20 Gen 14. Patologie Cardiache e Terapie con Anestetici Locali (TAL)
Claudio Dell’Anna
Nota dell’autore.
L’Utente può prendere visione di alcuni filmati. Quelli siglati (FTI1)(FTI2)… illustrano tecniche iniettive ma non hanno finalità didattiche poiché alcune registrazioni risalgono a molti anni fa e, nel corso del tempo, molte di esse (analogamente a quanto accade in Chirurgia e nelle farmacoterapie) sono state perfezionate. Qui sono offerte in visione solo per permettere all’Utente di comprendere quanto ampio sia il ventaglio d’azione della metodica e sincerarsi del fatto che i pazienti non mostrano di patire alcuna sofferenza nel corso della loro applicazione
Negli ambienti della Terapia Neurale secondo Huneke (TNH) circola spesso l’idea che il rapporto con i colleghi allineati alla “medicina ufficiale” non possa che essere difficile. Non sempre questo è vero e la vicenda professionale e umana a cui ho avuto la fortuna di partecipare mi permette, tra l’altro, di ricordare e onorare un professionista di grande valore. Il Cold Pressor Test (CPT) è uno degli esami che studiano come il Sistema Nervoso Vegetativo (SNV) governa le funzioni cardiovascolari e si applica per prevedere il rischio di insorgenza dell’ipertensione arteriosa. Si effettua misurando le modificazioni della pressione e della frequenza cardiaca dopo che l’esaminando abbia posto una mano in un contenitore di acqua ghiacciata per un minuto. Presso la casa di cura Rome American Hospital un giorno di un bel po’ di tempo fa il prof Filippo Milazzotto effettuava quel test su un paziente che presentava segni di ischemia cardiaca talmente capricciosi che non risultava agevole un preciso inquadramento nosologico. Nelle mani di un grande cardiologo quale egli era quell’indagine effettuata off-label (come ho detto si presta a svelare l’ipertensione arteriosa, non l’ischemia cardiaca) condotta prima su una mano e poi sull’altra con il paziente sottoposto a costante monitoraggio ECGrafico, mirava a scoprire un’eventuale responsabilità del settore destro o sinistro del Sistema Simpatico (SS) cervicotoracico. Mentre l’immersione della mano destra evocò solo un leggero incremento della frequenza cardiaca dopo quaranta secondi l’immersione della mano sinistra suscitò la comparsa di un’alterazione dell’onda T indicativa di ischemia. Dopo quattro minuti dalla sospensione dello stimolo l’ECG si normalizzò. Il paziente stava già osservando una terapia con β-bloccanti e Ca-antagonisti e il tentativo di affrontare quella condizione incrementandone i dosaggi diede subito luogo a effetti indesiderati. Il prof si mise allora alla ricerca di un medico attivo presso la casa di cura che potesse effettuare al paziente il Blocco del Ganglio Stellato con Anestetici Locali (BGSAL) sul lato sinistro del collo ma anziché un anestesista, come aveva immaginato, trovò un neurologo: il sottoscritto! Filippo Milazzotto è stato un cardiologo apprezzato a livello internazionale: Primario Emerito dell’Ospedale romano San Camillo aveva condotto importanti ricerche sui farmaci Ca-antagonisti, antiaritmici e coronarodilatatori, aveva promosso la nascita dell’International Group for the Study of the Survival of Myocardial Infarction e nel 1983 ne aveva tenuto a battesimo la sezione italiana. Rimase sorpreso del fatto che un neurologo applicasse il BGSAL e si occupasse di regolazione neurovegetativa cardiovascolare. Lo informai che da tempo seguivo le attività del Centro di Ricerche Cardiovascolari dell’ospedale Luigi Sacco di Milano diretto da Alberto Malliani, interesse quello che mi avrebbe reso riconoscibile quale “esperto del ramo” [10]. Il prof conosceva quel filone di ricerche ma volle saperne di più e mi invitò a pranzo nel suo circolo sportivo (molto esclusivo e con splendida vista su Roma). Ricordo che restammo seduti a conversare per quasi quattro ore e che consumai almeno un litro d’acqua per quanto a lungo mi fece parlare. Da allora mi invitò più volte a discutere di questioni cliniche e mi affidò alcuni casi di cardiopatie ischemiche e/o ritmologiche perché applicassi le forme di Terapia con Anestetici Locali (TAL) che, in accordo con lui, sembravano le più opportune. Nonostante la differenza delle nostre rispettive stature professionali la sua empatia permise che diventassimo amici: una volta nel rivolgermi a lui chiamandolo come al solito “prof” rispose: “vuoi chiamarmi Filippo, si o no?”. Un giorno trattai con successo una tachicardia sopraventricolare in una giovane donna infiltrando procaina nei due lobi della tiroide e nelle cicatrici da tonsillectomia e lui se ne mostrò assai sorpreso. Nonostante i numerosi impegni faceva di tutto per trovare il tempo per discutere preventivamente con me i casi che avrei trattato con le TAL e valutare insieme i risultati. Purtroppo non se ne ricavò alcuna pubblicazione anzitutto perché la casa di cura ove eravamo ospitati è un ente privato ma anche a motivo del basso grado di omogeneità dei casi trattati. Affascinato dall’immagine che riuscii a suggerirgli della forma di Terapia con Anestetici Locali (TAL) nota come Terapia Neurale secondo Huneke (TNH) mi diede modo di pubblicare su Primary Cardiology, rivista chiusa dall’editore americano nel 1995 e successivamente rilevata da lui, l’articolo “Il cuore nella rete” [9]. In realtà l’articolo fu scritto a due mani, quelle del dottor Massimo Barrella e quelle mie, ma trattandosi di un “editoriale” Filippo pretese che vi fosse apposta una sola firma. Con Filippo ci trovammo d’accordo sul fatto che la Medicina non può limitarsi all’impiego “intelligente” delle tecnologie ma deve fondarsi su solide basi umanistiche e questo consentì alle nostre conversazioni di spaziare dall’Antropologia all’Etica, dalla Sociologia alla Filosofia. Anche se ho sempre amato le discipline umanistiche lui ne sapeva assai più di me e trovavo piacevole e istruttivo ascoltarlo. Era un uomo colto e dotato di umorismo affilato ed elegante: nel confidarmi che proveniva da una famiglia siciliana fregiata di un certo grado di nobiltà scherzò sul fatto che avrebbe potuto interpretare un ruolo di comparsa ne “Il gattopardo” (il film del 1963 di Luchino Visconti che narra di una nobile famiglia agrigentina al tempo dei moti per l’unità d’Italia). Nel 2003 una malattia incurabile lo divorò in poche settimane ed ebbi la sensazione di aver perso allo stesso tempo un amico e un maestro. Durante le esequie mi resi conto ancora di più che egli era stato oggetto di grande considerazione e di sincero affetto da chiunque l’avesse conosciuto. Nutro di Filippo un ricordo caro per l’amicizia di cui mi fece dono e grande riconoscenza per la fiducia che mi accordò con la possibilità che mi offrì di applicare le TAL nella cura di malattie cardiovascolari. Annoverare l’Infarto Miocardico Acuto (IMA) tra le malattie infiammatorie è tutt’altro che improprio dato che nella sua patogenesi sono presenti importanti dinamiche flogistiche fortemente intrecciate a disturbi neuromediati della vasomotricità. Come tra poco vedremo tutto questo vale anche per i disordini del ritmo cardiaco. Qui affronteremo anzitutto gli effetti “diretti” degli Anestetici Locali (AL) sugli attori dell’infiammazione coronarica e, in seguito, quelli connessi a procedure di neuromodulazione con AL in cui il principale (non l’unico) target è la conduzione nervosa.
