20 Gen 20. Le Terapie con Anestetici Locali (TAL) nei disordini del trofismo tissutale
Claudio Dell’Anna
Nota dell’autore.
L’Utente può prendere visione di alcuni filmati. Quelli siglati (FTI1)(FTI2)… illustrano tecniche iniettive ma non hanno finalità didattiche poiché alcune registrazioni risalgono a molti anni fa e, nel corso del tempo, molte di esse (analogamente a quanto accade in Chirurgia e nelle farmacoterapie) sono state perfezionate. Qui sono offerte in visione solo per permettere all’Utente di comprendere quanto ampio sia il ventaglio d’azione della metodica e sincerarsi del fatto che i pazienti non mostrano di patire alcuna sofferenza nel corso della loro applicazione
Forse meglio di altri questo argomento mostra quanto le Terapie con Anestetici Locali (TAL) non rappresentino semplicemente un mezzo per placare transitoriamente alcune forme di dolore quanto piuttosto una modalità di neuro-immunomodulazione capace di modificare durevolmente numerose dinamiche patogenetiche. Solo da qualche tempo siamo in grado di monitorare accuratamente parametri continuamente mutevoli (come il flusso capillare terminale) e attori biologici molto piccoli (come certi messaggeri chimici). Per queste ragioni fino a un recente passato le distrofie, manifeste alterazioni qualitative dei tessuti, sono state tra le espressioni prese in maggiore considerazione rispetto ad altre poiché la loro osservazione è stata una delle poche vie di accesso all’obiettivazione, uno tra i primi requisiti richiesti dai criteri formulati da Claude Bernard per conferire validità alle osservazioni medico-scientifiche.
Il tema del trofismo riguarda ogni tessuto e pertanto, per motivi di spazio, qui non potrà essere trattato se non in forma sintetica. Ci si limiterà a illustrare i disordini trofici che riguardano la cute e l’osso e ad approfondire una patologia che coinvolge contemporaneamente più tessuti biologici: la Complex Regional Pain Syndrome (CRPS).
Qualunque sia il tessuto colpito le distrofie possono variamente essere associate a dolore, presentare evoluzioni acute o cronico/progressive, talora conseguire a noxae rilevabili (traumatiche e/o chirurgiche, infezioni, agenti fisici), altre volte possono invece manifestarsi apparentemente sine causa e, infine, esprimersi come mancanza o insufficienza dei processi riparativi di lesioni traumatiche e/o chirurgiche. Anche qui saranno esposte le esperienze dei precursori delle applicazioni delle TAL per giungere alle più recenti evidenze scientifiche e sarà questa l’occasione per illustrare, tra l’altro, alcune vicende che ebbero un grandissimo impatto sui destini scientifici e umani degli studiosi applicati a questo ramo del sapere medico.
Vasili Konstantinovich von Anrep (1819-1927), medico di San Pietroburgo, è l’unico russo fin qui citato tra numerosi studiosi tedeschi, francesi, britannici e americani. La lacuna potrà ora essere colmata accennando anche agli sviluppi delle conoscenze fisiopatologiche e alle applicazioni delle TAL nel suo Paese che da impero zarista si trasformò nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e successivamente si divise in numerose nazioni con diverso grado di sovranità. Il prestigio della scuola russa di Fisiologia si affermò per merito del geniale Ivan Mikhaylovich Sechenov (1829-1905). Analogamente ad altri studiosi e letterati russi, Sechenov assunse posizioni critiche nei confronti della brutalità del regime zarista e questo lo condusse alla sbarra con l’imputazione di apologia della filosofia materialista e vilipendio della religione cristiana. Il suo pensiero orientò illustri fisiologi suoi connazionali i cui nomi sono oggi associati a patologie e a meccanismi fisiopatologici (tra cui Konstantin Mikhailovich Bykov, Sergei Korsakoff, Vladimir Bekhterev, Vladimir Demikhov, Ivan Pavlov e Nikolay Pirogov) oltre a studiosi di altre nazionità (Johannes Müller, Emil DuBois-Reymond, Hermann von Helmholtz e Carl Friedrich Wilhelm Ludwig).
Come si può evincere dalla storia del chirurgo Vasili Konstantinovich von Anrep, nell’impero russo (e successivamente nell’URSS) gli studi di Fisiopatologia Generale e le esperienze maturate sul fronte delle Terapie con Anestetici Locali (TAL) trovarono numerosi punti di incontro e reciproco rinforzo. Inizialmente confinate nella regione nord-occidentale dell’impero, le sue esperienze sull’impiego di soluzioni di cocaina (a quel tempo l’unica sostanza ad effetto Anestetico Locale = AL) ebbero in breve una diffusione sempre maggiore. L’amministrazione sanitaria zarista gli aveva assegnato una carica di prestigio ma i successivi sviluppi dell’assetto politico del suo Paese lo sorpresero nello schieramento dei soccombenti ed egli preferì riparare a Londra e poi a Parigi. Oltre che suscitare in lui un sentimento di frustrazione la perdita di contatti connessa al suo espatrio limitò di molto la diffusione delle sue pubblicazioni [1] e, com’è noto, agli occhi del mondo gli sottrasse il primato della scoperta dell’anestesia locale che venne attribuita all’oftalmologo boemo Karl Köller. Per questa ragione von Anrep è stato recentemente indicato come “il dimenticato pioniere dell’anestesia locale” [104]. Nonostante le descritte avversità almeno in alcuni distretti del suo Paese natale le pubblicazioni che portarono la sua firma si dimostrarono feconde: nella Clinica Universitaria di Chirurgia Generale il dottor Alexej Ilich Lukashevich giunse a concepire una tecnica di anestesia locale delle dita e il professor Ivan Monastyrsky, con il suo collaboratore Anton Vasili Orlov, iniziarono a condurre impegnativi interventi chirurgici nell’Ospedale Universitario di San Pietroburgo impiegando l’anestesia locale con soluzioni di cocaina. Ricalcando le orme del prussiano Karl Ludwig Schleich, Orlov si dedicò anche allo studio delle concentrazioni di cocaina che offrissero i maggiori vantaggi anestesiologici e terapeutici con la minore esposizione a rischi iatrogeni [88]. Successivamente all’apertura di quella pista da parte del pioniere Vasili von Anrep gli sviluppi delle TAL in quella parte del mondo ebbero come protagonisti tre personaggi di grande levatura: i ricercatori e clinici Alexander Vasilyevich Vishnevsky e Alexander Alexandrovich Vishnevsky, rispettivamente padre e figlio, e il meno noto Alexeij Dmtrievich Speranskij che per anni ricoprì il ruolo di “ricercatore puro”. Come per von Anrep anche le carriere scientifiche e i destini personali di questi ultimi risentirono profondamente del contesto storico in cui erano immersi: padre e figlio Vishnevsky furono coperti di onoreficenze quali eroi dell’Unione Sovietica mentre la fulgida stella di Speranskij, ricercatore della Scuola del Cervello di Mosca, si spense improvvisamente nel momento in cui osò proporre tesi non del tutto coincidenti con quelle di Ivan Petrovich Pavlov. Speranskij aveva sottovalutato che Pavlov, illustre campione delle neuroscienze sovietiche, era indicato al mondo come motivo di orgoglio per la “patria socialista” e confliggere anche marginalmente con le sue posizioni poteva trasformarsi in una delicata questione politica. Temendo l’accusa di intelligenza con i nemici dell’URSS e di scomparire nei sotterranei della Lubjanka, Speranskij trovò frettolosamente riparo negli USA. Trascorsero anni prima che venisse pubblicato il frutto delle sue pregevolissime ricerche. L’esule si distinse dai due Vishnevsky sul piano del rapporto con i disordini del trofismo: mentre lui studiò ogni modo per suscitarli sperimentalmente i due Vishnevsky sperimentarono ogni forma di cura che potesse condurli a guarigione. La combinazione delle due fonti di esperienza generò un patrimonio di opportunità cliniche ancora oggi non sufficientemente conosciuto e perciò ancora lontano dall’essere pienamente sfruttato.
Quelli appena descritti non furono gli unici casi in cui il rapporto individuale con il potere politico segnò il destino dei padri fondatori delle TAL e della Terapia Neurale secondo Huneke (TNH).
