23 Gen 02. Un “prodotto del demonio” per attività divine (tre secoli di ritardo nella fruizione dell’anestesia locale)
Claudio Dell’Anna
La conoscenza della storia dell’Anestesia Locale (AL) non può prescindere da alcuni aspetti connessi alla scoperta degli effetti biologici di una particolarissima pianta. Già i primi passaggi di questa vicenda si dipanano all’insegna della complessità: nuovi continenti apparsi agli occhi del Vecchio Mondo, nuove rotte commerciali e nuove attività predatorie delle potenze colonizzatrici, punti di vista diversi su alcuni oggetti e sulla paternità di alcune scoperte.
Dal Libro della Genesi apprendiamo che “Iddio fece cadere un profondo sonno sull’uomo che si addormentò, prese una delle sue costole e richiuse la carne al suo posto”. L’identità di quel particolarissimo anestesista, il primo di cui si abbia notizia, aiuta a comprendere perché le battaglie vittoriose sul dolore siano state giudicate il risultato di attività divine: divinum est sedare dolorem!
A un certo punto del percorso della lotta contro il dolore un capriccio della Storia volle però assegnare un ruolo determinante a un arbusto del Sud America, talora indicato quale planta divina ma talora anche come prodotto del demonio capace di suscitare ingannevoli illusioni: la coca. Le vicende connesse all’ingresso della coca in Europa e all’impulso che essa impresse alla nascita dell’anestesia locale presero avvìo dalla colonizzazione spagnola delle “Indie Occidentali”, termine con cui Cristoforo Colombo designò quelle terre. Ai nostri giorni il traffico della coca e del suo principio attivo, la cocaina, è sottoposto alla repressione delle forze di polizia in tutto il mondo e potrebbe destare sorpresa apprendere che esse hanno rappresentato alcuni tra i fili che legarono le vicende di due mondi, il Vecchio e il Nuovo. I destini di vaste comunità e nazioni, il pensiero e le gesta di regnanti, di conquistatori, di religiosi di vario rango e di scienziati (alcuni dei quali ebbero la paternità delle moderne discipline biologiche, biochimiche e mediche) si legarono al ruolo che la storia assegnò alla planta divina. Oltre che sulla conoscenza del processo che condusse alla nascita dell’anestesia locale alcune vicende legate alla sua scoperta da parte dei conquistatori europei aprono squarci su aspetti del pensiero dell’uomo occidentale e della sua Medicina. Per questa ragione mi soffermerò brevemente sulla sua diffusione in Europa tra la seconda metà del XIX° e l’inizio del XX° Secolo quando questo frutto della natura si offrì al tempo stesso quale rimedio antidepressivo e antiastenico, oggetto di consumo voluttuario e sostanza indispensabile per effettuare le prime anestesie locali.
Nell’arco di pochi decenni l’incontro tra i due mondi esitò in una imponente attività di trasferimento di ogni genere di risorsa da quelle terre verso l’Europa. In breve quella sottrazione di materie prime aumentò vertiginosamente condannando all’indigenza le regioni colonizzate mentre ad alcune nazioni europee quell’enorme arricchimento aprì la strada alla futura Rivoluzione Industriale [8]. Provenienti dalla fusione di oggetti sottratti agli Indios e da attività estrattive imbastite febbrilmente, argento e oro vennero imbarcati in enormi quantità alla volta della Spagna. Verso la fine del XV° Secolo giunsero in Europa il tubero della patata, il tabacco, il mais, il pomodoro, i fagioli, il peperone (indicato come pepe d’India), il cacao (che i Maya riservavano a sovrani e dignitari), il tacchino e numerose spezie per la preparazione di profumi e per impieghi gastronomici come il pepe di Cayenna, il pepe rosa e la paprika. In Europa tanto le politiche agricole che la gastronomia risentirono enormemente di quell’apporto. Presero la rotta verso Oriente anche piante ornamentali e legnami pregiati come il durissimo ipe, impiegato in carpenteria navale, e il mogano del Sudamerica destinato all’ebanisteria. Una volta pervenute nel Vecchio Continente ognuna di queste risorse si rivelò per molti una ghiottissima opportunità imprenditoriale. Anche quella particolarissima planta divina che gli Spagnoli ribattezzarono “coca” avrebbe potuto suscitare enorme interesse presso gli Europei ma a quel tempo essa non trovò posto tra le patate e i peperoni nelle stive delle caracche spagnole e per oltre due