03. La pianta della coca alla conquista dei due mondi

Claudio Dell’Anna

Pur mantenendo quale principale argomento il ruolo della coca nella storia dell’Anestesia Locale questo capitolo intende intercettare argomenti di grandissima attualità: il rapporto tra il potere politico, quello giudiziario e la salute pubblica, la capacità delle industrie e dei mezzi di comunicazione di condizionare gli orientamenti della scienza e dei suoi fruitori, i margini di libertà di giudizio e di scelta di cui gode il medico e le circostanze in cui la comunità scientifica si trova al centro di attività discutibili. E’ interessante osservare come queste dinamiche attualissime abbiano dato forma anche alla storia dell’Anestesia Locale sin dai primi suoi passi.

Oltre che nelle fauci di entusiasti consumatori d’oltreoceano (indios, conquistadores e chierici sensibili ai piaceri materiali) la coca venne a trovarsi nella disponibilità degli studiosi europei solo a metà del XVIII° Secolo. Nel 1750 un viaggiatore francese introdusse in Europa dei semi di coca con il proposito di affidarli allo studioso Jean-Baptiste Lamarck, suo amico e connazionale. Questi le assegnò il nome scientifico erythroxylon coca e iniziò a farne oggetto di ricerche. Nella storia delle scienze naturali Lamarck si erge a monumento: naturalista, zoologo e chimico prese parte al gruppo degli enciclopedisti, i redattori della “Encyclopédie” edita da Diderot e d’Alembert e si deve a lui il conio del termine “Biologia”, disciplina di cui è considerato padre. Egli inoltre anticipò Charles Darwin nella formulazione della prima teoria dell’evoluzione dei viventi fondata sull’ereditarietà dei caratteri acquisiti. 

Il contesto storico e culturale del tempo spiega perché la pianta della coca, quale oggetto di studio scientifico, sia approdata in Francia anziché nella patria dei conquistadores che l’avevano scoperta. La Spagna era ancora immersa nella tetra atmosfera della Santa Inquisizione che distingueva severamente le azioni permesse da quelle proibite, gli oggetti demoniaci e quelli cari a Dio mentre in Francia l’Illuminismo stava spingendo intellettuali e scienziati al ripudio delle credenze, al laicismo e alla conoscenza generata dall’osservazione e dalla sperimentazione. Trascorse però ancora un secolo dalle ricerche di Lamarck prima che la coca facesse il suo pieno ingresso in Europa. Con l’avallo dell’arciduca Massimiliano I° d’Asburgo-Lorena il naturalista viennese Karl Ritter von Scherzer fu reclutato tra gli studiosi che tra il 1857 e il 1859 intrapresero una spedizione scientifica a bordo della fregata “Novara”. Quando la spedizione giunse in Sudamerica e von Scherzer prese confidenza con le abitudini locali espresse subito entusiasmo per gli effetti della coca: “sazia chi ha fame, conferisce forza agli esausti e solleva gli infelici dai loro problemi [8]. Certo di essersi imbattuto in una sostanza capace di imprimere un importante sviluppo alla Medicina si procurò grandi quantità di piante e al suo ritorno le introdusse in Europa consentendo un forte incremento delle ricerche. Gli effetti euforizzanti della coca suscitarono maggiore interesse rispetto all’effetto anestetico locale che, sotto forma di impiastro o di decotto, le foglie esibivano sulle mucose accessibili. Furono pochi gli studiosi che mostrarono pari interesse verso entrambe le linee degli effetti delle sue foglie. Soltanto nella seconda metà del XIX Secolo presero avvìo in Europa i primi studi tossicologici e sulle possibili applicazioni della coca in clinica. Durante un suo viaggio nell’America del Sud il fisiologo e antropologo darwiniano Paolo Mantegazza provò a masticarne le foglie come vide fare agli Indios e rimase conquistato dal piacere che ne trasse “di gran lunga superiore a tutti gli altri conosciuti”. Divenutone assiduo consumatore nel 1859 narrò la sua esperienza di sperimentatore e scandagliatore di dimensioni interiori altrimenti ignote: “la coca possiede la preziosissima qualità di eccitare il sistema nervoso e farci godere con la sua fantasmagoria uno dei maggiori piaceri della vita[7]. La sua pubblicazione diffuse l’idea di un nuovo rimedio capace di contrastare la malinconia, la debolezza ideativa, l’astenia, la fame e il dolore e utilizzabile contro le dipendenze da oppio, alcool e morfina. 

