellulare e dal rilascio di immunocomplessi nell’essudato. Dopo induzione di peritonite sperimentale in conigli la lidocaina per via e.v. ne ha inibito il rilascio contrastando l’infiammazione dieci volte più del metilprednisolone. Analogamente in peritoniti sperimentali indotte in ratti un bolo di 1,5 mg/kg di lidocaina seguito dall’infusione di 0,3 mg/kg-1/min-1 ha contrastato nettamente l’accumulo di GPM per la durata dell’esperimento e in un modello canino la lidocaina a concentrazioni micromolari ha inibito in vivo l’accumulo e l’aderenza dei GPM [123]. Numerosi autori si sono espressi su un effetto inibitore diretto della lidocaina tanto sulla motilità quanto sulla migrazione dei GPM [90][1126] mentre altri hanno enfatizzato la possibilità che gli AL inibiscano anche il rilascio di fattori chemiotattici [28][34][52][130]. E’ stato anticipato che il priming dei GPM spesso sollecita dinamiche dell’infiammazione che piuttosto che proteggere l’ospite sortiscono l’effetto di produrre maggiori danni ai suoi tessuti. L’innesco al priming dei GPM indotto in vitro da LPA è bloccato in modo concentrazione-dipendente dalla lidocaina [41]. C’è larga convergenza sull’idea che l’inibizione del priming moduli l’iperattività delle cellule infiammatorie suscitata da un agente stimolante e questo spiegherebbe la riduzione del danno tissutale senza che le funzioni di difesa dei GPM risultino inibite. Gli AL inibiscono sensibilmente l’attività degli agenti stimolanti il processo di priming dei GPM (la NADPH-ossidasi, il Ca2+, la Proteina Chinasi C, la fosfolipasi D e la fosfatidil-inositolo-3-chinasi) e ciò fa supporre che l’innesco del processo infiammatorio risulti interrotto già a questo stadio assai precoce [64]. Il citocromo b558 è un componente del complesso NADPHossidasi che durante il burst respiratorio dei neutrofili genera superossido. Nel 2005 uno studio nipponico accertò che gli AL inibiscono sensibilmente l’espressione di superossido nei neutrofili attivati in senso pro-infiammatorio da LPS [70]. 

Numerose ricerche sono state condotte sugli effetti degli AL sui linfociti. I linfoblasti del tipo T Jurkat sono impiegati per studiare forme di leucemia linfoblastica e la messaggeria biochimica tra linfociti. Una ricerca israeliana comprova che in modo dose-dipendente la lidocaina inibisce la secrezione di interleuchine infiammatorie IL-2 e TNF-α da parte dei linfociti. Dopo coltura in lidocaina le cellule T produttrici di Interferone-ɣ (INF-ɣ) e TNF-α diminuiscono nettamente e il traffico di segnali correlato al NF-kB risulta sensibilmente ridotto [79]. E’ utile precisare che l’NF-kB, complesso proteico con funzioni di fattore di trascrizione in tutti i tipi cellulari, è coinvolto nelle più importanti reazioni cellulari agli stimoli (citochine, radicali liberi, irradiazione UV, aggressioni batteriche e virali). Oltre che nell’oncogenesi NF-kB gioca un ruolo cruciale nella regolazione della risposta immune alle infezioni [81] e alcune sue disfunzioni sono correlate alla genesi di varie forme di infiammazione tra cui quelle alla base di patologie autoimmuni [7] e degli shock settici [37]. Maggiori dettagli sulla segnalazione NF-kB sono offerti nel capitolo (33).

Secondo alcuni studiosi una volta che i ROS siano stati generati gli AL non possono neutralizzarne gli effetti ma fortunatamente ne può essere inibita la produzione da parte dei GPM. Questa attività si esprime particolarmente sulla produzione di O2-, di acqua ossigenata e di radicale ossidrile [95]. In modo concentrazione-dipendente tanto la lidocaina che la bupivacaina inibiscono in vitro la chemiluminescenza dei GPM a riprova della diminuzione della loro attività metabolica [110][130]. Gli AL ropivacaina, bupivacaina, lidocaina, mepivacaina e prilocaina diminuiscono significativamente la produzione intra- ed extracellulare di metaboliti dell’O2 nei GPM umani come più volte è stato dimostrato mediante test della chemiluminescenza [22][54].