E’ utile una breve introduzione sul cosiddetto “danno da riperfusione” (DdR) con la precisazione che gli eventi infiammatori connessi all’ischemia e quelli determinati dalla riperfusione si svolgono sul filo della continuità. La “riperfusione” (con il relativo danno) rappresenta un argomento complesso che, oltre al cuore e al Sistema Nervoso Centrale, riguarda patologie ischemiche a carico di altri organi senza differenze rilevanti tra un organo e un altro. Per questo motivo si adotterà il DdR a livello del cuore quale modello valido anche per gli altri parenchimi. Quando a una fase di ischemia segue il ritorno della circolazione sanguigna, piuttosto che la ripresa della normale funzionalità cardiaca, si crea una condizione di infiammazione e di stress ossidativo che può comportare rilevanti danni tessutali. Anzitutto la noxa ischemica porta all’attivazione delle cellule endoteliali che attraggono neutrofili e monociti. Sia durante l’ischemia che con la successiva riperfusione le interazioni tra Granulociti Polimorfonucleati (GPM) ed endotelio svolgono un ruolo cruciale e -specialmente nella riperfusione- i metaboliti dell’O2 derivati dai GPM sono determinanti nel danneggiare il miocardio già sofferente [45]. GPM e monociti, una volta attivati, rilasciano enzimi litici ed esprimono Specie Reattive dell’O2 (ROS). A causa della deplezione di ATP verificatasi in corso di ischemia la funzionalità della pompa Na+/K+ ATPasi risulta ridotta e questo conduce all’accumulo intracellulare di Na+ e al rigonfiamento osmotico della cellula. Nel tentativo “omeostatico” di contenerlo il Na intracellulare viene scambiato con il Ca+ extracellulare, microsomiale e mitocondriale con conseguente accumulo intracellulare anche del Ca+. Tale condizione attiva enzimi Ca-dipendenti tra cui la calpaina, proteasi che trasforma l’enzima xantina-deidrogenasi in xantina-ossidasi. Quest’ultima ossida l’ipoxantina in acido urico usando come substrato l’O2 e producendo anione superossido (fonte di dannosi radicali liberi dell’O2). La combinazione dell’anione superossido col monossido d’azoto prodotto dalle cellule endoteliali in risposta all’ischemia dà luogo alla formazione del radicale nitroperossido che, oltre a essere un potente ossidante, attiva l’enzima nucleare PARP-1 che polimerizza i residui di NAD+ riducendo ulteriormente la capacità delle fonti energetiche cellulari. Quella appena descritta è una “cascata” di eventi patogenetici innescati da un meccanismo omeostatico e ciò sta a dimostrare che l’omeostasi non è sempre al servizio dello stato di salute! (32)
Già molti anni or sono studi sperimentali su cani e suini mostrarono che la lidocaina riduce le aritmie da riperfusione causate dall’aumento dell’automaticità indotta dai radicali liberi senza esprimere effetti sulle aritmie da conduzione anomala (quelle cosiddette “da rientro”) [22]. La lidocaina riduce la fase 0 di depolarizzazione rapida del Potenziale d’Azione (PdA) bloccando tanto i canali del sodio attivati che quelli inattivati. Tuttavia la maggior parte della sua azione si esprime sui canali inattivati perché questi, depolarizzati dall’ischemia, generano aritmie ed è per questo che la lidocaina per via endovenosa (e.v.) mostra la sua grande efficacia nel trattamento della tachicardia e della fibrillazione ventricolare scatenate da eventi infartuali [19]. L’azione dei radicali liberi e dei metaboliti dell’acido arachidonico espressi dai GPM attivati può indurre modificazioni strutturali nel miocardio [43] e ciò sembra trovare conferma dall’effetto favorevole dei farmaci antinfiammatori [30]. Nella fase acuta dell’IMA le citochine IL-6 e IL-8 emergono quali importanti fattori della risposta infiammatoria [32] e si registra l’aumento delle molecole di adesione e dei loro ligandi [50]. Nel 1989 in dieci cani venne infusa lidocaina e.v. in ragione di 70 microgrammi/kg/min 90 minuti prima, durante l’ischemia cardiaca sperimentale e nella fase di riperfusione mentre altrettanti cani non vennero trattati. Rispetto al gruppo di controllo le dimensioni dell’infarto nei cani trattati apparvero sensibilmente ridotte e nel seno coronarico (la vena che raccoglie il sangue refluo dalla circolazione coronarica) i prodotti della perossidazione lipidica, lesivi per la membrana cellulare miocardica, erano presenti in quantità nettamente inferiori [25]. Anche nel Dipartimento di Scienze Biomediche del Virginia-Maryland Regional College di Medicina Veterinaria di Blacksburg sono state studiate a lungo le possibili proprietà antiossidanti della lidocaina ed è stato accertato che in caso di lesione miocardica, a concentrazioni varianti da 1 a 20 mM, essa esprime un effetto protettivo grazie alla sua potente attività di scavenging (ripilitura) dei radicali idrossilici e dell’ossigeno singoletto [8]. Ricerche della Divisione di Chirurgia Cardiotoracica della Washington University School of Medicine (St Louis, Missouri) confermarono il dato: infusioni di lidocaina nei cani riducono le dimensioni della necrosi infartuale anche attraverso l’inibizione del rilascio di metaboliti tossici dell’O2 [23]. Analogamente, in un modello suino di IMA la lidocaina e.v. somministrata prima dell’inizio della riperfusione ha preservato il miocardio ischemico e ridotto le dimensioni della necrosi infartuale dopo riperfusione [38]. Infusioni di lidocaina si sono mostrate efficaci anche nel controllo del dolore post-operatorio in cardiochirurgia [17].