Gustav Wilhelm August Josef Ricker (1870-1948), nativo della città di Hadamar nell’Assia, studiò Filosofia e Medicina a Zurigo, ad Halle e infine a Rostock (importante città della Pomerania) ove si dedicò alla ricerca sperimentale in Patologia. Nella Pomerania protestante la sua fede cattolica gli sbarrò la strada alla successione al professor Ferdinand Albert Thierfelder nella direzione della cattedra universitaria e nel 1933 il rifiuto di giurare fedeltà al programma del Terzo Reich gli compromise definitivamente la carriera accademica. Tuttavia le conseguenze delle sue scelte all’insegna di un’esistenza vissuta con la “schiena dritta” non gli preclusero la via per un posto d’onore nella Storia della Medicina. Nel 1924 pubblicò infatti “Pathologie als Naturwissenshaft, Relationpathologie” (Teoria della Patologia di Relazione). L’opera raccoglieva una serie di osservazioni sperimentali iniziate nel 1905 e le considerazioni finali sul loro esito proponevano che tutte le componenti dell’organismo, tanto nella condizione di salute quanto in tutte le forme morbose allora note, fossero legate da uno stretto rapporto di interdipendenza funzionale. Ricker ritenne di avere identificato nelle attività vascolo-nervose, piuttosto che in quelle idiocellulari, le dinamiche responsabili dei processi patologici di base [76]. Fondate su ricerche sperimentali condotte con estrema cura, le sue tesi si trovarono in conflitto con la teoria dell’anatomopatologo tedesco Rudolf Virchow (1821-1902), a quel tempo assolutamente dominante e nota come “Teoria Cellulare”, che proponeva che la cellula si nutre, esplica le sue funzioni, si moltiplica, si ammala, guarisce e muore essenzialmente grazie ad attività e risorse sue proprie [94]. Dall’addome di conigli narcotizzati Ricker estraeva il pancres con il relativo meso e lo riponeva su un piano senza interromperne l’alimentazione nervosa e vascolare. Su quel modello animale poté così osservare che i vasi terminali pancreatici reagiscono in modo uniforme a stimoli irritativi diversi e che a fare la differenza era la loro intensità. Esperimenti condotti sul padiglione auricolare, sulla congiuntiva e sul surrene dei conigli diedero luogo a risultati analoghi e lo studioso ne concluse che gli stimoli erano raccolti dal sistema nervoso connesso ai vasi terminali e che questo valeva per l’intero organismo. Osservò anche che uno stimolo applicato su un distretto somatico poteva dare luogo a risposte neurovascolari sia in quello stesso distretto che a distanza da esso e ciò rafforzò in lui l’idea della responsabilità nervosa nei processi che suscitava sperimentalmente. Quanto agli effetti connessi all’intensità degli stimoli irritativi Ricker semplificò i risultati delle sue osservazioni formulando la “legge dei tre scalini”: un’irritazione debole stimola i nervi vasodilatatori; un’irritazione di media intensità stimola i nervi vasocostrittori con riduzione del flusso capillare; un’irritazione violenta dapprima induce il blocco dei nervi vasocostrittori mentre stimola i vasodilatatori ma poi anche questi ultimi risultano funzionalmente bloccati con il risultato di una iniziale iperemia e un successivo rallentamento del flusso fino alla stasi e alla eritroagglutinazione. Quando la stasi ematica non si dimostrava irreversibile seguiva una dilatazione arteriolare. Per lo studioso un aspetto di somma rilevanza era rappresentato dal fatto che ognuna delle tre forme di risposta agli stimoli irritativi poteva manifestarsi nella sede stessa dell’applicazione dello stimolo ma anche a distanza da essa grazie ad “attività nervose riflesse” [76]. Le sue osservazioni lo convinsero che tutti i settori dell’organismo sono connessi reciprocamente come anelli di un’unica catena sì che l’alterazione di un solo anello può alterare la stabilità dell’intero organismo. Ricker non riuscì a “vedere” materialmente i nervi perivascolari ma ne intuì l’esistenza attraverso l’osservazione delle risposte vascolari agli stimoli irritativi sperimentali. Alcuni anni dopo l’istologo tedesco Phillipp Stöhr Jr riuscì a obiettivare al microscopio la sottile trama nervosa attorno ai vasi e alle cellule degli organi della cui esistenza Ricker si diceva certo per deduzione [91]. A Gustav Ricker va riconosciuto il merito di avere formulato per la prima volta un modello unitario dell’organismo fondato su dati sperimentali piuttosto che su categorie filosofiche. Con tutti i limiti che possono essere attribuiti alle sue ricerche il suo impianto teorico costituì il primo mattone del razionale di una particolare forma di TAL che egli non ebbe il tempo di conoscere: la TNH. Dopo alcuni anni il neuropatologo Dietrich Plester, cresciuto professionalmente alla scuola di Leopold Auerbach (lo scopritore del plesso mienterico), avvalendosi dei progressi della microscopia esaminò i fenomeni descritti da Spieß e da Ricker e obiettivò gli stretti legami funzionali tra nervi periferici e vasi sanguigni nelle infezioni batteriche e nelle infiammazioni abatteriche dimostrando la capacità dell’AL procaina di interrompere gli eventi infiammatori a quel tempo visibili al microscopio [72].
Alexandr Dmitrievič Speranskij, patologo sovietico attivo presso la prestigiosa Scuola del Cervello di Mosca, pubblicò nel 1934 “Grundlagen der Theorie der Medizin” (“Fondamenti della Teoria della Medicina”) in cui le tesi della “Patologia di Relazione” avanzate da Ricker venivano accolte e implementate. Al termine di meticolosi studi egli giunse a proporre un concetto oggi universalmente accettato ma che al suo tempo poteva essere considerato eretico: in larga misura, più che alla capacità offensiva delle noxae, la malattia corrisponde alla risposta che l’organismo esprime a esse [90]. Nelle sue tesi il Sistema Nervoso (SN) ricopre un ruolo dominante nella genesi delle malattie e, benché non sia stato diretto testimone delle esperienze degli Huneke, i risultati delle sue ricerche sono fondamentali per la comprensione della Terapia Neurale concepita dai due fratelli tedeschi. Speranskij diffidava di quella “mistica del cervello” che lo immaginava come un santuario protetto da stimoli scaturiti dal Sistema Nervoso Periferico (SNP) e/o da infiammazioni della periferia somatica. Orientò parte importante delle sue ricerche a dimostrarne l’inconsistenza attraverso lo studio della fenomenologia epilettica e dei processi distrofici da lui definiti “standard”. Egli provocava sperimentalmente crisi epilettiche mediante necrosi puntuali della corteccia cerebrale col metodo del freezing con acido carbonico e si convinse che fenomeni epilettici potevano manifestarsi qualunque fosse il settore corticale congelato. Se entro breve tempo l’area congelata veniva asportata le convulsioni non si manifestavano e l’animale poteva riprendersi ma se ciò avveniva dopo la comparsa delle prime manifestazioni convulsive esse iniziavano a succedersi con sempre maggior frequenza. Questo gli suggerì che la corteccia rappresenta solo il punto di partenza dell’irritazione epilettogena che, poco dopo, guadagna regioni sottocorticali innescando meccanismi di autoperpetuazione. Il passo successivo fu l’induzione di crisi epilettiche attraverso irritazioni nervose periferiche (ossia inflitte al di fuori del nevrasse) applicando formalina, sostanze acide, bile o fenolo. Egli dimostrò che anche l’irritazione di un ramo nervoso trigeminale, del nervo vago o del nervo sciatico può suscitare crisi epilettiche e la contemporanea aspirazione di pochi centimetri cubi di liquor ne facilita la comparsa. Questi esperimenti portarono alla sua attenzione alcuni aspetti di estremo interesse. Anzitutto non occorrevano grandi quantità di sostanza irritante per suscitare le crisi: erano sufficienti dosi modeste e potevano risultare efficaci anche sostanze blandamente irritanti. Inoltre le crisi potevano essere suscitate dall’irritazione (o dalla combinazione di irritazioni) di ogni settore del SNP. Ne concluse che “Ogni stimolo sollecita primariamente il sistema nervoso che reagisce come un’unità totale… al suo interno le reazioni si distribuiscono per riflesso su tutta la rete… tali reazioni gradualmente sembrano scomparire ma questo non avviene mai completamente… in realtà il sistema nervoso si adatta risultando modificato rispetto allo stato precedente al punto che, in risposta a un nuovo stimolo, esso può reagire con forme di risposta del tutto inedite.”