L’osservazione di pazienti sottoposti a diverse forme di chirurgia ha mostrato che gli AL non si limitano a bloccare i segnali nervosi coinvolti nel dolore ma esprimono anche effetti antinfiammatori sistemici alcuni dei quali riguardano direttamente il fenomeno del priming dei GPM (si tornerà su questi aspetti in più occasioni). Agli atti di Chirurgia Maggiore si associa uno stato infiammatorio generalizzato che può persistere anche a lungo e favorire processi di ipercoagulabilità. Specie dopo interventi di Chirurgia Vascolare l’ipercoagulabilità può determinare vasculo-occlusioni che costituiscono le principali cause di morbilità e mortalità post-operatoria. Esse coinvolgono tutti i passaggi del sistema di coagulazione: l’aumento dei livelli plasmatici dei fattori della coagulazione, l’inattivazione degli inibitori endogeni della coagulazione, l’aumento della reattività piastrinica e la riduzione della fibrinolisi [119]. La prevenzione e la terapia di queste complicanze è materia di estremo interesse che trasse origine dalle intuizioni di George Washington Crile (1864-1943), geniale chirurgo americano che seppe impiegare gli AL come potente risorsa terapeutica (09).

L’aumento della permeabilità del microcircolo è un aspetto rilevante delle malattie infiammatorie. In un modello in vivo di ileo ostruttivo nei ratti successivo a laparotomia 2 mg/kg di lidocaina per via e.v. o direttamente spruzzata sulla sierosa del digiuno ha soppresso la reazione infiammatoria con importante inibizione della permeabilità del microcircolo e conseguente riduzione della secrezione di liquidi e di stravaso di albumina [119]. Per spiegare l’azione antinfiammatoria nella parete intestinale può essere parzialmente invocato il blocco del sistema nervoso enterico ma il fatto che essa si sia protratta fino a quasi venti ore dopo il pre-trattamento con lidocaina chiama in causa la sua capacità di interferire anche su altre fasi cellulari e molecolari della cascata infiammatoria. Su peritoniti sperimentali indotte da HCl sono stati studiati gli effetti del pre- e post-trattamento topico della superficie peritoneale con lidocaina e bupivacaina. Anche se la lidocaina ha mostrato un più potente effetto inibitorio rispetto alla bupivacaina entrambe hanno contrastato sensibilmente l’aumento della permeabilità del microcircolo misurato attraverso lo stravaso di albumina blu di Evans [119]. Dopo ustioni cutanee sperimentali l’applicazione topica o la somministrazione e.v. di lidocaina in dosi che portano a concentrazioni plasmatiche inferiori al livello tossico hanno inibito significativamente nei ratti l’essudazione plasmatica rispetto al placebo [15][20]. Tale azione protettiva può essere ricondotta a diversi singoli effetti tra loro variamente combinati: l’inibizione del rilascio dei GPM al sito di infiammazione con riduzione della loro adesività [90], la riduzione della produzione di metaboliti tossici dell’O2 [134], la ridotta produzione di prostaglandine e leucotrieni [101][110], l’aumento della produzione locale di prostacicline (ecosanoidi che esprimono effetti opposti ai trombossani attraverso l’inibizione dell’aggregazione piastrinica), la riduzione della viscosità dei GPM e dell’aderenza all’endotelio danneggiato con diminuzione dello stravaso plasmatico [19] e, infine, l’inibizione dei neuroni afferenti con riduzione del rilascio di Sostanza P, neuropeptide che partecipa allo sviluppo dell’edema [47].

