08. La scoperte dei fratelli Ferdinand e Walter Huneke e di Ana Aslan sugli effetti terapeutici “diretti” (non-neuromediati) della procaina

Claudio Dell’Anna
AL = Anestetico/i Locale/i; TAL = Terapie con AL; e.v. = somministrazione endovenosa; SNS = Sistema Nervoso Simpatico; BGSAL = Blocco del Ganglio Stellato con AL; ELISA = Enzyme-Linked Immunosorbent Assay; GPM = Granulociti Polimorfonucleati; PAF = Platelet-Activating Factor; IL-1α = Interleuchina-1α; TNF-α = Tumor Necrosys Factor-α; PGE2 = Prostaglandina E2; NADPH-ossidasi = enzima della classe delle ossidoreduttasi; PKC = Proteina Chinasi C; NF-kB = Nuclear Factor kappa-B; INF-ɣ = ɣ-interferone; LPS = lipopolisaccaride; CAM = Cell Adhesion Molecule; ARDS = Sindrome da Distress Respiratorio Acuto; NC = Nucleo Cuneato; CD11b-CD18 = sottotipo di integrine; LTB4 = sottotipo di leucotrieni; XO = Xantina-Ossidasi; ROS = Reactive Oxygen Species; MAO = monoaminossidasi; VDAC = Voltage Dependent Anion Channel

Nella commedia Phormio (160 a.C.) Publio Terenzio Afro asseriva “Senectus ipsa est morbus” (la vecchiaia è per sé stessa una malattia). Oltre che note di antica saggezza la massima gode di sempre più numerose conferme da recenti evidenze scientifiche anche se queste introducono un correttivo non trascurabile: lo scrittore latino si riferiva ai disturbi che accompagnano la senescenza mentre oggi ci è noto che numerosi meccanismi che sostengono varie malattie corrispondono a quelli alla base dell’invecchiamento. Inoltre recentemente è emerso che l’invecchiamento, l’oncogenesi e i meccanismi sottostanti a numerose malattie infiammatorie condividono cruciali passaggi fisiopatologici e questo sta favorendo la collaborazione tra settori della ricerca che fino a poco fa erano tra loro assai distanti. Aspetto di grandissima rilevanza è che, pur con modalità diverse, numerosi ingranaggi di tali dinamiche patogenetiche si dimostrano sensibili agli Anestetici Locali (AL), anzitutto alla procaina e alla lidocaina, come dimostra la vastissima letteratura sull’argomento posta alla fine del presente capitolo e che raggiunge l’anno in corso. Quanto alla genuinità scientifica degli studi che saranno menzionati si rammenta che tanto alla procaina quanto alla lidocaina corrispondono brevetti rispettivamente del 1909 e del 1948 ed è difficile immaginare qualsiasi profittevole conflitto di interesse sul capo dei ricercatori impegnati nel settore.

Nella prima metà del Novecento due scoperte distanti solo pochi anni mostrarono che l’AL procaina iniettata per via endovenosa (e.v.) esibisce rilevanti effetti terapeutici nei confronti di numerose e diverse forme morbose canonicamente classificate come dolorose, infiammatorie e degenerative molte delle quali tipiche dell’età avanzata (aterosclerosi, deficit uditivi, dolori osteoartrosici, eccetera). Ai fratelli tedeschi Ferdinand e Walter Huneke e alla romena Ana Aslan si devono riconoscere le prime esperienze che misero in luce la sorprendente varietà di effetti “non-anestetici” della procaina. Brevettata circa quarant’anni dopo la sintesi della procaina, la lidocaina mostrò di possedere numerosi analoghi aspetti di utilità clinica. A partire dagli anni Cinquanta di quel Secolo solide conferme iniziarono a provenire da studi a cui, nel tempo, fecero seguito altre evidenze. Molte di esse sono recentissime e corroborate da moderne metodologie della ricerca. Potrebbe sorprendere come sostanze cronologicamente tutt’altro che giovani, come la procaina e la lidocaina, non abbiano mai cessato di suscitare interesse rivelando effetti biologici dapprima sconosciuti, o soltanto intuiti, all’interno di sempre nuovi approcci clinici e sperimentali. Esse hanno esibito efficacia come antiossidanti e citoprotettivi in corso di patologie acute (come nell’ischemia/riperfusione a carico del miocardio e dell’encefalo), nelle infiammazioni acute e croniche della più diversa natura, nelle sepsi, nelle lesioni attiniche e da altri agenti fisici, nelle intossicazioni, nelle neurodegenerazioni e nei processi neoplastici. Sorprendente è altresì che una risorsa così efficace e sostenibile ancora attenda di essere pienamente applicata nel contrasto alle malattie e che molti neppure conoscano, oltre a quelle anestesiologiche, le tante applicazioni cliniche degli AL. 

Il presente capitolo inizia narrando di un passato in cui, grazie a fortunate casualità e a una felice empiricità, medici pionieri aprirono la strada all’affermazione delle Terapie con Anestetici Locali (TAL) nella forma di iniezioni e.v. e si conclude con un cenno alle recentissime evidenze acquisite con le più moderne metodologie di ricerca biomolecolare. Specialmente gli studi condotti nell’ultimo trentennio hanno traghettato le antiche intuizioni all’approdo dell’identificazione di solidi nessi causali. In questo capitolo si apre uno spiraglio su una materia vastissima e complessa ma sono reperibili approfondimenti in altre sezioni del sito (33) (34) (35).

