19 Gen 32. Sistema Nervoso Vegetativo, Omeostasi ed Evoluzione delle Specie: percorsi obbligati e scivolosi tra scienza e pseudoscienza
Claudio Dell’Anna, Massimo Barrella
Nota dell’autore.
L’Utente può prendere visione di alcuni filmati. Quelli siglati (FTI1)(FTI2)… illustrano tecniche iniettive ma non hanno finalità didattiche poiché alcune registrazioni risalgono a molti anni fa e, nel corso del tempo, molte di esse (analogamente a quanto accade in Chirurgia e nelle farmacoterapie) sono state perfezionate. Qui sono offerte in visione solo per permettere all’Utente di comprendere quanto ampio sia il ventaglio d’azione della metodica e sincerarsi del fatto che i pazienti non mostrano di patire alcuna sofferenza nel corso della loro applicazione
Premessa
Nelle pagine seguenti saranno chiamati in causa canoni ed elementi di interesse scientifico, brevi ragionamenti di carattere filosofico e scientifico e persino Dio. Prima di saltare il presente capitolo giudicando gli ultimi due argomenti lontani dalla competenza del medico, del veterinario e del biologo si rifletta sulle loro enormi ricadute nelle diverse convinzioni vigenti su cosa esattamente siano la salute e la malattia, le varie possibili vie verso la guarigione e, persino, il significato stesso della vita e ove essa risieda. Se così non fosse perché mai nei congelatori delle “banche biologiche” milioni di embrioni sosterebbero nell’incertezza di essere destinati in un grembo materno o in qualche laboratorio di ricerca? Il fatto che si discuta se a quei minuscoli agglomerati di cellule indifferenziate la dignità della vita umana debba essere riconosciuta o negata può significare soltanto che dietro i concetti di salute, di malattia e sulla stessa idea di “vita” gravano numerose e diversificate argomentazioni etiche, filosofiche e confessionali. Con tutte le loro implicazioni queste ultime calano anche nella natura intima di oggetti di interesse scientifico (quali ad esempio l’Omeostasi, il Sistema Nervoso Vegetativo e i percorsi con cui si è affacciata e sviluppata la vita sul nostro pianeta) che solo apparentemente sono immuni da contaminazioni pseudoscientifiche. E’ proprio dalla qualità del pensiero con cui si affrontano questi argomenti che discendono considerazioni fisiopatologiche e scelte pratico-cliniche diverse.
Tra gli anni Venti e Quaranta del XX° Secolo alcune circostanze fortunate misero i fratelli Ferdinand e Walter Huneke nella condizione di effettuare due scoperte clamorose. Anzitutto essi appurarono che l’iniezione endovenosa (e.v.) dell’anestetico locale procaina, pur fortemente sconsigliata dalla comunità medica del loro tempo, poteva offrire potenti effetti antidolorifici e antinfiammatori. Successivamente accertarono che l’infiltrazione della stessa procaina in tessuti cicatrizzati poteva dare luogo a drammatici miglioramenti clinici in distretti somatici sofferenti di varie patologie e questo poteva avvenire anche se la cicatrice e la sede della sofferenza erano topograficamente distanti. Talora l’effetto terapeutico si manifestava tanto rapidamente che i due fratelli coniarono il termine “Fenomeno del Secondo” (FdS)[16]. I processi cicatriziali il cui trattamento con procaina dava luogo a miglioramenti clinici in distretti remoti dall’area trattata vennero designati con il termine “Campo di Disturbo” (CdD) mentre a quella innovativa metodica terapeutica venne imposto il nome “Terapia Neurale” (TN) o “Neuralterapia” o, ancora, “Metodo Huneke” [32]. Oltre che offrire alla Medicina Clinica e Sperimentale un ponderoso bagaglio di conoscenze e di ipotesi speculative la nuova metodica propose, e ancora oggi continua a proporre, sempre nuovi spunti di riflessione sul rapporto tra la scienza (con i suoi modelli e le sue metodologie) e numerose idee metafisiche.
Al fine di ottenerne il riconoscimento entro il novero delle materie mediche nella primavera del 1960 Ferdinand Huneke si recò a Francoforte per sottoporre la sua originalissima esperienza al vaglio di una commissione di accademici nominati dal Bundesministerium für Gesundheite ma rimase profondamente deluso allorché i suoi importanti risultati terapeutici furono derubricati come fenomeni suggestivi. Vent’anni dopo, nell’articolo “La Neuralterapia nell’evoluzione delle conoscenze scientifiche”, il medico bavarese Johannes Göbel chiarì alcuni dei principali motivi dell’esito sfavorevole di quella valutazione. Per lo scopo menzionò i contenuti di un’intervista che nel 1962 Ferdinand aveva rilasciato a un’emittente televisiva tedesca circa l’efficacia delle sue iniezioni e.v. e gli eventi curativi connessi all’infiltrazione delle cicatrici con procaina. Dalla ricostruzione di Göbel emerge che a determinare la bocciatura del Metodo Huneke da parte della commissione di Francoforte fu la combinazione di due fattori: da un lato i limiti delle conoscenze fisiopatologiche del tempo che non consentirono la comprensione delle guarigioni che essa procurava e dall’altro le dichiarazioni di Ferdinand, pregne della sua fervente fede religiosa associata alla passione per la filosofia romantica. Quest’ultimo aspetto non deve suscitare sorpresa: i fratelli Huneke ebbero i natali nella Germania nel XIX° Secolo quando l’onda lunga della Naturphilosophie ancora informava il pensiero di intellettuali, filosofi, medici e scienziati. Il mancato accoglimento e il rifiuto di attivare una linea di ricerca dedicata alla spiegazione delle evidenze esibite (fu questa l’esplicita richiesta formulata alla commissione esaminatrice) spinsero Ferdinand, affascinato dal contatto quotidiano con i suoi fenomeni curativi, a cercarne sempre più la spiegazione nella metafisica. Forse egli non riuscì a immaginare che di lì a poco i rapidi sviluppi dell’Elettrofisiologia e della Biochimica avrebbero iniziato a offrire i primi supporti al background della metodica che portava il suo nome e pensò che essa non avrebbe mai potuto essere spiegata scientificamente. Il suo rifugio nella metafisica manifestò pertanto la stessa logica con cui l’uomo, digiuno di nozioni di fisica elettrica, pensò a lungo che il tuono rappresentasse la manifestazione della collera divina. Ecco alcune delle dichiarazioni di Ferdinand che Johannes Göbel fedelmente riporta nel suo articolo:
“Benché ai miei occhi quegli eventi apparissero sempre più misteriosi non si poteva dubitare della loro effettività… Avevo a che fare con un’evidenza radicalmente nuova il cui perseguimento e la cui interpretazione divennero per me e per mio fratello Walter una ragione di vita… divenne presto chiaro che ci trovavamo di fronte a un messaggio del vivente…. Il vivente può essere compreso solo attraverso le sue radici… nell’arte curativa viviamo la reale esistenza di forze creatrici… il Fenomeno del Secondo è una dinamica di natura spirituale in cui, per via sperimentale, si rende manifesta l’esistenza di forze metafisiche”… Per ciò che riguarda la Neuralterapia lunghe osservazioni indicano che si ha a che fare con un fenomeno fisico che si manifesta nella struttura elettrica del Sistema Nervoso Vegetativo. E’ dunque quest’ultimo il portatore delle forze creatrici del vivente. La scelta del sito dell’iniezione è decisiva per il successo: è un colpo al sistema assimilabile a un appello alle forze autocurative latenti nell’organismo” [12].
Specie a motivo di quel genere di affermazioni l’evidenza dei suoi risultati terapeutici non riuscì a risparmiargli attacchi feroci da parte dei suoi critici e la marginalizzazione della TN da parte della “medicina ufficiale”. Quest’ultima infatti, con l’adozione del metodo sperimentale coniato dal fisiologo Claude Bernard, sembrava essersi lasciata alle spalle ogni filosofia metafisica, ogni credenza religiosa e ogni certezza apodittica e nessuno a quel tempo poteva vantare tanta fantasia per immaginare che in un futuro non lontano essa si sarebbe totalmente affidata a rigidi criteri di validazione declinati nella forma dogmatica di un “pensiero unico”. Ritenendo che la scoperta del CdD e l’evidenza del FdS sollecitasse modifiche ai vigenti modelli della medicina, Ferdinand cercò analogie con gli sviluppi paradigmatici che stavano rinnovando altre materie scientifiche (processo che, ad esempio, stava avvenendo con il passaggio dalla Fisica Classica a quella Quantistica). Agli occhi della comunità scientifica anche questi argomenti si mostrarono deboli poiché alla luce della sua filosofia romantica, spiritualista e tardo-vitalista, la Fisica corrispondeva in larga misura alla realtà di energie spesso identificate con forze misteriose non misurabili matematicamente. Nonostante il contrasto da parte dell’accademia con cui i fratelli Huneke dovettero misurarsi essi si fecero ugualmente instancabili difensori della bontà della loro metodica anzitutto perché, al netto dell’insufficienza delle spiegazioni fisiopatologiche del loro tempo, ogni giorno essa proponeva evidenze cliniche inconfutabili. La loro vicenda sembra dare ragione al fisico Russel Stannard quando sostiene che la conflittualità tra scienza e fede non è inevitabile e che essere uno scienziato, o semplicemente confidare nella scienza, non diminuisce il sentimento di meraviglia di fronte a ciò che essa non riesce a spiegare [35]. Nonostante il contenuto di molte sue dichiarazioni Ferdinand non antepose mai la speculazione filosofica alla sperimentazione e ciò che nel 1960 recò con sé a Francoforte altro non fu che una metodologia, forgiata dalla sua fortunata attività empirica, capace di fare emergere con forza inedite evidenze cliniche. Inoltre, piuttosto che impegnarli in confronti filosofici, ai suoi esaminatori aveva chiesto di ricercare la natura dei fenomeni sottostanti alle guarigioni che sotto i loro occhi aveva determinato. Può pertanto considerarsi ingiustificata la posizione del gotha della scienza medica ufficiale che, adducendo l’inesistente pericolo di speculazioni metafisiche, peccò di grave pregiudizio a danno dell’esaminato rendendosi colpevole di una tra le più antiscientifiche delle attività: la negazione dell’evidenza. Uno dei pilastri della rivoluzione cartesiana nelle scienze naturali si era concretato nell’introduzione di metodologie matematiche che avevano conferito un carattere “più scientifico” agli oggetti e alle energie misurabili. Con tutti i limiti che le si possono attribuire quella rivoluzione ebbe il potere di espellere dalla medicina numerose categorie magiche e metafisiche. La moderna Neurofisiologia vide però la luce solo alla fine degli anni Trenta del XX° Secolo con gli studi sull’assone gigante del calamaro condotti dal geniale zoologo e neurofisiologo britannico John Zachary Young [38]. Passarono però ancora parecchi anni per approdare alla valutazione sistematica, qualitativa e quantitativa, dei potenziali nervosi negli ambiti della clinica e della ricerca e nel 1960 i tempi ancora non erano maturi perché Ferdinand riuscisse a spiegare con argomenti neurofisiologici i suoi risultati. La Terapia Neurale secondo Huneke (TNH) è oggi invece largamente comprensibile associando numerosi elementi provenienti dalla moderna Neurofisiopatologia, dall’Immunologia, dalle conoscenze sui meccanismi dell’Evoluzione delle Specie e da quanto già ci è noto circa gli effetti degli Anestetici Locali (AL) sulle membrane biologiche. Si pone pertanto un quesito difficilmente differibile: in tema di TNH quanto spazio possiamo oggi concedere a suggestioni spirituali e metafisiche?
Questa premessa intende anzitutto introdurre argomenti a parziale confutazione di convinzioni radicalmente “complottiste” espresse da alcuni sinceri estimatori della TNH secondo le quali la metodica non avrebbe trovato spazio esclusivamente per il timore di Big-Pharma di vedere calare i profitti se essa si fosse maggiormente radicata. Senza confutare quell’aspetto qui piuttosto si intende orientare l’attenzione su quanta importanza abbia avuto in tutta la vicenda il grado di aderenza ai canoni della comunità scientifica che è stato esibito. E’ intorno a questi temi che verteranno gli argomenti di questo capitolo.