L’altro fronte di ricerca di Speranskij era rappresentato dai “processi distrofici”. Lo studioso ipotizzò che potessero essere provocati sperimentalmente producendo lesioni irritative nel distretto critico rappresentato dal diencefalo. Le sperimentazioni gli diedero ampia ragione ma rimase sorpreso nel constatare quanto numerosi, diversi e variamente distribuiti potessero essere gli effetti seguenti alle lesioni sperimentali del diencefalo: potevano infatti manifestarsi più o meno gravi ulcere della mucosa buccale e linguale oppure alopecie, emorragie gengivali, sgretolamento dei denti, otiti e riniti purulente, cheratiti, congiuntiviti, ulcere del tubo digerente, emorragie polmonari e tante altre lesioni ancora: “provocando irritazioni diencefaliche possiamo suscitare quasi tutte le forme a noi note dei processi patologici locali: reazioni vascolari con edemi, infiammazioni, processi distruttivi tessutali ulcerosi o neoformazioni papillomatose”. Quando Speranskij passò a provocare irritazioni sperimentali a carico di nervi periferici e di distretti della periferia somatica innervata (denti, cute, muscoli, ossa, eccetera) non senza stupore registrò la comparsa della stessa varietà di lesioni provocate dalle lesioni diencefaliche. Osservò tuttavia sensibili differenze sul piano del dominio temporale: più periferica era stata l’irritazione sperimentale inflitta più lunga sarebbe stata la latenza temporale per la comparsa delle “lesioni distrofiche standard”. Molti animali guarivano spontaneamente mentre altri soccombevano ma se nei sopravvissuti veniva inflitta una nuova irritazione sperimentale (nella stessa o in altre sedi rispetto alla prima) anche se tra la prima e la seconda irritazione era trascorso molto tempo non di rado la lesione che precedentemente era guarita ora si ripresentava in forma più severa. La forza di quelle evidenze sperimentali convinsero lo studioso che anche quando il quadro clinico iniziale appare risolto in realtà se ne riduce semplicemente il grado di espressività e può tornare nuovamente a manifestarsi in forme più drammatiche a seguito di stimolazioni supplementari. Al Lettore dotato di rudimenti di Immunologia risulta certamente evidente l’analogia con quanto avviene nei fenomeni di anafilassi: una prima puntura di vespa produce una reazione locale dopo la quale tutto sembra rientrare entro un quadro di normalità ma la puntura successiva può scatenare risposte drammatiche, persino mortali. Per approfondire questi aspetti Speranskij progettò nuovi modelli sperimentali. Dopo avere iniettato nell’arto di alcuni cani modeste dosi di tossina tetanica assisteva alla comparsa di sintomi tetanici locali di cui attendeva la completa risoluzione. In un secondo tempo induceva un’irritazione a carico del diencefalo introducendovi una sferula di vetro e a questo frequentemente seguiva la riedizione di manifestazioni tetaniche, ma questa volta generalizzate e spesso mortali. Tali evidenze lo convinsero che un primo colpo (la prima irritazione) realizza premesse patogenetiche che per una lunga fase possono restare silenti mentre un secondo colpo rende manifesta la malattia. Si rammenta che in altri capitoli di questo sito già si è fatto cenno a una teoria del primo e del secondo colpo formulata e confermata da studi molto recenti. Dalle ricerche di Speranskij emerse che non è determinante la natura della sostanza irritante quanto l’irritazione nervosa in sé stessa e il segno e l’entità della risposta che l’organismo esprime a essa. Egli giunse alla conclusione che nei fenomeni osservati dovesse partecipare anche una sorta di “memoria per il tipo di irritazione”. Ecco un passo: “Le evidenze che emergono da questi fenomeni sconfessano tutte le attuali teorie sulla patogenesi dei processi locali e dimostrano l’inconsistenza della teoria della Patologia Cellulare di Virchow. Chi avrebbe immaginato di poter rendere cieco un cane semplicemente irritandogli il nervo sciatico o provocargli mortali emorragie intestinali per avergli prima irritato la polpa di alcuni denti e averli estratti alcuni mesi dopo? Le attuali convinzioni sulla patogenesi delle malattie appaiono inconsistenti dato che varie forme di irritazione suscitate nei più diversi settori dell’organismo possono provocare le medesime conseguenze e, viceversa, l’irritazione di analoghe sedi somatiche possono dare luogo a risposte patologiche differenti per forma e localizzazione. L’irritazione del nervo sciatico provoca talora ulcere trofiche dell’estremità posteriore mentre altre volte induce la comparsa di papillomi della mucosa anale. Gli esperimenti sono stati condotti su cani nati nel nostro stabulario e pertanto prima delle nostre sperimentazioni conoscevamo ogni minimo dettaglio della loro storia clinica …se non ne fossimo stati a conoscenza i risultati ottenuti avrebbero potuto sembrarci casuali…. A stimoli leggeri il sistema nervoso risponde in ragione della sua costituzione individuale. I suoi caratteri individuali possono essere paragonati a “nodi” distribuiti su tutta la sua rete la quale è collegata a tutti i suoi componenti in modo tale da realizzare un’unità. La costituzione di ogni nodo può dipendere da molteplici cause ed essere temporanea o permanente. Questi nodi non si manifestano sempre precocemente ma possono rendersi evidenti anche a distanza di tempo dalla loro costituzione e con modalità insolite. Per tentare di prevedere queste alterazioni occorre conoscere la storia di ogni singolo sistema nervoso. Per lo sviluppo di quelli che ho definito “processi neurodistrofici strandard” non è necessario che l’irritazione primaria colpisca direttamente la materia nervosa (un tronco, un plesso o un ganglio nervoso): anche le più periferiche terminazioni nervose contenute nella cute, nei muscoli o nelle ossa possono innescare le dinamiche descritte quando siano sollecitate da agenti irritativi.” [90].
“I meccanismi che possono essere implicati nell’insorgenza della malattia sono molteplici e intricati e suggeriscono che lo stesso sintomo può essere sostenuto da diversi meccanismi e, viceversa, sintomi differenti possono essere sostenuti da un unico meccanismo.” Sull’onda della consonanza dei concetti fin qui esplicitati quasi certamente l’Utente avrà attribuito a Speranskij anche queste ultime righe. Esse invece rappresentano le conclusioni di uno studio condotto nel 2003 da ricercatori francesi della prestigiosa Faculté de Chirurgie Dentaire Clermont-Ferrand sul dolore trigeminale [15]. Chi sia caduto in questa bonaria trappola può facilmente convincersi che i progressi delle conoscenze hanno dato piena ragione alle teorie dello studioso sovietico, acutissimo scienziato deceduto lontano dalla sua terra d’origine e quasi sconosciuto. Negli anni Trenta del XX° Secolo egli ebbe la lucidità di proporre il suo “modello di complessità” nei rapporti tra stimolo e risposta e tra causa ed effetti nei passaggi tra lo stato di salute e quello di malattia mentre tutt’oggi parte importante della comunità scientifica è ancora largamente impegnata nella ricerca di cause definite per effetti prevedibili. In anni molto recenti si sono dimostrate fondate anche le sue perplessità sul cervello immaginato quale “santuario” chiuso agli stimoli provenienti dalla periferia somatica. Un primo colpo a quella tesi provenne da una ricerca condotta da neuroscienziati di Boston che dimostrarono aspetti salienti dell’origine neurocentrale della febbre in risposta a stimoli periferici con la mediazione della PG-E2 e di alcune citochine infiammatorie [30]. Poco dopo seguì uno studio del gruppo svedese di ricerca reumatologica diretto dalla professoressa Monica Ek che mostrò come l’incremento di citochine infiammatorie nel sangue periferico induce nel SNC l’espressione della prostaglandina proinfiammatoria PG-E2 [22]. In anni ancora più recenti è stato scoperto un importante meccanismo coinvolto nella genesi del disordine cognitivo successivo agli atti chirurgici, il Post-Operative Cognitive Dysfunction (POCD): in seguito a laparotomia sperimentale in un numero significativo di topi maschi si registra un decremento delle funzioni cognitive correlato all’incremento del legame della PG-E2 con il recettore EP3 nel SNC. Si tratta di una robusta evidenza sperimentale di quanto lesioni tessutali periferiche, anche di natura chirurgica, possano indurre processi infiammatori nel SNC [39].
Nel corso del tempo alcuni studiosi, pur senza svalutarle, hanno mosso alle tesi di Speranskij la critica di “pannervismo”: la costruzione su basi quasi esclusivamente nervose della sua impalcatura patogenetica. E’ un termine che risuonerà in altri capitoli di questo sito quasi sempre in riferimento all’opera di Speranskij ma, a difesa del neurofisiologo sovietico, va precisato che gli strumenti di indagine sperimentale degli anni Trenta del XX° secolo consentivano l’apprezzamento ben più ampio delle funzioni nervose rispetto a quelle immunitarie.