All’inizio degli anni Venti del Novecento i fratelli Ferdinand e Walter Huneke, originari della cittadina renana di Brilon, si trasferirono nella grande città di Düsseldorf a professare quella che oggi chiameremmo Medicina di Base. Era quello un periodo di sofferenze sociali per la Germania a motivo delle dure condizioni che il Trattato di Versailles aveva imposto ai Paesi sconfitti nella Grande Guerra ma per la città l’anno 1925 si presentava ancora più cupo: numerosi efferati omicidi di quello che la stampa indicò come “il vampiro di Düsseldorf” avevano steso sulla città una pesante cappa di angoscia. Di lì a poco il regista Fritz Lang avrebbe diretto il film Eine Stadt sucht einen Mörder, ispirato a quella vicenda. Ferdinand e Walter lamentavano un motivo supplementare di malumore poichè da qualche tempo una loro sorella aveva preso a soffrire di emicranie che la assalivano anche tre volte alla settimana. La malattia sembrava non rispondere ad alcun farmaco e questo alimentava in loro un sentimento di frustrazione ma quella circostanza aprì la strada a eventi che avrebbero legato il loro nome alla scoperta dell’impiego terapeutico degli AL per via e.v. Tutto iniziò con un provvidenziale errore che Ferdinand commise nella somministrazione di un farmaco. Un collega gli aveva suggerito di sperimentare l’antireumatico “Atophanil” e al successivo attacco di emicrania egli ne somministrò alla sorella una fiala per via e.v. ottenendo la rapidissima soluzione del quadro doloroso. Avere finalmente trovato un farmaco efficace suscitò il comprensibile ottimismo di tutta la famiglia. Il giorno seguente la ripetizione dell’iniezione e.v. liberò la donna dall’emicrania per un lungo periodo di tempo. Dopo alcuni giorni Ferdinand dovette assentarsi per cinque mesi e il fratello Walter prese sulle sue spalle l’intera conduzione dell’ambulatorio. Incoraggiato dall’esperienza di cui era stato testimone tentò a sua volta di risolvere con l’Atophanil le varie forme di emicrania che si presentavano alla sua osservazione senza però conseguire alcun risultato apprezzabile e questo lo lasciò comprensibilmente perplesso. Tutti gli interrogativi furono chiariti al ritorno di Ferdinand che, per puro caso, non si era disfatto della confezione del farmaco che mesi prima aveva acquistato per la sorella. L’Atophanil era commercializzato in due distinte formulazioni: una prevista per esclusivo uso e.v. mentre l’altra indicata per somministrazioni intramuscolari. In quest’ultima al principio attivo antinfiammatorio (il salicil-atophan) era associato l’AL procaina perchè l’iniezione intramuscolare risultasse meno dolorosa. Ben presto i due fratelli compresero che la sorella aveva ricevuto per via e.v. il prodotto destinato all’impiego intramuscolare contenente procaina e intuirono che era stato merito di quest’ultima, piuttosto che del salicil-atophan, l’effetto favorevole di cui aveva goduto. Nel tentativo di curare i casi che si erano presentati al suo cospetto Walter aveva invece effettuato le iniezioni rispettando le indicazioni riportate sulle confezioni e, con tutta evidenza, una modesta quantità di procaina per via intramuscolare non aveva apportato benefici rilevanti ad alcuno dei suoi pazienti.  

Secondo i canoni della Medicina del tempo quello di Ferdinand era considerato un grave errore poiché si riteneva che gli AL somministrati per via e.v. esponessero al rischio di paralisi cerebrale con possibile evoluzione verso il coma e il decesso. Tale convinzione prendeva spunto da precedenti esperienze in cui soggetti umani e animali erano stati esposti a elevati dosaggi di cocaina (il primo AL della storia) somministrata per quella via. Trascurando le assunzioni voluttuarie, numerosi incidenti si erano anche verificati in corso di “anestesia endovenosa” con soluzioni di cocaina, procedura concepita dal chirurgo tedesco August Bier per effettuare interventi chirurgici a carico delle estremità: un laccio veniva posto alla radice dell’arto interessato per bloccare il circolo ematico, l’arto veniva poi svuotato del sangue e sostituito da soluzioni di cocaina [8]. Quasi sempre i problemi iniziavano dopo la rimozione del laccio quando parte della soluzione di cocaina guadagnava velocemente il circolo generale. La frequenza di gravi incidenti tossicologici rese poco popolare questa metodica finchè nel 1963, impiegando la procaina per la sua maggiore maneggevolezza rispetto alla cocaina, il britannico Mack Holmes la recuperò alla pratica anestesiologica [38]. Va considerato che, rispetto a quella di Holmes, l’esperienza fortunata degli Huneke relativa all’impiego di procaina per via e.v. risale a molti anni prima e ciò spiega almeno in parte la posizione critica della comunità scientifica nei loro confronti. Attraverso quel provvidenziale errore gli Huneke furono i primi ad accertare che, nel rispetto di determinati dosaggi, la procaina è tollerata anche per via e.v. e può consentire rilevanti risultati terapeutici. Il passo successivo fu la metodica sperimentazione della procaina iniettata e.v. in pazienti afflitti da cefalee ed emicranie, dolori di varia natura, vertigini e disturbi di natura aterosclerotica, post-traumatica e post-ictale.

Scrisse Ferdinand Huneke nel 1928: “Walter confezionava fiale di procaina al 2% che impiegavamo per questa esperienza del tutto nuova. Divisi i compiti e seguendo percorsi diversi per verificare l’esattezza dei risultati mio fratello e io procedevamo con cautela in questa materia ancora piena di lati oscuri. Nutrivamo il timore che qualcuno potesse precederci nel pubblicare sull’impiego terapeutico della procaina endovenosa e perciò mantenevamo un grande riserbo intorno al nostro lavoro…[41]. I due fratelli non potevano immaginare quanto inutile fosse quella loro cautela dato che sarebbero trascorsi decenni prima che gli AL iniziassero a trovare applicazione per via e.v. e dato che, nonostante le innumerevoli evidenze cliniche e sperimentali, persino oggi si è ancora lontani dal pieno sfruttamento di quella risorsa tanto preziosa e a basso costo. Nell’arco di pochi anni e con modesti mezzi riuscirono a comprendere numerose potenzialità terapeutiche e a valutare il rischio iatrogeno della procaina e.v. Nelle loro sperimentazioni testarono anche gli effetti di altri AL come la Tutocaina e la Olocaina concludendone che non vi fossero sostanziali differenze. Cercando la forma farmacologica più maneggevole e sicura ritennero di averla individuata nella combinazione di procaina e caffeina in soluzione, che chiamarono “Impletol”, il cui brevetto cedettero nel 1927 alla Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie AG (oggi Bayer Leverkusen). L’Impletol venne indicato come il farmaco più adatto per effettuare blocchi nervosi gangliari, radicolari, tronculari e plessici (procedure queste già contemplate nel novero delle TAL sul “segmento spinale”, come altrove è stato già anticipato). Ferdinand però pretese che sulla confezione tra le modalità di somministrazione fosse chiaramente indicata anche la via e.v. e questo gli attrasse numerose critiche dagli ambienti medici e provocò frizioni tra lui e la ditta produttrice. Quello appena citato potrebbe sembrare un dato storico senza importanza ma risulterà utile al Lettore quando, consultando la bibliografia, si imbatterà nel termine “Impletol”: esso va interpretato come equivalente a “procaina” anche perchè successivamente ci si avvide che la caffeina che le veniva addizionata non ne incrementava gli effetti. Dopo tre anni di sperimentazioni i due fratelli pubblicarono su “Medizinische Welt” l’articolo “Sugli effetti finora sconosciuti dell’anestesia locale[41]. Un giorno, benchè si fossero prefissi il solo obiettivo di lenire il dolore del paziente, iniettando procaina e.v. e sul periostio della mastoide prossima all’orecchio malato riuscirono inaspettatamente a risolvere un’otite batterica acuta. Nessuno ancora immaginava che un AL potesse offrire effetti favorevoli in condizioni infettivo-infiammatorie anche se già nel 1908 il laringoiatra austriaco Gustav Spieß, su cui si tornerà in altra parte del sito, aveva prodotto una pubblicazione sull’efficacia della procaina in casi analoghi [73].  Evidentemente l’esperienza di Spieß ancora non aveva goduto della meritata diffusione e, del resto, è verosimile che gli Huneke ignorassero anche quella del chirurgo prussiano Karl Ludwig Schleich (anch’egli già citato). Certamente era all’oscuro della pubblicazione di Spieß anche la Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie AG poichè il contratto stipulato si basava sul presupposto dell’inesistenza di articoli con contenuti simili. Nel 1933 la pubblicazione di Spieß venne portata a conoscenza della ditta, il contratto fu rescisso e Ferdinand privato delle royalties ma la commercializzazione dell’Impletol e le sperimentazioni degli Huneke proseguirono. Nel 1958 Ferdinand volle precisare:

Dopo avere accertato che la terapia con procaina può risultare efficace contro malattie infettivo-infiammatorie ci siamo impegnati a sperimentarla sulle malattie di questa natura che cadevano sotto la nostra osservazione. Emerse che ogni tipo di infiammazione può rispondere favorevolmente e per noi ciò sta a indicare che non è tanto importante il tipo di batterio che occasionalmente si rende responsabile della patologia quanto il fatto che batteri diversi suscitano processi infiammatori che presentano molti elementi in comune… è qui che la procaina esprime il suo effetto: non attacca i batteri ma interferisce con il meccanismo infiammatorio che essi innescano[41].

Le numerose evidenze raccolte in anni recenti dimostrano che quella intuizione era esatta ma proprio quando nei due fratelli si era confermata l’idea che l’efficacia terapeutica della procaina fosse connessa quasi esclusivamente alla via e.v. di somministrazione irruppe un nuovo evento casuale che mise in discussione quanto essi credevano di avere acquisito per certo. Un’infermiera della Croce Rossa si era rivolta a Ferdinand per cercare una soluzione per la sua emicrania e lui si affrettò a praticargli la consueta iniezione e.v. di procaina. La crisi di emicrania si risolse immediatamente ma Ferdinand si rese conto di non averle praticato una e.v.: per errore le aveva effettuato un’iniezione “perivenosa”, cioè nell’immediata prossimità della vena. Nel 1960 nella conferenza “Un pò di storia sulla Terapia Neurale”, richiamando alla memoria quell’episodio Walter ricordò che in un primo momento Ferdinand e lui stesso caddero in preda al più cupo sconforto pensando “…anni di lavoro buttati al vento: va a farsi benedire la nostra bella teoria secondo la quale tutto dipende dalla via di somministrazione! [42]. Dopo la sorpresa prevalse l’aspirazione a comprendere il senso dell’accaduto e, a questo scopo, i due fratelli reclutarono il maggior numero possibile di pazienti emicranici che non avevano tratto vantaggi dalle iniezioni e.v. di procaina. In breve si resero conto che alcune forme potevano essere risolte mediante iniezioni perivenose di procaina ma anche iniezioni sotto il cuoio capelluto, nei muscoli contratti e dolenti del collo e persino in distretti somatici distanti dal cranio potevano risultare efficaci. Ciò li indusse a elaborare la tesi che dietro quegli effetti terapeutici vi fosse un meccanismo riflesso nervoso e iniziò in loro gradualmente a farsi strada una delle idee basilari di quella Terapia Neurale (TNH) che alcuni anni dopo avrebbe visto la luce grazie al loro ingegno: la possibilità che la causa della malattia e i suoi effetti possano essere separati da gradi variabili di distanza topografica e temporale  [41]. Qui si insisterà sulle applicazioni cliniche degli AL per via e.v., sugli ostacoli che queste procedure incontrarono nell’affermarsi e sui loro recenti sviluppi rimandando la narrazione delle successive vicende dei due fratelli, più volte baciati dalla serendipità, a un altro capitolo (11).   

Dopo la pubblicazione degli Huneke del 1928, contravvenendo agli orientamenti della medicina accademica, molti medici iniziarono a recarsi presso il loro ambulatorio per verificare gli effetti di quella nuova forma di terapia e apprenderne le procedure per applicarla in sicurezza. La maggior parte di essi proveniva dall’Alta Renania-Westfalia (la regione della città di Düsseldorf) ma non pochi furono quelli che partirono da distretti più lontani. Erano per lo più medici condotti attivi nelle campagne o professanti attività privatistica nelle città ma parteciparono anche personalità insignite di importanti titoli accademici come Gottfried Kellner (docente presso l’istituto di Istologia ed Embriologia dell’Università di Vienna) e l’anatomista austriaco Walter Krause (Medaglia d’Oro dell’Ordine dei Medici di Vienna e Croce d’Onore per la Scienza e le Arti). In una prima fase non si registrò un’abbondante produzione letteraria sulla proposta terapeutica degli Huneke forse anche perchè all’entusiasmo suscitato dai risultati non sempre in molti corrispondeva il coraggio di entrare in rotta di collisione con l’accademia. Quell’esperienza riuscì comunque a diffondersi trasmessa, almeno all’inizio, per lo più da medico a medico con la creazione di numerosi piccoli circoli accomunati dallo stesso interesse scientifico. Per molti anni il medico più attivo sui fronti della ricerca clinica, della formazione e della diffusione degli insegnamenti degli Huneke sarebbe stato il dottor Peter Dosch (1915-2005). La fine del Secondo Conflitto Mondiale lo aveva sorpreso nel settore orientale della Germania, la Deutsche Demokratische Republik, ove in un meeting di studio aveva avuto l’opportunità di incontrare Ferdinand Huneke. Appassionatosi a quanto questi gli trasmise raccolse negli anni numerose sue e altrui esperienze e le trasfuse in un manoscritto che fece pervenire nel settore tedesco occidentale alla casa editrice Haug di Heidelberg. Questo permise nel 1964 la pubblicazione della prima edizione del suo corposo Manuale di Neuralterapia secondo Huneke [20]. Nel 1969 Dosch riuscì ad attraversare la “cortina di ferro” che divideva la Germania in due settori e a stabilirsi a Monaco di Baviera ove proseguì senza sosta la sua attività di ricercatore, formatore e divulgatore del Metodo Huneke nel mondo. Chi scrive ebbe il privilegio di conoscerlo personalmente e di partecipare ad alcuni dei suoi seminari. Nelle sue numerose pubblicazioni non mancò di segnalare l’efficacia della procaina e.v. nelle malattie sostenute da processi infiammatori e in alcuni disturbi connessi alla senescenza [20]. 