Il medico dei nostri giorni vive nella rassicurante convinzione di occupare un ruolo inattaccabile al centro del secolare conflitto tra pensiero scientifico e dogma religioso anche perché, nel tempo, i rappresentanti dei due fronti hanno negoziato reciproche concessioni: a nessun medico è vietato pregare Iddio perché guidi le sue scelte cliniche a patto che queste poi siano formulate su basi scientifiche e, viceversa, a nessun credente che contragga una malattia vengono negate le risorse medico-scientifiche disponibili. Inoltre da molto tempo a questa parte le frizioni tra le due forme di pensiero si mostrano acute solo quando emergono particolari problematiche di interesse bioetico (aborto, eutanasia, eccetera). Spesso però non si coglie che nel dominio della scienza possono rientrare subdolamente dalla finestra numerosi contenuti spiritualisti che erano stati espulsi attraverso la porta e ciò può accadere con particolare facilità proprio quando si affrontino temi quali l’Omeostasi, il Sistema Nervoso Vegetativo (SNV) e l’Evoluzione delle Specie. Trattandosi di oggetti fortemente correlati alla base della vita non può sorprendere che intorno a essi si formulino sia idee scientifiche che metafisiche e che nell’attività di contrasto alle malattie accada ogni giorno di dover fare i conti con questo dualismo. Se non altro per la frequenza con cui li chiamiamo in causa, noi che professiamo la TNH dovremmo percepire fortemente l’esigenza di conoscerne l’intimo significato.
Numerosi articoli sulla TNH riportano che il Campo di Disturbo (CdD) rappresentato dalla cicatrice procura diversi stati morbosi e che il suo trattamento con Anestetico Locale (AL) può ripristinare l’equilibrio omeostatico perduto e, con esso, lo stato di salute. In simili comunicazioni abbondano riferimenti al SNV indicato al tempo stesso quale propagatore della perturbazione generata dal CdD, attore della perdita dell’equilibrio omeostatico e bersaglio principale della TNH da cui viene sollecitato a restaurare l’omeostasi e lo stato di salute.
Questa costruzione concettuale suscita però più di un interrogativo. Anzitutto: è corretto connettere “omeostasi” e “stato di salute” sul piano causa-effettuale (nel senso che la prima sosterrebbe sempre il secondo) o addirittura, come sovente accade, impiegare indistintamente i due concetti quasi fossero sovrapponibili? Inoltre: è corretto pensare al SNV esclusivamente quale effettore e custode dell’omeostasi e dello stato di salute che a essa sarebbe correlato?
32a.
Suggestioni magico-metafisiche su temi riguardanti la vita
La forza delle tante suggestioni magiche a cui l’uomo si mostra sensibile rispecchia la sua aspirazione a sottrarsi a quanto la natura matrigna gli riserva: malattie, dolore, invecchiamento e morte. Anche declinato in prima persona (mi ammalo, guarisco) il binomio ammalarsi/guarire allude a un destino individuale estraneo a ogni intenzionalità. Eppure la mitologia e la letteratura da sempre narrano di personaggi afflitti da destini avversi che si ammalano senza ricorrere a strumenti autolesivi per poi recuperare miracolose guarigioni con lieto epilogo delle loro vicende. Tali prodigi sono sovente presentati quale effetto di inflessioni spirituali o divine tant’è che, per un certi versi, la potenza suggestiva della “caduta in malattia” e della “guarigione” continua anche nella realtà a essere soffusa di un’aura magica. E’ questo che potremmo definire il concetto di guarigione ideale (nel senso di tornare nuovi) che, inevitabilmente, si collega al mito dell’eterna giovinezza. Quest’ultimo scaturisce da un mondo delle idee dove l’essenza dell’uomo si libera dai legami con la materia anche se tale “umanità spirituale” paradossalmente finisce quasi sempre con l’assumere fattezze materiali attrattive sul piano erotico-antropologico: giovani madonne dalle espressioni estatiche i cui candidi piedi schiacciano serpenti o demoni, profeti dalla barba folta e dal corpo scultoreo, angeli seminudi dai corpi perfetti che si librano in aria… la ricerca della liberazione dell’anima dall’oscenità della materia sembra destinata fatalmente a ripiegare nella rappresentazione di anime pure circonfuse di materia che sia “gradevole alla vista”.
Con la rapida propagazione delle idee consentita dai moderni mezzi di comunicazione un minimo di familiarità col web ci fa imbattere in varie forme di “medicina dolce”. Alcune di esse propongono che la medicina convenzionale pratichi il terrorismo collezionando regolarmente fallimenti terapeutici e suggeriscono che si possa sempre fare a meno di interventi chirurgici e di terapie farmacologiche. Talora si azzarda che persino contro il cancro (anche quando esso abbia messo radici nel corpo) la buona alimentazione, la vita sana, taluni esercizi fisici e mentali e liberare dalle conflittualità le relazioni interumane possono costituire misure terapeuticamente efficaci ed esenti da costi biologici. Esse garantirebbero la salute di fondo “rafforzando le difese immunitarie” oppure, secondo una immaginifica formulazione, “potenziando le forze di autoguarigione”. Questa edulcorazione della realtà tesa ad avvincere quanti vivono nel terrore di malattie insidiose e diffidano della Medicina è, almeno in parte, frutto della policroma cultura New Age. Molte di queste teorie si basano sul controllo dello spirito sul corpo e in Occidente individuiamo la loro matrice culturale nello Gnosticismo di scuola platonica antica [18] che tra il XVIII° e il XIX° Secolo ispirò la nascita del Romanticismo mitteleuropeo [22]: di natura divina, l’anima pura è intrappolata nella fisicità del corpo biologico all’interno di una perpetua lotta che nell’esistenza terrena può trovare soluzione solo attraverso un individuale percorso spirituale con finalità emancipatorie. Da un lato splende perciò l’anima integra e sana mentre dall’altro fa mostra di sé un corpo corrotto, corruttore e cagione di mali. La Nathurphilosophie romantica intese la natura quale unità organizzata in cui, secondo il “principio olistico”, le parti vivono in funzione del tutto. Essa era perennemente animata da un soffio vitale e intrinsecamente spirituale: “uno spirito in divenire”. Dal punto di vista finalistico la natura costituiva una realtà strutturata secondo determinati scopi alcuni dei quali immanenti e altri trascendenti. Occorre cogliere le due facce di quel movimento filosofico: per un verso la posizione critica verso i dogmi della chiesa cristiana lo investì di un ruolo “progressista” mentre, per altro verso, a motivo della proposta in forma dogmatica del principio olistico a riparazione della cartesiana separazione tra corpo e anima, manifestò una forte cifra “conservatrice”. Cartesio aveva infatti posto robuste basi scientifiche promuovendo la distinzione tra la competenza del prete (limitata ai problemi dell’anima) e quella del medico (relativa a quelli del corpo). Al Vitalismo romantico va riconosciuto il merito di avere anticipato di molto un’evidenza che sarebbe chiaramente emersa tempo dopo: l’osservazione del corpo mentre è pervaso dallo “spirito” (cioè mentre è in vita) può fornire dati di realtà molto più consistenti rispetto a quelli che possono essere desunti dal cadavere o da parti di esso e oggi coloro che si applicano alle scienze della vita ben comprendono il diverso valore dei risultati delle ricerche in vivo rispetto a quelli estratti da studi in vitro.
L’olismo, inteso come inscindibilità del vivente, fu uno dei principali fondamenti neoplatonici del Romanticismo sette-ottocentesco anche se la sua piena formulazione ebbe luogo solo nel XX° Secolo [33]. In quello stesso Secolo anche Gustav Ricker [30], Alexandr Speranskij [34] e Alfred Pischinger [28] conclusero che le dinamiche biologiche dei viventi non possono essere comprese con la loro segmentazione ma a quel risultato essi pervennero per via sperimentale mentre per il Vitalismo romantico (in tutte le varianti con cui esso ebbe a declinarsi) il fattore unificante era rappresentato dallo “spirito”. Lo spirito per i romantici, l’anima per i cristiani e l’inconscio per gli psicanalisti si costituirono tutte quali realtà impalpabili e non misurabili fisicamente che si trovarono a calcare quasi contemporaneamente lo stesso scenario ed è facile immaginare quanto frequentemente esse siano state poi tra loro confuse e impropriamente invocate. Uno dei princìpi cardinali del Vitalismo delle origini recitava che tra i viventi e la materia inanimata vi fosse una distanza incolmabile dovuta al fatto che lo spirito unificante e armonizzante soffia nei primi mentre è assente nella seconda. La prima sintesi organica dell’urea effettuata nel 1828 dai chimici Friedrich Wöhler e Justus von Liebig e la dimostrazione da parte di Eduard Buchner nel 1859 che la fermentazione può avvenire anche solo con gli estratti delle cellule di lievito (cioè anche in assenza di cellule vive) infersero a quel pensiero un colpo formidabile. Il definitivo coup de grâce le provenne successivamente dalla pubblicazione di Charles Darwin sulla “Teoria dell’Evoluzione delle Specie” che, in luogo di un preesistente disegno finalistico, iniziò a proporre su basi scientifiche la casualità a fondamento delle dinamiche evoluzionistiche [7].
In epoca recente nonostante i progressi scientifici e i veloci sviluppi del pensiero sono state riproposte nuove forme di speculazione filosofica neo-romantica che hanno fatto ingresso anche in Medicina. Tra queste ha avuto modo di fare notizia la Nuova Medicina Germanica di Ryke Geerd Hamer [15]. Neo-romantici come lo psicanalista reichiano Alexander Lowen (il padre della Bioenergetica) inseriscono la “spiritualità” nella relazione mente-corpo declinandola in un sincretismo tra accezioni occidentali del rapporto dell’uomo col Supremo e categorie mutuate dalla mistica orientale [20]. Per altre forme di pensiero la malattia somatica corrisponde a “debiti non saldati” e il percorso con il quale ci si ammala e si muore sarebbe “scelto” dall’anima stessa e scritto nel destino al fine di soddisfare le esigenze di ogni individuale posizione evolutiva. In questa luce ogni malattia assumerebbe il significato di un processo karmico di espiazione [10][36]. Ad accomunare tutte le moderne medicine magico-esoteriche e quelle più o meno riconoscibili come “neovitaliste” sono bene identificabili forme particolarissime di rapporto con il mondo scientifico. Nei confronti di quest’ultimo talune posizioni esibiscono un’assoluta ostilità che si concreta nel rifiuto di ogni percorso diagnostico e di ogni cura (medica o chirurgica) contemplata dalla comunità scientifica: il percorso emancipatorio individuale può passare esclusivamente attraverso passaggi corrispondenti a categorie spirituali e ogni tipo di scorciatoia materiale è aborrita. Altre diversificate e frastagliate posizioni neovitaliste collocano confusamente sul piano dell’equivalenza quanto è stato acquisito negli ultimi due secoli di attività scientifiche con antiche categorie metafisiche per cui (ad esempio) la folgore potrebbe essere contemplata come una scarica che corre fra due corpi che presentano una grande differenza di potenziale elettrico e, allo stesso tempo, quale manifestazione naturale che un disegno trascendente mantiene avvolta nel mistero. Per giustificare il proprio impianto teorico queste ultime forme di pensiero, basate anch’esse sulla centralità dello spirito, spesso individuano “nemici esterni” (non-spirituali) che fatalmente vanno a coincidere con i meccanismi patogenetici materiali. Sulle interpretazioni metafisiche della genesi delle malattie trovano così spazio, quali “puntelli biologici”, acrobatiche correlazioni embriologiche e microbiologiche. I ministri di queste medicine esoteriche stravolgono la natura degli oggetti materiali per dimostrare “il loro divino”. Agli occhi di chi scrive appaiono ben più dignitose le teorie che si appellano esclusivamente alla spiritualità: al di là di ogni plausibile spiegazione biologica, sostiene l’apostolo Giovanni, “Lazzaro risorge per intervento del Divino” [11].