Anche dai due Vishnevsky, padre e figlio, abbiamo ereditato conoscenze di grande valore scientifico e pratico-clinico. Nel 1874 ancora era annessa all’Impero Russo la cittadina caucasica di Kazan quando Alexander Vasilyevich Vishnevsky vi naque. Nel 1899 si diplomò presso la locale facoltà di Medicina dell’Università Imperiale e frequentò la divisione di Chirurgia dell’Ospedale Alexander. Tra il 1901 e il 1904 operò come dissettore nel Dipartimento di Anatomia e si guadagnò la docenza presso il Dipartimento di Anatomia Topografica. Nel 1905 fu inviato in Germania a studiare nuovi metodi di ricerca urologica e tra il 1908 e il 1909 si divise tra la Neurochirurgia e la ricerca clinica e sperimentale in ambito genito-urinario. Non meno che alla Chirurgia si appassionò alla Microbiologia, interesse che lo condusse a Parigi presso l’Istituto Pasteur diretto a quel tempo dal suo connazionale Ilya Mechnikov. Nel 1910 affiancò l’illustre chirurgo Valery Bogolyubov nella conduzione di un corso di Patologia e Terapia Chirurgica presso l’Università di Kazan. Nel 1912 era già professore straordinario presso il Dipartimento di Patologia Chirurgica e nel 1916 occupò la cattedra di Chirurgia. Quando nel 1918 si concluse la Rivoluzione d’Ottobre gli venne assegnato un ruolo prestigioso presso l’Ospedale Sovietico di Kazan e fino al 1934 diresse la facoltà di Chirurgia presso la locale università. Animato da un’insaziabile curiosità scientifica si dedicò a studi sul tratto biliare, sui sistemi respiratorio, urinario e nervoso, sui processi infettivo-infiammatori, le complicanze acute e croniche conseguenti alle ferite di guerra, le ustioni e i congelamenti. Su questi argomenti egli redasse più di cento opere scientifiche. Le pubblicazioni di Gustav Spieß gli erano note e quando poté sperimentare personalmente che gli effetti della procaina (novokain nella sua lingua) andavano ben oltre quelli antidolorifici incidendo profondamente su numerosi processi patologici iniziò a interessarsi alle ricerche che Speranskij stava conducendo a Mosca. Il potente effetto antiinfiammatorio e la facilitazione della guarigione delle ferite offerti dall’AL procaina divennero per lui un tema di interesse centrale. Come altri pionieri delle TAL anch’egli pervenne alla convinzione che talune attività nervose sostengono processi infiammatori e con infiltrazioni di procaina di tronchi e plessi nervosi, del nervo vago e di settori del sistema nervoso simpatico prese a trattare varie patologie: tromboflebiti, foruncoli, favi, cancrene, piaghe a carne viva, piaghe torpide e ascessi. Concepì la modalità di infiltrazione nota come Creeping Infiltrate Method (CIM), ossia “infiltrazione strisciante”, che dimostrò la sua utilità tanto nell’anestesia pre-chirurgica quanto nelle TAL: si tratta di infiltrazioni intracutanee (dunque non sottocutanee) che realizzano sollevamenti dello strato superficiale della cute che per alcuni minuti assume colore chiaro e aspetto “a buccia d’arancia”. Le CIM sono molto applicate dai professanti la TNH anzitutto a motivo del fatto che lo strato di cute interessato è il più ricco di recettori. Nelle ferite infette Vishnevsky associò felicemente al trattamento patogenetico rappresentato dalle TAL una cura eziologica a base di unguenti antisettici di sua formulazione [95][96]. Le evidenze sperimentali che colpirono la sua attenzione lo indussero a dubitare della diffusa convinzione che i processi patologici neuromediati si svolgono esclusivamente nel ristretto ambito del segmento spinale. Infatti, a seguito di blocchi con AL del Sistema Simpatico Lombare (SSL) gli accadde di assistere al miglioramento di infezioni polmonari e a modificazioni del decorso di altri processi morbosi topograficamente distanti dal segmento di applicazione degli AL. Ebbe anche modo di osservare effetti favorevoli nell’arto controlaterale rispetto a quello sul lato ove aveva effettuato il blocco gangliare. L’attività svolta su diversi fronti di guerra lo portò a cimentarsi con ferite profonde e infette, sindromi da schiacciamento di arti (“crush syndrome”), ustioni, congelamenti e problemi connessi alla loro riparazione. Lo studioso accertò che nei casi di lesioni con importanti perdite di sostanza le infiltrazioni di procaina favorivano tanto le riparazioni per seconda intenzione quanto il buon attecchimento di lembi autoplastici di tessuto. Negli anni seguenti le sue indicazioni circa le applicazioni terapeutiche degli AL nelle crush syndrome e nelle ustioni furono accolte dalla comunità scientifica con molto interesse [9][41][99] (FCT5) (FPND17) mentre registrarono minore fortuna nel campo dei congelamenti delle estremità, pure se non erano mancate esperienze altrettanto incoraggianti segnalate anche da altre fonti [10]. Con tale passione Alexander Vishnevsky si applicò a queste problematiche cliniche che oggi da molti egli è considerato il padre della Vulnologia e della Chirurgia Plastica e Ricostruttiva. Nel 1934 lasciò Kazan diretto a Mosca a dirigere la Clinica Chirurgica dell’Istituto Centrale per l’Addestramento Avanzato dei Medici e quando il suo mandato giunse al termine lasciò al suo posto numerosi studenti di talento. Durante la Seconda Guerra Mondiale le TAL, che Vishnevsky insegnava al maggior numero possibile di medici militari e rurali, salvarono la vita e risparmiarono l’amputazione di arti a migliaia di soldati e di civili sofferenti di ferite esposte, fratture ossee complicate, ustioni e congelamenti delle estremità. Nel 1947 fu nominato Direttore dell’Istituto di Chirurgia Clinica e Sperimentale di Mosca, appena inaugurato, e insignito quale membro dell’Accademia delle Scienze Mediche Sovietiche. l’URSS gli dedicò targhe e cerimonie commemorative e pose la sua effigie su medaglie e francobolli. Morì nel 1948 lasciando il testimone al figlio Alexander Alexandrovich che era stato al suo fianco come chirurgo militare sul fronte della “Guerra Patriottica” contro l’invasione dell’esercito tedesco.
Nel 1948 Alexander Alexandrovich Vishnevsky fu nominato Direttore dell’Accademia delle Scienze Mediche dell’URSS e a partire dal 1956 prestò servizio come Capo Chirurgo del Ministero della Difesa. Numerose pubblicazioni della sua vastissima produzione ebbero come tema le grandi possibilità terapeutiche degli AL. In tempo di pace continuò a indagare questioni relative ai disturbi trofici conseguenti alle grandi ustioni godendo della collaborazione di validi colleghi con i quali si applicò anche a problematiche cardiovascolari. La curiosità scientifica che aveva ereditato dal padre lo condusse allo studio dei meccanismi di compenso delle funzioni di organi compromessi da varie malattie e alle possibili applicazioni in Medicina e Chirurgia della Cibernetica, dell’elettronica e di nuovi materiali come i polimeri [88]. Padre e figlio Vishnevsky lasciarono un segno profondo nella dottrina chirurgica sovietica e nell’impiego degli AL tanto sul fronte anestesiologico che su quello terapeutico [56][57][53][62]. Nel 45° anniversario della sua morte un gruppo di ricercatori e clinici di San Pietroburgo gli ha reso omaggio con una pubblicazione in cui si ricorda che nel 1957 egli fu il primo in URSS a eseguire con successo un intervento chirurgico a cuore aperto in anestesia locale e in condizioni di circolazione artificiale, atto che gli fece meritare il “Premio Internazionale René Leriche” per l’impiego dell’anestesia locale in Cardiochirurgia [63].
Sono due i lasciti più preziosi dei Vishnevsky padre e figlio, personaggi rimasti poco noti in Occidente. Anzitutto con il larghissimo ventaglio di malattie con cui si sono cimentati essi, come pochi altri studiosi, ci hanno suggerito la misura della grande versatilità delle TAL nella pratica clinica. Inoltre sono stati i precursori di numerose applicazioni off-label delle TAL su cui oggi troviamo sempre più numerose osservazioni nella letteratura medica internazionale.
Alfred Pischinger (1899-1983), istologo ed embriologo austriaco di Linz, fu protagonista di una vicenda scientifica e umana singolare. Dopo gli studi universitari a Graz fece ingresso nel locale Istituto di Istologia che diresse dal 1936 al 1945. Affascinato da Hitler e dal suo programma si iscrisse al Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori e militò attivamente nelle “camicie brune”. Nonostante la sua funzione pubblica di esperto in igiene razziale e gli esperimenti di eugenetica condotti su donne incinte e sui loro feti [37] riuscì ugualmente a sottrarsi al processo di Norimberga ove un’intera sezione era dedicata al giudizio dei crimini contro l’umanità perpetrati dai medici fedeli al regime nazista. Nel dopoguerra gli venne concesso di riprendere la carriera accademica e dal 1958 al 1970 diresse l’Istituto Istologico ed Embriologico dell’Università di Vienna ove per primo registrò i processi fisico-chimici coinvolti nella colorazione istologica. Negli anni Settanta, al termine di lunghe ricerche, identificò quello che indicò come “Sistema-Ambiente di Regolazione Cellulare di Base” (SARCB): un’entità funzionalmente aspecifica e ininterrotta che nell’intero organismo si insinua tra cellula e cellula. In ogni distretto somatico i suoi elementi costitutivi sono regolarmente ricorrenti: elementi endoteliali di capillari sanguigni e linfatici, fibroblasti misti ad altri elementi connettivali e terminazioni nervose libere, elementi tutti immersi nel gel di proteoglicani della sostanza fondamentale e nei fluidi interstiziali intercellulari. Il SARCB lambisce le cellule funzionalmente specializzate di ogni organo, tessuto e apparato offrendosi quale “sistema di servizi” per le funzioni vitali cellulari e mezzo per la comunicazione di messaggi tra sedi somatiche anche distanti topograficamente e funzionalmente [71]. La sua scoperta smentì alcune radicate convinzioni: dapprima si riteneva che l’ossigeno e il glucosio pervenissero alle cellule direttamente attraverso un capillare arterioso e l’anidride carbonica e le scorie metaboliche le abbandonassero attraverso un capillare venoso mentre oggi è noto che gli scambi gassosi e nutrizionali prevedono l’indispensabile intermediazione del SARCB. Nonostante questo il nome dello scienziato non ebbe che una modesta risonanza nella comunità scientifica presumibilmente perché, a motivo dei suoi trascorsi, l’attenzione sulla sua persona avrebbe destato imbarazzo. Di fatto i contenuti della sua scoperta si posero sulla stessa linea di quelli di Ricker, di Speranskij e dei Vishnevsky rappresentandone un importantissimo sviluppo. Il modello che propose fu subito accolto con interesse dagli ambienti della TNH poiché offrì una robusta base biologica a quello di stampo “olistico” invocato dai fratelli Huneke e da quanti ne seguirono la traccia. Nel capitolo dedicato alle origini della TNH (11b) si illustra come lesioni cicatrizzate possono comportarsi da “Campo di Disturbo” (CdD) sostenendo condizioni patologiche topograficamente e cronologicamente distanti e, per chi professa la TNH, non esiste CdD che non si costituisca nel SARCB. Altri aspetti funzionali del SARCB caratterizzati da grande rapidità e pervasività sono stati trattati a proposito della genesi dello shock, delle SARS e delle disfunzioni multiorgano associati a gravi traumi e/o a interventi di Chirurgia Maggiore (09). Qui si sottolinea che in ogni distretto dell’organismo è ancora nel SARCB che si generano la maggior parte delle dinamiche, lente queste e generalmente localizzate, che sono alla base dei disordini del trofismo. Probabilmente l’articolo più illuminante sul tema è quello pubblicato nel 2008 dall’immunopatologo Thomas Wynn del National Institute of Allergy and Infectious Diseases di Bethesda (USA). Tra le principali alterazioni del trofismo tissutale Wynn pose sotto lente d’ingrandimento la fibrosi, esito dell’eccessiva deposizione di componenti della matrice extracellulare cui anzitutto il collagene. E’ indubbio che la fibrosi sia il risultato finale di processi infiammatori prolungati o ripetuti indotti da varie noxae e tuttavia non solo aumentano le evidenze che i meccanismi alla base della fibrogenesi siano ben distinti da quelli dell’infiammazione ma alcuni studi suggeriscono persino che l’infiammazione moderata e continua sia necessaria per invertire la fibrosi stabilizzata e/o in progressione. Il principale mediatore cellulare della fibrosi è il miofibroblasto che può generarsi da cellule mesenchimali residenti, da cellule epiteliali ed endoteliali e da cellule circolanti simili a fibroblasti, i fibrociti, derivanti da cellule staminali del midollo osseo. I miofibroblasti possono essere attivati da diversi fattori: dinamiche autocrine (mediante sostanze secrete dagli stessi miofibroblasti), paracrine (mediante sostanze espresse da linfociti e macrofagi), pattern molecolari associati a patogeni (PAMPS) di cui si è fatto cenno in altra parte del sito (09), citochine (specie IL-13, IL-21, TGF-beta1), chemochine (specie MCP-1, MIP-1beta), fattori angiogenici e fattori di crescita, proteine della fase acuta (PCR, fibrinogeno, fattori del complemento) e componenti del Sistema Renina-Angiotensina (RAS). In particolare quest’ultimo promuove fenomeni tessutali lenti e di struttura: attività di bilanciamento tra angiogenesi e replicazione cellulare e tra fibrosi e apoptosi attraverso il successivo intervento dei Fattori di Crescita ove sono proprio certe aberrazioni di tali balance a dare luogo alla fibrosi tissutale [100]. Tutti quelli appena menzionati rappresentano importanti regolatori della fibrosi e il loro teatro d’azione è esattamente il SARCB individuato da Alfred Pischinger.