Sulla base di indici emodinamici, della valutazione di enzimi miocardici, dei marcatori dello stress ossidativo e dei saggi istopatologici cardiaci post-mortem i progressi della Biologia Molecolare hanno recentemente riconosciuto importanti effetti protettivi di nuovi derivati della procaina-1,3,5-triazina dal danno da ischemia-riperfusione miocardica: essi hanno ridotto l’espressione dei ROS e ripristinato normali livelli di glutatione, superossido-dismutasi e fosfatidilcolina-sterolo O-aciltransferasi: in un modello sperimentale i derivati della procaina hanno espresso significative azioni cardioprotettive attraverso l’inibizione del potenziatore della catena leggera del Nuclear Factor-κB (Fattore Nucleare K delle cellule B attivate) [34]. In altre parti del sito questi soggetti biomolecolari e gli effetti che su di essi gli AL esprimono sono descritti più dettagliatamente (33) (34). In buona sostanza nell’infiammazione associata all’ischemia miocardica e alla riperfusione gli effetti terapeutici “diretti” (non neuromediati) degli AL sulle cellule, sui messaggeri chimici e sull’endotelio sono stati ampiamente verificati.
Passiamo ora alla mediazione nervosa dei disturbi cardiaci e alle TAL applicate a settori del Sistema Nervoso implicati. L’interesse per la regolazione neurovegetativa nella fisiopatologia cardiaca iniziò a manifestarsi già all’inizio del Novecento e oggi sono disponibili numerosi farmaci indicati nelle malattie cardiovascolari che individuano quale bersaglio attività biologiche mediate dal SNV.
Laureatosi in Medicina a Parigi, il chirurgo romeno Thoma Ionnescu (1860-1926) si produsse in una brillante carriera accademica che lo portò a ricoprire la carica di Rettore all’Università di Bucarest. Sul suolo francese aveva approfondito argomenti di Anatomia Topografica e di Chirurgia ma il suo interesse era anche rivolto ai possibili impieghi in clinica dell’anestesia locale e alla ricerca di sempre nuove tecniche per realizzarla. Conseguì importanti risultati nella chirurgia addominale e pelvica grazie anche alle diverse applicazioni dell’anestesia locale che padroneggiava (tra cui la rachianestesia: l’anestesia di vasti settori somatici per introduzione di soluzioni di AL nello speco vertebrale). Più volte si recò anche in Inghilterra allo scopo di perfezionarsi nelle rachianestesie “alte”, quelle cioè a partire dai segmenti cervicali e toracici, e nel corso di quelle trasferte strinse feconde relazioni con il fisiologo olandese Willem Einthoven e i cardiologi britannici Thomas Lewis e Arthur MacNalty (pionieri dell’elettrofisiologia cardiaca). Un giorno a Ionnescu capitò di esaminare un paziente che esibiva un ampio ascesso nella metà sinistra del collo e decise di operarlo anche se nei mesi precedenti questi aveva lamentato crisi di angina pectoris anche a riposo. Quale esito dell’intervento di svuotamento della raccolta ascessuale l’occhio sinistro dell’uomo rimase stabilmente socchiuso con la pupilla in miosi (nel quadro noto come “sindrome di Bernard-Horner”) ma, in compenso, ai successivi controlli dichiarò sorpreso di non avere mai più avvertito alcuna oppressione al petto e che ora poteva permettersi persino di passeggiare senza sperimentare dolori anginosi. L’ampio atto chirurgico per svuotare l’ascesso aveva dovuto sacrificare anche i gangli del sistema simpatico cervico-toracico laterovertebrale sinistro e Ionnescu intuì che l’effetto protettivo su quel cuore malandato poteva essere associato a quella neuroablazione. Deciso a passare dal piano dell’intuizione a quello della verifica sperimentale propose ad alcuni sofferenti di angina pectoris, tra cui alcuni sopravvissuti a un precedente IMA, di sottoporsi all’intervento di ablazione del ganglio simpatico cervicotoracico noto come Ganglio Stellato (GS). Ancora in quei primi decenni del XX° Secolo chi sperimentava un attacco di angina pectoris poteva prevedere che in tempi brevi sarebbe sopraggiunto uno o più successivi IMA dagli esiti fatali e perciò la mancanza di risorse terapeutiche garantì alla sperimentazione un buon numero di volontari. Ionnescu riuscì ad accertare che la “stellectomia” (o simpaticectomia cervico-toracica) esprime una potente azione protettiva in soggetti predisposti all’IMA e alle sue recidive [18]. Dopo alcuni anni un suo allievo e connazionale, il chirurgo e fisiologo Daniel Danielopolu, segnalò che l’infiltrazione con AL del GS sinistro (che da adesso in poi sarà indicata come Blocco del Ganglio Stellato con AL = BGSAL) sopprime il dolore anginoso e dell’IMA analogamente alla stellectomia e, allo stesso tempo, “inibisce i pericolosi riflessi nervosi vasocostrittori capaci di rendere più grave l’evento infartuale” [7].