L’Omeostasi e i meccanismi che sottendono all’Evoluzione delle specie rappresentano le radici materiali dei viventi che assai frequentemente sono oggetto di malintesi. La meraviglia suscitata dalla constatazione della bellezza dell’universo è presente in ogni sentimento religioso che identifica un nesso causale tra il risultato (l’universo) e una volontà creatrice immaginata più vasta della sua creazione e vocata alla bontà del suo destino. Questo è stato il pensiero dominante nel corso dei secoli in cui l’interpretazione della natura era unicamente affidata alla spiritualità finché uno studioso dalla passione incrollabile si propose di scoprire perché le specie viventi fossero tanto complesse e multiformi. Anche rispetto a Voltaire, a Marx e a Nietzsche lo scienziato più contrastato da tutte le confessioni religiose è sicuramente Charles Darwin (1809-1882).
Accanto a quello di Omeostasi, il concetto di Evoluzione delle Specie è divenuto un pilastro della percezione scientifica moderna alla luce di punti di vista che, per lo più, mettono in rilievo la dinamica delle forze che la sostengono: la dicotomia tra impatto ambientale e struttura individuale (ossia la capacità riproduttiva di un genoma rispetto alla sua variabilità casuale). Alle scoperte di Darwin il pensiero neocreazionista ha replicato proponendo in versioni lievemente diverse l’idea del disegno intelligente: la saggezza di Dio previde le dinamiche biologiche implicate nell’evoluzione e le contemplò nel suo progetto [9]. Che piaccia o meno questa tesi pone Dio in una condizione piuttosto imbarazzante poiché propone la questione della libertà di cui Egli godrebbe. Come spiegare il suo modo di procedere che procura malattie, sofferenze e morti premature? Alle sue stesse creature infligge destini incerti e ogni tipo di sofferenza pur di perpetuare il suo glorioso disegno ma, allo stesso tempo, è privato della sua onnipotenza dato che non può impedire lo svolgersi degli eventi una volta che tra questi si sia stabilita un’interazione. Un Dio promotore dell’evoluzione per come venne descritta da Darwin non potrebbe sottrarsi alla necessità del caso e il principale motivo della contrapposizione dei creazionisti resta quella che per lo scienziato britannico è l’assoluta mancanza di finalità del processo evoluzionistico, la sua completa casualità, l’assenza di una mente ordinatrice. Un Dio Creatore che sia promotore di una simile evoluzione assomiglierebbe a un fomentatore del caos: come continuare a contemplare i prodotti dell’evoluzione quali espressione della sua bontà suprema? L’umanità si è da poco misurata con il flagello della pandemia da Sars-Cov2 e una rinnovata attenzione verso i meccanismi dell’evoluzione è tesa alla comprensione del fenomeno delle varianti virali. “Biologia e varianti della Sars-Cov2. Anticipazione dell’evoluzione del virus, cosa occorre fare” è, tradotto in lingua italiana, il titolo di un recente articolo pubblicato dalla prestigiosa rivista Enviromental Microbiology che ci rammenta che “L’evoluzione è miope e, per definizione, è testimoniata a posteriori” [21]. Con tutto il rispetto possibile per ogni forma di pensiero sulla vita si rammenta che quelle appena espresse rappresentano le posizioni generali della comunità scientifica e pertanto è giusto richiedere che chi si occupa di scienza (senza esclusione per chi professi la TNH) vi si riferisca.
Il paragrafo si conclude con le teorie basate sull’equilibrio tra forze biologiche contrapposte. Qui il “divino” sembra farsi da parte e si parla di energie la cui composizione fisico-chimica è più o meno nota, per quanto spesso di difficile misurazione. Questo è il concetto su cui si basano tutti i fondamentali filoni della medicina mondiale. La nostra tradizione ippocratico-galenica, la Medicina Ayurvedica, la Medicina Tradizionale Cinese e tutte le altre fonti di conoscenza medica sembrano convergere sull’idea che lo stato di salute sia frutto di un equilibrio tra forze contrapposte mentre la malattia esprima l’eccesso di una di esse sull’altra. Perciò, di qualsiasi natura siano le energie che si contrappongono, l’atto medico corrisponde necessariamente all’esercizio della composizione degli eccessi. È una modalità di pensiero candida ed esente da “peccati originali” anche perché tutto l’universo sembra obbedire alla sua logica: in assoluto la pioggia non è peggiore del tempo asciutto e il caldo non è peggiore del freddo. L’armonia (e quindi la salute) sta nel giusto mezzo, nel corretto equilibrio e/o nella corretta alternanza tra forze contrapposte seppure tra loro apparentate. L’idea sembra mettere d’accordo tutti: accademici sostenitori della medicina “ufficiale”, propositori di antiche pratiche terapeutiche e fautori di rimedi innovativi. Identificando lo squilibrio tra energie contrapposte si risolve il quesito clinico e il paziente può essere curato. Anche da questa visione (corroborata da moderne acquisizioni bioparametriche) trae origine il concetto di “omeostasi” ma uno dei problemi più spinosi risiede proprio nel suo significato. A cosa corrisponde un sistema che per mantenersi integro deve assolutamente garantire la fissità dei suoi elementi costitutivi? In cosa si traduce l’ostinato mantenimento della costanza dei parametri? Identificare l’omeostasi come l’istanza finalizzata esclusivamente alla quiete di un sistema vivente finisce con il ricalcare il medesimo vizio epistemologico manicheo evidenziato nelle impostazioni metafisiche sopra descritte: da un lato si esprimerebbe il bene (l’equilibrio statico tra forze contrapposte) e dall’altro il male (la vittoria di forze demolitrici su quelle dell’armonia). Ma il bene e il male o le attribuzioni buono e cattivo non costituiscono categorie scientifiche: esse attengono per lo più all’Etica e alla Bioetica e nell’applicarle a questioni mediche si rischia l’esposizione ad abbagli colossali. A questo proposito pensiamo a quanto lesivi siano gli effetti di una dinamica omeostatica di frequentissima osservazione in Clinica Cardiologica e Neurologica: nella fase di riperfusione consecutiva a una ischemia miocardica o cerebrale la funzionalità della pompa Na+/K+ può ridursi a causa della deplezione di ATP. Questo conduce al rigonfiamento della cellula sofferente per uno meccanismo osmotico che, per essere contrastato, promuove lo scambio di parte del Na intracellulare con il Ca extracellulare microsomiale e mitocondriale con inevitabile accumulo del Na e del Ca nella cellula. Questo attiva enzimi Ca-dipendenti che trasformano l’enzima xantina-deidrogenasi in xantina-ossidasi e a sua volta questa, impiegando l’O2 come substrato, ossida l’ipoxantina in acido urico producendo anione superossido. Da quest’ultimo si formano radicali liberi dell’O2 estremamente dannosi per l’integrità delle cellule da cui la dinamica omeostatica era stata avviata. Pertanto considerare l’omeostasi tout-court quale custode dello “stato di salute” è un grossolano abbaglio che trova le sue basi in implicazioni metafisiche ma si tratta di un abbaglio che può risultare ancora più insidioso poiché trae origine da presupposti apparentemente “laici”.
Come si è già anticipato tra le finalità del capitolo non c’è l’approfondimento filosofico delle citate forme di pensiero: piuttosto qui si intende suscitare la riflessione sull’emergenza di deviazioni romantico-metafisiche in talune rappresentazioni della TNH. Nei sistemi viventi il concetto di evoluzione può essere univocamente designato come la progressiva e inevitabile perdita dell’ordine dello stato precedente di un individuo in un dato lasso temporale ove gli attori di tale processo sono i geni.
Tra poco si tornerà sulle implicazioni di quest’affermazione in merito al rapporto tra evoluzione e omeostasi.
32b.
Cos’è l’omeostasi?
Distinguiamo tra eventi biologici: il passaggio da una condizione di salute a una condizione di malattia viene definita attraverso la perdita di parametri che normalmente riscontriamo “costanti” e, viceversa, riconosciamo nella guarigione il recupero della “costanza” di quei parametri. Questo appare valido da qualsiasi punto di osservazione: il mantenimento di un valore glicemico atteso rispetto all’introito di alimenti non è sostanzialmente diverso dal controllo del proprio comportamento rispetto allo stimolo di trovarsi davanti al semaforo rosso quando si è in ritardo. Sul piano puramente osservazionale un diabetico e un nevrotico esprimono entrambi la perdita di una capacità di compenso che chiamiamo “omeostasi”. Il binomio malattia/guarigione a cui si fa cenno non corrisponde però alla perdita e al successivo recupero dell’omeostasi: il concetto di omeostasi descrive solo il risultato in termini di equilibrio parametrico e non lo stato biologico del suo attore che, come vedremo, può persino giungere a promuovere il proprio deterioramento strutturale pur di mantenere quell’equilibrio. L’idea di guarigione ideale corrisponderebbe invece a un “ringiovanimento integrale”: c’è stata una malattia ma poi la guarigione l’ha cancellata. La ritrovata omeostasi della guarigione ideale corrisponde qui a una riproposizione globale dell’individuo sano come era prima di ammalarsi, non già alla mera capacità di esprimere una costanza parametrica in relazione agli stimoli (senza questa precisazione l’idea di omeostasi rischia di confondersi con quella di palingenesi).
Sul piano fenomenologico un esempio classico di processo omeostatico è quello offerto dalla caldaia. Se la sua temperatura va mantenuta tra 160 e 190° si dovrà anzitutto esercitare un costante controllo del termometro che ci fornisce le necessarie informazioni sul parametro da regolare. Poi, a seconda che in quel momento la temperatura vada regolata verso l’alto o il basso, si deciderà se immettere carbone nella fornace o attendere. La Scienza dei Sistemi definisce simili dispositivi “circuiti di controllo a retroazione” (“feed-back”) mentre ”omeostasi” è il termine che designa lo stato di equilibrio conseguito nei viventi da dispositivi di regolazione operanti con identica logica. In effetti mai è stato scoperto alcun meccanismo biologico senza che ne siano stati poi scoperti altri ad azione antagonista. L’equilibrio nei viventi è perciò realizzato dall’azione di forze di segno opposto: l’arrivo del freddo suscita attività che mantengono le funzioni vitali al caldo mentre se sopraggiunge il caldo si generano attività di segno contrario e tutto ciò allo scopo di mantenere la temperatura costante. Notoriamente il primo atto diagnostico è proprio la misura della temperatura corporea che, al di là del freddo o del caldo ambientali, quando si gode di salute resta costante grazie all’equilibrio tra attività di segno opposto. Tutte le funzioni vitali (glicemia, ossigenazione del sangue e dei tessuti, pressione arteriosa, eccetera) sono incessantemente regolate da sistemi operanti con analoga logica omeostatica e “omeostasi” è divenuto sinonimo di stabilità biologica e di salute. La fortuna di tale concetto è determinata anche dalle sue innumerevoli applicazioni nella tecnologia dei sistemi artificiali: non esiste macchina intelligente o dispositivo automatico che non siano fondati sul controllo a retroazione. La malattia sembra così corrispondere alla perdita di un equilibrio prodotto da forze opposte e l’idea conseguente è che la causa vada cercata in una molla interna al meccanismo che si è rotta. L’atto medico opportuno è perciò in qualche modo analogo a quello dell’orologiaio che la sostituisce. E’ tuttavia impossibile comprendere il significato di “omeostasi” senza associarlo a quello di “gerarchia biologica”, concetto denso di implicazioni di estrema importanza proposto da Darwin nelle sue conclusioni sull’Evoluzione delle Specie. L’evidenza che a comparire furono prima forme di vita unicellulari e che da esse emersero poi forme multicellulari sempre più complesse suggerì che l’immagine più efficace dello sviluppo di tutte le specie fosse una piramide con le prime forme di vita alla sua base e le più recenti su gradini più elevati. Venne poi proposto che anche ogni singolo individuo costituisse una piramide: in basso i livelli più antichi di organizzazione biologica e in alto quelli più moderni che, nell’evoluzione, trassero origine dai primi da cui si differenziarono per successivi perfezionamenti anatomo-funzionali. Venne così offerta all’uomo l’opportunità di liberarsi dalla credenza di essere stato posto al centro dell’universo e di disporre a suo piacimento di tutte le altre forme di vita giungendo alla consapevolezza di avere egli stesso tratto origine da una lunghissima linea di progenitori (i più lontani dei quali molto dissimili da lui) e di serbare in eredità molti dei loro tratti. Alla lucidissima idea della piramide gerarchica dei viventi spesso è stata associata l’erronea convinzione che la struttura al vertice possa disporre liberamente di quanto accade nei livelli più bassi conoscendone le caratteristiche e potendone suscitarne le attività. E’ verosimile che questo errore sia frutto di semplificazioni che hanno assimilato la piramide biologica alla struttura di molte organizzazioni sociali. Negli organismi viventi tutti i sistemi biologici (nervoso, endocrino e immunitario) si sono invece strutturati su livelli gerarchici intercomunicanti e l’errata convinzione appena citata sostenne a lungo l’idea che il cervello, posto in cima alla piramide, costituisse una sede immunologicamente criptata e privilegiata esente dalle dinamiche patologiche degli altri distretti somatici. Benché sia stata clamorosamente smentita, tale credenza fa ancora percepire il suo peso nella pratica clinica e nei suoi correlati teorici [5].