Furono essenzialmente tre gli ostacoli con cui i fratelli Huneke dovettero misurarsi nel tentativo di vedere accolte dalla comunità scientifica le loro osservazioni. Il primo era rappresentato dalla grande varietà di indicazioni all’impiego della procaina, cosa che attirò loro la critica di panaceismo. Un ulteriore ostacolo all’accettazione di quanto essi proponevano si costituiva nel fatto che le numerose evidenze offerte mostravano la debolezza di una base esclusivamente empirica e il notevole difetto di argomentazioni biochimico-farmacologiche. Come già altrove è segnalato accurate ricerche condotte tra il 1949 e il 1954 negli istituti di Farmacologia delle università tedesche di Friburgo e di Heidelberg da Fritz Eicholtz ed Albrecht Fleckenstein accertarono che la procaina migliora la fragilità e la permeabilità dei capillari che si verificano in corso di infiammazione, produce effetti favorevoli sull’adesione piastrinica in corso di trombosi, modera la depolarizzazione dei neuroni sollecitati da noxae diverse, modula la risposta a diverse sostanze tra cui l’istamina ed esprime attività simpaticolitiche [22][23][24][25][26].

Oltre che in Germania numerosi studi sulla procaina e.v. in modelli animali e nell’uomo furono condotti in altri paesi. Nel 1949 i fisiologi Daniel Danielopolu ed Eugen Simionescu, accademici dell’Università di Bucarest, indicarono che “Essa esercita un’uniforme azione regolatoria diffusa a tutto l’organismo, ripristina e migliora i processi vitali e potenzia le resistenze locali a varie noxe[16]. Ricercatore nel Laboratorio di Fisiologia intitolato a Ivan Petrovič Pavlov presso l’Accademia delle Scienze dell’URSS, Alexej Iaroshevskii studiò tra il 1955 e il 1958 i cambiamenti della composizione del sangue entro 4 ore dall’iniezione e.v. di 5 ml di soluzione di procaina all’1% effettuata su 30 conigli: il numero di leucociti aumentò nell’arco di 2-4 ore. Dopo la denervazione dei seni carotidei e della milza la risposta alla procaina per via e.v. risultò più marcata e prolungata (fino a 18 mesi). 3-4 settimane dopo la denervazione dei seni carotidei l’iniezione di procaina determinò l’incremento nel sangue periferico del numero di reticolociti generati dal midollo osseo. In sostanza con le infusioni e.v. di procaina Iaroshevskii aveva ottenuto effetti emopoietici analoghi a quelli conseguenti al salasso ma molto più prolungati nel tempo [43]. La scarsità di ulteriori segnalazioni in quella stessa direzione si spiega con il successivo sviluppo delle tecniche di trasfusione, con l’incremento dell’impiego di sostituti del plasma e delle terapie marziali e vitaminiche. 

Alcuni anni dopo quelle dei fratelli Huneke altri autori produssero pubblicazioni sull’impiego della procaina e.v. quale risorsa in un gran numero di problematiche cliniche: nel controllo degli acufeni [53], del prurito sostenuto da sofferenza bilio-pancreatica [55], quale analgesico nelle gravi ustioni [31], per stimolare la diuresi nei pazienti con anuria [17], per offrire un buon grado di analgesia post-operatoria in Ostetricia [1][2][46], per mitigare le dinamiche infiammatorie nella reazione da siero [75], per lenire i sintomi del tetano [32], per il controllo dell’infiammazione e del dolore nelle artriti [33][34], per addizionare l’effetto analgesico all’effetto antiaritmico in Cardiochirurgia [10], in associazione all’anestesia con protossido d’azoto per proteggere da complicanze del post-operatorio in Chirurgia Generale [21][83] e quale risorsa analgesica contro varie forme di dolore [9][10][44]. 

Un altro vasto fronte di interesse circa l’impiego terapeutico della procaina per via e.v. riguarda i suoi effetti antiossidanti, tonici, antidepressivi e anti-aging. I fratelli Huneke in più occasioni segnalarono tali proprietà della procaina ma alle loro argomentazioni fecero seguito numerose critiche, alcune delle quali persino feroci. Bisogna ammettere che le loro comunicazioni mostravano almeno due lati deboli. Il primo era rappresentato dall’impossibilità di misurare strumentalmente la maggior parte dei risultati dichiarati e dalla loro incapacità a ordinarli in uno schema statistico consonante ai canoni accademici. Il secondo riguardava la forma delle loro comunicazioni che a molti (non a torto) parve richiamarsi a categorie vitaliste della Medicina Romantica che con l’avvento del Positivismo era stata abiurata dagli ambienti accademici. Tuttavia per gli Huneke, che sovente osservavano nei pazienti miglioramenti coincidenti delle condizioni fisiche e mentali, la procaina e.v. si costituiva allo stesso tempo quale strumento di cura del corpo malato e di sollievo dello spirito afflitto in armonia con il pensiero romantico che aveva inteso ricomporre la separazione cartesiana tra res cogitans e res extensa. Non dimentichiamo che nella prima metà del XIX° Secolo in Europa (fatta eccezione per gli ambienti accademici) a guidare la pratica quotidiana di tanti medici erano ancora i canoni della Medicina Romantica e gli Huneke, pur se nati nella seconda metà di quel Secolo, ne erano influenzati.

Nel 1943 i chimici svedesi Nissl Löfgren e Bengt Lundquist sintetizzarono un nuovo AL: la lidocaina. Questa venne immessa sul mercato nel 1948 col nome commerciale Xilocaina e in alcune circostanze venne preferita alla procaina. Il suo impiego sempre più diffuso come anestetico pre-operatorio promosse ricerche tese a stabilire l’associabilità con altre sostanze farmacologiche [18]. Grazie al suo impiego e.v. nel 1950 per la prima volta si ebbe ragione di un caso di fibrillazione ventricolare provocato dalla cateterizzazione cardiaca [74], risultato a cui fecero seguito altre segnalazioni analoghe e la progettazione di sistemi di infusione che resero applicabili molti dei moderni protocolli di terapia cardiologica antiaritmica. Su modelli animali nel 1956 fu dimostrata la sua azione correttiva di aritmie suscitate da occlusioni coronariche sperimentali [12] e se ne sfruttò l’effetto in anestesia pre-chirurgica come supplemento al protossido d’azoto [76]. Per la sua maneggevolezza ed efficacia negli anni Settanta del Secolo scorso la lidocaina e.v. venne indicata come l’AL di prima scelta nella chirurgia epato-biliare [13] e le successive pubblicazioni confermarono con ampie casistiche le sue proprietà antiaritmiche [30][53] e cardioprotettive in caso di infarto acuto [54]. Gli AL successivamente sintetizzati, come la Mepivacaina (1956) e la Marcaina (1963), benchè complessivamente abbiano esibito lo stesso meccanismo d’azione della procaina e della lidocaina, risultarono meno maneggevoli per via e.v. e furono applicati per lo più nei “blocchi” loco-regionali con finalità anestesiologiche. 