secoli nel Vecchio Continente ne pervennero solo notizie assai scarne. Dal medico e storico equadoregno Plutarco Naranjo Vargas apprendiamo che la prima segnalazione circa l’uso di masticarne le foglie per trarne effetti euforizzanti furono inviate nel 1499 dal frate domenicano Tomas Ortiz ai suoi superiori in Europa [9]. Poche altre notizie giunsero dall’esploratore Amerigo Vespucci e dal conquistatore Francisco Pizarro. Ancora molti anni trascorsero prima che, nel 1653, il gesuita spagnolo Bernabé Cobo inviasse un nuovo rapporto in cui descriveva come gli Indios lenissero il mal di denti tenendo in bocca la poltiglia risultante dalla masticazione delle sue foglie [3] ma la sua comunicazione scivolò in una bolla di indifferenza che sarebbe durata ancora a lungo. Confrontando le segnalazioni di Ortiz, di Vespucci e di Pizarro con quella di Cobo emerge che i primi furono impressionati dagli effetti sistemici del consumo delle foglie di coca (l’euforia e la maggiore tolleranza alla fatica) mentre Cobo ne sottolineò la capacità di indurre anestesia locale. Questa divaricazione di interesse circa le due diverse linee di effetti biologici della coca e del suo principio attivo durerà ancora a lungo. La coca raggiunse l’Europa solo dopo duecentocinquant’anni dall’inizio della colonizzazione delle Indie ed è difficile immaginare che il fiuto per gli affari dei conquistadores non avesse colto quello che poi sarebbe emerso in tutto il mondo con grandissima evidenza: le potenzialità della pianta di generare favolosi profitti. Partendo solo da quanto è stato accertato dalla Storia si può tentare di ipotizzare quale sia stata la ragione di questo scotoma che comportò un grande ritardo nell’offerta di una preziosa risorsa quale è l’anestesia locale. Sulle osservazioni di pochi cronisti dell’epoca della colonizzazione spagnola del Nuevo Mundo hanno potuto fondarsi successive ricerche antropologiche, archeologiche e biologiche riguardanti le Civiltà Precolombiane. Da esse ci perviene quasi tutto ciò che ci è noto sul ruolo della coca presso i nativi del Sud America e i conquistadores e su alcuni aspetti del suo originalissimo destino nel Vecchio Continente. Dobbiamo queste conoscenze all’impegno dei frati evangelizzatori Diego Durán e Bernardino de Sahagún, di Pedro de Cieza de Leon (che approdato in veste di conquistatore rimase a sua volta conquistato da quelle genti e dalla loro cultura) e dello storico e scrittore e peruviano Garcilaso de la Vega [1][4][5][7].
Risalgono al V° Secolo a.C. le prime tracce dell’abitudine dei popoli sudamericani di masticare le foglie della pianta della coca. Gli Incas andini la consumavano per accelerare il ritmo cardiaco e respiratorio contrastando così l’oppressione che derivava dall’inalazione dell’aria rarefatta di montagna e per trarne la sensazione di maggiore forza fisica. Allorchè le comunità inca e azteca si strutturarono con una fisionomia imperiale il suo consumo ne fu riservato con implicazioni rituali all’aristocrazia e ai sacerdoti mentre le classi sociali sottostanti potevano farne uso solo in ricorrenze particolari. Poiché l’arbusto cresceva spontaneamente è verosimile che il consumo irrituale delle foglie sia sempre rimasta una tradizionale abitudine anche negli strati sociali più bassi. Dopo che le truppe di Pizarro ebbero ragione dell’impero inca e ne soppressero l’ultimo sovrano, Atahualpa, gli Indios presero ad assumere coca sempre più liberamente. L’antico significato rituale del suo consumo mutò scivolando in breve sul piano della necessità (leniva la fame e la fatica), della voluttà (per le sensazioni piacevoli che suscitava) e della dipendenza. Le foglie divennero oggetto di un fiorente mercato articolato su diversi piani di visibilità. “Una delle più grandi ricchezze del Perù è la coca di cui se ne fa un gran commercio. All’oro, all’argento e alle pietre preziose gli Indios ne preferiscono le foglie che colgono con cura per essiccarle al sole… le masticano senza inghiottirle e si sentono più forti quando lavorano riuscendo così a sostenersi tutto il giorno senza assumere cibo” [4]. “In tutto il Perù gli Indios non fanno che masticare coca dal mattino fino a quando vanno a riposare… quando chiesi perché ne tenessero sempre in bocca le foglie risposero per combattere la fame e perché dava loro vigore” [5].