Entrambe le entità, omeostasi e gerarchia, costituiscono frutti preziosi della recente impostazione positivistica e sono confermati dalle evidenze espresse dalla ricerca e dal buon senso comune. Tuttavia una rappresentazione della salute e della malattia fondata su tali concetti che non tenga conto di ulteriori elementi di grande importanza può ancora offrire dimora a grossolani equivoci. Anzitutto la rigida identificazione tra omeostasi e stato equilibrato di salute è immediatamente smentita da un’evidenza: tutti i viventi sono animali sociali e anche quello che viva in regime di totale isolamento è ugualmente costretto alla relazione (ininterrotta e continuamente mutevole) con milioni di batteri, funghi e spore che colonizzano cute, mucose, vie aeree e digestive. Questo aspetto implica che meccanismi omeostatici utili a un organismo possano risultare nocivi per un altro. Tanto più efficaci sono i meccanismi omeostatici di un batterio patogeno quanto più dannosi potranno rivelarsi per l’ospite e accade persino che alcuni virus si moltiplichino usando proprio i meccanismi omeostatici dell’ospite (cosa questa che condurrebbe al paradosso per cui l’efficacia adattativa dell’omeostasi dell’ospite potrebbe valere anche per il virus). Ma c’è ancora dell’altro. In un animale costretto all’attacco o alla fuga (pensiamo a un gatto aggredito da un cane) la sua sopravvivenza è legata alla possibilità che il “quieto equilibrio omeostatico”, effetto del bilanciamento di forze di segno opposto, si interrompa bruscamente sollecitando la pressione arteriosa, il ritmo cardiaco e la respirazione verso valori straordinari. Solo un tale violento squilibrio può consentirgli di arrampicarsi fulmineamente su un albero o contrattaccare efficacemente. Queste evidenze già basterebbero a smentire l’assunto per cui la quiete omeostatica corrisponderebbe tout court a un “equilibrio interno che si contrappone allo stato di malattia”.
Nella forma rigida e monodirezionata con cui spesso viene proposto, anche il concetto di gerarchia soccombe all’evidenza che persino le forme di vita più evolute possono ammalarsi e soccombere a un agente infettivo penetrato da una banale lesione a carico della cute o dalle vie respiratorie. Se un disordine che ha tratto origine nell’estrema periferia somatica può giungere a demolire in breve l’intera piramide, frutto di millenni di evoluzione, quali e quante connessioni tra i diversi livelli della gerarchia biologica individuale possono entrare in gioco nel generare lo stato di malattia? Di fronte a simili evidenze l’idea di una piramide gerarchica costituita da livelli separati a tenuta stagna viene necessariamente a cadere.
Confermata l’importanza di tutti gli elementi prima citati l’introduzione di un nuovo concetto, l’informazione, può offrire un potentissimo fattore conoscitivo. Una volta che si sia generata entro un sistema biologico e qualunque sia il grado del suo sviluppo evolutivo essa si traduce in un flusso pluridirezionale che si propaga ovunque trovi canali disponibili venendo manipolata solo ove incontri forze specificamente finalizzate alla sua attenuazione. Si tornerà sul tema argomentando sulle modalità con cui le prime responsabilità della costituzione del “Campo di Disturbo” (CdD) e della propagazione a distanza dei suoi effetti patogenetici risiedano proprio in alcuni meccanismi omeostatici (FEF1).
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L’Omeostasi e il Sistema Nervoso Vegetativo (SNV) nella letteratura scientifica
Le espressioni dal sapore romantico di Ferdinand Huneke, in questo sito più volte citate, suscitano minore sorpresa se pensiamo che in anni molto più recenti Günther Roeber (stimato medico professante la TNH, appassionato di Filosofia e sincero ammiratore dei fratelli Huneke) scrisse “Il Vegetativo e la sua Filosofia” ove presentò concetti elaborati tra il 1977 e il 1979 [31]. Con la lettura del volume la tentazione di accogliere l’attribuzione di una qualsivoglia filosofia al settore “vegetativo” del Sistema Nervoso, immaginando che con quel titolo l’Autore intendesse alludere alla logica funzionale del SNV, è presto naufragata. Già nella premessa egli infatti scrive: “Lavorando a questa filosofia del Vegetativo divenne sempre più evidente che le argomentazioni erano divenute una prova dell’inscindibile associazione esistente fra spirito e materia”. Nel libro, peraltro dalla gradevole lettura, è menzionato più volte il pensiero del gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin (filosofo, teologo e paleontologo che elaborò la legge di complessità e coscienza: la materia inanimata tenderebbe a diventare sempre più complessa e ad accrescere una propria intima “coscienza” passando a forme via via più evolute). Roeber attribuisce al Sistema Nervoso Vegetativo (SNV) requisiti teleologici che scientificamente non sono mai stati dimostrati e in buona sostanza propone che tanto misteriose e stupefacenti restano ancora ai nostri occhi le sue manifestazioni funzionali che, a fianco degli asciutti e incompleti risultati della ricerca sperimentale, l’esercizio di un po’ di filosofia e di misticismo non guasti affatto. Chi scrive intende precisare di non nutrire alcuna ostilità verso la Filosofia e verso i filosofi se non altro poiché una delle più grandi rivoluzioni nelle scienze naturali la dobbiamo a Cartesio, filosofo e matematico francese (1596-1650). Inoltre molti medici che hanno lasciato la loro impronta nella storia sono stati anche filosofi e letterati e spesso, in ogni campo del sapere e dell’agire umano, ove la Scienza non ha saputo rispondere ai quesiti la Filosofia le ha prestato soccorso. Dalla Seconda Rivoluzione Industriale in poi è noto che tra il medico e il filosofo si è inserita la figura dell’imprenditore e, anche se la fredda logica del profitto ha offerto a un maggior numero di soggetti la possibilità di curarsi, certo non mancano motivi di rimpianto per la completa scomparsa dal pensiero medico della Filosofia.
Passiamo ora nel fronte di chi ha vissuto di ricerca clinica e sperimentale e ha cercato di superare l’incompletezza dei suoi risultati persistendo nelle attività di ricerca anziché rivolgersi a categorie della metafisica. Nella prefazione di una delle sue opere Otto Appenzeller, professore emerito presso l’Università di Albuquerque (New Mexico, USA) e grande studioso del SNV definì quest’ultimo “immenso territorio di confine tra la Neurologia e le altre specialità cliniche della Medicina in cui quotidianamente ogni medico (l’internista, il cardiologo, l’endocrinologo, eccetera) si deve avventurare senza che nessuno si senta mai realmente a casa propria” [1]. Appenzeller ammonisce a non banalizzare le funzioni di questo settore del Sistema Nervoso poiché esse si esprimono in forme complesse e varie mentre, al contrario, accade spesso che la sua relazione con i meccanismi omeostatici siano valutati attraverso la lente deformante della linearità. Se inseriamo sul web le parole chiave “omeostasi” e “Sistema Nervoso Vegetativo” ci si imbatte, tra le altre, nella citazione dell’Enciclopedia Treccani “omeostasi, controllo nervoso della” a firma della professoressa Maria Spolidoro che dell’omeostasi fornisce una definizione tutto sommato in linea con quella proposta qui. Ciò che colpisce in quel testo è che l’ipotalamo, il principale effettore centrale del SNV, sia descritto doviziosamente in tutte le sue funzioni e connessioni con le altre aree del Sistema Nervoso Centrale (SNC) e Periferico (SNP) suggerendo l’impressione che tutte le funzioni omeostatiche, nervose e ormonali, siano nativamente collocate in quella sede ben definita e centrale dell’encefalo. Pur corretta, tale rappresentazione rischia di privarci di spunti di riflessione rispetto al flusso con cui conoscenze di varia provenienza (cardiologica, gastroenterologica, ginecologica, psichiatrica, eccetera) si sono condensate nel riconoscimento dell’ipotalamo quale area integrativa multimodale per la gestione dei parametri vitali e del comportamento istintuale. In realtà i percorsi multiformi, spesso accidentali, con cui i ricercatori hanno rappresentato dei meccanismi d’azione biomolecolari per inserirli in un modello generale di regolazione dell’uscita funzionale non possono dirsi ancora completati. L’analisi delle funzionalità di aree encefaliche considerate singolarmente sembra oggi confutare l’idea di centri univocamente destinati a svolgere compiti specifici mentre risulta più convincente un modello di cooperazione dinamica e fluttuante tra più aree nervose nell’espletamento di patterns di attività. La validità di tale modello è confortata da neuroimaging funzionali offerte dalla fRM e dalla PET che mostrano l’estrema fluidità e complessità di accensioni e connessioni tra aree encefaliche distanti nel corso di funzioni promosse intenzionalmente o attivate per via automatico-riflessa [23].
Prima di pervenire alla comprensione di questo livello integrato di complessità è giusto ribadire che i rigagnoli del sapere scientifico attraverso cui si è giunti a concepire la realtà dei sistemi regolatori sgorgarono in tempi diversi da sorgenti isolate, spesso distanti e reciprocamente inconsapevoli. L’americano Walter Bradford Cannon (1871-1945), non a caso neurofisiologo, partorì l’idea di omeostasi proprio al cospetto di fenomeni rapidi e drammatici nel corso di patologie acute (shock cardiocircolatori secondari a traumi ed emorragie) a cui egli poté assistere in qualità di medico militare. Il suo interesse si sviluppò nei confronti delle reazioni organiche già attribuite al sistema adrenergico (“simpatico”) che a quel tempo era identificato con una molecola capace di contrastare lo scompenso cardiocircolatorio entro pochi minuti dalla sua somministrazione: la simpatina. L’elemento che presumibilmente condusse il ricercatore alla formulazione del concetto di “omeostasi” fu la velocità delle risposte neuromediate che, anche per via ematica, non superano latenze di 2-3 secondi. Se non se ne conosce la logica può risultare difficile immaginare un dispositivo funzionale che serbi in se’ dei controdispositivi: se si ammette che tutti i meccanismi biologici procedano per linee di cause-effetti come immaginare l’esistenza di effetti che possano contrastare le proprie cause? All’epoca di Cannon la biochimica progrediva a passi da gigante e nei laboratori si osservavano stupefacenti trasformazioni che sembravano riuscire a spiegare le stesse basi della vita. Elaborato teoricamente e sperimentalmente tra gli anni ‘30 e ’40, il ciclo di Krebs mostrava con chiarezza il determinismo molecolare con cui si produce l’energia biologica negli organismi eucarioti e nell’entusiasmo suscitato dalla scoperta la “forza della vita” apparve invincibile: gli organismi viventi sembravano tutelare sé stessi per il semplice fatto di essere integri e completi e nel pensiero medico le quotazioni del vecchio Vitalismo romantico pareva che dovessero tornare a salire. Partendo da simili premesse si comprende come fossero improbabili drastiche inversioni di prospettiva culturale che provenissero dal versante biochimico e pertanto ad aprire la strada a epocali novità concettuali, non certo per caso, fu il fronte della Neurofisiopatologia. L’evidenza di fenomeni apparentemente paradossali poteva essere colta solo da chi, come il neurofisiologo americano, si trovava nella posizione più favorevole per osservare lucidamente eventi rapidi e drammatici [4].