E’ degno di attenzione un aspetto apparentemente paradossale: se la concentrazione di lidocaina somministrata per via sistemica viene incrementata da 10 a 30 μg/kg-1/min-1 la maggior parte dei menzionati effetti protettivi non si esprime. Per il medico che professi le TAL si tratta di un dato assai importante poichè conferma che si possono ottenere notevoli effetti terapeutici anche con bassi dosaggi di AL operando così entro un’ampia curva di sicurezza tossicologica. Un fenomeno simile (forse correlato) è l’azione concentrazione-dipendente degli AL sulla muscolatura liscia vascolare in vitro e in vivo: basse concentrazioni (1 μg/ml–1 mg/ml corrispondenti a 4 μm–4 mm) inducono vasocostrizione mentre concentrazioni maggiori inducono vasodilatazione. Presumibilmente la vasocostrizione contrasta la formazione di edema mentre la vasodilatazione la favorisce [20].   Nei decenni Settanta-Ottanta del XX° Secolo grazie a studi condotti da ricercatori britannici e scandinavi emersero numerose evidenze sull’inibizione esercitata dalla lidocaina sull’aggregazione delle cellule ematiche e sulle alterazioni mediate dall’irruzione e dall’adesione dei leucociti. Risultò evidente che a livello delle cellule endoteliali la lidocaina blocca il segnale infiammatorio del TNF-α con sensibile riduzione dell’ossido nitrico-sintetasi endoteliale, ossidoreduttasi che catalizza la produzione di Ossido Nitrico (NO) a partire da O2 e arginina, fenomeno che si traduce nel contrasto all’adesione dei neutrofili e all’incremento della permeabilità vascolare [89]: un duro colpo assestato alle prime fasi della “cascata infiammatoria”! Nei settori della comunità scientifica applicati a questo fronte di ricerche ci si chiese se l’inibizione della risposta infiammatoria endoteliale espressa dalla lidocaina potesse favorire lo sviluppo di infezioni. La risposta al quesito pervenne anzitutto da chi studiava i trattamenti terapeutici per le ustioni. Nel loro rapido assorbimento i farmaci topici applicati sulle ustioni di secondo grado entrano subito in contatto col microcircolo sottostante ove i prodotti di ossigenazione dell’acido arachidonico determinano la precoce insorgenza di edema [2]. Concentrazioni plasmatiche inferiori ai livelli tossici, come si registrano per applicazione di creme di lidocaina al 5%, hanno offerto un notevole sollievo dal dolore, non hanno esposto ad infezioni o complicanze allergiche e hanno decisamente favorito la guarigione delle ferite [15][2]. Oltre che rassicurare circa il timore di un incremento del rischio infettivo il dato indica che anche nelle ustioni estese e profonde si possono ottenere importanti benefici dal trattamento topico con AL. 

Le descritte attività antinfiammatorie della lidocaina sono spesso state inaspettatamente osservate nel corso delle applicazioni anestesiologiche tanto che sono state spiritosamente definite “effetti collaterali” da Tobias Piegeler, ricercatore dell’Università dell’Illinois. In una sua recente pubblicazione l’anestesiologo e farmacologo statunitense sottolinea come esse già si manifestino nei primi atti dell’infiammazione con il risultato di rilevanti benefici anche nelle drammatiche manifestazioni acute di numerose malattie [112]. Il pensiero di chi scrive torna alla coraggiosa eresia dei fratelli Huneke che in epoca preantibiotica, esponendosi alla diffidenza di molti, segnalarono che la procaina poteva condizionare favorevolmente il decorso di processi infettivo-infiammatori! Da pochi anni le proprietà antimicrobiche degli AL hanno guadagnato l’attenzione di numerosi teams di studiosi e recenti reviews hanno raccolto numerose segnalazioni [71][116]. La lidocaina si è dimostrata efficace nel ridurre le infezioni nosocomiali delle ferite chirurgiche [109], la carica batterica nel liquido di lavaggio broncoalveolare [106], l’incidenza delle infezioni associate a cateterismo urinario [147], l’incidenza delle endoftalmiti successive a iniezione intravitreale [143] e delle infezioni del cavo orale [132]. L’efficacia antimicrobica della lidocaina, documentata anche da studi in vivo [88], ne suggerisce l’applicazione in clinica per la profilassi delle infezioni post-chirurgiche [71][72].