Nei seguenti capitoli dedicati alle patologie cerebrali, ad alcune patologie internistiche e ad altre problematiche cliniche a carico del torace e dell’arto superiore si tornerà sul GS, sugli effetti della sua stimolazione e su quelli del BGSAL. Vale perciò la pena di dedicare alcune righe a questa importante struttura neurovegetativa, alle sue funzioni e ai distretti somatici soggiacenti alla sua competenza. Posto all’altezza della settima vertebra cervicale, il GS risulta dalla fusione del Ganglio Cervicale Inferiore e del Primo Ganglio Toracico. Esso governa numerose funzioni circolatorie, broncomotorie, trofiche e sudorali dell’emicranio, dell’emivolto, dell’emitorace e dell’arto superiore omolaterali. Il GS non trasmette “in proprio” alcuna forma di sensibilità ma modula l’attività delle vie nervose sensitive e motorie [28]. Nel corso degli anni il BGSAL è stato perfezionato e applicato in numerose patologie con risultati estremamente interessanti e un’incidenza molto bassa di effetti indesiderati e incidenti gravi [29] (FTI2). Ulteriori dettagli sulla fisiopatologia del GS sono offerti al link (07c).
Dopo Ionnescu e Danielopolu i nordamericani William Cox e Harry Robertson e il gruppo di ricerca diretto da Gherard Schauer condussero ricerche sull’estensione dell’area infartuale e sull’alterazione delle funzioni cardiache dopo IMA pervenendo a conclusioni in linea con quelle dei due studiosi romeni: la preventiva denervazione simpatica del cuore riduce l’estensione della necrosi infartuale sperimentale con il risultato di una forte riduzione della mortalità nel gruppo di animali simpaticectomizzati rispetto al gruppo di controllo [6][39]. Un decennio più tardi il chirurgo genovese Egidio Tosatti segnalò l’utilità del BGSAL nell’IMA e nelle aritmie suscitate dall’ischemia cardiaca suggerendo che se ne potevano trarre risultati analoghi a quelli della simpaticectomia senza esporre i pazienti al disagio di una sindrome di Bernard-Horner permanente [47]. Questi dati vennero poi confermati da altri autori tra cui l’italoamericano John Joseph Bonica, infaticabile studioso dei meccanismi nervosi del dolore e continuo perfezionatore della tecnica dei “blocchi nervosi” con AL. Bonica suggerì che gli stimoli nervosi suscitati dall’area infartuale possono diffondersi a tutto l’ambito cardiaco inducendo spasmo coronarico anche a distanza dal settore miocardico da cui essi avevano tratto origine e che il BGSAL può contrastare efficacemente quel fenomeno [4].
Gli anni seguenti furono segnati dalla scoperta della struttura del DNA e dall’ingresso trionfale della Biologia Molecolare in Medicina. La comprensione di molti aspetti delle relazioni tra recettore e ligando aprirono la strada alla sintesi di numerosi farmaci tra cui i primi “salvavita” cardiologici: i β-bloccanti e i calcio-antagonisti. Specie sul fronte delle malattie cardiovascolari tutto questo condusse le TAL a registrare una flessione tanto sul piano della didattica che su quello delle attività cliniche ma presto emerse che i criteri biomolecolari non potevano spiegare tutti i processi fisiopatologici connessi a quell’ambito di interesse. Secondo una convinzione che si impose quale naturale assunto della Biologia Molecolare il flusso coronarico avrebbe dovuto essere quasi totalmente regolato dalla domanda metabolica del cuore. Venne successivamente accertato che ciò è vero solo in condizioni di “quiete fisiologica”: infatti, anche se preventivamente sottoposto ad anestesia generale e a β-blocco farmacologico, la stimolazione del GS sinistro suscita ugualmente nel cane una costrizione coronarica. Emerse che in particolari condizioni d’allarme, quali ad esempio l’IMA, il controllo del flusso di sangue al cuore viene preso in carico dai nervi simpatici e tale modalità di regolazione soverchia rapidamente quella metabolica che era dominante fino a un momento prima, quando ancora regnavano condizioni di quiete [13]. Quello stato delle conoscenze permise di “intuire” la responsabilità nervosa nella patogenesi di molte malattie cardiache interpretando indizi numerosi e convergenti ma essa ancora non era stata oggettivata con rigorose metodologie di ricerca sperimentale. Alla fine degli anni Sessanta l’ingegneria applicata alla ricerca biomedica offrì strumenti per registrare l’attività elettrica di nervi di piccolissimo calibro come quelli del Sistema Simpatico (SS) e questo impresse alla ricerca una formidabile accelerazione. Nel 1969 l’internista e fisiologo Alberto Malliani, il cardio-aritmologo Peter Schwartz e il fisiologo Alberto Zanchetti registrarono l’attività elettrica delle fibre del SS coinvolte nelle attività cardiache dimostrando che a seguito di un’occlusione coronarica sperimentale l’attività simpatica efferente aggrava l’estensione dell’ischemia anche in animali preventivamente sottoposti ad anestesia generale [26]. Ulteriori ricerche mostrarono che l’attività del SS cervico-toracico può anche suscitare improvvise aritmie associate all’IMA, alla condizione detta Q-T lungo o al fenomeno indicato come torsione di punta, malattie per le quali si moltiplicarono tanto le indicazioni cliniche alla simpaticectomia cervico-toracica [41][21] quanto al BGSAL [42][16][48]. Un articolo del 1995 a firma di Ezio Vincenti e Stefania Barbieri, anestesisti presso l’Università di Padova, propone in estrema sintesi quanto sin qui illustrato:
“Impiegato essenzialmente in Terapia Antalgica, il blocco anestetico locale del ganglio stellato può trovare una proficua utilizzazione anche in Terapia Intensiva nel trattamento dell’Infarto Miocardio Acuto sia nel controllo del dolore ischemico sia nell’abolizione di alcuni riflessi viscerali evocati dall’area infartuale stessa… La stimolazione simpatica metamerica determina vasocostrizione coronaria riflessa che ulteriormente compromette il rifornimento di ossigeno al miocardio… Un efficace sollievo del dolore può essere ottenuto con appropriata somministrazione di potenti oppiacei per via endovenosa ma purtroppo non vengono eliminate le anormali risposte riflesse evocate da un infarto del miocardio… l’innervazione simpatica del cuore non è solo implicata nel dolore ischemico ma anche nella regolazione della gettata cardiaca durante l’infarto miocardico” [51].