Il progenitore ideale di Cannon fu senza dubbio il fisiologo francese Claude Bernard (1813-1878). Animato da insaziabile curiosità e capace di stupefacenti balzi intuitivi, Bernard visse nello stesso ambiente culturale in cui imperava il culto della medicina metafisica: il Vitalismo. A quel tempo il “mondo scientifico” (le virgolette qui sono d’obbligo) si fondava ancora sull’idea kantiana di νοούμενον (noumeno) quale prerogativa innata della mente umana che attraverso l’intuizione mirava a comprendere ciò che non poteva essere conosciuto con l’esperienza diretta. La profonda avversione che Bernard provava verso quella forma di pensiero lo spinse a concepire il suo metodo: osservazione, formulazione di ipotesi, verifica sperimentale, numerose ripetizioni dell’esperimento e (solo al termine di questo percorso) la teorizzazione di una legge di natura. Ancora oggi il suo metodo sperimentale vale quale procedura per caratterizzarsi entro criteri di scientificità. Claude Bernard mostrò il coraggio, l’intelligenza e la tenacia di contrapporsi a quel pensiero dominante vestendo i panni di un inflessibile eretico. Come poi avrebbe fatto anche Cannon egli si cimentò nella ricerca dei riflessi nervosi e delle connessioni funzionali tra quello che era considerato esclusivo appannaggio della mente, del pensiero e della coscienza (il SNC) e le basilari funzioni vitali rilevabili nei fluidi corporei. Egli cercò di dimostrare gli effetti della puntura del IV° ventricolo cerebrale sulle oscillazioni della glicemia mentre Cannon elaborò il ruolo centrale dell’ipotalamo nelle funzioni esecutive del sistema neuro-ormonale coniugandolo col repertorio delle emozioni umane. Attraverso una generazione Cannon elaborò il concetto di “omeostasi” laddove Claude Bernard aveva designato tale proprietà biofisiologica come “stabilità del milieu interiéur”. A distanza di decenni e di migliaia di chilometri quella semina offrì, tra l’altro, il generoso raccolto rappresentato dalle ricerche dei menzionati Ricker, Speranskij e Pischinger. Furono costoro a formulare le basi scientifiche e sperimentali su cui in seguito, superando il limite rappresentato dalla sua empiricità, la TNH avrebbe potuto riposare.
Nei successivi anni Ottanta-Novanta emerse un filone di ricerche che, con l’inserimento di nuovi contenuti scientifici e metodologici, riuscì ad applicare direttamente l’analisi matematica allo studio della fisiopatologia neurovegetativa. Soprattutto grazie all’opera del professor Alberto Malliani (chi scrive ha avuto il privilegio di conoscerlo personalmente e di costruire gran parte della propria identità professionale sui suoi insegnamenti), già Presidente della Società Italiana di Medicina Interna, si aprirono orizzonti di studio sulla regolazione nervosa viscerale. La prima grande obiettivazione capovolse quello che molti immaginavano che fosse il provvidenziale ruolo omeostatico del SNV: in corso di ischemia cardiaca sperimentale settori del sistema simpatico cervicotoracico suscitavano fenomeni di spasmo coronarico che incrementavano l’estensione dell’area di ischemia. Il fatto che gli animali sperimentali fossero stati preventivamente sottoposti ad anestesia generale consentì di escludere che quelle risposte del simpatico fossero determinate dal SNC attraverso una cascata adrenalinica appurando che si trattava di attività segmentarie spinali [26]. Venne così dimostrato che un SNV “sano” (ossia non tarato da alcuna “disautonomia”) può offrire le sue risorse alla patogenesi di malattie gravi e mortali… altro che garantire il salutare equilibrio omeostatico! Pur senza la forza di quelle evidenze sperimentali già da tempo la pratica empirica delle Terapie con Anestetici Locali (TAL) aveva “intuito” che doveva accadere qualcosa di simile dato che le cardiopatie ischemiche potevano essere trattate mediante infiltrazione con AL del ganglio stellato o con la sua ablazione (14). Pochi anni dopo il team di Malliani riprodusse sperimentalmente uno dei primi eventi che si verificano in caso di crisi ipertensiva: la dilatazione dell’aorta. Essa fu ottenuta ponendo un manicotto gonfiabile nell’aorta di gatti di cui si attese la completa guarigione mentre le afferenze del sistema simpatico a partenza dall’aorta venivano monitorate mediante un dispositivo di registrazione dei potenziali nervosi. Al gonfiamento del manicotto si registrò la partenza contemporanea di due treni di afferenze simpatiche di opposto segno funzionale: una di esse promuoveva un feed-back negativo che tendeva a perseguire la riduzione della pressione arteriosa mentre l’altra suscitava un feed-back positivo che tendeva a incrementarla ulteriormente [19]. Gli studiosi proposero l’esistenza di un dispositivo di controllo superiore a quello spinale, posto nel SNC e implicato nelle strategie adattative, a governo del balance tra le due forme di risposta: ove le condizioni ambientali e del “mezzo interno” permettano lo stato di quiescenza esso fa prevalere la prima mentre la seconda viene “liberata” ove l’animale sia indotto ad assumere comportamenti di attacco o di fuga. Fu un colpo micidiale all’idea che i circuiti retroazionati di segno negativo incarnassero “il bene” mentre quelli di segno positivo esponessero fatalmente “al male”. Benché il ponderoso contenuto di queste evidenze, emerse ormai più di cinquant’anni or sono, sia tale da imporre una radicale correzione della demonizzazione dei meccanismi “a feed-back positivo” esso ancora fatica a entrare nella cultura fisiopatologica del medico e a venire pienamente utilizzato. Per avere un’idea dell’inerzia con cui viene oscurato il contenuto innovativo di molte ricerche basti pensare che dopo le menzionate scoperte il testo di Fisiologia Umana a firma di Arthur Guyton, dedicato al corso di laurea in Medicina, ancora recita: “Ci si potrebbe chiedere come mai tutti i sistemi di controllo operino secondo un processo di feed-back negativo piuttosto che di feed-back positivo… a ben considerare la natura del feed-back positivo ci si rende subito conto che esso non conduce a stabilità omeostatica quanto piuttosto a instabilità e morte” [14].
Forse neppure negli ambienti più qualificati della TNH si è mai verificata una radicale correzione del punto di vista sul significato dell’omeostasi e dei dispositivi di controllo a retroazione. Leggiamo infatti cosa scrive nel 1977 l’austriaco Otto Bergsmann (pregevolissimo neuralterapeuta, docente universitario di Reumatologia e Affezioni da Focolaio presso l’Università Austriaca di Baden e primario del Sanatorio “Ludwig Boltzmann” di Gröbming):
“Valutiamo oggi i fenomeni connessi alla Neuralterapia alla luce della nuova scienza, la Cibernetica. Tutti i viventi presentano la caratteristica di mantenere costantemente le grandezze fisiologiche entro limiti accettabili e noi indichiamo questo come “omeostasi”. Quando i dispositivi di regolazione ordinaria non sono sufficienti meccanismi di distribuzione permettono di ripiegare sul altri sistemi regolatori con cui possa essere nuovamente normalizzata la grandezza colpita. L’omeostasi opera nel rispetto del principio dell’economia, offre cioè la risposta ottimale a una richiesta immediata o a uno stimolo fino ad adattare i processi metabolici nel modo più veloce e con il minimo dispendio di energia. Dal un punto di vista regolatorio/cibernetico il Campo di Disturbo è una fonte di perturbazione da cui vengono emessi stimoli costanti di diversa intensità che, attraverso un’energia anomala, sollecitano circuiti regolatori cellulari, umorali e nervosi. L’effetto del Campo di Disturbo provoca quindi un disordine dell’omeostasi che si oppone al principio dell’economia e produce ulteriori effetti che conducono al danno dell’organo” [2].
Così, tanto presso gli alfieri della più rigorosa “medicina ufficiale” quanto presso “eretici” anche di altissimo prestigio (come Otto Bergsmann) l’omeostasi è una dinamica ammantata di provvidenzialismo: essa garantirebbe lo stato di salute e il SNV, che ne è il principale effettore, la segue nella processione delle entità biologiche che -piaccia o non piaccia- così formulate sembrano mosse da una intelligenza suprema.
Torniamo alle reali evidenze. Le ulteriori ricerche di Malliani e collaboratori consentirono di individuare il ruolo computazionale di diverse istanze anatomo-funzionali nel controllo delle attività cardiovascolari. L’analisi nel dominio delle frequenze dell’intervallo R-R dei tracciati elettrocardiografici permise di distinguere l’azione della componente funzionale dell’innervazione adrenergica rispetto a quella colinergica: in altri termini si rese possibile la valutazione quantitativa del profilo della regolazione delle funzioni cardiache viste come risultato di quel bilancio simpatico/parasimpatico che nella vita di relazione vige costantemente promuovendo le risposte più adeguate rispetto alle richieste prestazionali [24][25]. Da ricerche successive emerse un’altra evidenza: la regolazione neurovegetativa non si limita al ruolo di attrice dell’adeguata variabilità dei parametri vitali in risposta a sollecitazioni ambientali ma promuove anche un altro tipo di variabilità, talmente pericolosa questa da poter indurre malattia e morte. Ancora con la metodologia quantitativa su indicata, divenuta nota col termine analisi spettrale della frequenza cardiaca, gli autori hanno successivamente riconciliato fenomeni fino ad allora considerati prettamente “periferici” (come l’innervazione gangliare del SNV) con l’integrazione centrale del traffico neuro-ormonale, ossia con il citato “modello ipotalamico” del SNV [24][25][27].
Proviamo ora a chiederci quale possa essere il senso di un sistema adattativo che, una volta attivato, promuove una vorticosa precipitazione di effetti dannosi. In anni recenti la risposta dei ricercatori (tra cui Giorgio Recordati, valido collaboratore di Malliani, merita di essere citato) sta proprio nella struttura informazionale ed evoluzionistica dei sistemi adattativi [29]: la realizzazione di sistemi indissolubilmente concatenati di azioni, controreazioni, combinazioni di attivazioni e inibizioni ha fatto dei sistemi biologici complessi delle autentiche bombe pronte a esplodere non appena nella loro elaborazione computazionale venga a inserirsi il cuneo, anche minuscolo, rappresentato dalla eccezione. Probabilmente l’esempio più luminoso di quest’assunto lo si riscontra, quale apparente paradosso, nella Medicina dello Sport: l’aumentata plasticità della regolazione neurovegetativa cardiovascolare dell’atleta che gli permette di coprire ranges molto estesi di frequenza cardiaca (dalla bradicardia a riposo fino a tenori di tachicardia consoni alle richieste agonistiche più estreme) risulta uno degli assetti fisiologici più inclini alla morte improvvisa per inspiegabili aritmie in soggetti giovani sani [8]. In parole semplici: all’incremento della complessità può corrispondere l’aumento della fragilità.
In anni in cui l’attenzione era quasi tutta orientata all’identificazione del maggior numero di elementi molecolari utili in Medicina il team di ricercatori guidato da Malliani comprese che ancora c’era molto da chiarire sulla logica funzionale dei macrosistemi di regolazione come il SNV. Con questa premessa egli non si stancò di ammonire che lo sguardo esclusivamente rivolto a oggetti sempre più piccoli può impedire la valutazione di dove essi si collochino nella complessa realtà del vivente e, persino, del loro significato funzionale. Invece che con confusi appelli a princìpi “olistici” le incontestabili evidenze ottenute su quel percorso di ricerca (premiate da numerosi riconoscimenti internazionali) continuano a offrire su robuste basi scientifiche un prezioso suggerimento: la segmentazione del vivente non è sempre la via più fruttuosa per comprenderne le dinamiche biologiche [25][27]. Furono le evidenze scientifiche emerse dal loro impegno a tenere a battesimo il concetto di “malattia quale realtà innervata” e nella pratica clinica quotidiana (forse ancor più nella professione della TNH) possiamo comprenderne le numerose intime implicazioni. Sono ancora quelle stesse evidenze che oggi, su robustissime basi scientifiche, incarnano tesi sulla inscindibilità del vivente che sono sulla stessa linea di quelle che furono proposte da Ricker, Speranskij e Pischinger.
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Meccanismi omeostatici nella generazione del “Campo di Disturbo”
Nel corso dell’evoluzione dei sistemi pluricellulari la gerarchia si è strutturata su due dominii: quello di canali ben differenziati in cui scorrono flussi di informazioni e quello di forze inibitorie che ne governano il traffico veicolandolo in attività di interazione con l’ambiente. Tale modello anatomo-funzionale è evidente in tutti i biosistemi a cui siano riconosciute funzioni informazionali: immunitario, endocrino e nervoso. Integrando omeostasi e gerarchia entro la ricchissima modulazione offerta dall’informazione risultano più chiari fenomeni apparentemente bizzarri come:
1. l’assenza di proporzionalità tra eventi connessi: se inseriti in flussi informazionali idonei, eventi deboli possono suscitare processi che sovvertono equilibri sovrastanti anche molto potenti.