Al notevole primo apporto di foglie di coca seguirono ulteriori importazioni in Europa promosse da imprenditori e commercianti. Ormai era divenuta un’attività che garantiva profitti senza esporre a grandi rischi: rispetto ai secoli precedenti la navigazione transatlantica era assai più sicura e i metodi di conservazione delle foglie essiccate erano perfezionati. Non tutte le foglie importate presero la strada dei laboratori di ricerca poichè la crescente popolarità della coca, favorita anche da pubblicazioni come quella di Mantegazza, suscitò in molti imprenditori l’aspettativa di affari lucrosi. I primi passi nello sfruttamento commerciale della coca vennero mossi sulla stessa terra d’origine dell’arbusto. Il farmacista milanese Domenico Lorini aveva combattuto tra i Mille al seguito di Garibaldi e al termine della sua parentesi patriottica, in cerca di un balsamo per le sue pene d’amore, si stabilì a La Paz ove fondò la locale facoltà di Farmacia. I suoi esperimenti sulla pianta della coca esitarono nell’Elisir di Coca Lorini che ben presto venne apprezzato su entrambe le sponde dell’Atlantico [1]. L’idea di Lorini fu perfezionata dal già citato Angelo Mariani, farmacista corso stabilitosi a Parigi, che nel 1863 lanciò sul mercato il suo vino a base di coca. Anzitutto migliorò la base alcoolica facendo macerare le foglie in vino Bordeaux e aggiustò le percentuali dei componenti fino a trovare la migliore combinazione. Le piante di coca che utilizzò erano da lui stesso coltivate sul suolo francese e ciò ridusse di molto i costi di produzione. Al termine del processo di perfezionamento il suo Vin Mariani riscosse un enorme successo commerciale in tutto il mondo. Tra i suoi più illustri estimatori si contarono artisti, intellettuali, politici e imprenditori. Il farmacista corso venne considerato un benefattore tanto che Papa Leone XIII gli conferì una medaglia elogiando i suoi meriti di scienziato e, come diremmo oggi, di “Cavaliere del Lavoro”. Quasi nello stesso periodo la ditta bolognese Buton & C lanciava il suo Elixir Coca Buton, tonico a base di coca boliviana che specialmente in Italia riscosse un buon gradimento [1]. La notizia della fortuna commerciale di Lorini e di Mariani raggiuse John Styh Pemberton, farmacista di Atlanta, che lanciò sul mercato americano una bevanda alcoolica in cui aveva fatto macerare foglie di coca. Successivamente eliminò l’alcool (sostituto con succo di Kola, zucchero ed estratti vegetali) per non inimicarsi i movimenti proibizionisti molto attivi negli USA. La bevanda subì ulteriori perfezionamenti fino a diventare la prima versione della “Coca-Cola”, premiata da un enorme successo commerciale. Successivamente il farmacista Asa Griggs Candler acquistò tutti i diritti sulla bevanda e fondò la Coca-Cola Company.