Per alcuni aspetti la coca si costituì come argomento divisivo tra gli occupanti spagnoli armati di Vangelo e quelli equipaggiati con spade e archibugi. Da parte dei religiosi l’esecrazione del suo consumo era dovuta al timore che i suoi effetti favorissero l’idolatria e l’insubordinazione alla Chiesa Cattolica. Le posizioni dei conquistadores furono invece più permissive dato che il suo consumo da parte dei nativi li trasformava in minatori infaticabili e inappetenti. Ove le attività estrattive erano tali da impegnare un gran numero di Indios (come nella città boliviana di Potosì, nata come un fungo attorno a una gigantesca miniera d’argento) gli Spagnoli realizzarono attività agricole di sostegno a quella mineraria promuovendo la coltivazione intensiva della coca e istituzionalizzando una nuova figura di agricoltore specializzato: il cocalero. L’abuso della coca condusse gli indios a contrarre numerose malattie, alcune ad andamento cronico e altre acute e mortali. “Del abuso de la coca y de los danos que de ella se siguan a los indios” fu il primo documento di tossicologia sull’abuso della coca a firma di Luis Capoche, sivigliano di origini italiane insediatosi in Bolivia come imprenditore minerario e cronista occasionale. Nel suo manoscritto del 1585 descrive come imbottiti di coca, emaciati e insensibili alla fatica e al dolore gli indios incedessero penosamente come spettri e si spegnessero quasi senza accorgersene [2]. La logica sfrenata del profitto aveva trasformato il Sudamerica in un inferno in terra: “Siamo venuti qui per servire Dio, per servire il Re e per arricchirci” proclamò nel 1632 senza giri di parole Bernal Diaz del Castillo, cronista e conquistatore egli stesso [6]. Ben presto anche i conquistadores divennero consumatori della planta divina per lo più nella forma di “acullico”: un impasto di foglie di coca, quinoa e cenere da tenere in bocca. Questo suggerì alle gerarchie ecclesiastiche di proibirne il consumo condannandolo come attività pagana affine all’idolatria ma ormai la coca si era trasformata in una fonte sempre più promettente di ricchezza al punto che le sue foglie presero a essere impiegate persino come dono, oggetto di baratto e forma di salario [5]. Si realizzò così un circolo vizioso in cui l’aumento della domanda induceva gli spagnoli a estenderne ulteriormente la coltivazione e a incoraggiarne i consumi. Nonostante le condanne ufficiali neppure il clero si mostrò immune alla febbre della coca: il Sinodo Provinciale di Ciudad de los Reyes (l’attuale Lima) tenutosi nel 1582 chiamò il vescovo di Cuzco a rispondere delle accuse di consumo e traffico di foglie di coca ed è un fatto certo che settori della Chiesa insediati in quelle terre riconobbero alla coca il valore di moneta tanto che ne accettavano le foglie come forma di pagamento delle decime e delle prebende [10]. Con le menzionate finalità speculative, oltre che per gli scopi voluttuari dei maggiorenti spagnoli, la coca continuò a essere consumata in tutte le regioni controllate dai conquistadores. Per quanto bizzarro possa sembrare a duecento anni dalla scoperta delle Indie l’Europa del XVIII° Secolo fumava tabacco, gustava cacao e consumava patate restando praticamente ignara dell’esistenza nell’altra parte del mondo della pianta della coca, dei suoi effetti e del fatto che essa costituisse fonte di grande ricchezza presso le lontane comunità di colonizzatori spagnoli. Nel cercare la spiegazione più plausibile per tutto questo applicando categorie a noi familiari viene da pensare che si sia trattato di una sorta di gigantesca evasione fiscale. I conquistadores partirono per il Nuovo Mondo dopo aver giurato fedeltà a Dio e al re di Spagna e con l’impegno di inviare alla Corona una lauta percentuale delle ricchezze sottratte ai territori colonizzati. La stupefacente notizia di grandi città lastricate d’oro e d’argento già aveva attraversato l’Atlantico e i