Allo studio del ruolo del traffico dei segnali nervosi nelle malattie cardiache si affiancò un altro fronte di ricerche sulle possibili responsabilità di processi di “neuroinfiammazione”. Qui l’ipotesi di ricerca ha indagato sulla possibilità che processi infiammatori a carico dei neuroni potessero indurre l’espressione di attività elettrochimiche abnormi a sostegno di malattie cardiache. Pioniere in questo campo fu il cardiologo Thomas Naum James (1925-2010), Presidente del Dipartimento di Medicina dell’Università dell’Alabama e poi della University of Texas Medical Branch a Galveston. Alla fine degli anni Settanta del XX° Secolo egli pubblicò “Cardiac ganglionitis associated with sudden unexpected death” in cui si avanzava l’ipotesi che dietro alcune morti cardiache improvvise vi fossero alterazioni infiammatorie a carico di gangli ortosimpatici preposti al controllo del ritmo cardiaco [20]. Studi successivi hanno confermato la sua tesi ampliando il range di osservazione nell’ambito delle malattie cardiache. Al proposito davvero elegante fu la ricerca condotta nel 2014 nel Dipartimento di Scienze Cardiache, Toraciche e Vascolari dell’Università di Padova su due forme di aritmie ventricolari indotte da catecolamine: la sindrome del QT lungo (LQTS) e la tachicardia ventricolare polimorfa catecolaminergica (CPVT) per le quali in caso di farmacoresistenza l’ablazione del Ganglio Stellato sinistro (GSs) costituisce una valida opzione terapeutica. Il team padovano condusse indagini su campioni di GSs asportati in pazienti LQTS/CPVT “immunocolorando” le sezioni istologiche con anticorpi diretti contro le cellule T (CD3, CD4, CD8, CD20, Granzyme B), CD68 (macrofagi) e HLA-DR (antigene leucocitario umano-DR). Tutte le analisi molecolari condotte sulle cellule immunopositive diedero esito negativo per presenza di virus neurotropi ma in tutti i GSs asportati da pazienti LQTS/CPVT furono repertati infiltrati infiammatori composti da linfociti T e macrofagi raggruppati in piccoli focolai contrapposti a cellule ganglionari. I ricercatori padovani ne conclusero che la citotossicità mediata dalle cellule T a danno delle cellule gangliari può incrementare l’attività adrenergica tanto da innescare l’instabilità elettrica cardiaca in quella categoria di pazienti [37]. Nel 2017 il Centro di Ricerche Neurocardiologiche di Los Angeles segnalò che i GS estratti dai loro pazienti sofferenti di cardiomiopatia e aritmie ventricolari mostravano una condizione infiammatoria, stress ossidativo e attivazione pro-infiammatoria a carico delle cellule gliali satelliti e fenomeni di rimodellamento neurochimico. Ne conclusero trattarsi di alterazioni capaci di generare un eccessivo tono ortosimpatico efferente e che il dato confermava il rationale per la simpaticectomia terapeutica [1]. Uno studio multicentrico statunitense condotto nel 2021 offrì “la prova del nove” dell’importanza della neuroinfiammazione gangliare nell’aritmogenesi. Anzitutto i ricercatori accertarono che nei GS di ratti in cui era stata indotta insufficienza cardiaca cronica mediante legatura dell’arteria coronarica l’espressione dei macrofagi, del TNFα e dell’IL-1β era significativamente aumentata. Lo studio tese a indagare se la deplezione dei macrofagi nei GS poteva ridurre l’iperattivazione ortosimpatica cardiaca e l’aritmogenesi ventricolare e a tal fine in entrambi i GS, destro e sinistro, vennero iniettati liposomi di clodronato (vescicole fosfolipidiche che esprimono attività soppressive nei confronti dei macrofagi). La registrazione telemetrica continua di 24 ore dei dati ECG in ratti coscienti dimostrò che alla deplezione dei macrofagi si associava la riduzione dell’incidenza e della durata delle crisi di tachicardia/fibrillazione ventricolare pur permanendo la condizione di insufficienza cardiaca sperimentale [52]. La neuroinfiammazione associata alla attivazione dell’immunità innata (rappresentata dai macrofagi) ottenuta sperimentalmente in vivo poteva ora essere sicuramente associata all’iperattività del sistema ortosimpatico cervico-toracico (il GS!) e a quest’ultima poteva essere attribuita la responsabilità di disturbi ritmologici minacciosi per la vita. Un recentissimo articolo americano dal titolo immaginifico in cui la materia nervosa è personificata (“Il Ganglio Stellato adirato: l’Interleuchina-6 nelle aritmie ventricolari indotte dalla neuroinfiammazione”) ci informa di avere documentato l’iperattività ortosimpatica associata a neuroinfiammazione gangliare in pazienti deceduti nel quadro di morte cardiaca improvvisa dopo IMA, nella LQTS, nella CPVT e nella cosiddetta “tempesta elettrica”. I due ricercatori statunitensi autori dell’articolo indicano il ruolo che l’IL-6 ricopre nel meccanismo della neuroinfiammazione gangliare ortosimpatica [35]. Potrebbe tornare utile all’Utente recuperare i contenuti del capitolo in cui sono descritte le principali dinamiche dell’infiammazione e gli effetti terapeutici che gli AL possono esprimere (34).