Per vedere riconosciuto il valore del proprio impegno spesso occorre trovarsi nella posizione più favorevole quanto a visibilità e nelle circostanze ambientali più fortunate e i fratelli Huneke certo non erano figure in vista nella comunità scientifica del loro tempo. Probabilmente anche questo aspetto partecipò a dare vita a un fatto curioso: proprio mentre le loro segnalazioni sulle potenzialità terapeutiche della procaina rischiavano di scivolare nell’oblio (eccetto che nei circoli medici sorti intorno a essi) iniziavano a suscitare sempre maggiore interesse alcuni effetti imprevisti degli AL che, il più delle volte, emergevano nel corso delle loro applicazioni antiaritmiche in Cardiologia o del loro impiego anestesiologico a lato della Chirurgia. Dalla metà del XX° Secolo, attraverso rivoli di esperienze cliniche e sperimentali anche distanti da quelle dei due fratelli, iniziò a diffondersi l’idea che gli AL possono esprimere favorevoli effetti “diretti” su diverse famiglie cellulari con l’ipotesi di sempre più numerose possibilità applicative eccedenti il loro impiego anestesiologico (33) (34) (35).

Studioso del Sistema Nervoso Vegetativo (SNV) e della sua capacità connettività il professor Dietrich Norbert Plester, brillante otorinolaringoiatra dell’Università di Düsseldorf, pubblicò sulle relazioni tra l’ipoacusia acuta improvvisa e le malattie cardiovascolari. Attratto dalle segnalazioni sempre più numerose sull’efficacia della procaina come sostanza modulatrice dell’attività ortosimpatica, antinfiammatoria e neuroprotettiva effettuò sperimentazioni su diversi modelli animali e nel 1951 pubblicò sulla rivista Acta Neurovegetativa un articolo i cui contenuti confermavano quelle osservazioni [63]. Nell’arco di alcuni anni numerose ricerche mostrarono in effetti capacità immunomodulatorie degli AL capaci di contrastare così marcatamente i processi infiammatori che se ne suggerì l’applicazione terapeutica in diverse malattie. Gran parte di esse furono per lo più condotte su modelli di patologie ischemiche tromboemboliche e traumatiche del cervello e del midollo (16) e su infiammazioni a carico di diversi tessuti con nuove metodologie e tecnologie di ricerca immunologica (15) (17) (18) (20). Al proposito occorrono alcune precisazioni. Fino agli anni Sessanta-Settanta del XX° Secolo le ricerche immunologiche si sono avvalse dei dosaggi radioimmunologici basati sull’impiego di anticorpi marcati mentre solo in seguito iniziarono ad affermarsi analisi basate sull’Enzyme-Linked Immunosorbent Assay (ELISA) che negli anni Ottanta, con l’esplosione delle infezioni da HIV, vennero adottate come indagine clinica di routine. Non occorre illustrare qui i dettagli di questi strumenti di ricerca ma va sottolineato che necessariamente le diverse metodiche e tecnologie hanno offerto ai ricercatori differenti capacità analitiche. Anche per questo ora saranno descritti gli effetti biologici “diretti” degli AL sulle cellule ora rispettando un criterio cronologico ora seguendo il filo dei singoli argomenti al netto delle differenze connesse alle citate variabili tecnologiche.

Uno dei primi studi sugli effetti antitrombotici degli AL dopo un lesione endoteliale sperimentale risale al 1974 e si avvalse del microscopio elettronico a scansione con cui vennero valutate le vene giugulari e femorali in modelli canini: i ricercatori britannici Gwendolyn Stewart, William Ritchie e Peter Lynch videro i globuli bianchi aderire alle pareti vasali, passare tra le giunzioni intercellulari endoteliali e accumularsi tra endotelio e membrana basale provocando separazioni tra elementi cellulari e desquamazione degli endoteliociti. La seconda tappa dell’esperimento previde la somministrazione di lidocaina e.v. poco dopo l’applicazione della lesione sperimentale ed emerse con chiezza che essa bloccava la migrazione dei globuli bianchi promuovendo l’arresto della conseguente cascata di eventi trombotici [76]. Tanto per la conoscenza dei processi patogenetici di base quanto per il bagaglio culturale del professante la TNH un aspetto rilevante che emerge da quella ricerca sta nel fatto che il descritto comportamento dei globuli bianchi era esibito non solo dopo un trauma diretto a carico dei vasi ma anche dopo traumi a carico di tessuti adiacenti a essi a dimostrazione che non sempre il danno e/o la disfunzione si manifestano esattamente nella sede dell’applicazione della noxa. Nel decennio Settanta del XX° Secolo numerose altre ricerche condussero al risultato del riconoscimento dell’efficacia antinfiammatoria degli AL procaina e lidocaina. Tra i tanti uno studio polacco del 1976 individuò in queste sostanze la capacità di inibire in modo dose-dipendente il rilascio di istamina da mastociti isolati di ratto [49]. Per quanto possa apparire bizzarro nelle referenze bibliografiche in calce alle menzionate pubblicazioni i fratelli Huneke, i primi che maturarono esperienze terapeutiche con la procaina e.v., non compaiono mai.