I contenuti delle ricerche dei menzionati studiosi, necessarie per la comprensione del razionale delle TAL, saranno più volte recuperati nel settore del sito dedicato agli Argomenti di Fisiopatologia (30) (31) (32) (33) (34) (35) (36). Passiamo adesso all’esame sommario di quanto la comunità scientifica ha recentemente espresso sui disordini trofici (compresi i disturbi della riparazione delle lesioni) a carico della cute e dell’osso e sulle possibilità terapeutiche offerte dalle TAL.
Alcuni aspetti della regolazione neuro-immunologica della cute già sono stati oggetto di trattazione nel capitolo dedicato all’Herpes Zoster, alle ustioni e ad altre patologie dermatologiche (19). Ora si può procedere a una loro sintetica integrazione e a illustrare come da tempo gli AL siano stati rivalutati quale strumento terapeutico contro i disordini trofici cutanei. Nel 2006 il gruppo di ricerca dell’Università di Baltimora diretto dalla professoressa Lynanne McGuire dimostrò che nelle ferite cutanee la durata e l’intensità del dolore sono predittivi dell’efficacia dei processi di riparazione spontanea [51]. Ulteriori e più recenti dettagli ci provengono dal Plastic and Reconstructive Surgery Research, dal Center for Dermatological Research e dall’Institute of Inflammation and Repair dell’Università di Manchester: con la mediazione dei neuropeptidi secreti dalle fibre nervose sensoriali e autonomiche l’alimentazione nervosa della cute svolge un ruolo importante nei processi di riparazione delle ferite. Poiché il dolore si associa quasi regolarmente alle lesioni cutanee si verifica il rilascio di Sostanza P, CGRP, TNF-α e ossido nitrico da parte dei neuroni afferenti. La ricerca ha dimostrato che se tali mediatori occupano il campo per breve tempo il dolore promuove forme di infiammazione che stimolano i fibroblasti a produrre collagene e sollecitano la migrazione cellulare facilitando la riepitelizzazione della lesione. Al contrario in caso di dolore persistente/cronico il loro rilascio prolungato (specialmente della Sostanza P e del CGRP) crea alterazioni che si oppongono alla guarigione della ferita e favoriscono il permanere del suo stato infiammato. Inoltre livelli eccessivi di ossido nitrico e di TNF-α esprimono sui fibroblasti effetti anti-proliferativi [3][35]. Già questo basterebbe a giustificare un ragionamento che potrebbe essere accolto come esaustivo: l’applicazione locale degli AL può contrastare il dolore e, pertanto, inibire l’espressione eccessiva dei menzionati messaggeri chimici. Ciò è senz’altro vero ma c’è di più: uno studio sperimentale condotto dal Dipartimento di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell’Ospedale Universitario brasiliano di São Paulo ha dimostrato che il blocco delle fibre nocicettive mediante lidocaina inibisce anche la degranulazione dei mastociti grazie al mancato incremento del rilascio di neuropeptidi da parte dei neuroni afferenti. La ricerca venne condotta su 60 ratti ai quali furono procurate ferite superficiali e la lidocaina, anche nella semplice forma di tampone, favorì la guarigione in tempi più rapidi [79]. Uno studio più recente ha accertato che nelle ustioni, anche superficiali, la lidocaina promuove la proliferazione dei fibroblasti necessaria alla riparazione attraverso la regolazione dell’espressione di molecole di microRNA (miR-663 e miR-486) che regolano l’espressione di altri geni e svolgono un ruolo importante nella soppressione della crescita tumorale [102]. Interessanti sono anche i risultati della ricerca clinica del Dipartimento di Patologia e Anestesiologia dell’ospedale cinese di Bishan condotta su 60 pazienti operati di asportazione di melanoma. E’ noto che le lesioni chirurgiche per asportare i melanomi sono vaste e profonde e richiedono processi riparativi per seconda intenzione. Lo studio si proponeva di valutare gli effetti della lidocaina sulla guarigione di tali lesioni e sulla funzione immunitaria seguenti all’atto chirurgico. I pazienti sono stati divisi in un gruppo trattato con lidocaina e un gruppo di controllo. Nel primo gruppo l’applicazione locale di lidocaina ha sensibilmente ridotto il dolore post-operatorio e favorito la rapida guarigione delle ferite [103].
L’osso scheletrico, trattato fino a poco fa quasi come materia inanimata, in anni recenti è stato rivalutato quale organo dotato di numerose funzioni e inserito in complessi circuiti neuroendocrini nella doppia veste di accettore e mittente di segnali biologici. Sono note molte delle circostanze che influenzano negativamente la guarigione delle fratture (traumi ad alta energia, fratture complete, multisegmentali, esposte e/o su superfici articolari, fallimento della riduzione e/o della fissazione di segmenti ossei, problemi vascolari, fumo di sigaretta, alcuni farmaci, età avanzata, malattie metaboliche, nutrizionali, eccetera) e le relazioni tra l’osso e il metabolismo energetico con tutti i suoi molteplici aspetti (obesità, insulinoresistenza, eccetera). Qui mettiamo a fuoco sinteticamente soltanto le problematiche connesse ai disturbi trofici dell’osso, compresa l’inefficacia dei processi di riparazione delle fratture. Le ossa sono rimodellate costantemente attraverso processi di riassorbimento da parte delle cellule osteoclastiche e di formazione da parte di cellule osteoblastiche ed entrambi i tipi cellulari soggiacciono a complesse forme di controllo neuro-ormonale.
Scaturito dalla collaborazione del più volte citato chirurgo francese Renè Leriche con l’istologo suo connazionale Albert Policard, uno studio pubblicato nel 1926 obiettivò per la prima volta alcuni aspetti della relazione esistente tra Sistema Nervoso Vegetativo (SNV) e osso scheletrico. Nei traumi scheletrici Leriche effettuò centinaia di simpaticectomie e Blocchi del Sistema Simpatico con AL (BSSAL). Nelle ossa che venivano poi comunque amputate e/o nel post-mortem Policard, il padre dell’Anatomia Patologica francese, studiò le modificazioni istologiche indotte dai traumi in assenza dei trattamenti di Leriche a confronto con quelle che invece erano state trattate e poté segnalare importanti differenze tra i due gruppi [47]. Alcuni anni dopo Alexander Vishnevsky avrebbe descritto l’effetto favorevole delle TAL, specialmente nella forma dei BSSAL, nei difetti di riparazione delle fratture ossee [95] e alla sua sarebbero seguite altre osservazioni sull’efficacia della modulazione del Sistema Simpatico (SS) per favorire la riparazione delle fratture ossee e limitare l’incidenza di complicanze [25][26][98] (FCT5) (FCT6) (FCT7) (FCT9) (FCT10). Da tempo è noto che resezioni di settori del SNP e neuropatie di diversa natura hanno effetti negativi sul trofismo osseo e sulla guarigione delle fratture [52] e che persino la semplice rimozione sperimentale dei meccanorecettori neurali del periostio sortisce analoghi risultati [2]. L’ormone leptina, secreto dalle cellule adipose e cruciale nel controllo di attività metaboliche generali, inibisce la formazione dell’osso da parte degli osteoblasti interferendo sia a livello del SNC che a livello del SS tramite il legame con il suo recettore. Oltre che con la mediazione della leptina il SS favorisce il riassorbimento osseo aumentando nelle cellule progenitrici degli osteoblasti l’espressione del “RANKL” (Receptor Activator of Nuclear Factor Kappa-Β Ligand), attore che svolge funzioni di fattore di differenziazione degli osteoclasti [29]. E’ stato anche accertato che l’iperattività del Sistema Simpatico (SS) provoca vasocostrizione e produzione di radicali liberi dell’O2 e questo può costituire un fattore rilevante nell’eziopatogenesi di complicanze post-frattura ossea come si osserva nelle Complex Regional Pain Syndrome [31][40]. In sostanza la salute del tessuto osseo e la buona guarigione delle fratture sono largamente connesse ad armoniose attività del SNV e, viceversa, sue attività aberranti possono inficiarne il normale rimodellamento. Tutte le cellule ossee, sia osteoblastiche che osteoclastiche, ospitano recettori β-adrenergici (che garantiscono comunicazioni dirette tra neuroni e osteoclasti [36]) e recettori neuropeptidici. Chi desideri approfondire le più recenti acquisizioni sulla rigenerazione dell’osso offerte in una ordinata rassegna può consultare “Neurovascular Coupling in Bone Regeneration”, recentissima pubblicazione frutto della collaborazione del Dipartimento di Patologia della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora, del Dipartimento di Fisiologia della Midwestern University e dell’Arizona College of Osteopathic Medicine di Glendale [73].