Fin qui sono stati illustrati aspetti della fisiopatologia cardiaca, variamente intrecciati a esperienze cliniche e sperimentali di simpaticectomia e di TAL, collocati nella circoscritta dimensione del segmento spinale (o metamero): l’occlusione coronarica con la conseguente ischemia cardiaca locale stimola nervi afferenti al competente settore di midollo spinale a cui è annesso un contingente neurovegetativo simpatico (il GS). Da qui, in risposta allo stimolo, nervi efferenti propagano al distretto cardiaco da cui aveva tratto origine il loop nervoso (ma anche ad altri distretti miocardici neuralmente connessi) impulsi che favoriscono uno spasmo coronarico che aggrava l’ischemia cardiaca iniziale, incrementa la richiesta di O2 del miocardio sofferente e promuove disordini del ritmo. La descritta sequenza di eventi si svolge interamente nei confini del segmento spinale pertinente al cuore e questo a molti sembrò confermare che gli aspetti salienti della fisiopatologia cardiaca dovessero ricercarsi esclusivamente entro quell’ambito topografico. Di tanto in tanto però erano anche emersi, e avrebbero continuato a emergere, indizi sulla possibilità di domini spaziali ben più ampi per i fenomeni connessi alla fisiopatologia cardiaca. Ad esempio, nel XXV° Congresso della Società Italiana di Cardiologia Francesco Balsano, a quel tempo Libero Docente in Patologia Medica presso l’Università romana “La Sapienza”, comunicò che subito dopo avere abbassato la lingua a un paziente per esaminarne la gola questi aveva perso conoscenza nel quadro di una crisi di Morgagni-Adams-Stokes (MAS), disturbo sincopale sostenuto da aritmie che rendono la gittata cardiaca insufficiente. Riavutosi, il paziente dichiarò che episodi analoghi gli erano già occorsi a seguito di eventi banali (come in caso di conato di vomito) e che tutto questo aveva iniziato ad accadere successivamente a un intervento di turbinatectomia sopportato tempo prima. L’osservazione sollecitò il clinico italiano a effettuare una ricognizione nella letteratura medica internazionale sulla MAS ove apprese che altri Autori ne avevano descritto l’insorgenza dopo eventi traumatici diversi (tonsillectomia, turbinatectomia, lesione di diverticoli esofagei, ritenzione di corpi estranei, traumi orofaciali, eccetera). In alcuni dei casi segnalati la crisi poteva essere evocata con una leggera stimolazione vagale come l’atto di abbassare la lingua con una spatola, l’esplorazione rettale e la deglutizione ripetuta: “I disordini del ritmo emersero in tutti i casi menzionati dopo la stimolazione di una particolare zona… in alcuni casi le crisi s’interrompevano dopo la cessazione della stimolazione vagale… le crisi che insorgevano dopo la stimolazione faringea o del seno carotideo potevano essere evitate con l’anestesia locale di un punto iperattivo. Emerge un nuovo concetto di patologia intrinseca al sistema nervoso vegetativo che non può essere confinato soltanto alle terminazioni nervose autonomiche” [2]. La segnalazione di Balsano è replicata nel paragrafo (12a) all’interno del capitolo dedicato alle possibili ipotesi sul Campo di Disturbo (CdD) secondo Huneke (12).
Brillante e originale fu la comunicazione di Balsano ma in realtà egli si era casualmente imbattuto in una scoperta già fatta da altri che non gli era nota: almeno un ventennio prima Ferdinand e Walter Huneke avevano accertato che lo stimolo patogeno e la risposta patologica non coabitano necessariamente nello stesso segmento spinale. Gli Huneke avevano già segnalato che alterazioni di ogni tessuto periferico (focolai d’infiammazione cronica o lesioni cicatrizzate) possono generare disordini a carico di distretti somatici anche a distanza da essi. Essi definirono “Campo di Disturbo” (CdD) questa fattispecie di lesioni dimostrando che il loro trattamento con AL può esprimere un potente effetto terapeutico. Di queste evidenze sperimentali i due fratelli fecero oggetto di studio sistematico fino alla formulazione della metodica nota come Terapia Neurale secondo Huneke (TNH) (11b). In assenza di tali conoscenze verosimilmente è accaduto chissà quante volte a tanti medici di “inciampare” casualmente in circostanze in cui tra l’origine di un disturbo e la sua espressione erano inscritti tempi e distanze apparentemente inspiegabili. I risultati terapeutici degli AL applicati in TNH ancora non sembrano sufficienti a emanciparla da una condizione di marginalità anche se alcuni suoi fondamenti sono stati sdoganati anzitutto grazie alla Clinica Cardiologica. Infatti, nella ricerca delle possibili cause di un’aritmia, non suscita perplessità che il bravo cardiologo indaghi sulle condizioni del nostro stomaco, dell’esofago e del sistema bilio-pancreatico e ci chieda se soffriamo di reflusso gastroesfageo, di coliche biliari o di brusche distensioni gastroaddominali: per individuare le cause della cardiopatia egli cerca possibili cause anche in distretti lontani dal cuore poiché in qualche misura detiene la nozione che talora il “segmento spinale” può rivelarsi un cassetto troppo stretto per contenere tutte le dinamiche fisiopatologiche con cui le malattie si esprimono.