2. il mutamento della connettività tra canali della comunicazione: stimoli convogliati usualmente entro un definito percorso preferenziale possono orientarsi su canali di comunicazione adiacenti che, a loro volta, possono raggiungere sedi lontane e apparentemente non connesse.
3. la formazione di “circoli viziosi”: fenomeno dovuto allo svincolo di sistemi omeostatici elementari dal controllo dei sistemi inibitori che ne regolano la durata e la diffusione.
Specie nelle malattie croniche la raccolta anamnestica mette spesso in evidenza l’assenza di proporzionalità tra eventi potenzialmente nocivi e conseguenti processi patogenetici ove i primi possono apparire anche molto esigui rispetto ai secondi. Emerge anche un altro dato: che sia il bisturi a correggere le lesioni della materia vivente o un farmaco a mitigare gli aspetti biochimici connessi alla malattia, quella della molla rotta negli ingranaggi dell’orologio non risulta un’idea esaustiva. Negli ultimi cinquant’anni la Chirurgia e la Farmacologia hanno prodotto numerosissimi vantaggi qualitativi e quantitativi ma proprio la capacità di prolungare la vita e permettere la sopravvivenza a malattie acute ha contribuito a determinare l’incremento di un fenomeno socio-sanitario che sempre più grava in termini di sofferenza umana e di costi economici: le malattie croniche. Anche se la molla difettosa è identificata e sostituita spesso accade che l’orologio non recuperi il suo normale funzionamento e che, anzi, scivoli in un oscillante stato di sofferenza. Tutto ciò sarebbe inspiegabile nei sistemi meccanici ma ormai sappiamo che la differenza sta nel fatto che i sistemi viventi sono predisposti entro un dominio informazionale. Restare legati all’idea di un orologio composto da elementi meccanici consente di identificare solo la frazione di realtà connessa al danno macro- o microscopico dell’ingranaggio ed è palese che la maggior parte delle forme morbose non è correlabile alla semplice condizione di un ingranaggio danneggiato. Va perciò accolto che ciascun ingranaggio dell’orologio non si limiti a esercitare la sua azione meccanica su quelli vicini ma che sia anche depositario di un apparato computazionale: un dispositivo ove si effettuano calcoli matematici frutto delle interazioni tra tutti i suoi costituenti. In altri termini, ogni elemento diventa portatore di un numero che in parte è frutto dei calcoli elaborati dai costituenti vicini e in parte è frutto della propria attività computazionale. Ciò che complessivamente emerge è il risultato delle interazioni tra gruppi di ingranaggi connessi (ossia di altri ingranaggi che raccolgono i risultati dei calcoli) e “integrazione” è il termine tecnico con cui la moderna Fisiologia definisce il risultato della sommazione tra elementi connessi nella direzione di un flusso di informazione (FEF1). A questo punto è lecito chiedersi quali siano gli attori fisici di tale capacità informazionale. Ogni organismo biologico, dalle forme di vita più elementari (come i virus) fino alle più recenti (come i primati) è costituito da soggetti che recano informazioni esprimibili in valori quantitativi, ossia veri e propri numeri, inseriti in linee di computazione geneticamente predeterminati. Complessi enzimatici prodotti dall’espressione fenotipica dei geni regolano e modulano, secondo un modello computazionale autoricorsivo, la stessa espressione genetica. Sostanze prodotte in particolari sedi anatomiche fungono da segnali che verranno amplificati o ridimensionati in particolari “centri di calcolo” posti a distanza, le ghiandole endocrine, attraverso il loro percorso nei fluidi organici. L’immunologia può essere considerata la scienza che studia la capacità dell’organismo di elaborare quantitativamente le relazioni con gli agenti a esso estranei producendo equazioni, inserendo moduli di memoria, incrementando o deprimendo reazioni a cascata tanto potenti da poter promuovere (in caso di errori di calcolo) malattie devastanti. Last but not least, le cellule eccitabili muscolari e tutta la recettorialità centrale e periferica che includiamo nel concetto di Sistema Nervoso si basano sulle proprietà fisiche delle loro membrane e, in particolare, sulle funzioni computazionali dei loro canali ionici. Quelli che definiamo potenziali pre- e postsinaptici, il firing degli spike che si propagano lungo i neuroni, il processo di trasduzione elettrochimica alla base della contrazione actinomiosinica e altri elementi ancora altro non rappresentano che le concrete modalità biochimico-fisiche con cui le cellule eccitabili effettuano addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni sul flusso di numeri che l’organismo processa. Altre pagine del sito offrono ampi riferimenti a questi meccanismi biologici che sono alla base della moderna Neurofisiologia. Su questo tema si suggerisce la lettura di “Interazioni tra organismo e ambiente e tra settori dell’organismo” (30) e la visione di (FEF1). Chiarito questo aspetto possiamo tornare ad argomentare sull’omeostasi attraverso immagini semplificate. Se in un ingranaggio informazionale biologico un elemento depositario di un “numero” viene eliminato (traumaticamente o chirurgicamente) altri elementi concorreranno a supplire alla mancanza dell’attore uscito di scena in modo tale che alla fine del processo di calcolo possa emergere un numero simile a quello che risultava in origine. Qualunque sia la realtà biologica in cui si declina (endocrina, immunitaria e nervosa) è questa, e soltanto questa, l’insopprimibile forza adattativa che merita di essere indicata come “omeostasi” e proprio a essa dobbiamo attribuire larga parte della capacità patogenetica espressa dal Campo di Disturbo (CdD) scoperto dagli Huneke (12) (FEF1) (FEF2) (FEF3)
Con l’esempio dell’orologio abbiamo esemplificato ciò che prima è stata identificata come “combinazione tra gerarchia informazionale e omeostasi”. Per verificare se l’esempio funziona immaginiamo che a seguito di un trauma un punto dell’orologio inizi a esprimere una cifra inusuale. Nell’orologio meccanico il trauma provoca disfunzioni solo se è stato abbastanza violento da danneggiarne un elemento mentre nell’orologio biologico il trauma facilmente provoca l’espressione di una cifra non usuale che viene inesorabilmente processata dagli elementi vicini. A loro volta questi ultimi trasportano con sé anche a distanza cifre che, per sommazione, possono finire col risultare abnormi. Potremo così assistere a disfunzioni indotte da elementi che non hanno sopportato alcun trauma diretto attraverso la produzione di un grado di alterazione che può risultare molto maggiore quanto più ci si discosti dal distretto somatico ove il processo di calcolo era partito. Secondo l’idea classica di omeostasi tale processo può essere definito come una modalità di retroazione positiva: l’espressione di un numero esorbitante deriva dall’elaborazione numerica di più elementi che tendono a mantenere lo stesso grado di sommazione (che potremmo definire “modulo”) del tutto incuranti del fatto che uno degli addendi sia inaspettatamente variato di numero. Perciò, per quanto sia stato piccolo l’incremento periferico, quanto più numerosi sono gli elementi inseriti nel processo di calcolo tanto più il risultato finale potrà esprimere valori esorbitanti in un punto qualsiasi (anche assai remoto) dell’orologio. Ma quali sono gli attori reali che producono, elaborano e trasmettono le informazioni che sostengono i processi omeostatici? Agli occhi del neurofisiologo si rendono immediatamente evidenti i sistemi cellulari specializzati nel gestire informazioni rapide e simbolizzate: le cellule nervose (si veda anche negli altri capitoli in questo stesso settore del sito dedicati alla Fisiopatologia). Attraverso complesse dinamiche dei canali di membrana citoplasmatica la loro precipua funzione consiste proprio nel mantenere e governare gradi quanto mai variabili di eccitabilità (33). La misurazione dell’eccitabilità delle cellule specializzate (neuroni, cellule muscolari cardiache, cellule muscolari lisce e striate) fornisce la cifra della loro attuale attitudine a elaborare calcoli informazionali entro un sistema dinamicamente interattivo con l’ambiente. Ma sappiamo che tutti i tipi cellulari (anche quelli non canonicamente annoverati come “eccitabili”) gestiscono la propria funzionalità con meccanismi elettrochimici di membrana capaci di modulare la propria funzionalità: le cellule del sistema immunitario, dei sistemi connettivi, mucosi e sierosi esprimono con modalità variabili (dettate dalla loro storia evolutiva) un proprio modulo informazionale. Poiché tale processo è frutto della continua elaborazione da parte degli elementi coinvolti la cifra finale esorbitante tenderà a persistere anche qualora sia uscito di scena il primum movens della malattia (l’elemento che inizialmente aveva prodotto il “numero sbagliato”). Esattamente questo è il meccanismo omeostatico con cui uno stimolo nocivo apparentemente banale può generare malattie croniche ed è questo il meccanismo di generazione del CdD (secondo la terminologia proposta dagli Huneke) e della diffusione a distanza dei suoi effetti patogenetici.
È evidente che qui l’omeostasi corrisponde a un meccanismo di conservazione di un’entità processuale (un modulo di sommazione) che si era costituita in un’attività computazionale precedente all’evento perturbativo. Con logica squisitamente fisica il processo è assimilabile a un fenomeno di inerzia e nella Fisica classica, alla stregua del rapporto esistente tra inerzia e forze d’attrito, la “retroazione positiva” può essere corretta solo se su di esso interviene un efficace sistema inibitorio. Semplificando attraverso una metafora, non è sufficiente che un velivolo in atterraggio affidi la sua decelerazione alla progressiva riduzione del rapporto tra inerzia e attrito delle ruote lungo il suo percorso: oltre all’azione frenante delle ruote la certezza che esso concluda la sua corsa nei limiti della pista è supportata anche dall’inversione del loro senso di rotazione. Su tale ridondanza della contrapposizione eccito-inibitoria (manifestata dall’esistenza di forze attivamente antagoniste a un effettore che già è in grado di modularsi autonomamente) troviamo ampi riscontri in ambito fisiologico e, in particolare, in alcune caratteristiche peculiari del SNV. Osservando ad esempio la coinnervazione simpatico/parasimpatica nella regolazione del ritmo cardiaco risultano evidenti strutture funzionali aggiuntive, all’apparenza esorbitanti, deputate al controllo di un parametro che teoricamente potrebbe essere modificato da un unico effettore. Ciò è dovuto al fatto che i meccanismi dell’evoluzione, piuttosto che attività di scarto di elementi antichi da sostituire con altri più moderni, si concretano nell’esercizio dell’ostinata conservazione di tutto ciò che (pur se antico e persino ancestrale) sia risultato utile alla vita adattata a patto che consenta l’emergenza di elementi dotati di nuove caratteristiche funzionali. Questi ultimi vanno a sovrapporsi ai preesistenti senza cancellarli ma sottoponendoli alla superiorità gerarchica che i processi biologici hanno loro conferito. Nelle cosiddette condizioni di salute questa organizzazione gerarchica, capace di resistere alle sollecitazioni della vita di relazione, viene “conservata” (FEF3).
Nei viventi i sistemi inibitori corrispondono ad attività computazionali che eseguono sottrazioni a valle del risultato delle addizioni: essi non eliminano gli elementi che producono le addizioni (le cause) ma ne mitigano costantemente il risultato emergente (gli effetti). Quando il sistema inibitorio fallisce nel controllo delle cifre prodotte dal sistema quest’ultimo torna libero di esprimere la sua capacità di sommare indefinitamente i numeri secondo il modulo di addizione già vigente. Il risultato finale della combinazione della sottrazione sulla sommazione produrrà, su elementi computazionali successivi, la riduzione dei valori sommati con cui verranno prodotti i calcoli successivi anche se il modulo di sommazione potrà rimanere alterato. Come vedremo, questa sovrapposizione non è individuabile in un sistema “piatto” (come nel caso dell’orologio) quanto piuttosto nella gerarchia evolutiva delle forme di vita pluricellulari ove assume una conformazione tridimensionale piramidale.