Al tramonto del decennio Ottanta i numerosi indizi sul ruolo del controllo neuro-ormonale dell’osso stimolarono alla ricerca l’autore di questo sito web e alcuni colleghi della Clinica Neurologica del Policlinico Universitario Umberto I° di Roma. L’applicazione delle TAL in quelle problematiche rese evidenti interessanti dinamiche biologiche e offrì vantaggiose soluzioni terapeutiche. In quella circostanza si dimostrò particolarmente fortunato l’incontro con Carmelo Fontanazza, luminare della Chirurgia Ortopedico-Traumatologica che in quegli anni rivestiva la carica di primario di una divisione del Centro Traumatologico Ortopedico “Andrea Alesini” di Roma. Se non altro per l’affetto con cui lo ricordo (da anni è tornato nella sua natìa Sicilia) dedico volentieri poche righe al suo profilo di uomo e al suo valore professionale. Molto prima che lo conoscessi aveva studiato in URSS presso l’Istituto diretto dal professor Gavril Abramovič Ilizarov ove, tra l’altro, aveva appreso la tecnica dell’allungamento degli arti inferiori che più tardi avrebbe perfezionato e introdotto in Italia. La sua statura di scienziato non gli ha mai impedito di mostrarsi affabile e generoso sul piano della capacità di ascolto e accolse con interesse quanto io, allora giovane medico, andai a proporgli sulla possibilità di applicare le TAL nell’ambito della sua area specialistica di competenza. Dalla collaborazione scaturirono pubblicazioni e relazioni in convegni su temi ortopedico-traumatologici e riabilitativi [17][18][19][67][68][69] oltre che un’esperienza preziosissima sull’applicazione delle TAL in Ortopedia e Traumatologia. Un giorno mi lamentai con lui del fatto che ancora non avevamo ricevuto risposta da importanti riviste scientifiche a cui lui stesso aveva inviato i nostri articoli: solo alcune riviste nazionali avevano accettato le nostre pubblicazioni sull’importanza del ruolo nervoso nelle complicanze della traumatologia benché fossero datate poco prima della consensus conference sulle CRPS del 1994 a Orlando (USA) e ne avessero persino anticipato alcuni contenuti. Carmelo mi rispose che si era abituato al fatto che spesso nelle redazioni delle case editrici scientifiche “avvengono cose misteriose” (sic) e aggiunse che potevamo comunque ritenerci soddisfatti per aver fatto cose buone. Credo che abbia citato un detto popolare della sua bellissima isola nel precisarmi che “le cose buone sono già un regalo per chi le fa e prima o poi trovano il modo di venire alla luce”. In quegli anni le nostre esperienze sull’applicazione delle TAL nella Traumatologia si basavano sull’ipotesi che le fratture ossee evocassero processi infiammatori che, espressi in forma amplificata, potevano determinare condizioni sfavorevoli nell’acuzie, nei processi riparativi e sul piano delle sequele. Piuttosto che con la limitata finalità di controllare il dolore applicammo pertanto le TAL come atto di neuro-immunomodulazione e i successivi sviluppi delle conoscenze provenienti anche da altri studi confermarono quelle nostre tesi [7][14][49][54].
Solo in anni assai recenti è comparso il primo studio che ha dimostrato con moderna metodologia e tecnologia della ricerca gli effetti del Blocco del Ganglio Stellato con Anestetici Locali (BGSAL) contemporaneamente sull’afflusso di sangue alle ossa, sulla densità tessutale, sulla vascolarizzazione e sul metabolismo osseo. Brillanti autori ne furono ricercatori turchi afferenti a diversi enti ospedalieri e universitari della città di Bolu. La loro ricerca si avvalse di valutazioni radiologiche e istopatologiche condotte su due gruppi di ratti a cui era stata prodotta una frattura sperimentale della zampa anteriore e al BGSAL successivamente applicato solo a uno dei due gruppi. Attraverso valutazioni quantitative e morfologiche i ricercatori hanno potuto dimostrare che il BGSAL modula l’iperattività del SS, previene la vasocostrizione e migliora le condizioni trofiche dell’osso favorendo la guarigione delle fratture [36].
Le Complex Regional Pain Syndromes (CRPS) concludono questo capitolo. Non ci si soffermerà sui criteri di classificazione per le CRPS stilati a Orlando nella consensus conference del 1993 e perfezionati a Budapest nel 2003. Questa trattazione si propone di ragionare su poche essenziali questioni: si può ammettere che alla base delle CRPS e di altre distrofie tissutali vi siano processi infiammatori? La domanda è tutt’altro che peregrina dato che alcuni studiosi hanno invocato forme “calde”, forme “fredde” e il possibile passaggio da una forma all’altra. Inoltre, in caso di risposta affermativa, quanto è importante il contributo nervoso nella patogenesi? Esso è tale da riprodurre le dinamiche proprie dell’infiammazione neurogenica più volte descritte in questo sito? E infine: le TAL, largamente applicate nei decenni passati, costituiscono ormai una remota pagina della Storia della Medicina o anche ai nostri giorni si offrono quali strumenti efficaci e a costi sostenibili per curare le CRPS e altri disordini del trofismo tissutale?
Ambroise Parè (1510-1590), chirurgo personale del Re di Francia Enrico II, nel XVI° Secolo descrisse due forme morbose che presentavano elementi di similitudine: un particolarissimo dolore bruciante che successivamente venne definito “causalgia” e un quadro che divenne noto come “sindrome dell’arto fantasma” [66]. Soltanto dopo tre secoli nuovi contributi alla conoscenza di queste forme morbose provennero da due medici che non avrebbero potuto essere più dissimili sul piano filosofico. Essi legarono il loro nome a due sindromi che solo a uno sguardo superficiale appaiono lontane tra loro: rispettivamente, la già citata “causalgia” e il “morbo di Sudeck”. Il primo dei due studiosi ebbe i natali in America, giovane nazione da poco nata dall’affrancamento dal colonialismo britannico e che avrebbe affrontato da lì a poco la Guerra Civile per l’abolizione dello schiavismo. L’altro invece era figlio di una nazione, la Germania, a quel tempo proiettata verso l’oppressione di altre nazioni e la restaurazione di nuove forme di schiavismo. Oltre che dall’arco temporale di alcuni decenni, da un oceano di acqua salata e da idee politiche inconciliabili i due vissero divisi anche sul piano degli interessi scientifici: l’americano si appassionò allo studio del sistema biologico capace più di altri di esprimere funzioni rapide: quello nervoso. Il tedesco fu invece un meticoloso osservatore del più “lento” tra i tessuti, quello che anche post mortem sembra capace di mantenere indefinitamente la sua forma: l’osso. Nessuno dei due sopravvisse tanto da apprendere, come vedremo meglio appresso, che nel 1994 l’OMS avrebbe riunificato le sindromi a cui essi avevano legato il proprio nome in un’unica vastissima categoria nosologica: la Complex Regional Pain Syndrome (CRPS), distinguendone il tipo I e il tipo II. Ecco a seguire la loro vicenda personale e i principali contenuti del loro impegno scientifico.
Nato nella vivace città di Philadelphia, il geniale ed eclettico Silas Weir Mitchell (1829-1914) fu apprezzato scrittore di novelle e studioso di problematiche organiche e psicologiche. Dopo la Laurea in Medicina conseguita al Jefferson Medical College in Pennsylvania si specializzò in Neurologia. La sua curiosità lo condusse allo studio di argomenti diversi come l‘eritromelalgia (oggi nota anche come “malattia di Mitchell”), gli effetti biologici del veleno dei crotali, le lesioni dei tronchi nervosi, la “nevrastenia” e la logica delle relazioni che intercorrono tra infermieri, medici e pazienti nelle corsie ospedaliere. Allo scoppio della Guerra Civile Americana prese servizio come medico militare maturando una vasta esperienza sulle lesioni da armi da fuoco e da esplosione di granate. Descrisse il binomio distrofia-dolore che caratterizza alcune sindromi che si manifestano dopo lesioni nervose periferiche con un tipico dolore bruciante (neuralgia/causalgia) e con alterazioni circolatorie e trofiche localizzate distalmente alla neurolesione. Circa le alterazioni trofiche cutanee precisò che “possono presentarsi di colore rosso vivo, marezzate o a chiazze rosse e pallide, il sottocutaneo è assottigliato e non elastico come invece dovrebbe essere… spesso si presentano lesioni sulle dita” ma chi conosce quella sindrome sa che, specie nelle fasi tardive, la cute può anche apparire secca e desquamata. Fino alla Grande Guerra “Gunshot Wounds and Other Injuries”, la monografia che redasse con l’aiuto dei suoi collaboratori, costituì il testo di riferimento per la diagnosi e il trattamento di quel tipo di lesioni [59]. Il quadro sintomatico è costituito dal dolore bruciante (causalgia), da precoci disordini trofici e del microcircolo e talora da alterazioni della percezione corporea che possono assumere la forma della “sindrome dell’arto fantasma”. La velocità della comparsa dei disordini trofici convinse Mitchell che anch’essi, e non solo il dolore, fossero sostenuti dalla lesione di tronchi nervosi. In una successiva pubblicazione egli mise a disposizione della Comunità Scientifica il frutto di un decennio di studi [58]. Nel 1887 i suoi meriti scientifici lo condussero alla presidenza della Association of American Physicians e poi a quella dell’American Neurological Association.