conquistadores non ebbero la possibilità di nascondere quanto era ormai divenuto noto al mondo. Inoltre la presenza dei metalli preziosi suggeriva l’esistenza di depositi minerari da sfruttare e questo richiedeva il supporto di personale professionalmente qualificato proveniente dalla madre patria. È più che verosimile che i conquistadores abbiano regolarmente “fatto la cresta” alle risorse minerarie destinate alla Corona di Spagna e contemporaneamente abbiano scelto di mantenere una coltre di discrezione sulla pianta della coca e sulle ricchezze da essa generate. La scarsa fiducia con cui i re spagnoli ricambiarono i conquistadores sembra provato dal rapido avvicendamento dei vicerè incaricati di governare quelle regioni e dal numero di commissari inviati a controllare il loro operato. Specialmente i funzionari che si dimostravano zelanti erano fatti oggetto di minacce da parte di coloro che avrebbero dovuto controllare. “Qui in Perù ove mi trovo non posso redigere questa relazione: metterei a rischio la mia vita!” scrisse in una lettera Agustin de Zarate. Egli si era imbarcato come esattore del re Carlo V al seguito del nuovo viceré ma allorché Gonzalo, l’intemperante fratello minore di Francisco Pizarro, avvertì il suo fiato sul collo lo minacciò che se avesse inviato al re una sola riga su quanto accadeva nelle colonie lo avrebbe scannato come un pollo. Analoga intimidazione gli pervenne anche da parte di Francisco de Carbajal, uomo d’arme noto con il grazioso nomignolo “Diavolo delle Ande”. L’efficacia persuasiva dei due fu tale che neppure al suo ritorno in Spagna Agustin trovò il coraggio di stilare la sua relazione preferendo attendere di essere inviato nelle lontane Fiandre in veste di diplomatico.
In Spagna erano in pochi a conoscere la pianta della coca e la ricchezza che essa poteva generare probabilmente perché nelle Indie erano in molti a pensare che non vi fosse vantaggio a comunicare alla Corona la presenza di quella risorsa. Il basso grado di popolarità della pianta della coca in Europa, durato tanto a lungo, non può essere giustificato con le caratteristiche geoclimatiche del Vecchio Mondo: oltre due secoli più tardi l’intraprendente imprenditore corso Angelo Mariani avrebbe infatti realizzato sulle pendici delle colline di Montmartre, nel cuore di Parigi, orti e serre ove coltivò tante di quelle piante di coca da poter condurre numerosi dei suoi fortunati esperimenti enogastronomici. Tutto considerato risulta difficile immaginare che in Europa non si sapesse quasi nulla dell’esistenza della planta divina semplicemente per una innocente omissione quando oltreoceano un numero rilevante di soggetti era a vario titolo impegnato nella sua coltivazione e quando le foglie di coca, oltre che un apprezzatissimo genere di consumo, si erano trasformate in quella che forse oggi definiremmo una “criptovaluta”.
[1] Barrio MÁL
Los Códices Matritenses de fray Bernardino de Sahagún: estudio codicológico del manuscrito de la Real Academia de la Historia
Revista Española de Antropología Americana, vol 40, n 2, 2010
[2] Capoche L
Del abuso de la coca y de los danos que de ella se siguan a los indios
Transcript of part of a sixteenth century manuscript (ca 1585)
[3] Cobo B
Historia del nuevo mundo
Manuscrito en Lima, Perú, libro 5° capítulo XXIX, 1653
[4] De Leon PdC
Crόnica del Perù, 1553
[5] De la vega G
Vommentarios Reales que tratan del origen de los incas
en Lisboa, 1609
[6] del Castillo BD
Historia verdadera de la conquista de la Nueva Espaῆa
Trattato, 1^ ed 1632
[7] Durán D
The History of the Indies of New Spain
transl, annot and introd by Doris Heyden. Norman: University of Oklahoma Press 1994
[8] Galeano E
Las venas abiertas de América Latina
Siglo Ventiuno Ed, 1971
[9] Naranjo P
El cocaísmo entre los aborígénes de Sud America
America Indigena, 1974
[10] Saba Sardi F
Inca Garcilaso de la Vega, Commentari Reali degli Incas
Rusconi Ed, novembre 1977