Sul piano scientifico i passaggi successivi concernenti la pianta della coca previdero la separazione del principio attivo dalle foglie, la sua purificazione e la sperimentazione dei possibili impieghi in clinica ma su questi fronti si sarebbero registrate dispute sull’attribuzione della paternità delle scoperte. Molti studiosi si erano procurati ingenti quantità di foglie per condurvi ricerche e si riconosce al farmacista tedesco Friedrich Gaedecke il merito della prima estrazione di un alcaloide grezzo che chiamò “eritrossilina” e di cui diede notizia nel 1855 [4]. Numerose fonti attribuiscono al chimico tedesco Albert Emil Niemann la trasformazione dell’eritrossilina nel principio attivo cocaina, risultato che avrebbe conseguito nel 1859 presso l’Istituto di Chimica dell’Università Georg-August di Göttingen. Secondo altre fonti il farmacista italiano Enrico Pizzi, che in Bolivia aveva aperto l’Antigua Botica y Drogueria, già nel 1858 aveva fatto pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale di La Paz la notizia dell’estrazione dalle foglie di coca di una polvere bianca che aveva chiamato “cocaina”. Un giorno l’italiano conobbe il naturalista svizzero Johan Jakob von Tschudi che si era guadagnato fama di botanico in Perù e in Brasile. L’intenzione di Pizzi era quella di consentire ai chimici di Göttingen, a quel tempo all’avanguardia nel mondo, di approfondire le conoscenze sulla struttura della sostanza e con quella finalità avrebbe affidato polvere di cocaina e foglie di coca allo svizzero che di lì a poco si sarebbe imbarcato per l’Europa. È verosimile che von Tschudi nutrisse l’aspirazione a trarre il maggior vantaggio materiale dalla vicenda poiché nel corso della traversata avrebbe fatto marcire le foglie sostituendo la polvere di cocaina con del gesso. Giunto a Göttingen avrebbe preso accordi con Niemann per organizzare una nuova spedizione e un anno dopo lo stesso Niemann annunciò di aver sottoposto l’eritrossilina al processo di cristallizzazione (passaggio indispensabile per la purificazione della sostanza) con la collaborazione di Wilhelm Lössen. I due chimici tedeschi ne individuarono la formula e anch’essi la chiamarono “cocaina[1]. Nell’anno seguente la notizia venne pubblicata dal loro direttore, l’illustre chimico professor Friedrich Wöhler [9]. 

Dal 1862 l’industria farmaceutica tedesca Merck, che fino alla Grande Guerra non soffrì la concorrenza di alcuna altra ditta europea, iniziò a produrre cocaina seguita a breve dall’americana Parke Davis. In una prima fase la cocaina stentò a conquistare il mercato forse perché il consumo delle foglie era ancora molto popolare. Il successo commerciale registrò un balzo in avanti nel 1883 quando il medico militare Theodor Aschenbrandt ne acquistò una fornitura e la somministrò alle truppe bavaresi impegnate in faticose esercitazioni. La notizia dei suoi effetti sull’umore e sulla capacità di sopportare la fatica si diffuse rapidamente e nelle ultime due decadi del XIX° Secolo la sostanza già aveva guadagnato un posto di rilievo nell’armamentario medico e nelle aspettative del vasto pubblico. 

Con il passaggio dalla foglia della coca al suo principio attivo si ripropose nuovamente la divaricazione dell’interesse sulle due distinte linee di effetti biologici: quella degli effetti sistemici e quella degli effetti locali. Per quanto concerne i primi la notizia di una sostanza capace di conferire forza e profondo senso di benessere suscitò ovunque un’ondata di entusiasmo. Chi aveva disponibilità economiche l’acquistava anche per offrirla agli ospiti, abitudine che divenne un autentico status symbol. Anche la comunità scientifica orientò il suo interesse quasi esclusivamente verso questa linea di effetti (tachicardia, aumento della temperatura corporea, percezione più vivida degli stimoli, resistenza alla fatica e al sonno) facendone oggetto di ricerche che riconducevano tutte a uno stato di eccitazione. Pur precoci e minacciose, le conseguenze del consumo di cocaina per anni non suscitarono l’attenzione degli studiosi. Quanto scarso fosse il senso di allarme anche presso i consumatori traspare da un’inserzione in un numero del 1890 del “Sears & Roebuck Catalog”, opuscolo assai popolare presso le famiglie americane: tra le offerte più ghiotte si proponeva “una siringa e una dose di cocaina al prezzo assai vantaggioso di $ 1.50!”.