Si è prima accennato a quanta importanza è stata recentemente attribuita a tutte le varianti cellulari della glia nella patogenesi di malattie a carico del SNC, del SNP e di numerosi organi e apparati. E’ vasto il consenso intorno all’idea che uno dei passaggi cruciali della loro attivazione sia l’apertura “passiva” dei canali per il sodio presenti sulla loro membrana con conseguente rilascio di citochine infiammatorie e radicali liberi dell’O2 [9][108]. Tale apertura è a buon titolo definita passiva in quanto sollecitata dalla segnalazione neurale e pensiamo allora a quanto possa incidere a fini terapeutici la “semplice” transitoria interruzione di quest’ultima mediante AL. Nello studio della sensibilità agli AL esibita dalle linee cellulari gliali attivate in senso pro-infiammatorio si registra un netto dominio dei gruppi di ricerca orientali. In uno studio del Dipartimento Universitario di Anestesiologia del Renji Hospital di Shanghai in microglia di ratto sperimentalmente iperattivata dall’ATP extracellulare è stato valutato l’effetto della lidocaina sui livelli di TNF-α, IL-1β, IL-6 e Ca intracellulare ed è emerso che essa esercita un’azione diretta sulla microglia attenuando il suo rilascio di citochine infiammatorie [135]. Posto all’estremità rostrale del fascicolo cuneato, il Nucleo Cuneato (NC) trasmette impulsi al talamo attraverso il lemnisco mediale. Una ricerca condotta in vivo dalla Divisione di Allergia e Immunologia del General Hospital di Taipei (Taiwan) ha esaminato la relazione tra l’attivazione della microglia nel NC e l’ipersensibilità dopo lesione del nervo mediano e ha valutato gli effetti della lidocaina pre- e post-trattamento sull’attivazione della microglia e lo sviluppo dell’ipersensibilità. A tale scopo è stato impiegato un marcatore di attivazione della microglia, l’OX-42, il cui dosaggio è rilevabile con metodiche immunoistochimiche. Il giorno successivo alla neurolesione sperimentale è stato registrato un significativo incremento dell’immunoreattività OX-42 nello stesso lato lesionale del CN che ha raggiunto il picco massimo massimo nel 14° giorno. La minociclina, un inibitore dell’attivazione microgliale iniettato il giorno successivo alla neurolesione nel NC in modo dose-dipendente ha attenuato l’ipersensibilità. I modelli sperimentali hanno inoltre ricevuto lidocaina alle concentrazioni 1%, 2% o 5% 15 minuti prima della neurolesione (pre-trattamento), 5 ore dopo (post-trattamento precoce) e 1 giorno dopo la lesione del nervo mediano (post-trattamento tardivo). Il pre- e il post-trattamento precoce con lidocaina per via sistemica al 2% e 5%  ha attenuato l’immunoreattività all’OX-42 e l’ipersensibilità mentre il pre-trattamento all’1% (analogamente al post-trattamento tardivo all’1%, 2% o 5%) non ha modificato i parametri controllati [129]. La ricerca cinese presenta numerosi motivi di interesse per chi professi le TAL. Essa anzitutto conferma come una lesione del SNP possa attivare una “marcia” centripeta di attività patogene che coinvolgono anche le linee cellulari gliali oltre a quelle nervose. Inoltre ribadisce che la lidocaina inibisce l’attivazione della microglia nel NC (contrastando così il dolore neuropatico) nella fase immediatamente successiva alla neurolesione nervosa quando ancora la microglia non si trova in stato di attivazione. Nella Divisione di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell’Ospedale Universitario di Kaohsiung (Taiwan) è stato appurato che prima di una neurolesione sperimentale ottenuta mediante legatura del nervo spinale la lidocaina intratecale attenua la risposta agli stimoli nocivi diminuendo sensibilmente l’up-regulation di Nav1.3 (canale del sodio sensibile alla tetrodotossina espresso nei tessuti neuronali nelle prime fasi dello sviluppo) e sopprimendo l’attivazione della microglia spinale.  Gli effetti descritti non eccedono i 3 giorni ma il pre-trattamento intratecale con lidocaina allevia il dolore neuropatico acuto indotto da legatura del nervo spinale [76]. Anche un recente studio condotto dai Dipartimenti di Anestesiologia e di Chirurgia Vascolare dell’Università cinese “Jilin” di Changchun verte sulla ricerca dei meccanismi grazie ai quali la lidocaina mostra efficacia contro il dolore neuropatico. Gli effetti della lidocaina sui soppressori della “Proteina 3 di Segnalazione delle Citochine” (SOCS3) sono stati valutati nelle BV-2 cells (cellule microgliali murine) stimolate da LPS in ratti ai quali era stata procurata una neurolesione sperimentale. È emerso che l’iniezione intratecale di lidocaina allevia il dolore neuropatico e riduce la sofferenza spinale e l’apoptosi cellulare seguenti alla neurolesione. Quest’ultima aveva suscitato un aumento significativo del marcatore per l’attivazione della microglia con incremento delle citochine infiammatorie IL-6 e IL-1β. Dopo la somministrazione di lidocaina questi parametri si sono ridotti considerevolmente. In risposta all’iniezione di lidocaina l’espressione di SOCS3 microgliale è apparsa nettamente sovraespressa, fattore questo che ha contribuito a inibire sensibilmente la neuroinfiammazione diminuendo l’espressione e l’attivazione di p38 MAPK e NF-κB stimolati da LPS [158]. Cominciano a essere numerose le evidenze sui favorevoli effetti biologici degli AL sulla microglia attivata in senso pro-infiammatorio e non mancano nuovi dettagli sui siti ove la lidocaina esprime la sua efficacia, come è il caso dei canali protonici voltaggio-dipendenti presenti sulla membrana delle cellule gliali [93]. La microglia rappresenta la componente della glia che si erge a primo baluardo a difesa del SNC contro varie forme di insulto. Quando è stata cimentata con LPS essa ha espresso una vivace risposta infiammatoria caratterizzata da aumento dell’espressione di NO, PGE2, IL-1β, TNF-α ed MCP-1 (Monocyte Chemoattractant Protein-1). Oltre che inibire significativamente il loro rilascio [150] la lidocaina ha fortemente contrastato anche la fosforilazione di p38 MAPK e la traslocazione nucleare di NF-κB p50/p65 [93] dimostrando di offrirsi quale potente strumento terapeutico contro le patologie infiammatorie acute del SNC (15). 