Ana Aslan nacque nella cosmopolita città romena di Brăila nel gennaio del 1897 in una agiata famiglia di intellettuali armeni. La sua aspirazione a studiare Medicina venne osteggiata dai genitori al punto che, per protesta, ella si autorecluse in casa e intraprese uno sciopero della fame. L’iscrizione a un corso per infermiera rappresentò il compromesso che placò il conflitto familiare consentendole di acquisire importanti nozioni pratico-cliniche sul fronte romeno della Grande Guerra. Ma Ana non aveva rinunciato al suo progetto e nel 1918, anagraficamente matura ed economicamente autonoma, si recò a Budapest ove intraprese gli studi di Medicina iniziando a frequentare il reparto del professor Gheorghe Marinescu, fondatore della scuola romena di Neurologia. Nel 1922 conseguì la laurea in Medicina e nel 1924 si specializzò in Fisiologia Cardiovascolare sotto la guida del chirurgo Toma Ionescu e del fisiologo Daniel Danielopolu, personaggi che incontreremo nuovamente a proposito delle TAL nelle malattie cardiache (14). Attivissima tirocinante riuscì ancora molto giovane a coronare il sogno di fare ingresso nella gerarchia accademica. Nell’ospedale universitario di Timișoara iniziò a maturare quelle esperienze che l’avrebbero resa famosa dedicandosi inizialmente alla terapia dei disturbi circolatori mediante applicazioni di procaina per via e.v. e iniettata sui gangli del Sistema Simpatico (SS) secondo gli insegnamenti di René Leriche. Dopo avere a lungo coltivato l’idea che la procaina potesse essere utilizzata anche nelle cura di alcune malattie reumatiche Ana chiese ai superiori il permesso di condurre una ricerca anche in quella direzione promettendo di non trascurare i pazienti vasculopatici. Ella potè così monitorare costantemente per alcuni anni l’evoluzione delle condizioni di numerosi soggetti affetti da artriti e da vasculopatie trattati a lungo con procaina e.v. Quella vasta popolazione di malati era prevalentemente composta da anziani e molti di essi esibivano varie forme di sofferenza tipiche della senilità: rallentamento ideativo, disturbi della memoria e dell’umore, segni extrapiramidali, costante sensazione di stanchezza, sarcopenia, eccetera. Dopo mesi di monitoraggio si rese conto che la procaina somministrata ripetutamente per via e.v. poteva correggere in misura rilevante quei disturbi. Quando riuscì a ordinare le sue osservazioni sotto il profilo statistico si recò a Bucarest a comunicarne i risultati all’endocrinologo Constantin Ion Parhon, studioso delle modificazioni ormonali connesse all’invecchiamento. Esaminati i risultati lo studioso le suggerì di rinunciare alle ambizioni accademiche incoraggiandola a continuare la sua ricerca nella sede più idonea: una grande casa di cura e di riposo per anziani. Le successive osservazioni confermarono pienamente l’effetto anti-aging della procaina che negli anni ’40 del XX° Secolo venne resa disponibile nella forma nota come Gerovital-H3. Nel 1952 Ana fondò l’Istituto Geriatrico di Bucarest, il primo al mondo dedicato esclusivamente alla cura degli anziani. Dal 1952 al 1958 l’istituto fu diretto dal professor Parhon e successivamente dalla stessa Ana. I primi risultati della ricerca condotta dalla Aslan e da Parhon comparvero nel 1955 sulla rivista Academia Romanian con il titolo “la Novocaina quale fattore eutrofico nel trattamento profilattico e curativo della vecchiaia“. Gli stessi risultati furono presentati nel 1956 al Congresso Europeo di Gerontologia che si tenne a Basilea e al Congresso Therapiewoche di Karlsruhe, nel Baden-Württemberg. La ricerca era durata due anni e condotta in doppio cieco su 15.000 soggetti anziani. Nel 40% dei soggetti trattati con Gerovital si era chiaramente manifestata una minore incidenza di malattie di interesse generalistico, della mortalità per malattie oncologiche e per le complicanze polmonari e cardiovascolari delle epidemie influenzali [61]. Nel 1964 la World Health Organization riconobbe l’importanza socio-sanitaria dell’istituto e raccomandò alle analoghe istituzioni sparse nel mondo di acquisirne i contenuti scientifici e replicarne la struttura organizzativa. Nel 1976, con la collaborazione della farmacista Elena Polovrăgeanu, Ana brevettò un altro farmaco a base di procaina contro l’invecchiamento della pelle: l’Aslavital. Per gli scopi di questa trattazione approfondire aspetti chimico-farmacologici delle due formulazioni non risulta utile ma è degno di nota che 154 paesi approvarono il loro inserimento nei rispettivi prontuari farmaceutici. A quel tempo però i paesi del “Blocco Atlantico” e le nazioni raccolte nel “Patto di Varsavia” già si fronteggiavano in quella che divenne nota come Guerra Fredda e i risultati delle ricerche condotte dalla Aslan nel suo Paese, soggiacente all’influenza sovietica, furono inizialmente accolte tiepidamente dalla comunità scientifica occidentale. Nonostante ciò in un primo tempo i team di ricerca internazionali che testarono il trattamento proposto dalla Aslan non poterono che riscontrare la fondatezza delle sue conclusioni. Tuttavia a un certo punto iniziò un’alternanza di conferme e smentite talmente imbarazzante sull’efficacia anti-aging del Gerovital-H3 che, per citare un esempio, nel 1960 Henry Marx intitolò un capitolo del suo volumetto “H3 nella lotta all’invecchiamento” Why procaine was forgotten. Nel 1985 sul “Romanian Journal of Gerontology and Geriatrics” Ana pubblicò l’articolo “La tecnica e l’azione del trattamento Gerovital H3. Approfondimenti dopo 34 anni di suo utilizzo“. I risultati prodotti sortirono un forte impatto sulla comunità medico-scientifica e sull’opinione pubblica. Tra le personalità trattate con la sua metodica anti-aging a base di procaina sfilarono gli artisti Salvador Dalì, Charlie Chaplin, Lilian Gish, Marlene Dietrich, Pablo Neruda, Kirk Douglas e Somerset Maugham; tra gli statisti, i monarchi e i dittatori si annoverarono Konrad Adenauer, Indira Gandhi, Nikita Khrushchev, Augusto Pinochet, Josip Tito, Ibn Saud e Charles de Gaulle; tra i personaggi del jet set furono notati Aristotele Onassis, Jacqueline Kennedy e tanti altri.

Nel ventennio Sessanta-Settanta vennero pubblicati interessanti articoli sull’efficacia del Gerovital (procaina) in problematiche particolari della senilità come i disturbi psicoaffettivi ma a partire dal decennio Ottanta le pubblicazioni scientifiche sul Gerovital iniziarono a dividersi nettamente tra quelle che sostenevano che come farmaco anti-aging fosse inefficace e pericoloso e altre che, diversamente, si posero a favore dei risultati prodotti da Ana Aslan. Altri trial clinici conclusero che il Gerovital esibisce la sua efficacia antidepressiva grazie all’inibizione delle monoaminossidasi (MAO) ma non effetti su altre patologie (confutando di fatto i risultati delle già citate ricerche sulla procaina condotte tra il 1949 e il 1954 da Fleckenstein, Hardt, Eichholtz, Albrecht, Muschaweck e Bass). Le MAO sono enzimi deputati alla degradazione delle monoamine (serotonina, adrenalina, noradrenalina, dopamina, tiramina e feniletilamina). L’effetto inibitorio della procaina sull’ossidazione della tiramina (ammina dotata di attività simpaticomimetiche) e dell’adrenalina fu oggettivata per la prima volta nel 1940 nell’omogenato del fegato di ratto dalla professoressa Flora Jane Philpot, ricercatrice del Dipartimento di Farmacologia dell’Università di Oxford [62]. Studi condotti tra gli anni Settanta e Ottanta accertarono che gli AL inibiscono l’attività delle MAO mediante interazioni elettrostatiche e idrofobiche con i fosfolipidi associati agli enzimi e le regioni idrofobiche delle proteine [56][78][80]. In modelli sperimentali di topi e ratti già nel 1974 vennero individuati nei tessuti encefalici, cardiaci ed epatici i distretti ove la procaina esprimeva maggiormente la sua attività inibitoria sulle MAO [40]. L’effetto anti MAO-B della procaina è stato associato alla riduzione della perossidazione lipidica mitocondriale e all’incremento degli enzimi antiossidanti, specie nello striato. In anni molto più recenti gli studiosi hanno associato tali attività biochimiche al miglioramento delle funzioni mentali e al recupero delle funzioni cognitive negli anziani [85], agli effetti antiparkinsoniani [84] e al miglioramento complessivo dei sintomi somatici e psico-vegetativi [36][35].