Pochi in Europa sembravano preoccuparsi dell’aumentata frequenza delle morti cardiache improvvise, delle crisi dissociative, di tutte le conseguenze dei drammatici incrementi della pressione arteriosa e di incidenti riconducibili a comportamenti incauti. Un’altra grave complicanza venne a lungo sottostimata: chi assumeva cocaina generalmente ne incrementava progressivamente il consumo esponendosi così maggiormente alle citate conseguenze. Tale tendenza emergeva più raramente quando si consumavano le foglie di coca a motivo della bassa concentrazione del principio attivo. Oggi conosciamo il fenomeno come “dipendenza” e lo riconduciamo a complessi meccanismi biochimici e psichici ma a quel tempo chi si procurava danni per il consumo di cocaina spesso veniva considerato semplicemente ingordo: erano in molti, e tra loro anche illustri studiosi, a magnificarne le virtù terapeutiche e a sostenere che per abbattere i rischi connessi al suo consumo occorreva solo imporsene un uso moderato. In sostanza ancora nella seconda metà del XIX° Secolo il consumo di cocaina era tollerato, diffuso e ben lontano dal costituire oggetto di esecrazione morale, di allarme sociale e di interesse giudiziario. A partire dal 1880 le industrie farmaceutiche iniziarono a immetterne ingenti quantità sul mercato suggerendone l’assunzione per via endovenosa e inalatoria (sniffing) confermando un ingannevole giudizio di innocuità presso la pubblica opinione. 

Tra i pochi che a quel tempo tentarono di mettere in guardia sui rischi connessi al consumo di cocaina si distinse lo psichiatra tedesco Friedrich Albrecht Erlenmeyer, ricordato più per la sua ricerca pubblicata nel 1887 sulla dipendenza dalla morfina [2]. Quest’ultima era allora largamente impiegata nel contrasto di ogni tipo di dolore e il conseguente stato di dipendenza aveva assunto le proporzioni di un grave problema sociosanitario. Da più fonti la cocaina veniva indicata come rimedio efficace a quel male e si era diffusa l’ingannevole convinzione che nei suoi confronti non si sviluppasse dipendenza. Erlenmeyer volle perciò sperimentarla su quella categoria di pazienti ma i risultati furono disastrosi: egli vide sviluppare gravi dipendenze nei confronti di entrambe le sostanze ma l’allarme che lanciò nella comunità scientifica cadde nel vuoto. Grande estimatore della cocaina fu Sigmund Freud che pubblicò le sue osservazioni sulla sostanza indicandola come rimedio contro la depressione, l’isteria, l’ipocondria e la neurastenia decantandone l’effetto afrodisiaco e l’efficacia contro la sifilide, le vertigini e l’asma. Freud fu tra quelli che la proposero contro la dipendenza dall’alcool e dalla morfina e contro dolori della più diversa natura [3]. Secondo lo psicoanalista britannico Ernest Jones l’entusiasmo per la cocaina che Freud trasmise a chi lo circondava fu una delle cause della morte del fisiologo viennese Ernst von Fleischl-Marxow, suo caro amico. Questi  si era formato al seguito del filosofo e medico Carl von Rokitansky, del fisiologo Carl Friedrich Wilhelm Ludwig e del neurofisiologo Ernst Wilhelm von Brücke e, ancora giovane, si era distinto per le sue scoperte sull’attività elettrica dei nervi e del cervello e per aver posto le basi tecnologiche per la loro registrazione. Nel corso di studi autoptici Ernst si ferì al dito di una mano e, dopo la necessaria amputazione, prese a soffrire di un penoso dolore che lo condusse alla dipendenza da morfina. Per bilanciarne gli effetti Freud lo avrebbe convinto ad assumere cocaina e Marxow precipitò in una micidiale spirale di doppia dipendenza che lo condusse a morte a soli quarantacinque anni [5]. Numerosissimi tra gli alti rappresentanti della gerarchia diplomatica, politica e militare di ogni Paese europeo erano cocainomani e la sottostima dei rischi connessi al consumo della sostanza produsse in Europa un regime di tolleranza che si protrasse oltre gli anni Trenta. Nel 1927, solo dopo dieci anni dalla fine della Grande Guerra, il farmacologo tedesco Louis Lewin pubblicò il primo trattato che descriveva gli stessi aspetti della cocainomania che oggi troviamo nei testi specialistici [6]. Per quanto robusti fossero i suoi argomenti egli venne fatto oggetto di feroci critiche anche dai suoi colleghi. Ancora una volta ciò dimostra quanto il riflesso di Semmelweis rappresenti un disturbo endemico della comunità scientifica che talora, anche senza avere effettuato alcuna verifica, si scaglia contro qualsiasi nuova proposizione che contraddica le idee che già abbiano messo radici al suo interno. 