I canali protonici voltaggio-dipendenti svolgono un ruolo cruciale durante il burst delle cellule fagocitarie, grande famiglia cellulare a cui afferisce anche la microglia. Poiché è noto che gli AL inibiscono la fagocitosi è stata avanzata l’ipotesi che questo effetto possa esercitarsi sui loro canali protonici. Per confermarla i ricercatori dell’Università di Osaka hanno esaminato gli effetti della lidocaina e della bupivacaina sui canali protonici in una linea cellulare microgliale di ratto (GMI-R1) riscontrando che entrambi gli AL riducono reversibilmente la corrente. Impiegando il metodo della chemiluminescenza hanno poi dimostrato che essi inibiscono anche la produzione di ROS da parte della microglia [154]. Nel 2005 anche un team di ricercatori anestesisti e farmacologi dell’università cinese di Changchun ha studiato gli effetti protettivi della lidocaina sulla microglia attivata dal LPS con lo scopo di individuare le dinamiche sottostanti. Lo studio accertò che essa inibisce significativamente il rilascio di ossido nitrico, della MCP-1, della PGE2, della IL-1β e di TNF-α. La lidocaina ha mostrato di inibire notevolmente anche la fosforilazione della via di segnalazione p38-MAPK e la traslocazione nucleare di NF-κB p50/p65 permettendo così l’incremento dei livelli della proteina inibitoria “KB-α”. E’ inoltre emerso che il rilascio di mediatori infiammatori indotto da LPS è soppresso da un potente inibitore di p38-MAPK indicato con la sigla “SB203580”. I ricercatori ne conclusero che il pre-trattamento con lidocaina inibisce il rilascio dei mediatori infiammatori dalla microglia indotto da LPS e che tali effetti sono mediati dal blocco delle vie di segnalazione p38-MAPK e NF-κB [141]. Due recentissime ricerche condotte nel Dipartimento di Anestesiologia di Hangzhou (Cina) hanno studiato il ruolo della microglia nel dolore neuropatico e il meccanismo con cui la lidocaina può contrastarlo: nel 2021 per la prima volta è stato proposto che attraverso una complessa serie di passaggi essa normalizza il rapporto tra i fenotipi microgliali M1/M2 [148][149]. L’Utente che non vanti dimestichezza con la natura e le funzioni dei sopra citati p38-MAPK e di NF-κB troverà notizie utili al riguardo nel capitolo (33).