A proposito dell’uso sistemico della procaina con finalità anti-aging la consultazione della letteratura scientifica fa rilevare che dalla fine del decennio Settanta aumentò il numero di articoli che denunciavano l’inconsistenza delle prove della sua efficacia [58]. In un secondo tempo prese avvìo una vera e propria campagna anti-Gerovital condotta per lo più dalla comunità scientifica e farmaceutica americana: dal 1982 l’agenzia Food and Drug Administration proibì negli USA la vendita del Gerovital e nel 1994 l’associata rivista (la FDA Consumer Magazine) cassò il farmaco come sostanza priva di dimostrabili effetti benefici e potenzialmente pericolosa. Contenuti di segno analogo furono espressi più tardi dalla Cochrane Database of Systematic Reviews [79]. Oltre che contro il percorso scientifico di Ana Aslan venne promossa un’attività denigratoria anche sulla sua stessa persona. L’attacco venne condotto su più fronti e assunse molteplici forme. Uno di essi aveva a che fare con logiche di politica estera: le cliniche anti-aging attraevano in Romania numerose personalità da tutto il mondo e questo diede adito a voci che indicarono quei “pellegrinaggi della salute” come occasioni per il governo romeno di ottenere vantaggi sul piano dello spionaggio internazionale e di incassare valuta estera pregiata presentando Ana Aslan quale abile pedina dell’ingranaggio. Non mancarono sguaiati attacchi personali: la studiosa romena era già avanti negli anni quando in uno sciatto articolo giornalistico un tale osservò che ella non appariva poi così piacente e giovanile nonostante la presumibile autosomministrazione di Gerovital-H3 (come a dire che se un ricercatore scopre una molecola efficace contro il cancro, pena la squalifica del suo lavoro, non può permettersi di contrarre una malattia oncologica!). Sostenendo che la lotta all’invecchimento fosse un chiodo fisso dei ricercatori dei paesi governati dal “socialismo reale” due articoli pubblicati su altrettanti quotidiani (uno britannico, uno statunitense) tentarono di confutare le tesi della Aslan associando il suo percorso scientifico a quello di Aleksandr Bogdanov. Filosofo, medico, economista, scrittore e (con Vladimir Lenin e Leonid Krasin) cofondatore del bolscevismo Aleksandr Bogdanov fu pioniere nel campo delle trasfusioni di sangue. Senza il supporto di evidenze scientifiche si era persuaso che la trasfusione di sangue da un soggetto giovane a un anziano potesse conferire a quest’ultimo vigore e resistenza fisica, miglioramento delle prestazioni mentali e longevità. Sperimentò a lungo diversi sistemi trasfusionali sottoponendovisi personalmente finchè nel 1928 lo scambio di sangue con un giovane affetto da malaria e tubercolosi ne determinò la morte. Il Quinto Congresso dell’International Psichogeriatric Association si tenne a Roma nell’estate del 1991 sul tema dei comportamenti patologici nella demenza senile. Tra i relatori a cui vennero formulate domande sui dietrofront della comunità scientifica a proposito del Gerovital vi fu chi rispose che gli studi della Aslan difettavano di sperimentazioni su modelli animali. Nulla di più inesatto: erano state già condotte sia in vitro che in vivo ricerche accurate su ratti albini e Wistar [4][5][62], su conigli [3] e su moscerini della frutta [6] nelle quali era stata già dimostrata la capacità della procaina di inibire la perossidazione lipidica e la generazione di Specie Reattive dell’Ossigeno (ROS) con un effetto modulante sugli enzimi antiossidanti e sugli antiossidanti non enzimatici. 

Non risulta difficile spiegare le ragioni dell’aggressione a quanto la Aslan proponeva. Nei paesi industrializzati l’offerta di rimedi sempre più efficaci contro numerose malattie acute e il complessivo miglioramento dell’alimentazione aveva determinato un forte incremento dell’aspettativa di vita. Tutto ciò contribuì ad aumentare l’incidenza delle patologie croniche e, allo stesso tempo, ad alimentare l’aspirazione al godimento di una migliore qualità della vita anche in anni non più verdi. Gli ultracinquantenni di buona parte del mondo industrializzato si candidavano così a trasformarsi in una sterminata moltitudine di consumatori di prodotti anti-aging. A partire da quella americana l’industria farmaceutica mondiale si apprestava a scommettere su quel ghiotto affare ma anzitutto occorreva demolire la solida fama che il Gerovital aveva conquistato. Nella metà degli anni ’50 linternista statunitense Denham Harman, ricercatore nel Donner Laboratory of Medical Physics dell’Università di Berkeley, aveva identificato una condizione morbosa che designò “stress ossidativo”: essa si esprime con il difetto dei sistemi di difesa antiossidanti e la rottura dell’equilibrio fra la produzione e l’eliminazione delle sostanze chimiche ossidanti, prime fra tutte i ROS. Harman ebbe il merito di associare a questi ultimi un ruolo di primo piano nei processi di invecchiamento offrendo così una forte base scientifica alla moderna Geriatria [37]. Sulla base delle sue scoperte di lì a pochi anni la bioindustria mondiale avrebbe iniziato a immettere sul mercato un numero e una varietà crescente di sostanze antiossidanti con dichiarate attività anti-aging. Quasi sempre classificati come “integratori” quei prodotti hanno promesso numerosi benefici ma per alcuni la commercializzazione sarebbe stata poi vietata dalle competenti autorità di controllo con la formula “pubblicità ingannevole e comparativa” oppure “pratica commerciale scorretta” o ancora “violazione dei diritti dei consumatori”. Anche in anni molto recenti ricerche condotte con rigore metodologico continuano ad ammonire sul rischio di prendere cantonate anzitutto a motivo della discrepanza dei risultati tra gli studi in vitro e quelli in vivo relativamente ai numerosi nuovi prodotti anti-ossidanti di origine naturale [69]. In ogni caso dal punto di vista profittuale la commercializzazione di quei nuovi prodotti riuscì in pieno conseguendo il risultato di sottrarre visibilità al “vecchio” Gerovital-H3 con procaina nonostante i numerosi dati scientifici raccolti a suo favore.