In quello stesso periodo nella giovane nazione degli Stati Uniti d’America iniziavano invece a emergere posizioni rigide sul traffico e sul consumo delle foglie di coca e della cocaina che condussero alla promulgazione di leggi sempre più restrittive. I motivi di una così marcata differenza di orientamento della giurisprudenza americana rispetto a quella europea risiedono nell’impronta confessionale che i Padri Pellegrini, sbarcati per primi sulle sponde dell’attuale stato del Massachusetts, impressero al Paese. In fuga dall’Inghilterra, ove il Puritanesimo che professavano era oggetto di violente persecuzioni, essi si fecero ferventi propositori di rigorosi precetti morali: si pensi che già nel 1657 le regole vigenti nella colonia del Massachusetts proibivano la vendita di distillati ad alto tasso alcoolico e che la fondazione della prima “Società per la Sobrietà” risale al 1789. Dalla prima decade dell’Ottocento l’importanza e il numero di tali associazioni giunsero a influenzare la politica nazionale e questo aprì la strada al consolidamento della cultura proibizionista negli USA. Nel 1906, durante il governo Roosevelt, fu varata la prima di una serie di leggi a protezione dei consumatori di alimenti e di farmaci: la Pure Food and Drugs Act, finalizzata al contrasto del commercio di alimenti e prodotti farmaceutici alterati o non correttamente etichettati. Essa imponeva tra l’altro che i componenti dei farmaci (specie nel caso di oppiacei, cocaina, alcool e cannabis) fossero dichiarati sull’etichetta. Proposta dal democratico Francis Burton Harrison, la legge federale Harrison Narcotics Tax Act del 1914 impose tasse sulla produzione, l’importazione e la distribuzione di coca, cocaina e oppiacei e vietò ai medici la loro prescrizione nel trattamento della dipendenza: in armonia con i canoni della religione civile americana parve inammissibile che la legge favorisse “comportamenti viziosi”. Ci volle ancora del tempo perché la dipendenza da droghe fosse considerata una malattia che necessitava di cure piuttosto che di esecrazione. Nel 1925 il dottor Charles Linder contestò allo Stato dell’Oklahoma l’autorità della Harrison Act di vietare al medico la prescrizione di oppio e cocaina. Sul tema si accese un procedimento giudiziario che volse a favore di Linder con la ricaduta di un importante risultato giuridico e bioetico: attraverso quella sentenza la Suprema Corte Americana stabilì il principio che il Governo Federale non può arrogarsi il potere di regolare la condotta clinica del medico. Nei cento anni che seguirono alla sentenza in tutto il mondo sarebbe divenuta più volte oggetto di grandi dispute la relazione tra il potere politico, quello giudiziario, la capacità di condizionamento del mercato e la libertà di giudizio e di scelta del medico. 