E’ stato qui brevemente riportato il contenuto di alcune tra le più importanti ricerche riguardanti l’effetto diretto degli AL sui principali attori dell’infiammazione. Per acquisire maggiore confidenza con l’argomento si suggerisce la lettura integrale di due articoli, pur non recentissimi, che per la loro sistematicità costituiscono autentiche pietre miliari. Il primo è stato redatto dai ricercatori Marcus Hollmann (del Dipartimento di Anestesiologia di Amsterdam) e Marcel Durieux (del Dipartimento di Anestesiologia e Neurochirurgia dell’Università di Charlottesville, Virginia) con il titolo “Anestetici locali e risposta infiammatoria: una nuova indicazione terapeutica? [58]. Il secondo è a firma di Jean Cassuto e del suo staff (Dipartimento di Anestesia e Terapia Intensiva dell’Ospedale Universitario svedese di Mölndal) che ha per titolo “Proprietà antinfiammatorie degli anestetici locali e loro implicazioni attuali e potenziali[21]. Come già è stato segnalato, analogamente ad altri AL la maggior quota di lidocaina AL si lega in vivo a proteine plasmatiche e secondo numerosi autori in dosi e tempi adeguati questo ne fa la sostanza più maneggevole per l’impiego sistemico. Sebbene altri AL mostrino molte attività analoghe la comunità scientifica giudica ancora insufficienti gli studi comparativi fin qui condotti per esprimere giudizi sulle eventuali equivalenze sul terreno del loro impiego clinico. Oltre alla procaina anche la lidocaina è impiegata nelle Terapie con Anestetici Locali (TAL) ma qui non si intende proporre una delle due sostanze come migliore dell’altra. Chi desideri un parere tra i più autorevoli può consultare il manuale di Hans Barop [8]. L’interesse per gli effetti diretti degli AL sulle membrane biologiche e la loro efficacia antinfiammatoria ha coinvolto ampi settori della ricerca e ha attraversato tutte le competenze specialistiche della medicina clinica ma sono in pochi oggi a ricordare che quella vena aurifera, quel filone di nobilissima scienza medica, prese avvìo dallo spirito di osservazione dei fratelli Huneke e di Ana Aslan e dalla tenacia con cui essi difesero le loro osservazioni (08). 

Concludendo l’argomento degli effetti antinfiammatori “diretti” degli AL (cioè quelli non mediati dal blocco della conduzione nervosa) è innegabile che, tanto in vitro che in vivo, sono state raccolte numerosissime evidenze. Il numero e la varietà di attività che gli AL esprimono sugli attori dei processi infiammatori indicano che possono risultare molto utili nell’impiego clinico, anche in associazione con altre forme di cura, allo scopo di modulare la risposta infiammatoria in varie condizioni patologiche. Le attività antinfiammatorie più importanti sembrano quelle espresse sugli attori che attivano i GPM sollecitandone la migrazione e il rilascio di radicali liberi. Sebbene non sia del tutto chiarito c’è un dato che gioca nettamente a favore di chi impiega gli AL come strumento terapeutico: in vivo la maggior quota di AL circola legata a proteine e pertanto potrebbe sembrare logico pensare che gli effetti antinfiammatori più importanti si possano osservare in vitro, ove essi circolano non legati e liberi di esprimere appieno le loro potenzialità. Avviene tuttavia che la maggior parte degli studi in vitro richieda concentrazioni superiori a quelle applicabili in clinica e, viceversa, che gli studi in vivo spesso esibiscano effetti evidenti anche a concentrazioni compatibili con gli impieghi clinici fino a oggi approvati e applicati. Questo apparente paradosso è dimostrato dall’efficacia delle TAL nelle ustioni e nella colite ulcerosa e un ulteriore argomento è offerto dagli effetti favorevoli sull’ipercoagulazione e sul dolore rilevati dopo somministrazione epidurale di AL: quest’ultima porta in breve gli AL a livelli ematici vicini a quelli registrabili dopo infusione e.v. e pertanto gli effetti favorevoli risultanti possono essere ragionevolmente attribuiti alle stesse dinamiche antinfiammatorie che sono state loro riconosciute quando siano iniettati per via e.v. Tra le possibili spiegazioni della dissociazione tra i rilevanti effetti terapeutici e i modesti livelli ematici degli AL è stato invocato un meccanismo crono-dipendente: esso risiederebbe nella più prolungata esposizione dei target in vivo dovuta alla loro lenta cessione da parte delle proteine a cui si legano [58].