Torniamo alle aritmie. Le ricerche più recenti confermano l’efficacia del BGSAL nelle aritmie ventricolari ad alta frequenza, complicanze minacciose per la vita che gli anglosassoni chiamano electrical storm (“tempesta elettrica”). Nel 2015 venne condotto uno studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo su ottanta pazienti anziani per valutare gli effetti del BGSAL sulla risposta cardiovascolare e la variabilità della frequenza cardiaca durante l’induzione dell’anestesia e l’intubazione endotracheale. In tutti i soggetti è stato eseguito il BGSAL destro con 10 ml di lidocaina all’1% ed emerse che la procedura protegge il miocardio sopprimendo le risposte allo stress durante l’induzione dell’anestesia e l’intubazione tracheale [5]. Nel 2017 l’equipe di cardiologi e rianimatori della Duke Cardiology di Durham in North Carolina pubblicò che in un numero rilevante di casi il BGSAL riduce in misura importante le aritmie ventricolari refrattarie alle terapie farmacologiche e che (attenzione, prego!) “questo fa sperare nella futura disponibilità di uno strumento sicuro ed efficace da impiegare più spesso nelle popolazioni a rischio” (sic) [14]. Nel 2019 dal Dipartimento di Medicina Cardiovascolare della Majo Clinic di Rochester in Minnesota pervenne la conferma a quanto detto sopra: il BGSAL estingue la tempesta elettrica in oltre la metà dei pazienti trattati senza causare complicanze iatrogene e costituisce una preziosa risorsa ove altri approcci terapeutici abbiano fallito [49]. A mitigare il peso delle sofferenze nella Divisione di Cardiologia della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora persino la poesia è stata chiamata a collaborare: l’efficacia del BGSAL contro le tachicardie ventricolari refrattarie ad altri trattamenti ha suggerito ai ricercatori di pubblicare un articolo mutuando dal poeta Giacomo Leopardi il titolo di “La quiete dopo la tempesta” [31]. In maiali preventivamente sottoposti a ischemia cardiaca sperimentale l’aritmogenesi ventricolare può essere contrastata dall’anestesia spinale con bupivacaina effettuata allo scopo di bloccare l’interrelazione tra neuroni cardiaci afferenti ed efferenti. La segnalazione è pervenuta nel 2021 da un gruppo multicentrico di ricerca sulle patologie cardiache che ha visto cooperare il Dipartimento di Anestesiologia, il Gruppo di Eccellenza di Ricerca Neurocardiologica, l’Istituto di Scienze Interdisciplinari del Cervello e Comportamento dell’Università di Los Angeles e il Dipartimento di Anestesiologia e Medicina Preoperatoria di Pittsburgh [33]. Quasi nello stesso momento il gruppo multicentrico di ricerca di Atlanta guidato da Eric Reinertsen ha confermato che al BGSAL si associa una riduzione delle aritmie senza alterazioni della frazione di eiezione (EF) e senza indesiderate interferenze con eventuali terapie antiaritmiche o con il supporto respiratorio [36].
Oltre a quelle fin qui illustrate il BGSAL ha esibito la sua efficacia anche nei confronti di altre problematiche cardiologiche. Da anni è noto che complicanze importanti della Cardiochirurgia sono l’ipertensione arteriosa (spesso di grado severo e resistente alle terapie farmacologiche) e l’ipertensione arteriosa polmonare dovuta a vasocostrizione in quel distretto e si è concordi nell’attribuire alla combinazione di alterazioni endoteliali, umorali e delle attività del SS la loro emergenza [27]. In queste circostanze il BGSAL ha consentito l’efficace controllo delle complicanze una volta che queste si siano manifestate [46][12][3] e quando esso è stato applicato prima degli interventi cardiochirurgici ne ha limitato l’insorgenza come è stato dimostrato dal Dipartimento Universitario di Anestesiologia del Montreal Heart Institute di Quebec [15] che, evidentemente, ha ispirato la sua ricerca ai criteri di “Pre-Anesthesia” formulati da George Waschington Crile (09).
Da quanto fin qui illustrato sulle patologie cardiache discende un corollario di aspetti importanti sia per il loro valore assoluto che come chiave di comprensione del razionale delle TAL per tutte le patologie ytattate negli altri capitoli di questa sezione del sito. Per il loro “carattere aspecifico” tali conoscenze sono tutte riconducibili alla Fisiopatologia di Base e giustificano appieno l’ampio ventaglio di indicazioni alle TAL che, proprio a motivo della sua ampiezza, talora ha suscitato immeritate critiche di panaceismo. Nelle righe seguenti il contenuto di tali aspetti fisiopatologici sarà espresso in estrema sintesi.
Anzitutto l’IMA, a lungo ritenuto quasi l’unico effetto di problematiche coinvolgenti colesterolo e piastrine e culminanti nell’esito fisico-idraulico dell’occlusione coronarica, iniziò finalmente a essere considerato anche quale espressione di particolari modalità di pilotaggio nervoso. Le sperimentazioni mostrarono che né l’anestesia generale né il β-blocco farmacologico sopprimono attività nervose patogenetiche spinali potenzialmente minacciose e che, diversamente dagli AL, le risorse farmacologiche frutto della Biologia Molecolare spesso mostrano minore efficacia sugli aspetti più spiccatamente neurali di numerose malattie. Negli anni Settanta-Ottanta del XX° Secolo l’insieme di tali evidenze suggerirono al prof Alberto Malliani di formulare il concetto di malattia quale realtà innervata [26].
Tornando alla ri-scoperta di Balsano (e alle tante analoghe ri-scoperte che per motivi di spazio qui non saranno menzionate) è tempo di riconoscere che immaginare l’organo sofferente ingabbiato unicamente nel gioco di stimoli nervosi del suo stesso segmento spinale corrisponde a una grossolana semplificazione. La scoperta degli Huneke sulla variabilissima dislocazione segmentaria dello stimolo nocivo e del distretto ove si manifesta la patologia, presso alcuni tuttora oggetto perplessità, verrà illustrata in altra parte della trattazione. Qui ci si limita a sottolineare che contenuti consonanti a quelli espressi dagli Huneke sono oggi invocati a sostegno dell’esistenza di diversi modelli di attività nervosa come quelli che da tempo emergono dalla ricerca su fenomeni complessi come il “referred pain” (11a) o il cosiddetto “organ cross-talking”.