La Guerra Civile Americana e le cause che la determinarono avevano aperto nel Paese profonde ferite morali e merita una menzione che la crescente consapevolezza della pericolosità della cocaina si tinse di atroci pregiudizi razziali di cui una parte della comunità scientifica si rese corresponsabile. Forse per la prima volta nella storia si manifestò una dinamica esecrabile a cui l’umanità avrebbe assistito anche successivamente: un reciproco rinforzo tra mezzi di informazione e settori della comunità scientifica ove il volano era rappresentato dal pregiudizio e dal sensazionalismo. Nel 1900 The Journal of American Medical Association pubblicò che nel Sud del Paese comunità di neri erano preda di una nuova forma di vizio: l’abitudine alla cocaina (quasi che la comunità dei bianchi, socialmente ben più florida, ne fosse esente). Nel 1908 Roosevelt nominò “Commissario per l’Oppio” il famoso patologo Hamilton Kemp Wright (sua fu la scoperta della natura carenziale della malattia nota come beri-beri). Senza fornire alcuna prova scientifica Wright, nel corso di un’audizione sulla “Harrison Narcotics Act”, dichiarò che per i neri del Sud la cocaina costituiva un incentivo allo stupro di donne bianche e conferiva loro poteri sovrumani rendendoli inclini alla ribellione contro l’autorità dei bianchi. Con l’avallo delle tesi dello scienziato alcuni quotidiani pubblicarono che l’uso di cocaina dotava i neri di maggiore abilità nell’uso delle armi. Altri organi di stampa soffiarono ancor più sul fuoco cercando di suscitare nei lettori il timore verso “negri drogati assatanati di sesso e di sangue… ispanici dediti al fumo di marijuana, nullafacenti e pronti a ogni misfatto e cinesi ammaliatori di donne bianche con l’aiuto di diaboliche droghe”. Sul New York Times dell’8 febbraio 1914 un altro scienziato, l’accademico Edward Huntington Williams, pubblicò un pezzo intitolato “Negro Cocaine “Fiends” are a new Southern menace: Murder and Insanity Increasing Among Lower Class Blacks”. L’articolo si concludeva con una notizia volta a rassicurare i lettori di razza bianca: negli stati del Sud i tutori della legge si erano dotati di armi capaci di maggiore volume di fuoco per avere più facilmente ragione di bande di neri resi forsennati dalla cocaina. Numerose successive ricerche indipendenti condotte sul consumo di stupefacenti negli USA indicarono invece che, rispetto ai bianchi, i neri americani sono stati consumatori di cocaina assai più moderati. Per inserire in un contesto più ampio questi aspetti rattristanti va ricordato che alla Conferenza di Pace di Parigi, che si aprì il 18 gennaio 1919 con lo scopo di fondare la Società delle Nazioni, gli USA (assieme alla Gran Bretagna e all’Australia) opposero il veto alla richiesta di alcuni Paesi di riconoscere l’eguaglianza di tutte le razze.

Nel 1970 fu varato il “Controlled Substances Act” che, tra l’altro, obbligò a dichiarare sulle etichette delle confezioni medicinali a base di oppiacei, cocaina e barbiturici “attenzione: questo farmaco può dare assuefazione“. Il contenuto della legge trasferì la dipendenza da droghe dal piano del “vizio” a quello della patologia ratificando dal punto di vista sanitario e giuridico la figura del tossicodipendente.

[1] Calvani S
La profezia della coca
Editore Lupetti, 1997 

[2] Erlenmeyer FA
Die Morphiumsucht und ihre Behandlung 
3 werl, Neuwied, 1887

[3] Freud S
Über coca
Verlag Von Moritz Perles, 1884

[4] Gaedcke F 
Ueber das Erythroxylin, dargestellt aus den Blättern des in Südamerika cultivirten Strauches Erythroxylon Coca Lam                          
Archiv der Pharmaz, 132 (2): 141-50, 1855

[5] Jones E 
The Life and the Work of Sigmund Freud
Basic Books Ed, 1953

[6] Lewin L 
Phantastica. Die Batäubenden und Erregender Genussmittel
Verlag Von Georg Stilke, Berlin 1927

[7] Mantegazza P 
Sulle virtù igieniche e medicinali della coca e sugli alimenti nervosi in generale
Annali Universali di Medicina, vol 167, pp 449-519, 1858

[8] Scherzer KR
Reise der österreichischen Fregatte Novara um die Erde in den Jahren 1857-1859
Wien, 1861-1862

[9] Wöhler F 
Über eine neue organische Base in den Cocablättern
Jour Archiv der Pharmaz, 1860

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