Anche molti degli attori reali che incarnano i sistemi inibitori nei viventi sono bene identificabili. Quando si parla di inibizione ci si può riferire a vastissimi campi della Biologia e della Fisiologia: dalla regolazione dell’attività enzimatica dei metabolismi cellulari a quella della risposta immunitaria fino alla modulazione del sistema endocrino. Anche per la sua estrema e vivace responsività in ambito sperimentale il tema assume una rilevanza speciale nella Fisiologia del Sistema Nervoso: i modelli di inibizione pre- e postsinaptica, l’inibizione ricorrente delle cellule di Renshaw del corno anteriore del midollo spinale, l’inibizione post-critica successiva alle crisi epilettiche e l’inibizione da diaschisi che consegue ai traumi e agli accidenti cerebrovascolari acuti costituiscono alcuni dei modelli fondamentali per comprendere questi aspetti del funzionamento del Sistema Nervoso. Gli studi dell’ultimo trentennio sui fenomeni inibitori corticali indotti da stimolazioni ripetitive (“periodo silente”) [17] uniti alle ricerche su attività nervose inedite (come quelle dei “mirror neurons”) [6] hanno impresso alle Neuroscienze un impulso paragonabile al progresso dei precedenti due secoli di storia della Fisiologia. Alla luce di quanto fin qui abbiamo esposto si può ben dire che piuttosto che scarno e insufficiente il background neurofisiopatologico della TNH oggi goda dei livelli più elevati e aggiornati di conoscenza!
Abbiamo qui già riscontrato numerosi meccanismi per cui un vivente, predisposto entro un dominio informazionale, esprime il primo fenomeno apparentemente abnorme e generatore di malattia: la perdita di proporzionalità tra l’evento dannoso e l’espressione della malattia e questo costituisce il prodotto diretto di quella “omeostasi” che ancora troppo spesso si ritiene che agisca esclusivamente a protezione dello stato di salute. Gli elementi appena citati, tutti pienamente contemplati dalla comunità scientifica, spiegano finalmente la malattia sostenuta a distanza dal CdD. Sebbene ormai priva dell’alone di mistero che per tanto tempo l’ha avvolta agli occhi del clinico e del ricercatore essa continua a mantenere tutto il suo fascino. In condizioni di salute possiamo osservare gli organismi omeostatici quasi come se scrutassimo dall’alto un ampio territorio distinguendo solo l’autostrada e l’alta velocità ferroviaria (le vie di comunicazione filogeneticamente più moderne). Quando si determina la patologia possiamo vedere riemergere numerosi percorsi, antichi e tortuosi, che prima si potevano scorgere solo con difficoltà. I dominii del tempo e dello spazio qui si dilatano e si sgranano, si manifestano antichi e ostinati meccanismi omeostatici sganciati dal controllo delle strutture biologiche più moderne e le istanze ridondanti della periferia somatica giungono a offuscare gli elementi finalistici più evoluti presenti attorno e sopra di esse. Non occorre distruggere quegli antichi sentieri, lenti e tortuosi, che si trovino in prossimità di un cantiere per la realizzazione di un’autostrada e si può prevedere che quest’ultima sarà sempre in grado di riaccogliere larga parte del loro traffico. Quando il sistema di veicolazione delle informazioni si altera (quando cioè difetta l’articolazione del sistema gerarchico inibitorio) quei vecchi sentieri tornano fatalmente a ripopolarsi di traffico e di merci. È proprio a causa dello svincolo dei sistemi omeostatici antichi dal controllo dei sistemi inibitori moderni che la cronica alterazione della gerarchia omeostatica “normale” si traduce nella formazione di circoli viziosi (FEF2).
Chi ci abbia seguito fin qui può essere rimasto colpito dal fatto che nello stato di salute l’orologio meccanico sembri indistinguibile da quello biologico. Dagli elementi che abbiamo addotto si potrebbe dedurre che il sistema vivente “sano” costituisca il risultato di un’egida del massimo grado possibile di inibizione tanto da sembrare dinamicamente inerte come un sistema inorganico. La differenza sta nel fatto che l’attore dell’inibizione di cui parliamo non è paragonabile a un sasso che contrasta staticamente una entità sottostante altrettanto rigida ma piuttosto corrisponde a un sistema computazionale costituitosi in architetture variabili nel tempo e nello spazio. Per chiarire meglio recuperiamo una metafora già proposta in altra parte del sito: immaginiamo che su un pittore ricada una cascata di vernice colorata e che l’uomo, anziché di un pennello, disponga solo di un tampone per cancellare. Grazie a quello strumento egli può sottrarre frammenti della vernice che gli è piovuta addosso in modo tale che dall’iniziale magma di colori emergano forme e colori desiderati e persino illusioni di movimenti.
Nei viventi i sistemi inibitori sono parte integrante delle complesse vie di comunicazione. Se in queste ultime si stabiliscono “aberrazioni” (fenomeni che, in senso lato, inducono disfunzioni) possiamo pensare che manipolando l’attività dei sistemi inibitori si possano contrastare quei circoli viziosi che sostengono le malattie. Si tratta della logica che è alla base di quella moderna “terapia patogenetica” che si traduce nelle più efficaci applicazioni farmacologiche: pensiamo ai calcio-antagonisti, ai beta-bloccanti, agli antistaminici, eccetera. E’ indubbio che tale tipologia di funzionamento colga nel segno e ne è prova che si tratta di farmaci che funzionano ma qui torniamo alla questione iniziale: siamo di fronte a una perturbazione che, magari inizialmente circoscritta e discreta, ha tratto origine da un ingranaggio periferico dell’orologio. Gli sviluppi seguenti della patologia sono promossi da meccanismi omeostatici che, per motivi intercorrenti e non riproducibili, sospingono verso l’apice della gerarchia strutturale il processo morboso consentendogli allo stesso tempo di espandersi su tutti i rivoli informazionali che trova disponibili. Quando l’intero organismo è ormai preda del disordine regolatorio il bravo medico ne identifica l’attore principale e lo bersaglia con il suo antagonista: ad esempio contro l’attacco asmatico il salbutamolo (agonista dell’inibizione sul broncospasmo e la mucosecrezione) consente al paziente di tornare a respirare normalmente. Se però lo somministriamo a soggetti non sofferenti di asma o ad asmatici quando non presentino sintomi non proteggeremo costoro dal rischio di attacchi asmatici ma li esporremo al rischio di malattie provocate da una ingiustificata somministrazione. Per sfruttare razionalmente l’inibizione dei sistemi regolatori informazionali dell’organismo anzitutto va compreso come questi si articolano nel tempo (la loro ritmologia) e nello spazio (la loro architettura). Recuperando una volta ancora la metafora dell’orologio: prima di aprirne la cassa cerchiamo di capire su quale ingranaggio si debba agire ma, soprattutto, si tenga presente l’orario a cui lo si intenda assestare.
Disponiamo adesso degli elementi interpretativi per capire ciò che spesso accade quando un biosistema “si ammala”: è venuta meno l’efficacia del sistema inibitorio che delimita e costituisce, a guisa di uno scalpellino, la consueta gerarchia adattativa. Una moderna ed esauriente accezione dell’Omeostasi non può limitarsi alla contemplazione dell’equilibrio tra energie contrapposte ma deve pervenire alla constatazione del suo percorso adattativo e, quindi, del suo possibile ruolo patogenetico.
Dalla Fisiopatologia Generale passiamo ora alle esigenze interpretative del medico che professi la TNH di fronte al caso concreto. Nella letteratura storica e nella nostra pratica corrente la ricerca del CdD richiede una scrupolosa anamnesi del paziente. Una disfunzione che a distanza di anni emerga in un distretto può essere ricondotta a eventi, anche remoti, il cui teatro somatico risiedeva in strutture anatomicamente e funzionalmente distanti. L’anamnesi, alla luce di un’ampia e complessa visione fisiopatologica, può ridisegnare percorsi che erano rimasti celati durante la vita del paziente. Sia la localizzazione dell’attuale area disfunzionale che le caratteristiche del quadro clinico non sono quindi frutto di equilibri omeostatici identici e riproponibili in tutti i pazienti poiché ciascuno di essi può essere giunto a simili effetti attraverso percorsi patogenetici specifici e individuali. Questo peculiare aspetto della TNH rappresenta tuttora il principale ostacolo alla sua piena accettazione dalla medicina accademica: infatti è pressoché impossibile disegnare un protocollo di ricerca di efficacia basata sull’evidenza se un analogo disturbo a carico di un’articolazione in un paziente viene anamnesticamente ricondotto a un remoto granuloma di un alveolo dentario mentre in un altro è connesso agli esiti cicatriziali di un’appendicectomia. L’interpretazione della malattia intesa come dislocazione di fenomeni omeostatici distribuiti nel tempo e nello spazio ci porta immediatamente alla necessità della comprensione dei processi evolutivi, nell’ontogenesi e nella filogenesi, il cui prodotto è la trasformazione del fenotipo dell’individuo. Allo scopo dobbiamo perciò necessariamente inserire nello scenario tutto ciò che è capace di interagire con esso. Da una parte annoveriamo attori esterni (biologici e non) e dall’altra attori interni (strutture biologiche integranti dell’individuo che esercitano azioni di regolazione sulle risposte prodotte alle sollecitazioni interne ed esterne). Entrambe esercitano un’azione frenante sull’evoluzione: i fattori esterni possono ridurre la riproduzione dei genotipi attraverso la “selezione naturale” (la morte precoce, qualora l’espressione del fenotipo si riveli incapace di far fronte alla pressione ambientale) o preservare le espressioni geniche dal mutamento casuale qualora alcune strategie adattative si rivelino vincenti (attraverso le dinamiche dell’epigenetica, scienza giovane e interessante quanto spesso male interpretata). Va rimarcato che i fattori interni sono proprio quelli invocati dalla teoria dell’omeostasi. In questo contesto, comune a quello di numerosi studi di Genetica e di Paleoantropologia, l’omeostasi viene a rivestire il ruolo opposto a quello dell’evoluzione [37]. Se quest’ultima (come già è stato accennato) è l’istanza della disgregazione progressiva dell’ordine strutturale degli individui, l’omeostasi rappresenta invece la conservazione: l’ostinato mantenimento di un’immobile stabilità nel tempo delle funzioni e della struttura dell’individuo.
In altre parti di questo sito web abbiamo diffusamente illustrato molte caratteristiche del funzionamento dei meccanismi omeostatici. Abbiamo fatto emergere il potere patogenetico di queste istanze (anch’esse assolutamente involontarie e afinalistiche) qualora la loro espressione induca l’espansione di progressive discrepanze informazionali alla base di numerose malattie. In relazione al rapporto tra evoluzione e omeostasi è opportuno sottolineare che sono entrambi fenomeni ritmici poiché esibiscono oscillazioni della loro efficacia nella scala del tempo. Se da un lato il processo dell’evoluzione appare tanto caotico quanto ineluttabilmente progressivo, molti studi ne hanno messo in dubbio la costanza: le teorie degli equilibri punteggiati [13] e delle derive genetiche [3] sono esempi di quanto anche un modello di incremento del disordine (la cosiddetta entropia) non possa corrispondere a una semplice scala di progressiva continuità lineare. A maggior ragione la cinetica dei processi omeostatici offre tutt’altro che modelli di rigorosa regolarità. Secondo la terminologia che abbiamo utilizzato nei capitoli dedicati alla Fisiopatologia e all’Istologia il presupposto del fenomeno omeostatico sta nella produzione di un “segnale-simbolo” capace di veicolare un’informazione attraverso una via spazio-temporale. Tali “simboli” si costituiscono quali leve funzionali retroattive sulla sorgente del segnale. Abbiamo visto come gli stessi dominii spazio-temporali su cui vengono veicolate le informazioni/simbolo siano differenziati in base alla loro origine filo- e ontogenetica e come la loro dinamicità venga espressa dai “ritmi biologici”. Abbiamo anche constatato come tali ritmi siano oggetto di perturbazioni che provocano cambiamenti della loro stessa “sensibilità”: i processi contrapposti di adattamento e di sensitizzazione (argomenti trattati in altra parte del sito (31) (FEF1) sono oggi assunti dalla comunità scientifica quali robusti fondamenti della moderna Fisiopatologia Generale. Recenti ricerche sono tese a perfezionare la valutazione degli eventi patologici in relazione ai ritmi circadiani e ultra-circadiani. Quindi è l’intero processo omeostatico, deputato al rigido mantenimento del regime parametrico, che può mutare in risposta all’interazione con l’ambiente. E’ da errori di computazione dei “simboli” (processati attraverso i fattori che producono leve funzionali) che si generano numerose malattie e va sottolineato che qui si parla di errori direttamente imputabili a potentissimi processi omeostatici! Sulla base di quanto accennato a proposito dell’epigenetica risulta chiaro che tali errori possono indurre casualmente anche pericolose perdite di efficacia dei meccanismi che sovraintendono all’integrità del patrimonio genetico.