Recentissime evidenze hanno profondamente smentito la tesi che era stata fatta circolare secondo cui i benefici della procaina sarebbero illusori e dovuti semplicemente al suo effetto antidepressivo connesso alla sua attività anti-MAO. Quelle neuronali ed endoteliali sono le MAO che conosciamo meglio ma recentemente le isoforme espresse in altri tessuti e organi non cessano di stimolare l’interesse dei ricercatori. E’ stato acquisito che le catecolamine e altre amine biologiche metabolizzate dalle MAO contribuiscono in misura rilevante alla generazione di ROS di natura mitocondriale ed è stato stimato che con l’avanzare dell’età l’espressione delle MAO e la loro capacità di promuovere la produzione di ROS aumentano almeno 4 volte nel tessuto nervoso e 6 volte in quello cardiaco [70]. Specialmente i ROS mitocondriali sono fortemente coinvolti nell’eziologia di patologie croniche associate all’invecchiamento come le malattie cardiache, il morbo di Parkinson, il diabete e la depressione senile e questi dati chiamano in causa le MAO sul piano della responsabilità patogenetica di quelle malattie al tempo stesso costituendo una solida prova dell’efficacia preventiva e terapeutica della procaina [84]. Va sottolineato un altro aspetto circa il suo impiego terapeutico per via e.v.: le ricerche sulle malattie generalistiche e quelle sull’invecchiamento, tradizionalmente distanti, da qualche tempo trovano numerosi punti di convergenza. Uno di questi è rappresentato dal sistema adrenergico che sempre più numerose evidenze vedono coinvolto sia nei processi dell’invecchiamento che nella patogenesi di numerose malattie cardiovascolari [19][45][48][71][72]. Si spiega così l’efficacia preventiva della procaina contro gli “insulti del tempo” e le malattie cardiovascolari grazie alla sua capacità di modulazione dell’iperattività ortosimpatica. Recenti progressi delle conoscenze ci consegnano almeno due ulteriori argomenti densi di oggettività a sostegno delle tesi di Ana Aslan: il primo chiama in causa il pigmento dell’invecchiamento, il secondo la citochina dell’invecchiamento. Uno degli aspetti principali che caratterizzano l’invecchiamento cellulare post-mitotico è l’accumulo di pigmenti, termine con cui si indicano residui biologici il cui smaltimento è difficoltoso o impossibile. Al termine del suo ciclo vitale, quale scoria dell’insufficiente catabolismo intracellulare dei lipidi e delle proteine, entro ogni tipo di cellula si reperta un aggregato non degradabile di proteine ossidate e reticolate: la lipofuscina. La sua formazione e il suo accumulo sembrano correlati al tasso di danno ossidativo delle proteine, dalla diminuita efficienza dei sistemi di riparazione mitocondriale e dei sistemi proteosomiali e lisosomiali. La sua presenza interferisce con la salute e l’aspettativa di vita di ogni singola cellula post-mitotica e, conseguentemente, dell’intero organismo. Si ipotizza che essa svolga un ruolo importante nell’inibizione della funzione del proteasoma, della mitofagia (la degradazione dei mitocondri), dell’autofagia, della stabilità lisosomiale e della propagazione dei ROS. Pertanto, come dimostrano ricerche condotte negli ultimi vent’anni, inducendo sofferenza funzionale attraverso la fotosensibilizzazione dei tessuti e il potenziamento della disomeostasi intracellulare, gli accumuli di lipofuscina incrementano il rischio di contrarre numerose malattie [28][47][50]. Studi condotti all’inizio degli anni Novanta già avevano indicato che trattamenti prolungati con procaina riducevano sensibilmente l’accumulo di lipofuscina nel cervello, nel cuore e nel fegato dei ratti [64][66] e poco dopo i retroscena biochimici di quei risultati sarebbero stati individuati in vivo: in modelli animali la procaina modula l’espressione degli enzimi antiossidanti e la perossidazione lipidica [68]. Nel fegato e nel rene di ratti giovani, adulti e anziani è stato anche documentato che la procaina sollecita l’aumento dell’attività delle catalasi, enzimi ossidoreduttasi coinvolti nella protezione della cellula dall’effetto dei ROS [57]. Ancora a proposito di pigmenti è stato recentemente dimostrato che la procaina esprime una potente attività neuroprotettiva dall’effetto neurotossico del glutammato e questo sembra giustificare la ridotta espressione del pigmento Aβ1-42, il peptide amiloide implicato nel morbo di Alzheimer [52]. Quanto al secondo argomento a sostegno delle tesi della Aslan (la citochina dell’invecchiamento) va rilevato che “inflammaging è il termine con cui oggi si designa un disordine progressivo della regolazione legato all’età avanzata e caratterizzato dall’incremento da tre a quattro volte delle citochine circolanti rispetto ai valori normali. Il fenomeno è correlato a varie sindromi tipiche della senescenza: declino della memoria, depressione, sarcopenia, anemia, eccetera [59][65]. In particolare la citochina IL-6 è così intimamente collegata ai processi di invecchiamento da essere indicata quale “citochina geriatrica”. E’ un dato certo che l’atrofia muscolare e la mortalità per patologie cardiovascolari nei soggetti anziani sono associati a livelli sierici elevati di IL-6 [27][65]. Poichè le cellule senescenti, il cui numero aumenta con l’invecchiamento, mostrano un profilo secretorio pro-infiammatorio in cui spicca l’IL-6 l’incremento della sua espressione sierica è fortemente associato all’età [67][82]. La disregolazione di IL-6 svolge anche un ruolo importante in diverse condizioni patologiche di segno infiammatorio e oncologico: cardiopatia coronarica, asma, insulinoresistenza, neurite ottica, uveite, polmonite da COVID-19 e, non ultima, la combinazione sviluppo-progressione-metastasi del cancro (35). Nei soggetti centenari, oltre che dell’IL-6, si riscontra l’aumento significativo di una citochina pro-infiammatoria prodotta da macrofagi e adipociti: il TNFα. Tale incremento è associato a una maggiore incidenza della malattia di Alzheimer, dell’aterosclerosi generalizzata e di altre malattie di frequente osservazione nell’età avanzata [11][39]. Come altrove vi sarà modo di argomentare è dimostrato che anche l’AL lidocaina agisce sulle cellule infiammatorie già a concentrazioni inferiori a quelle necessarie per bloccare i canali del sodio [14]. Ciò anzitutto avviene attraverso l’inibizione del priming e dell’attività metabolica dei neutrofili con riduzione del rilascio dei mediatori pro-infiammatori IL-4, IL-6 e TNF-α [7][29][15]. Tali effetti si devono anzitutto al fatto che essa impedisce l’attivazione del fattore di trascrizione NF-kβ determinando così il blocco della “tempesta citochinica” che conseguentemente a essa si scatenerebbe [81]. Maggiori dettagli su questo aspetto sono disponibili nel settore del sito dedicato all’effetto degli AL sulle dinamiche infiammatorie (34).

Pregevole per la completezza e l’accuratezza, una review del 2025 illustra come nell’arco di un secolo la procaina, inizialmente applicata come anestetico locale, abbia esibito numerose e varie proprietà farmacologiche che hanno di molto superato il suo impiego iniziale. Almeno trenta distinti meccanismi biologici stati identificati tra cui effetti antinfiammatori, vasodilatatori, simpaticolitici, neuromodulatori, geroprotettivi e di stabilizzazione delle biomembrane ed è dimostrato come la stabilità di tali effetti terapeutici sia associata a dinamiche  epigenetiche [60]. 

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