Talvolta l’evidenza dei risultati di una metodica sembra insufficiente quando confligge con il paradigma dominante e uno dei principali argomenti a detrimento delle TAL mediante blocchi nervosi si è sempre basato sulla deroga all’ineludibilità del nesso tra efficacia, dosaggi e tempi di somministrazione. A rendere più intrigante il confronto tra pensieri e modelli sembra proprio voler partecipare anche l’impiego terapeutico degli AL per via sistemica ed è verosimile che alcuni aspetti non-lineari della farmacocinetica della lidocaina ne stiano ancora limitando i suoi impieghi per via e.v., per clisma o per contatto con mucose e sierose. Nonostante tutte le evidenze può risultare difficile immaginare come, in deroga ai canoni della Farmacologia, dosaggi modesti di AL per via sistemica producano rilevanti vantaggi in numerose e varie malattie acute e croniche. Se però ammettiamo che essi possano interferire contemporaneamente con più dinamiche strettamente interconnesse interne ai processi infiammatori possiamo giungere a formulare l’immagine di un potente meccanismo (quello infiammatorio) bloccato, o per lo meno rallentato, da un modesto pugno di sabbia gettato tra i suoi ingranaggi. Già è stato detto che i meccanismi molecolari coinvolti in questi effetti non sono del tutto noti ma che certamente può essere escluso il blocco dei canali del Na+ poiché nelle cellule studiate in vitro essi non sono rilevabili e in vivo gli AL esprimono effetti antinfiammatori già a concentrazioni notevolmente inferiori a quelle necessarie per il blocco dei canali del Na+ [58][84]. A concentrazioni che determinano un significativo blocco dei canali del Na+ gli AL influenzano anche numerosi altri biosistemi. Vale la pena di sottolineare nuovamente che basse concentrazioni di lidocaina (come quelle rilevabili durante l’anestesia o l’analgesia epidurale o durante l’infusione e.v.) possono già esprimere effetti significativi utili in ambito clinico mentre concentrazioni plasmatiche superiori a 10 μg/ml facilmente producono effetti avversi [39]. 

Data la quantità di evidenze scientifiche e il rigore metodologico delle numerosissime ricerche da cui esse sono scaturite chi oggi per fini terapeutici somministri correttamente gli AL per via e.v. è consapevole di poter modificare favorevolmente il corso di malattie infiammatorie acute e croniche protetto da un alto grado di legittimazione scientifica. Anche se ancora non è diffusamente applicata la somministrazione per via e.v. degli AL con finalità terapeutiche è attualmente in uso in tutte le specialità della Medicina Clinica. Sembra evidente che gli effetti degli AL si esprimono sugli immunociti, gli eritrociti e le piastrine mediante interazioni reversibili con le proteine e i lipidi membranari che regolano l’attività metabolica cellulare e altrettanto evidenti sono i loro effetti sui meccanismi della migrazione, dell’esocitosi e della fagocitosi [60]. Nelle infiammazioni la maggior parte dei mediatori transitano su vie di segnalazione in cui è largamente coinvolta la famiglia di Recettori Accoppiati a Proteine G e gli effetti che gli AL esprimono su questi attori si sta rivelando un’area di indagine sempre più promettente [58][59][60][97][151]. 