Conclusioni
In questo capitolo più o meno direttamente ci siamo introdotti in un ambito di discussione ampio, complesso e ancora attuale riguardante il quesito su cosa sia scientifico e cosa non lo sia nella produzione di materiale medico da parte delle innumerevoli fonti disponibili. Volendo considerare il “metodo scientifico” quale figlio unico e inedito del Secolo dei Lumi è noto che l’argomento rappresentato da chi meriti il “certificato di scientificità” è oggetto di dibattito ultracentenario. Nonostante la grande mole di produzione epistemologica, da John Locke a Karl Popper, la disputa è tutt’oggi ben lungi dall’essersi conclusa e questo incremento di incertezza almeno in parte deriva dalla moltiplicazione del numero e della qualità delle fonti. All’epoca degli studi universitari chi scrive attingeva alle basi della conoscenza tramite pochi testi autorevoli redatti da docenti di università internazionali e consultava riviste scientifiche conservate nelle biblioteche accademiche. Erano frequenti le corrispondenze epistolari tra colleghi lontani per scambiare materiale scientifico e non di rado si era costretti a viaggiare per l’Italia e l’Europa a recarsi presso biblioteche che custodivano opere altrimenti introvabili. Regnava una sostanziale separazione tra il sapere di pochi iniziati e la varia qualità delle percezioni sulle nuove risorse mediche da parte dei “non addetti ai lavori”. Chi è molto giovane forse non ricorda il successo commerciale che negli anni Settanta del Secolo scorso riscossero le enciclopedie mediche presso famiglie preoccupate di non comprendere il nostro lessico. La disparità gerarchica tra medici e profani incuteva ancora un discutibile rispetto passivo verso le vigenti pratiche assistenziali che, di fatto, venivano considerate ineluttabili. Poi arrivò il Web e gradualmente quella rivoluzione funse da volano di crescita esponenziale delle conoscenze sia per la comunità di ricercatori e studiosi che per l’umanità “non addetta ai lavori”. Ancora prima di quell’avvento aveva già cominciato a manifestarsi un’onda critica rispetto alla bontà delle pratiche mediche in vigore con pesanti riserve circa la loro veridicità avanzate per lo più da gruppi frastagliati e talora pittoreschi. Alcuni di essi formulavano ipotesi fondate su supposizioni coltivate all’esterno delle istituzioni scientifiche da cui, per i motivi più diversi, si sentivano lontani. Da allora quell’onda ha gradualmente pervaso il Web e oggi non solo si assiste a radicali tentativi di desautorazione della medicina accademica ma talora persino al ripudio del sistema copernicano da parte di convinti assertori che la terra sia piatta e che l’uomo non abbia mai messo piede sulla luna. Per onestà intellettuale non si può sottacere che tra i motivi che diedero origine a quella contestazione vi fu l’evidenza della scarsa efficacia della Medicina rispetto alla crescita statistica delle malattie croniche e tra quelli che oggi più la alimentano si aggiunge anche la burocratizzazione del rapporto medico-paziente e la sua riduzione ai minimi termini sul piano della capacità di ascolto e di empatia. Nonostante la fragilità degli argomenti alla base della maggior parte di quelle asserzioni è innegabile che il tema della scientificità della Medicina continui a suscitare fraintendimenti e ambiguità. Se è vero che il “fronte antiscientifico” ha mosso l’attacco alla medicina accademica è altrettanto vero che quest’ultima ha replicato con atteggiamenti che, con ogni benevolenza, appaiono burocratici e opachi. Essa ha infatti contrapposto tutti i suoi arsenali: il metodo di pubblicazione peer to review per accettare o meno gli articoli scientifici in base all’autorevolezza delle fonti, i criteri adottati nelle ricerche con privilegio dei lavori basati su numerose osservazioni omogenee con parametri controllati simultaneamente in istituti diversi e sul controllo vs placebo e, persino, l’omologazione della terminologia medica in un linguaggio “scientific english” spesso esibito con apparente disinvoltura anche da taluni che non saprebbero ordinare una birra al banco di un pub londinese. Si può ben dire che la strategia difensiva adottata dall’accademia non abbia brillato sul piano dell’efficacia e della lungimiranza! Presso numerosi istituti universitari alcune delle citate misure hanno persino favorito la diffusione di un cancro etico, culturale e materiale vorace di denaro pubblico: la frode scientifica, fenomeno che ha offerto agli avversari ulteriori argomenti. Per questa via sono state poste le basi di una vera e propria guerra di logoramento: da una parte la medicina ufficiale e dall’altra i barbari. Altre pagine del sito narrano più dettagliatamente la storia della TNH calata in questo contesto storico e culturale e spiegano come anch’essa sia stata invischiata in questa malata dinamica di polarizzazione delle posizioni. La metodica riflette enormi contraddizioni poiché, pur nata nel cuore della medicina scientifica e sperimentale, rimane costantemente in bilico tra l’accoglimento in ambito scientifico e l’inclusione tra le “pseudoscienze” (13b) (13c) (13d).
Per quanto le attuali vigenti metodiche di Evidence Based Medicine si dimostrino potenti rispetto alla protezione della salute di numerosi pazienti (almeno in numerose circostanze) appare necessario e persino urgente anche riaccostare l’occhio ipermetrope sulla singola realtà clinica. Se da una parte, nonostante gli scossoni impressi dalla pandemia di Sars-Cov19 e la qualità della sua gestione, la nostra medicina territoriale fa sì che ancora sia piuttosto improbabile soccombere a un’appendicite è innegabile che tanti singoli pazienti lamentino di non sentirsi compresi. E’ da questa umanità sofferente, avida di notizie attingibili dal Web, che emergono le maggiori simpatie per quelli che dal mondo scientifico sono definiti “barbari”. Da decenni la TNH produce effetti terapeutici, talora rilevantissimi, su singoli pazienti ma non è espandibile in un profilo d’efficacia basato sui criteri attuali e anche per questo non è rimborsabile dal nostro Sistema Sanitario Nazionale. Merita perciò di essere scartata? Seppure siano quasi sempre digiuni di reali conoscenze sulla metodica, sulla sua storia e sulle sue basi scientifiche è ciò che sostengono molti di coloro che discettano di scientificità rimanendo acriticamente e dogmaticamente attaccati a rigidi protocolli. Gli obbligati percorsi concettuali e pratici relativi all’Omeostasi, al SNV e all’Evoluzione delle Specie si sono mostrati terreni scivolosi sia per numerosi bravi professanti la TNH che per altrettanti inflessibili alfieri della medicina accademica e pertanto, su posizioni che sembrano inavvicinabili, sarebbe auspicabile che calassero elementi condivisi a offrirsi da ponte per confronti sereni e purgati da ogni pregiudizio ideologico. Con tutta l’umiltà possibile i contenuti di questo nostro scritto si inseriscono in quell’auspicio, nutrono quell’aspirazione.
Da sempre la TNH è imbrigliata in una bizzarra contrapposizione che rende ancora difficile ammettere che se un atto medico in essa contemplato, ad esempio il blocco con AL del ganglio stellato, può evitare l’evoluzione sfavorevole di un infarto miocardico o di un edema cerebrale è necessario che la si riconosca tra le procedure mediche “di alto profilo” e finalmente si dichiari che non si stratta di medicina alternativa, ancillare o complementare! Confortato com’è da numerosi dati concreti questo, che sembrerebbe un giudizio facile da esprimersi, trova però l’ostacolo rappresentato dalla contemporanea esistenza di due differenti declinazioni della stessa metodica: una “scientifica” e una “neoromantica”. E’ una prerogativa esclusiva della TNH poiché non si ha notizia di rappresentazioni double-face della Cardiologia, della Neurochirurgia, dell’Ortopedia, della Dermatologia, eccetera. Questa realtà fa discendere un corollario di domande la più importante delle quali è dove la metodica debba collocarsi, quale sia la sua dimora nel panorama generale della Medicina (13b) (13c).
E’ nostra convinzione che il mondo della TNH debba oggi esibire con maggiore risolutezza i suoi “gioielli di famiglia”: anzitutto gli evidentissimi risultati terapeutici che in ogni settore specialistico della Medicina Clinica il Metodo Huneke ha ottenuto con un rapporto estremamente favorevole benefici/rischi e benefici/costi biologici-economici e inoltre il notevolissimo background fisiopatologico che nel corso degli ultimi sei-sette decenni è stato raccolto su solide basi scientifiche. La metodica ha infine da vantare la custodia di un’enorme ricchezza che dalla medicina clinica “convenzionale” in questi decenni è stata quasi totalmente dissipata: essa infatti prevede la minuziosa raccolta dell’anamnesi, accurati esami obiettivi, disamine critiche degli esami strumentali e un diverso utilizzo dei “protocolli”. Questi ultimi qui spesso corrispondono a verifiche finali dell’operato piuttosto che a rigide linee guida atte a pilotare medici robotizzati e scientificamente indeboliti. E’ incontestabile che da tempo nel mondo si tengano periodici convegni di TNH di altissimo livello qualitativo e che siano sorti numerosi circoli scientifici ma è altrettanto vero che l’apporto della metodica a convegni di Medicina e Chirurgia indetti su ogni altro tema costituisca ancora un evento tutt’altro che frequente. Cosa può significare? Il mondo della TNH esprime forse l’inclinazione a costituirsi quale realtà di nicchia? Probabilmente non si tratta di questo: la vera questione sembra risiedere nella qualità dei modelli e del relativo lessico che una parte non trascurabile del mondo della TNH adotta ove hanno trovato spazio impostazioni metafisico-spiritualiste che, in chiave moderna, replicano antiche posizioni già illustrate nel paragrafo “Suggestioni magico-metafisiche su temi riguardanti la vita” (32a). Accade talvolta che il target della terapia sembri essere identificato nello “spirito” e, pur continuando a formulare l’arcinota giaculatoria sul ruolo dei potenziali di membrana cellulare e a invocare Ricker, Speranskij e Pischinger (ecco di nuovo il provvidenziale “puntello biologico”) si giunge a proporre la procaina quale principale grimaldello per entrare nel vivo dei conflitti interiori, spirituali ed esistenziali dei pazienti. Attraverso la loro soluzione si presume di pervenire così alla guarigione di malattie somatiche senza che tra le invocate oscillazioni dei potenziali di membrana, la composizione della matrice extracellulare e i vissuti emozionali individuali siano mai stati scientificamente repertati nessi certi e proporzioni misurabili. Con disinvoltura si passa dal proporre ipotesi psicobiologiche sulla “capacità patogenetica delle separazioni” all’offerta della procaina quale mezzo per il recupero della felicità perduta. Supportate più dalla narrazione degli operatori che da obiettivazioni fruibili in ambito scientifico queste tesi si fanno forti del contrasto che dichiarano di opporre alla separazione tra corpo e spirito mediante una nuova declinazione dell’antico principio olistico, inconsapevoli o incuranti del fatto che già sono superate da tempo e ora, inavvertitamente, rischiano di precipitare in un tombino rimasto aperto: il pensiero metafisico pre-cartesiano. E’ questa una delle posizioni che mostrano il fianco alle pulsioni oppressivo-espulsive del moderno Sant’Uffizio della medicina accademica e che, al tempo stesso, conducono all’autoisolamento dalla comunità scientifica che è l’unica possibile dimora per qualsiasi disciplina medica. Per quanto riguarda molti bravi Colleghi medici professanti la TNH vogliamo immaginare che comprendano che occorre uno sforzo orientato alla maggiore aderenza ai criteri generali di scientificità per contribuire a salvaguardare dalla marginalizzazione questa nostra straordinaria metodica.
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