Oltre che nella dinamica di quelle cardiache ormai è certo che in numerose e varie altre malattie è operante un attore patogenetico nervoso in sinergia con altri attori biomolecolari e che la sua importanza si staglia con chiarezza in ogni caso che può trovare soluzione nelle TAL. Il concetto di “malattia innervata” fu poi perfezionato con la scoperta delle interazioni neuro-immunologiche nei più diversi processi patogenetici [11]. Il dato più eclatante fu che l’interazione tra attori nervosi e immunologici nella patogenesi di numerosissime malattie emerge chiaramente dagli studi in vivo mentre può del tutto sfuggire nello studio di tessuti e di elementi cellulari isolati. Questo concetto è sintetizzato efficacemente in una bellissima pubblicazione dei britannici Andrew Shepherd, James Downing e Jaleel Miyan: “Senza i nervi l’Immunologia rimane incompleta: in vivo veritas” [44]. Si tornerà sui contenuti di questa importante comunicazione scientifica quando si affronterà la scoperta del “Campo di Disturbo” (CdD) da parte dei fratelli Ferdinand e Walter Huneke (11b).
Altra questione che spesso viene sollevata è quella che riguarda l’aspettativa di stabilità dei risultati terapeutici degli AL, sostanze dal breve effetto anestesiologico. Vale la pena di rammentare che era prossimo a concludersi il XIX° Secolo quando al medico prussiano Karl Ludwig Schleich già apparve chiaro che l‘effetto anestetico locale e l’effetto terapeutico delle soluzioni anestetiche a base di cocaina (l’unico AL disponibile al suo tempo) non sono sovrapponibili nè coincidenti. Egli se ne convinse osservando che nelle lomboalgie e nel dolore post-operatorio agli incrementi della diluizione della cocaina impiegata come AL non corrispondevano consensuali decrementi dei suoi effetti terapeutici e che all‘esaurimento dell’effetto anestetico soltanto di rado seguiva il decremento del beneficio terapeutico [40] (05d).
Nella letteratura medica internazionale degli ultimi cento anni per numerose e varie malattie sono indicate tanto soluzioni chirurgiche (la simpaticectomia o la vagotomia) quanto le TAL. Nonostante ciò ancora nella prima metà del XX° Secolo la scarsità di risorse farmacologiche faceva prevalere l’idea che la sola forma di cura efficace e radicale fosse la Chirurgia. A smentita di tale pregiudizio, per descrivere l’efficacia terapeutica degli AL da lui stesso sperimentata e nel paragonarla a quella della Chirurgia, il grande chirurgo francese Renè Leriche giunse a dichiarare che impiegare con finalità terapeutiche gli AL è “come disporre di un bisturi che non versa sangue” [24].
Oggi è comprovato che gli effetti terapeutici conseguiti con l’impiego degli AL e la loro stabilità sono dovuti all’intervento su un livello biocibernetico e su un livello biomolecolare (ammesso che tra i due livelli possa essere tracciato un solco di separazione). Il primo concerne l’interruzione dei loops patogenetici che si alimentano attraverso dinamiche ricorsive (neuro-immunologiche e immuno-neuroendocrine: ad esempio circuiti del tipo vasocostrizione-ischemia-dolore-vasocostrizione, eccetera). Il livello biomolecolare riguarda l’effetto degli AL sulle membrane dei neuroni patologicamente eccitati (sensitizzati) con la correzione della sovraespressione dei canali voltaggio-dipendenti del Na+ oltre che su taluni altri Canali Ionici (CI) e Sistemi Molecolari di Segnalazione/Trasduzione/Trasporto (SMSTT) espressi su altre linee cellulari (glia, immunociti, piastrine, endotelio) come è illustrato in altra parte del sito (34).
Dall’insieme degli aspetti fisiopatologici fin qui considerati ne emerge un altro, cruciale persino dal punto di vista epistemologico, che riguarda il significato stesso da attribuire all’omeostasi, pilastro su cui ancora si basa parte importante della moderna Fisiopatologia. Poco sopra si è già fatto cenno a come in corso di IMA il difetto funzionale della pompa Na+/K+ dei cardiomiociti conduca all’accumulo intracellulare del Na+ e al loro rigonfiamento osmotico a cui segue l’omeostatico accumulo intracellulare anche del Ca+. Inoltre, se in risposta a uno stimolo potenzialmente nocivo come l’occlusione coronarica sperimentale circuiti nervosi “sani” si attivano nel senso di aggravare l’ischemia cardiaca piuttosto che mitigarla è evidente che le connotazioni provvidenzialistiche con cui sono stati concepiti i meccanismi dell’omeostasi (quest’ultima canonicamente definita “custode della stabilità biologica” e pertanto dello stato di salute) meritano una revisione. Al tema è dedicato un intero capitolo del sito: “Sistema Nervoso Vegetativo, Omeostasi ed Evoluzione delle Specie: percorsi obbligati e scivolosi tra scienza e pseudoscienza” (32).
E’ evidente che la moderna ricerca clinica e sperimentale conferma quanto Ionnesco e Danielopolu avevano proposto cento anni or sono anche se la Clinica Medica sembra complessivamente sottostimare una disciplina preziosa come le TAL. Se parte delle risorse investite in ri-scoperte e ri-conferme finanziassero dei corsi per l’apprendimento della tecnica del BGSAL nelle Terapie Intensive e nelle Unità Coronariche le patologie cardiache acute probabilmente mieterebbero un numero di vittime assai minore.
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Macrophage depletion in stellate ganglia alleviates cardiac sympathetic overactivation and ventricular arrhythmogenesis by attenuating neuroinflammation in heart failure
Basic Res Cardiol, 116: 28, 2021