Nato ad Amburgo, Paul Hermann Martin Sudeck (1866-1945) si laureò in Medicina all‘Università Eberhard-Karls di Tubinga. Al 29° Congresso della Società Tedesca di Chirurgia presentò un originalissimo studio su alcune atrofie ossee da lui radiograficamente documentate sin nei dettagli. Queste si erano manifestate acutamente o subacutamente dopo eventi lesivi di varia natura: fratture (in genere a carico del radio o dello scafoide), lesioni legamentose o articolari, infiammazione delle dita, lesioni nervose periferiche, Herpes Zoster e infezioni dei tessuti molli [92]. Alcune erano regredite spontaneamente dopo qualche tempo dallo stimolo che le aveva determinate mentre altre si erano strutturate in forme croniche invalidanti. Successivamente Sudeck prestò servizio come assistente medico presso l’Ospedale Generale di Amburgo-Eppendorf ove venne nominato professore straordinario. Nel 1923 l’illustre chirurgo Hermann Kümmell, premiato con un più alto incarico, gli lasciò la direzione della Cattedra di Chirurgia. I suoi principali interessi scientifici spaziarono nel campo della fisiopatologia e della traumatologia dell’osso: studiò i cambiamenti della struttura ossea connessi all’avanzare dell’età e a seguito di stimoli diversi, la formazione normale e patologica del callo osseo dopo fratture, la formazione di pseudoartrosi e le modificazioni trofiche e circolatorie dopo traumatismi ossei. Quella che venne chiamata “sindrome algodistrofica di Sudeck”, malattia dall’evoluzione progressiva, consiste essenzialmente nel binomio dolore/disturbi trofici. In questa sindrome è talvolta identificabile un evento scatenante (ad esempio una lesione tessutale di natura traumatica o chirurgica) e non di rado la severità del quadro clinico non è proporzionata all’entità della noxa così che penose sofferenze possono essere innescate da traumi anche lievi. Un ulteriore elemento caratteristico è la distribuzione nel tempo degli eventi: tra la noxa e la comparsa dei sintomi possono interporsi intervalli di tempo variabili. Il dolore è persistente (generalmente urente) associato ad allodinia e/o iperalgesia. Segni frequentemente rilevabili sono l’edema, alterazioni sudorali e del flusso ematico. Nella forma conclamata compaiono alterazioni trofiche a carico dell’osso e delle articolazioni con retrazioni capsulari, tendinee e aponeurotiche. Sudeck osservò che, rispetto a quelle prossimali, le articolazioni distali sono molto più colpite dalla malattia e oggi si è concordi nel fatto che ciò sia dovuto alla loro più ricca innervazione afferente e alla più ampia area reflessogena. Nel 1942, al termine di lunghe ricerche, Paul Sudeck pubblicò “La cosiddetta atrofia ossea acuta e i processi infiammatori” [92].
Un ulteriore progresso nella conoscenza dei disordini trofici tessutali fu l’identificazione del ruolo cruciale del Sistema Simpatico (SS) nella patogenesi ma va precisato che, almeno per certi aspetti, l’argomento è tutt’oggi controverso. Nel 1917 il chirurgo francese René Leriche aveva descritto il caso di un militare ferito nella Grande Guerra da un proiettile che gli aveva attraversato l’ascella e che lamentava un dolore persistente e parestesie a carico della mano senza segni rilevanti di ischemia. Su quel paziente Leriche sperimentò la prima simpaticectomia periarteriosa della storia ottenendo la risoluzione della sindrome dolorosa entro pochi giorni [46]. Successivamente effettuò simpaticectomie in altre sindromi caratterizzate da disturbi vasomotori (sclerodermia, malattia di Raynaud) e i risultati favorevoli lo indussero a coniare il termine “neurite del simpatico” per sottolineare il ruolo cruciale di questo settore nervoso nella patogenesi del dolore neuropatico. A metà degli anni Quaranta del XX° secolo James Archibald Evans, medico attivo presso la Lahey Clinic di Burlington nel Massachusetts, descrisse una sindrome manifestata da 57 soggetti: a seguito di fratture ossee, distorsioni articolari, sofferenze vascolari, amputazioni falangee, artriti, osteiti, e lacero-contusioni anche non molto importanti essi avevano esibito una sindrome dolorosa con segni clinici tipici della stimolazione del SS: atrofia, rossore e/o pallore, disturbi sudorali, eccetera [32]. Peculiarità di tali quadri morbosi era l’assenza di lesioni a carico di un tronco, di un plesso nervoso o di un ganglio simpatico e tuttavia mediante Blocchi del Sistema Simpatico con AL (BSSAL) sia il dolore che i disturbi trofici spesso potevano essere controllati. Evans fu il primo a definire “Reflex Sympathetic Dystrophy (RSD)” la sindrome i cui segni clinici già erano stati descritti da Paré e Mitchell.
Poco tempo dopo Philip Simon Foisie, chirurgo presso il Boston City Hospital, notò che una sindrome dolorosa con allodinia, edema, atrofia muscolare, osteoporosi e rigidità articolare (del tutto simile perciò a quella descritta da Mitchell e da Evans) poteva esprimersi anche quando la contenzione di un arto in apparecchio gessato avesse determinato l’aumento della pressione intracompartimentale. Questo lo convinse che la pressione a carico del torrente arterioso e/o il vasospasmo arteriolare rappresentassero fattori in grado di ridurre l’apporto nutritizio ai tessuti molli e all’osso determinandovi alterazioni distrofico-degenerative e che l’ischemia promuovesse l’edema attraverso lo stravaso di plasma per incremento della permeabilità capillare [33]. Anche se tra i due non v’era completa uniformità di vedute tanto Evans che Foisie suggerirono quale terapia i BSSAL: il primo sostenendo che per la realizzazione del “circolo vizioso” era cruciale l’iperattività delle efferenze simpatiche mentre il secondo affermando che la lesione periferica era già sufficiente a indurre vasospasmi mediati dal SS. Talora impropriamente il termine Distrofia Simpatico-Riflessa coniato da Evans è impiegato ancora oggi. Le conoscenze di cui disponiamo indicano che in entrambi i casi l’iperattività del SS interviene, seppure con diverse tempistiche, a radicalizzare il quadro clinico sul piano della severità e della cronicità. La pubblicazione di John Bonica “The Management of Pain” da molti è considerata l’atto di nascita dell’Algologia [8]. Essa contiene tra l’altro la prima stadiazione della RSD in tre tipi clinici che l’autore riteneva che si succedessero regolarmente nel tempo: lo stadio 1 (“acuto”), lo stadio 2 (“distrofico”) e lo stadio 3 (“atrofico”). Successivi sviluppi delle conoscenze condussero la IASP (International Association for the Study of Pain) a far confluire le sindromi descritte da Parè, Mitchell, Sudeck, Evans, Foisie e Bonica in un’unica sindrome ampiamente inclusiva indicata come “Complex Regional Pain Syndrome” (CRPS). I criteri che la definiscono sono stati oggetto di vivaci confronti (come già è stato anticipato in una consensus conference a Orlando e in una successiva tenutasi a Budapest) a testimonianza di quanto diverse siano state le tesi espresse sulla sua patogenesi. Vennero distinte le forme con lesione obiettivabile di uno o più nervi periferici, definite CRPS tipo II e corrispondente alla vecchia “causalgia”, da quelle in cui la lesione nervosa non è riscontrabile indicate come CRPS tipo I. Le due forme possono presentare diversi aspetti in comune ma generalmente nel tipo II il dolore è di tipo neuropatico mentre nel tipo I il dolore è misto o per lo più nocicettivo. Il fatto che l’arto colpito presenti quasi sempre una temperatura diversa da quello sano ha giustificato in passato il tentativo di stadiarla nelle fasi “calda”, “intermedia” e “fredda”: l’idea era che la prima fase fosse sostenuta dall’infiammazione e che gradualmente questa cedesse il passo a processi regressivi. Ma in alcune recenti ricerche è stata dosata la differenza nell’espressione delle citochine IL-6 e TNF-α nei due arti e non è emersa alcuna sostanziale differenza tra le tre forme per cui si è pervenuti alla conclusione che il processo infiammatorio è presente in ognuna di esse [24]. Inoltre in numerose forme di CRPS sono stati identificati autoanticorpi diretti contro recettori β2-adrenergici e muscarinic-2 e sembrerebbero coinvolte dinamiche epigenetiche dell’immunità adattativa nella sovraregolazione delle citochine pro-infiammatorie. In modelli di frattura ossea sperimentale avvengono infatti mutamenti nella risposta immunitaria innata come la sovraregolazione dei cheratinociti. Non di rado nell’arto colpito si registrano livelli più bassi di noradrenalina rispetto al controlaterale ma a questo fa riscontro l’incremento della germinazione simpatica e la sovraregolazione degli α-adrenocettori, condizione questa che induce ipersensibilità adrenergica. In sostanza si assiste all’interazione tra SS e immunociti ove la noradrenalina sollecita il sistema immunitario a esprimere citochine infiammatorie [84]. Un “focus” molto istruttivo sul ruolo complessivo del SNV nella patogenesi delle CRPS è stato recentemente offerto con il contributo congiunto di alcuni gruppi di studio di diversa nazionalità [44].