Le concentrazioni di AL variano ampiamente in rapporto ai siti di inoculazione e al metodo di somministrazione [62] e per ottenere effetti sistemici occorre raggiungere livelli plasmatici di lidocaina nel range micromolare basso (circa 0,5–5,0 μg/ml, corrispondenti a 2–20 μm). Ad esempio, la somministrazione e.v. di lidocaina a 2-4 mg/min porta a concentrazioni plasmatiche di 1-3 μg/ml (4-12 μm) dopo 150 min. Dopo 15 minuti un bolo e.v. di 2 mg/kg determina livelli plasmatici di picco di 1,5-1,9 μg/ml (6-8 μm). Analoghe concentrazioni plasmatiche si ottengono dopo somministrazione epidurale [94][142] o dopo applicazione topica su ustioni in ragione di 1 mg/cm 2 [15]. Dopo applicazioni topiche o infiltrazioni tissutali le concentrazioni di AL si esprimonono nell’ordine dei millimolari analogamente a quelle presenti intorno ai nervi spinali dopo somministrazione epidurale o spinale [62] e anche questo si traduce in un aspetto di estremo interesse per chi professi le TAL: dopo infiltrazioni tronculari, gangliari, plessiche, intra- e pericicatriziali, intra- e periarticolari, muscolari o cutanee possono provenire favorevoli effetti di tipo non-nervoso da parte degli AL grazie al loro assorbimento per via linfoematica.

Molti dei recenti sviluppi delle conoscenze sul tema di questo paragrafo provengono dal privilegiato punto di osservazione degli anestesisti: nell’assistenza che essi offrono nel post-operatorio e in Terapia Intensiva accade loro di imbattersi in complicanze severe e non di rado sono stati testimoni di decorsi più favorevoli nei pazienti che avevano ricevuto forme diverse di anestesia locale. Alcuni anni or sono numerosi indizi alimentarono il sospetto che alla base di molte complicanze post-operatorie potessero celarsi, oltre che le sepsi, anche altri processi infiammatori passibili di monitoraggio. A molti anestesisti che combinarono le loro competenze specialistiche con conoscenze mutuate dalla Neuroimmunologia dobbiamo larga parte delle nozioni qui illustrate e che saranno riprese in altri capitoli. Essi accertarono che risposte infiammatorie abnormi sostengono il dolore persistente postoperatorio [5][65], l’ileo paralitico [118], la Sindrome da Distress Respiratorio [29][127], la Sindrome da Risposta Infiammatoria Sistemica con Insufficienza Multiorgano [49][99] e altre gravi forme morbose. L’evidenza delle attività antinfiammatorie degli AL ha suggerito la loro introduzione nel trattamento di numerose e varie malattie infiammatorie come le ustioni, le cistiti interstiziali, le coliti, le artriti, le infezioni da herpes zoster e ancora altre patologie.

Da opposte sponde dell’Atlantico Lauren Dunn e Marcel Durieux (del Dipartimento di Anestesiologia e Neurochirurgia dell’Università di Charlottesville in Virginia, USA) e Jean-Pierre Estebe (del Dipartimento di Anestesiologia, Terapia Intensiva e Medicina del Dolore dell’Università francese di Rennes) raccomandano l’impiego perioperatorio di lidocaina e.v.: un bolo iniziale seguito da un’infusione lenta riduce il dolore post-operatorio abbattendo la necessità di impiegare alte dosi di oppioidi e il rischio delle numerose complicanze cardiocircolatorie, respiratorie e intestinali a cui è esposto il paziente chirurgico. I citati Autori sottolineano che la lunghissima esperienza che vantiamo sull’impiego terapeutico di lidocaina (con i benefici che essa arreca, il basso grado di pericolosità iatrogena e i costi minimi del trattamento) rende difficile comprendere perché essa non venga applicata molto più estensivamente [32][36].

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