Il tema delle CRPS contiene aspetti assai stimolanti dal punto di vista del pensiero patogenetico e la sua analisi apre alla comprensione di un dato difficilmente contestabile: seppure in forma frammentata le più moderne ricerche confermano le tesi che in passato formularono Ricker, Speranskij e Pischinger e altrettanto confermato risulta il background scientifico delle TAL. Nel 1910 e nel 1928, ancor prima della comparsa sulla scena della Terapia Neurale secondo Huneke (TNH), i tedeschi Albehrt Krecke e Rainart Pacher segnalarono che l’infiltrazione di AL delle cicatrici chirurgiche e traumatiche o dei nervi che alimentano la regione somatica interessata dalla lesione può sopprimere il dolore e gli eventuali disordini trofici senza importanti rischi iatrogeni [45] e poco dopo sopraggiunsero robuste conferme dal fronte delle neuroscienze sovietiche [11]. Quelle indicazioni, preziose quanto a efficacia e sostenibilità, caddero gradatamente nel vuoto negli anni Cinquanta. Solo verso la fine degli anni Settanta alcuni ambienti ortopedico-traumatologici iniziarono a rendersi consapevoli del fatto che non solo i traumi (come precedentemente si pensava) ma anche gli atti chirurgici necessari a porvi rimedio e persino l’applicazione di apparecchi gessati possono determinare l’insorgenza di complicanze croniche distrofico-dolorose. Le valutazioni statistiche successivamente effettuate in questa direzione mostrarono che non esiste intervento chirurgico che possa considerarsi esente dal rischio: da quelli più importanti a carico delle grandi articolazioni [12][43][77] agli interventi per sindrome del tunnel carpale e le fascectomie per la malattia di Dupuytren [50][48][75][83] fino agli interventi effettuati in artroscopia [21][28][86]. Tale evidenza è stata diffusa attraverso riviste accreditate e dopo traumi e nelle fasi peri- e post-operatorie per limitare il rischio di complicanze e/o di cronicizzazione della triade dolore/distrofia/disfunzione sono state indicate numerose forme di applicazione terapeutica di AL su elementi nervosi e tessuti innervati (FDOPT1) (FDOPT2) (FDOPT3) (FDOPT4). Anche dopo interventi di Chirurgia Spinale possono manifestarsi quadri di sofferenza distrofico-dolorosa cronica, che talora meritano la definizione di Failed Back Surgery Syndrome (FBSS), che non di rado si dimostrano sensibili alle TAL (FCCS1) (FCCS2) (FCCS3) (FCCS4). Tuttavia ancora si registra un grave ritardo nella diffusione delle conoscenze fisiopatologiche relative a queste forme morbose e, conseguentemente, nell’applicazione di quelle sostenibili ed efficaci misure [74].
Per decenni nella terapia delle CRPS la neuro-immunomodulazione mediante AL è stata condotta all’insegna di una fortunata empiricità ma in anni recenti la sua efficacia è stata comprovata su robuste basi sperimentali e da studi statistici condotti in doppio cieco, randomizzati e controllati. In particolare è emersa l’efficacia dei blocchi con AL del sistema nervoso somatico e simpatico [4][16][34][55][64][70][78] e dell’impiego degli AL per via sistemica [38][85][106]. Se non altro per le bellissime immagini che mostrano la condizione trofica delle estremità colpite da CRPS prima e dopo l’applicazione di TAL si suggerisce la consultazione di uno degli studi poco sopra citati pubblicato nel 2018 e condotto dal gruppo di ricerca diretto dal dottor Semih Gungor [34]. Nei processi di riparazione tessutale gli effetti degli AL assumono particolare interesse anche perché ormai si va recuperando l’antica buona e semplice pratica di iniettarli attorno alla lesione per alleviare il dolore post-chirurgico: in numerose osservazioni le guarigioni delle lesioni sono state più rapide e con incidenza assai minore di disordini trofici e di altre complicanze [13][65][87].
Per le implicazioni riguardanti il pensiero fisiopatologico in auge e le relative implicazioni sul piano delle scelte cliniche è interessante una pubblicazione del 2019 a firma di un gruppo di anestesisti dell’università virginiana di Charlottesville. Vi si segnala che su 248 algologi intervistati il 44% pianifica il primo blocco già dopo il primo esame clinico; il 73% effettua da uno a tre blocchi prima di decidere il da farsi; più del 50% ripete il blocco se il paziente dichiara di godere almeno del 50% di sollievo dal dolore per 1-7 giorni; il 54% effettua blocchi del Ganglio Stellato (BGSAL) a livello C6 mentre il 41% lo effettua a livello C7; il 53% esegue BSSAL lombare a livello L3 mentre il 39% a livello L2; il 50% utilizza la fluoroscopia per guidare il blocco mentre il 47% usa gli ultrasuoni; circa il 75% utilizza un volume totale di 5-10 ml per il BGSAL e 10-20 ml per BSSAL. Gli autori concludono denunciando una sorta di “anarchia dottrinaria” per l’assenza di linee guida “evidence based” relativamente al timing e alle modalità con cui eseguire i BSSAL (e, più genericamente, tutte le forme di TAL) nella terapia delle CRPS [107]. Se oltre ai dati emersi dalla loro intervista gli anestesisti di Charlottesville avessero citato anche altre fonti reperibili in letteratura il loro grido di dolore per l’assenza di linee guida si sarebbe alzato al cielo con toni ancora più allarmanti. Infatti, per esempio, un team di algologi coreani aveva descritto in una giovane donna una CRPS tipo II insensibile ai BSSAL condotta a completa guarigione grazie a un ciclo di infiltrazioni di AL effettuate nei “punti trigger” [105], caso questo in cui la scelta del target è piuttosto insolita negli ambienti della Algologia internazionale. Posso confermare personalmente l’efficacia che nelle CRPS talora può esprimere l’infiltrazione di AL dei punti trigger: l’ho sperimentata in alcuni casi di compromissione dell’arto superiore in cui sussistevano precise controindicazioni al BGSAL (come ad esempio in pazienti con severi disturbi della conduzione atrio-ventricolare). Piuttosto che evidenziare un “lato debole” della dottrina la carenza di linee guida evidence based suggerisce che le TAL rappresentino procedure assai versatili tanto da manifestare efficacia attraverso forme di intervento numerose e varie e che costringerle in rigidi protocolli altro non farebbe che depotenziarle: non va dimenticato che i targets delle TAL, identificabili in diversi attori biologici partecipanti a interattive dinamiche neuro-immunologiche, sono fluide e cangianti anche nello stesso paziente nel corso del tempo e in rapporto a numerose e diverse circostanze. Nell’esperienza di chi scrive sapere applicare “ad ampio raggio” gli AL con finalità terapeutiche nelle sequele della Traumatologia e della Chirurgia Ortopedica pone nelle mani del clinico una leva assai potente (FCT1) (FCT2) (FCT7) (FCT9).
Nel vasto e stimolante ambito medico-scientifico rappresentato dalle CRPS un altro incontro fortunato è stato per me quello con il professor Giampaolo Monacelli. Specialista in Chirurgia d’Urgenza e perfezionato in Chirurgia della Mano e del Piede presso l’Institut de la Main della Clinique Jouvenet di Parigi diretto dal professor Alain Gilbert, dal 2001 Giampaolo era strutturato presso il DEA di Chirurgia Plastico-Ricostruttiva della Mano del Policlinico Umberto I di Roma e nel 2007 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli conferì la Medaglia d’Argento per la Sanità. Animato da vivace curiosità scientifica e attento ai problemi dei suoi pazienti, mi contattò nell’aprile del 2002 per discutere del caso di un paziente con una mano gravemente traumatizzata. Da settimane quel caso destava la sua preoccupazione poiché l’edema, l’impotenza funzionale e il dolore non regredivano nonostante le cure. Collaborai con il suo gruppo di lavoro proponendo la TNH quale possibile strategia terapeutica nelle CRPS e, più in generale, nei traumi a carico delle estremità. Sul tema producemmo apprezzate pubblicazioni [20][60][61] (FCT1) (FCT2). La collaborazione durò a lungo e, a giudicare dal solco che lasciò, si può ben dire che fu feconda [89].
In questo sito web ulteriori considerazioni sulle CRPS sono reperibili nel settore dedicato agli Argomenti di Fisiopatologia, in particolare nel capitolo “Interazioni tra organismo e ambiente e tra settori dell’organismo. Le basi fisiopatologiche della Neuromodulazione con Anestetici Locali” (30g).
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